Cerca

tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Categoria

Racconti di lettura

Rock Tombstones – L. Fassina

“I’m the day, I’m the day
I can show you the way
And look, I’m right beside you

I’m the night, I’m the night
I’m the dark and the light
With eyes that see inside you.

Come down with fire
Lift my spirit higher
Someone’s screaming my name
Come and make me holy again.”

https://www.youtube.com/watch?v=ORnvO1VyYMk

“Due urne sono decorate con il simbolo delle corna, il gesto che Ronnie aveva adottato da nonna Erminia a protezione dal malocchio, che dopo di lui è diventato una sorta di marchio di fabbrica del rock.”

Si parla di tombe, in particolare del sarcofago che si trova al Forest Lawn Memorial Park (Hollywood Hills) 6300, a Los Angeles; N 34° 8′ 58.567″ W 118° 10′ 10.718″ ed è il sarcofago di Dio, non Dio proprio, ma anche: Ronnie James Dio Padavona.


Perché parlarvi della tomba di Dio? Perché è una di quelle citate in Rock Tombstones di Luca Fassina (Tsunami Edizioni), una guida interessantissima sui luoghi di sepoltura di alcune delle più grandi star del Rock. A metà tra un saggio e uno di quegli itineraria medievali che raccontavano brevemente fatti salienti, ricreando percorsi per i pellegrini, Rock Tombstones in 200 pagine vi parla della vita (e della morte) di centinaia di artisti. Poche pagine per musicista con coordinate, precise indicazioni per raggiungere le sepolture e selezionati eventi delle loro vite.

Non c’è posto per santificazioni, macabrismi e altre stranezze, come viene sottolineato nell’introduzione dall’autore:

“Il rispetto del luogo in cui ci troviamo fa parte del concetto di escursione – pellegrinaggio anche se non ne condividiamo il contesto religioso.”

Gli artisti sono collocati in ordine alfabetico, non è un libro di biografie ma ci sono delle chicche sulle vite degli artisti selezionati:
Keith Moon che da grande appassionato di scienza costruisce esplosivi con cui far saltare in aria i gabinetti, Hillel Slovak che da piccolo imitava Jimi Hendrix suonando la chitarra e cose del genere.

Dalla California, all’Iowa, dall’Ohio a Washington, Francia, Inghilterra, Svizzera, arrivando in Australia, passando anche per l’Italia con Demetrio Stratos, Rock Tombstones copre una buona parte di territorio mondiale, sicuramente potete ricavarne un tragitto grandioso per viaggiare e tra una tappa e l’altra rendere omaggio ai grandiosi artisti citati.
È ovvio che vi aiuta a costruire anche la giusta colonna sonora per il viaggio, quindi tenetelo alla mano e iniziate a pianificare il vostro percorso, sia esso realistico o di fantasia, che però con Google Heart diventa più realistico.


Insomma è un sapientissimo e minuzioso lavoro, che restituisce al lettore una visione possiamo dire innovativa, perché lo chiama in causa facendogli ricordare canzoni, personaggi, ma soprattutto perché la curiosità lo prende subito e quindi va a controllare le tombe, le coordinate, senza saperlo sta già pianificando il prossimo viaggio.

Maschere di donna – Enchi Fumiko

“Per essere certi che quelli generati dalle donne fossero sicuramente figli loro, per millenni gli uomini hanno fatto cose incredibili: hanno considerato un crimine o un peccato l’adulterio, hanno inventato le cinture di castità, ma alla fine non sono riusciti a carpire neppure uno dei segreti femminili. Anche il sadico malanimo di Buddha o di Cristo verso la donna non è altro che un tentativo di sottomettere un avversario col quale non potevano competere. Per quanto riguarda questo punto io mi sono dato la regola di non andare oltre una certa linea, nel mondo delle donne.”

Dopo la Restaurazione Meiji del 1868 le donne iniziano a riemergere nel panorama letterario giapponese, firmando alcune delle opere più importanti della letteratura. Tra queste ai primi del ‘900 c’è anche Enchi Fumiko, autrice di Maschere di donna, Marsilio Ed. appena letto (e di tanti altri romanzi), che diventa portavoce di una rinascita della letteratura classica di XI secolo. Nata a Tokyo nel 1905, aveva la letteratura nel sangue: il padre Ueda Mamen era filologo e letterato, inoltre c’era una grande passione per il teatro in famiglia che ha interessato anche l’autrice.
Maschere di donna venne pubblicato nel 1958. Non so dirvi bene chi sia la protagonista, se Toganoo Mieko la suocera o Yasuko, la nuora. Le due sono legate da un filo indissolubile e c’entra ben poco la parentela. Ad unirle sembrerebbe esserci un legame saffico, ma poi si scoprirà che è molto più di un’intesa passionale.

Il romanzo è diviso in tre capitoli che si ricollegano alle maschere del teatro nō.
Ryō no onna: donna tormentata da un amore non corrisposto, legata al personaggio di Toganoo.
Masuganni: giovane dalla mente instabile che è legata al personaggio di Harume, che appare poco nella storia ma che è importantissimo ai fini della trama ed è descritto in maniera magistrale. Harume è una ragazza bellissima, ma ha ritardi mentali, è un burattino nelle mani della madre ed è l’unico personaggio del libro a trasmettere un’intensa tenerezza, nonostante le tragedie che invadono le vite di tutti i personaggi.
Fukai: donna afflitta dal dolore per la perdita di un figlio, che equivale a Mieko, che di figli ne perde due alla fine.

Il teatro nō tratta principalmente di fantasmi e di spiriti da placare, elementi molto presenti in Maschere di donna, in cui l’autrice fa riferimento anche al Genji monogatari, uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto nell’XI sec. da Murasaki Shikibu che tratta principalmente degli amori di Genji, della sua storia e delle sue concubine, ma anche qui sono presenti demoni, spiriti e fantasmi che tormentano le vite dei vivi e di donne, delle loro caratteristiche, dei loro sentimenti.
I riferimenti a quest’opera in Maschere di donna sono moltissimi, in particolare è presente una lunga digressione, viene infatti inserito un saggio scritto da Toganoo Mieko sul fenomeno della possessione della concubina Rojukō che appare nel Genji monogatari. Il saggio inserito e perfettamente amalgamato al romanzo, è molto importante sia per capire in parte la storia di Genji e avere chiari alcuni riferimenti all’operam sua anche per interpretare meglio la figura di Mieko.

La studiosa Mieko è sempre rappresentata come elegante e raffinata, ma pare nascondere qualcosa di terribile. Gli altri personaggi: la nuora Yasuko e i suoi pretendenti Ibuki Tsuneo e Mikame Teyoki non sembrano avere una loro coscienza, sono manovrati, spinti da forze sconosciute, pilotate da Mieko.
Il romanzo è un continuo agire e riflettere sulle proprie strane azioni, svelando lentamente il piano di Mieko.
Tutta la narrazione è pervasa da una grandissima sensualità, il legame tra nuora e suocera ha qualcosa di estremamente voluttuoso, l’incantevole Harume che si sottomette totalmente a Mieko, e il continuo e placido corteggiamento di Ibuki e Mikame contribuiscono a caricare il romanzo di erotismo.
La narrazione è anche molto lenta e ovattata, non ci sono grandi colpi di scena, ma lente risoluzioni, la scrittura però è spettacolare e la trama è così seducente che è molto difficile staccarsi da questo libro. È un tipo di scrittura molto diversa, almeno rispetto alle nostre letture solite, che hanno tempi strettissimi, ritmi incalzanti, exploit ed epifanie.

È un libro che si prende tutto il tempo, tanto da poter inserire un saggio al suo interno e comunque non risultare pesante e poco accattivante. I personaggi sono tutti ammalianti ed interessanti, insomma è una lettura che consigliamo tantissimo, perché ci ha molto sorpresi e adesso non vediamo l’ora di recuperare altro di questa autrice, prima però vi lasciamo con la pillola musicale dell’avvocato:

Scansatevi dalla luce – J. Williams

“Paghiamo l’attenzione con le vite che avremmo potuto vivere.”

Così dice James Williams nel suo saggio Scansatevi dalla luce edito da effequ, che parla soprattutto dell’attenzione che riponiamo sui social e sull’internet in generale e di come essa viene utilizzata per far girare l’economia.

Questo saggio è stata una lettura quanto mai illuminante, Williams ex strategist di Google mette nero su bianco le insidie che quotidianamente internet tende alla nostra attenzione, bombardata da una quantità infinita di dati ed informazioni. Una delle cose che l’autore mette subito in chiaro è la mancanza di soluzioni per questo “problema”, quindi se state cercando un libro che vi aiuti a liberarvi della tecnologia, oltre a cercare praticamente il vuoto, non lo troverete in Scansatevi dalla luce.
Williams descrive più che altro lo status quo, dall’interno: ci dice cose che non sappiamo e che tutto sommato forse era meglio non sapere.

Lo sapete che la nostra attenzione è praticamente una moneta? Preziosissima quindi, ma facilmente sabotabile. Sicuramente è capitato a tutti voi: avete presente quando siamo iper concentrati e a bell’e buono pare che abbiamo sentito una vibrazione, il suono di una notifica, magari poi andiamo a vedere sul cellulare e non c’è nulla o forse sì, ma è solo l’amico dell’amico che ha messo mi piace ad una foto che abbiamo commentato 15 giorni prima; niente di esaltante quindi. Ma quest’attimo che abbiamo perso, quanto ci costa in relazione all’attenzione e quanto paghiamo in termini di concentrazione per ritornare a quello che stavamo facendo?
Il nostro meraviglioso cervello ci impiega VENTITRÉ MINUTI per riacquistare la concentrazione, tutta colpa dell’amico dell’amico o molto più sinceramente è colpa nostra se non riusciamo più a fare a meno di controllare e ricontrollare le cose perché i segnalini rossi delle notifiche agiscono sul nostro cervello, il numeretto accanto alle app sale e quindi dobbiamo fare pulizie.

Ho fatto un paio di esperimenti mentre leggevo questo saggio.
Innanzitutto ho disattivato tutte le notifiche di tutte le app e di tutti i social (impostazione che mantengo saldamente ancora ora), ma comunque l’impulso è quello di andare a dare una controllatina ogni tanto, perché non si sa mai. Certo, senza pop – up, suoni, pallini rossi, luci a intermittenza e segnaletica di vario tipo se sono realmente concentrata a fare qualcosa, riesco a mantenere la concentrazione più a lungo di prima, anche se poi mi ricordo di avere un dispositivo di vitale importanza che mi permette di essere connessa con tutti e con tutto quindi comunque l’attenzione calava di tanto in tanto, allora ho alzato la posta.

Ho disinstallato tutto: le app, i social, ho disattivato internet ed ho vissuto in profondo eremitaggio per 10 giorni. Credo siano stati i 10 giorni più proficui della mia vita, o forse lo erano stati i giorni funesti del IV Ginnasio, quando ho imparato a scrivere le lettere dell’alfabeto greco con il giusto ductus, ma stiamo là.
Ho letto moltissimo, una decina di libri, tra cui anche Anna Karenina, ho recuperato serie, ho studiato, ho vinto un torneo a carte diventando imbattibile a Briscola (ne ho persi altri due, ma vabbè), ho fatto shopping, ho avuto l’emicrania e ora quindi posso finalmente dire a tutti i vecchi che mi dicono che è colpa del telefono che IL CELLULARE NON C’ENTRA CON LA MIA EMICRANIA, e ho fatto altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Dopo i primi duri giorni, ho dimenticato dell’esistenza del cellulare, di internet, delle notifiche, della gente che rompe, è stato molto bello, potrei rifarlo prossimamente, ma…

Williams dice che la tecnologia non è malvagia, non può e non deve essere condannata, può essere controllata, ma non eliminata: è vitale. Ed effettivamente, in questi 10 giorni sono stata fuori dal mondo. Ascoltavo le notizie al tg, ma non potevo approfondirle, non potevo raccontare niente di quello che mi succedeva, non potevo ascoltare la musica che volevo, ma soprattutto non sapevo nulla. Non sapevo che feste ci fossero, non sapevo dove comprare delle cose, è arrivato un pacco sbagliato e potevo reclamare solo su internet.
Ha tutte le ragioni del mondo Williams a dire che la tecnologia è vitale, e l’ho capito da cose piccolissime per cui neanche mi ero mai accorta servisse internet, un computer, il telefono tanto è tutto radicato nelle nostre abitudini.

La tecnologia è penetrata nella nostra civiltà e in noi, ma di certo possiamo esercitarci ed educarci ad un uso più consapevole, ma soprattutto a calibrare e a valutare quanto costi la nostra attenzione. Ci sono limiti di tempo da impostare sugli smartphone, app che monitorano gli sblocchi del cellulare, blocchi ai social in determinate ore, magari da impostare quando si deve fare qualcosa. La stessa tecnologia può forse aiutarci a contenere e a limitare l’attenzione che svendiamo giornalmente.
Mi sono concentrata sulla tematica dell’attenzione perché è la cosa che mi ha colpita di più, ma nel saggio si analizzano tante delle piaghe che la tecnologia ha portato con sé: fakenews, clickbait, la costruzione degli ads, delle pubblicità, la funzione dei social. Tutti aspetti interessantissimi, sui quali noi comuni mortali e utenti forse sappiamo poco, troppo poco e il cui approfondimento può forse aiutarci a beneficiare meglio della tecnologia senza esserne necessariamente dipendenti.

Semmai doveste fare degli esperimenti sul tema, fatecelo sapere, ma soprattutto fateci sapere se leggete il libro!

L’orgasmo e l’Occidente, R. Muchembled.

“La via di espressione dell’individuo è rappresentata dalla trasgressione, attraverso la messa in discussione degli obblighi religiosi e morali, ma questo orientamento ha lasciato tracce di una esigua minoranza di persone in grado di scrivere e porsi ai margini del sistema. In Francia, solo alcuni uomini e pochissime donne, spesso frustrate nelle loro speranze, osano affrontare il tabù cristiano che proibisce di parlare di sé, perché bisogna pensare costantemente a Dio, alla morte e alla salvezza. C’era un contesto fortemente ostile alla possibilità di comunicare i propri sentimenti. Norme e codici impedivano al’individuo di proclamare solennemente la propria indipendenza.”

Il saggio di Muchembled, edito da Raffaello Cortina Editore ha come sottotitolo “Storia del piacere dal Rinascimento a oggi”, dove per piacere non s’intende solo ed esclusivamente l’appagamento dei propri desideri sessuali, ma anche e soprattutto la rivalsa delle proprie idee e passioni, la libertà di esprimere il proprio io e la propria sessualità vista come elemento importantissimo dell’individuo. Infatti questa storia del piacere è anche e soprattutto una storia del pensiero e del sentire comune. Cosa e come la società poteva esprimersi nel XV, XVI secolo? Quali erano le passioni che potevano essere mostrate e quali invece quelle da nascondere? Com’era definito l’io?

A tutte queste domande risponde il testo, tracciando un’interessantissima storia dello sviluppo filosofico e sociale in relazione al tema del piacere. Secondo Muchembled il piacere è iniziato a diventare “Senso di viva soddisfazione che deriva dall’appagamento di desiderî, fisici o spirituali, o di aspirazioni di vario genere” quando è nato l’individualismo, concetto filosofico sviluppatosi intorno al 1820 in Inghilterra, che sottolinea l’importanza dell’affermazione di sé. È solo da questo momento in poi che la libertà di esprimersi e di esprimere tutta la propria essenza, permette al piacere di emergere.

Nei secoli precedenti, XV – XVI – XVII, era impensabile poter vivere la propria sessualità in maniera serena. Il sesso era ovviamente visto solo come veicolo della procreazione e non come veicolo del piacere. Il sesso era sociale, qualcosa di collettivo, paragonabile ad un lavoro da fare una tantum, nel rispetto della morale e della religione. Sullo sviluppo del piacere ha infatti, ovviamente, pesato tantissimo l’aspetto religioso cristiano che soprattutto dopo il Concilio di Trento, ha ribadito e rafforzato le sue posizioni, irrigidendole molto più che nei medievalissimi tempi.

La storia del piacere è legata soprattutto alle classi più agiate a quelle che grazie a diari, memoire, gossip di palazzo arrivati fino a noi, hanno potuto tramandarci le loro piacevoli abitudini. Poco o nulla si sa delle classi subalterne, che non hanno lasciato importanti tracce di sé. Ovviamente si sa molto di più del piacere legato agli uomini che non a quello delle donne (che è un tabù anche ora), dice infatti Muchembled:

“Per le donne, il compito è ancora più difficile e incontrano grandi difficoltà per far riconoscere le proprie specificità e i loro diritti, soprattutto quando sono povere e deboli, poichè sono continuamente poste davanti a obblighi religiosi tradizionali e a rapporti familiari organizzati all’interno di un quadro patriarcale.”

Storia, religione, filosofia, sociologia, sono tantissimi i campi in cui spazia questo saggio per farci comprendere come si è sviluppato il piacere nei secoli e come è diventato il sesso e la sua percezione oggi. Una lettura interessantissima proprio perché si spazia in discipline diverse, cercando di dare un quadro quanto più completo possibile. Il libro è scorrevole e ci sono moltissime note che aiutano il lettore a districare soprattutto le diatribe filosofiche.

Ninna Nanna, Leila Slimani.

Suspense.

In prima pagina viene spiattellato un crimine, uno spietato, efferato, crudelissimo omicidio.
Sono due bambini ad essere stati uccisi e quando si parla di piccoli umani è come se tutto diventasse più partecipato. Il lettore è già attivo, già dentro, pieno di dolore al ritrovamento di questi corpicini quando li vede, nello stesso momento della madre, Miriam, che emette un grido così formidabilmente ben descritto che abbiamo ancora l’eco nelle orecchie.

Dopo due pagine di descrizione della scena del delitto, tutto finisce.
La truculenza in cui il lettore è stato gettato si stempera, tutto diventa calmo e tranquillo, quasi banale. Vengono descritte le vite di Miriam e Paul, i loro lavori, la nascita dei figli, la ricerca di una tata. Ah, la tata, ma quanto è brava, come cucina bene, quanto vuole bene ai bambini, così biondina, carina, bambolina.
Pure la tata ha qualche problemino eh, debitucci, lutti, ma niente di preoccupante. Sembrano la famiglia della mulino bianco, tutto aggraziato.

Il problema è che il lettore sa, sa che c’è un omicidio e sembra invece che la cara Leila Slimani se ne sia dimenticata!
Si diverte così tanto lei a costruire i suoi personaggi così realistici e complessi, costruisce i lavori e pure i problemi di lavoro, la maternità e la depressione, i colleghi e le colleghe. Poi sullo sfondo si diletta anche a darci qualche pennellata dell’habitat di questa famiglia, una Parigi un po’ sbiadita, fatta di supermercati e di parchetti per i bimbi, tanto Parigi nell’immaginario ce l’abbiamo non c’è neanche bisogno di darle importanza più di tanto.

Sì ma… ma l’omicidio? Possibile che si gira pagina ancora e ancora è solo che ancora viene descritta la vita della famiglia! Addirittura le vacanze, pure i loro pranzi e cene!
È inammissibile! Vorreste sapere di più su quelle prime pagine. Sì, potreste smettere, ma è difficilissimo: la Slimani è così brava a prendervi in giro, ha scritto questo libro in un modo così ipnotico che è difficile staccarsene.
Prima o poi girerete pagina in mezzo a queste vite così ben tratteggiate e questa scrittura che vi sta distruggendo vi dirà qualcosa, sapremo com’è andata? Chi ha ucciso? Perché?

Oh, ecco ecco, forse ci siamo…

Ovviamente la musica di accompagnamento deve essere altrettanto ricca di suspense, ansia, con qualche guizzo di dolore e allora ci viene in aiuto il caro Wolfgang Amadeus Evergreen Mozart con la Messa di requiem in Re minore K 626, opera rimasta incompiuta come parrebbe essere il finale di questo libro. In particolare suggerisco la Lacrimosa, VI brano della II Sequentia, dalla partitura molto complessa grazie al coro che imita un pianto dolorississimo, vi farà immedesimare bene.

Settembre 1972, I. Oravecz

Che cosa abbiamo appena letto in verità non lo sappiamo, Settembre 1972 di Imre Oravecz, Edizioni Anfora, è senza dubbio un’opera particolare. Sembrerebbe un diario, una costellazione di ricordi in prosa, ma potrebbe tranquillamente trattarsi di una raccolta di poesie in versi sciolti. A livello stilistico il linguaggio dell’autore ungherese è estremamente poetico: ricchissimo, complesso, pieno di figure retoriche; enumerazioni, ossimori, metafore, il testo non è composto in endecasillabi e settenari, ma funzionerebbe comunque anche se non fosse in prosa.

Ma di che parla questo strano libro? Di amore.

Oravecz racconta il suo amore, dalla nascita casuale alla sua evoluzione, dalla pulsione sessuale al suo spegnimento, dalla serenità gioiosa ai momenti estremamente bui. L’amore di cui si parla è totalizzante, a tratti la descrizione puntuale dei sentimenti, delle situazioni e in particolare della mancanza dell’amata risulta anche stucchevole.

Non sappiamo se quello che viene raccontato nelle 99 istantanee sia un solo amore, potrebbe essere uno solo sviscerato in 99 episodi, 99 amori catturati in un unico preciso istante. Quello di cui siamo certi è che chi scrive è un uomo, assolutamente bisognoso d’amore, di calore, di una presenza che lo supporti e lo ami. Quello di cui non siamo assolutamente certi è chi sia questa donna o queste donne di cui il protagonista s’innamora. Sono quasi dei manichini, senza nome, senza storia, proiettate solo in quella distinta occasione.

La figura femminile risulta quasi appiattita dalla forza enorme dei sentimenti di chi scrive, è lì ferma sullo sfondo a sbagliare, vestirsi, svestirsi, amare. La donna dà amore, è descritta nel suo abbigliamento, nella sua fisicità, ma non sappiamo quasi nulla di ciò che pensa, di quali sono i suoi reali sentimenti, di come vive la storia d’amore, per questo potrebbe essere la storia di uno o di diversi amori, la Lei è così poco approfondita che è tranquillamente interscambiabile.

Pur essendo l’amore un incontro tra due persone, un insieme, un accordo, qui abbiamo una visione parziale di questo sentimento: unilaterale. Un unico attore, un unico sentimento immenso, l’ambiente esterno fumoso e quasi irreale. Siamo sicuri che da qualche parte nella città di P. o di H. ci siano i 99 racconti d’amore della controparte, che ci permetteranno di ricostruire meticolosamente il quadro di questa vita d’amore di Imre Oravecz.

Il consiglio dell’avvocato

È da molto che io, George Hautecourt non viaggio su questi schermi, consigliandovi l’ascolto perfetto per accompagnare le vostre letture, ma stavolta non potevo assolutamente mancare all’appuntamento. C’è un accoppiamento perfetto.

Sarà per il sentimento totalizzante, forse per il fatto che a descrivere questa esperienza sentimentale si tenga conto solo dell’uomo, che c’è una Lei di cui sappiamo poco o nulla, ma che:

Se non fosse per te

Sarei niente, lo sai

Perché senza te io non vivo

E mi manca il respiro

Se tu te ne vai.

Quando sono con te

Chiudo gli occhi e già volo,

D’improvviso la malinconia se ne va

Dai pensieri miei cade un velo

E ritrovo con te l’unica verità.

Solamente tu sai

Anche senza parole

Dirmi quello che voglio sentire da te.

Io non ti lascerò

Fino a quando vivrò:

Tutto quello che un uomo può fare

Stavolta per te lo farò.

Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo

Blog su WordPress.com.

Su ↑