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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Racconti di lettura

Ragazza, donna, altro – B. Evaristo.

«Stasera lo spettacolo di Amma, L’ultima amazzone del Dahomey, debutta al National Theatre».

Questo l’evento che dà il via alla narrazione di Ragazza, donna, altro di Bernandine Evaristo, vincitore del Man Booker Prize 2019 (insieme a I Testamenti di Margaret Atwood) e tradotto per Sur da Martina Testa.

Ha su di sé la spada di Damocle di essere stato un libro divisivo portando a un grande dibattito nella comunità di lettori e lettrici, tra chi lo ha amato e chi non lo ha sopportato, sia per i temi che per la struttura, senza punteggiatura e molte andate a capo. 

Si tratta di un’opera mista: potrebbe essere definita una raccolta di autobiografie, dodici come le donne che raccontano la loro vita e le loro esperienze, ma anche un romanzo sui generis dato che le protagoniste non sono slegate tra loro ma hanno almeno un legame una con l’altra, un filo invisibile che le unisce, in alcuni casi anche inconsapevolmente. Così troviamo Amma, la drammaturga che si ritrova divisa tra l’espressione indipendente delle sue idee e la probabile svolta “borghese” che subirebbe la sua opera in determinati contesti; qui appunto il centro del racconto e delle connessioni, dalla figlia Yazz e i suoi perenni interrogativi nel mondo aperto dell’università, all’amica Dominique, intrappolata in una relazione tossica con la “ultrafemminista” Nzinga; e così via, in una matassa di relazioni da dipanare durante la lettura e che porta il lettore a interrogarsi continuamente e a unire i puntini di questo percorso. 

C’è un’unione data anche da una certa settorialità perché, per volere dell’autrice, è rappresentato il mondo delle donne nere britanniche, con tutte le loro sfide: sicuramente quelle subite a causa del colore della loro pelle, a cui si sommano soprattutto quelle legate al genere e alla sessualità, argomenti intersecati tra loro. Così vengono trattati i temi del razzismo, delle seconde generazioni, del femminismo (e del femminile) e del ruolo della donna all’interno della società, tra episodi di marginalizzazione ma anche di rivalsa. Dai limiti che si impone Evaristo, però, emergono altre voci, che si intersecano a quelle principali e allargano il raggio d’azione: molto particolare il dialogo tra Yazz e la compagna di università Courtney in cui avviene uno scambio d’opinione sulla concezione personale (e riconosciuta) di privilegio: 

«Courtney ha risposto che essendo Yazz la figlia di un professore universitario e di una regista teatrale molto nota non può certo dirsi svantaggiata, mentre lei, Courtney, viene da un ambiente molto povero dove è normale lavorare in fabbrica a sedici anni ed essere una ragazza madre a diciassette, e la fattoria di suo padre è di fatto proprietà della banca
sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono, tranne Waris che è la più oppressa di tutti (ma tu questo non glielo dire)

in base a cinque categorie: nera, musulmana, donna, povera e col velo».

Ci sono molte riflessioni sull’autorappresentazione, specialmente per chi fa parte della sfera LGBTQ: molte di queste sono enunciate dal personaggio di Megan/Morgan che, oltre a combattere “con diverse parti di sé” – «Megan era in parte etiope, in parte afroamericana, in parte del Malawi e in parte inglese

che a suddividerla così suonava strano perché di base era semplicemente un essere umano tutto intero» – si ritrova dal fronteggiare una rivoluzione silenziosa presso le mura domestiche a diventare una voce importante da ascoltare e tramandare. Proprio durante uno dei suoi incontri all’università dirà: «io posso rappresentare solo me […] io non faccio da portavoce a nessuno e non sono a capo di un movimento transgender, sono qui solo per raccontare il mio specifico percorso individuale verso l’identità non binaria».

Le protagoniste hanno personalità molto fisse, come se fossero degli archetipi che si presentano sul palcoscenico di un teatro e, come moderne amazzoni, si raccontano al pubblico che è all’ascolto: non sono sempre donne gradevoli o facili da apprezzare – alcune sono persino insopportabili – ma è anche nelle fragilità o nei difetti che il lettore può provare a empatizzare con loro.

E gli uomini, in questo scenario, dove vanno a collocarsi? Sono presenti e interagiscono con le ragazzedonnealtro della storia ma sono più che semplici decorazioni sul muro, la scenografia su cui ci si trova ad agire e anche a subire: le loro azioni non hanno sempre una spiegazione, soprattutto quelle più inusuali, e talvolta è mostrata solo la parte peggiore, quella più animalesca e violenta, votata solo alla soddisfazione di un desiderio, qualunque esso sia. Solo Roland, il padre di Yazz, ha diritto a un suo flusso di pensieri: forse perché essendo omosessuale è anche lui “altro”? 

Nonostante la sua funzione politica, ovviamente non è un libro considerabile di approfondimento: sarebbe stato interessante avere una sorta di nota bibliografica su molti aspetti storici e culturali, sia passati che presenti, che sicuramente sarebbero stonati in un prodotto diventato “pop”: tuttavia è un testo scorrevole e godibile, che fornisce durante la lettura diversi spunti su cui riflettere – e, in un secondo momento, anche approfondire – e su cui è veramente difficile non trovare degli argomenti di discussione. 

Maria Chiara Paone

MoranteMoravia. Una storia d’amore, A. Folli

«Erano una coppia leggendaria. Li chiamavano MoranteMoravia, tutto attaccato, come se la loro fosse un’unica vita, come fossero parte di un binomio inscindibile. Eppure non potevano essere più diversi. Ironico, entusiasta, con una grande passione per la discussione e il dialogo, Alberto Moravia era un uomo lontano dal monumento letterario che i suoi contemporanei gli eressero sin dai primi esordi. Giovane, timida e poverissima, Elsa Morante cercava di costruire l’immagine di una donna sicura, ma nascondeva una grande vulnerabilità affettiva, un bisogno estremo di continue conferme.»

La coppia più leggendaria della letteratura italiana del Novecento e non solo, è la protagonista di MoranteMoravia. Una storia d’amore saggio di Anna Folli, edito da Neri Pozza Editore, che indaga vita, morte e miracoli delle due colonne portanti della nostra letteratura moderna, ma soprattutto delinea la loro vita privata e affettiva, guarnendo le meravigliose pagine autoriali con interviste, testimonianze dirette delle persone vicine all’inossidabile duo.

È stato molto interessante leggere il progredire di questo rapporto: la passione del primo incontro, dettato dal caso ma da cui emerse un desiderio comune, la fine delle relazioni passate, fino ad arrivare al matrimonio e agli anni della seconda Guerra Mondiale, che costrinsero i due a stare nascosti per più di un anno nei territori di Fondi per evitare l’arresto di Moravia, di origini ebree. Colpisce come, persino in quel periodo di estremo pericolo, il loro rapporto rasenti quasi l’idilliaco con un modello di vita tra il campestre e il cittadino, tra uova strapazzate e ripetizioni al figlio dei pastori che li proteggevano. Proprio Moravia dirà: «Con tutte le paure che avevamo quello fu uno dei momenti più felici della mia vita». Perché il binomio MoranteMoravia comprende un affetto, un tenersi a vicenda che trascende desiderio e la passione, e che prosegue nonostante la loro separazione: quindi non stupisce che Alberto, negli ultimi mesi della vita di Elsa, la vada a trovare ogni giorno in clinica e che si presenti al suo funerale. 

Non che il loro matrimonio non abbia mai avuto delle ombre o dei momenti difficili, anzi: per le relazioni che entrambi intessono mentre sono sposati si potrebbe quasi parlare di un rapporto aperto ma in cui non si rispettavano le stesse regole. Moravia aveva relazioni fugaci ma vedeva in Elsa il centro del suo amore, e talvolta della sua poetica, riesce a “liberarsi” di lei solo quando incontrerà Dacia Maraini con cui in seguito andrà a vivere; Morante, nonostante non utilizzi mai il suo rapporto con Alberto nella scrittura («Io non facevo parte della sua poetica – ricorderà Alberto –, ma mi amava e forse l’amore per lei era più importante della letteratura») era una donna che amava in modo totalizzante, quasi in totale abnegazione di sé, e che non poteva quindi concepire fino in fondo il linguaggio d’amore del marito («Vorrei fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo»). Quasi per caso si dirige verso altri lidi ed è proprio dai due uomini per cui lei proverà un amore travolgente che si dipaneranno le crisi più forti della coppia, ossia la storia con Luchino Visconti e quella con Bill Morrow, finita in tragedia e a cui verrà dedicata una sezione de Il mondo salvato dai ragazzini.

Due atteggiamenti che si riflettono nel loro modo di lavorare, di scrivere: Moravia metodico, con una routine precisa e scandita dagli impegni; Morante travolta, si fa soggiogare dai suoi personaggi e dalla storia fino a dimenticarsi di bere e mangiare, in un rapporto tra passione e violenza.

«Nel diario la Morante non si vergogna di annotare anche i sogni più scabrosi. Confessa il suo desiderio, che si nutre di sessualità ma anche di tenerezza: “Ora anche con i sensi amo terribilmente A. I miei sensi non sono mai stati così, sempre all’erta, sempre morbidi.” Si censura, cancellando le parole che le sembrano più scandalose.»

La passione tra i due è travolgente. Anche a livello sessuale l’intesa è impetuosa e se è vero che Morante mantiene sempre un certo riserbo nella descrizione della scabrosità, tenendo comunque il tutto velatamente tenero, lo stesso non fa A. che non nasconde le varie relazioni extraconiugali, un puro divertissement. Per Moravia l’amore è Elsa, ma questo non può distoglierlo sessualmente dalle altre donne. Elsa lo sa e se in un primo momento arde di gelosia poi accetta, ma non si capacita fino in fondo del comportamento del marito: «Non mi riesce di essere per te quello che vorrei – gli scrive -. Vorrei esserti così vicina che tu te ne accorgessi e non andassi continuamente via da me come hai fatto finora. Vorrei essere un bene per te, e per questo rinuncerei a me stessa e a tutto quello che mi riguarda.»
Rinuncerà davvero a sé stessa Morante, ma non solo per il suo amato Alberto. Le sue due ossessioni, già citate Luchino Visconti e Bill Morrow la faranno annullare di nuovo, dimentica di tutto, anche di Moravia che le sta accanto: con Morrow vive un amore in cui si ripristinano gli schemi che già c’erano stati nei primi tempi di Moravia, Morante vuole prendersi cura, guarire, vuole sentirsi utile e indispensabile. Morrow è il suo ragazzo celeste dall’odore di nido. Il ragazzo da proteggere dalla droga, dall’alcool, dal suo “morbo pauroso”. Se la Morante sembra quasi accettare le scappatelle di Alberto, Alberto vede in Morrow una minaccia immensa per il matrimonio e infatti le sue previsioni saranno giuste. Accusa Bill di essere esclusivo, di volerlo allontanare da Elsa, ma in realtà si andrà a creare tra i tre un rapporto morboso e malsano. Moravia stesso infatti si prende cura del fragile Morrow quando Elsa è fuori Roma.

«Per lei è impossibile vivere anche le sue relazioni più private senza metterne a parte il marito: non solo gli fa conoscere Morrow ma in qualche modo pretende che anche lui entri nella loro vita.» Si delinea questo stranissima relazione in cui Elsa seppure sia presissima da Morrow, non dimentica mai Alberto, né Luchino Visconti a cui ancora scrive lettere, in cui Morante usa sempre il plurale, ad indicare l’inscindibilità di lei e Morrow. Anche se il rapporto tra lei e Bill non è propriamente esclusivo, deve infatti fare i conti anche con un altro incomodo, Sergio, amante di Morrow e catena che all’inizio lo ha unito alla scrittrice, ma anche con una serie di ragazze e ragazzi con cui Bill s’intrattiene continuamente. Alberto in questa crisi coniugale consiglia Elsa, diventa confidente di questo rapporto estremamente problematico che riesce perfino ad allontanare la Morante dalla scrittura. Bill è irrequieto, instabile ed Elsa lo diventa insieme a lui, è proprio attraverso Bill che avviene la disperata separazione, anche se non sarà mai davvero netta tra Morante e Moravia.

Quello che viene esplorato nel libro è qualcosa di più della storia di un matrimonio: è la storia di un sentimento, di una passione che sboccia non solo tra Elsa e Alberto ma anche con la stessa letteratura, che sarà davvero la loro compagna per la vita.

È anche un amore verso il mondo artistico del Novecento, rappresentato non solo da grandi nomi della letteratura – Einaudi, Bompiani e Pasolini per dirne alcuni – ma da chi considerava Roma, nonostante l’andatura altalenante del periodo storico, una fucina creativa, un’enorme casa in cui era possibile, ovunque si andasse, trovare persone di simili intenti con cui confrontarsi.

Oltre a Roma è presente Capri come centro della loro vitalità; mentre nella Capitale sviluppano la loro vita professionale, l’isola sembra essere quasi la culla del loro matrimonio, il luogo in cui possono essere qualcosa di diverso da Moravia e Morante, ma solo Alberto ed Elsa, al punto che lo scrittore una volta che ci tornerà dopo la morte di lei dichiarerà di averci ritrovato troppo di lei al punto da non poterlo sopportare.

Sicuramente il pregio di questo saggio è che i due autori vengono messi a nudo e con loro moltissimi illustri personaggi del nostro Novecento, una lettura interessantissima che umanizza due mostri sacri del panorama culturale italiano, anche se come leggerete pur esplicitando in qualche modo le loro umanità si rivelano essere profondamente unici, imprevedibili e assolutamente fuori da ogni canone, come solo grandɜ artistɜ possono essere.

Maria Chiara Paone
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Guida il tuo carro sulle ossa dei morti – O. Tokarczuk

Olga Tokarczuk è una psicologa e grazie a questo ci regala un personaggio assolutamente memorabile, di grandissima caratterizzazione, protagonista di Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, pubblicato in Polonia nel 2009. Nel 2018 vince il premio Nobel per la Letteratura nel 2018: «per un’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Il film Pokot di Agnieszka Holland è stato tratto dal romanzo Guida il tuo carro sulle ossa dei morti ed ha vinto Premio Alfred Bauer.

Janina Duszejko è un’appassionata di astrologia. È convinta che il calcolo preciso e puntuale delle posizioni dei pianeti in concomitanza della nascita potrebbe addirittura dare segnali sulla morte delle persone. Deve studiare quindi ogni segno, ogni transito per districare i complicati omicidi che stanno avvenendo in città. Oltre ad essere una studiosa di astrologia, è anche una maestra d’inglese e si vede, insieme ad uno studente ogni settimana per tradurre Blake, Blake sarà una presenza fissa in questo romanzo a partire dal titolo, che è infatti tratto da un verso di “Proverbi infernali”.

Luftzug è il nome del villaggio, che sorge su un Altipiano che si trova tra Polonia e Repubblica Ceca, qui prima Piede Grande, come lo chiama lei, abituata a dare un nome alternativo alle persone perché non sempre i nomi affibbiatici si conformano perfettamente all’essenza, poi altri uomini moriranno in circostanze misteriose e Janina non riesce a pensare ad altro: e se fossero stati gli Animali? Tutte le vittime erano infatti cacciatori spietati, forse la fauna dell’Altopiano sta pensando ad una vendetta, vuole riprendere il suo posto e non essere semplicemente cacciagione.

Janina è arrabbiata con questa gente che non si rende conto di sfruttare la natura fino all’inverosimile, non capisce quale sia il motivo di tanta crudeltà nei confronti degli animali. Sembra però così interessata a fare chiarezza sull’accaduto, lei non si fermerà davanti a nulla: viene e va dalla polizia, deposizioni, denunce, continua a voler mettere in guardia tutti che gli astri, avevano predetto tutto.

“Mi commuovono le foto dal satellite e la curvatura della Terra. Ma allora è vero che viviamo sulla superficie di una sfera, esposti allo sguardo dei pianeti, abbandonati in un grande vuoto dove, dopo la caduta, la luce si è frantumata in piccoli frammenti e dispersa? È vero. Ce lo dovrebbero ricordare ogni giorno, perché ce lo scordiamo. Crediamo di essere liberi, e che Dio ci perdonerà. Personalmente la penso in modo diverso. Ogni azione trasformata in minute vibrazioni di fotoni alla fine si metterà in viaggio verso il cosmo, come un film, e i pianeti lo guarderanno fino alla fine del mondo.”

Janina è per tutti una vecchia pazza, non si può dare credibilità a una così, non si può davvero pensare che gli animali possano mettere su tutto questo, ma chi le sta più vicino inizia a capire, sa che Janina non è assolutamente solo una vecchia pazza.

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti è un libro estremamente coinvolgente, attraverso una trama intricata e ben costruita, ci sono riflessioni profonde sul rapporto tra l’uomo e gli animali e anche sull’astrologia e le sue influenze. Tutto è filtrato dalla mente della protagonista, che si arrovella su ciò che sta accadendo, ma cerca di nascondere a tutti, lettori compresi, ciò che sta davvero facendo. I pensieri di Janina, le sue domande sulla crudeltà umana e sull’impatto dell’uomo sul mondo che lo circonda sono quanto mai attuali.

Althénopis – F. Ramondino

Leggere Althénopis è stato folgorante. Già dalle primissime pagine sono stata rapita dalla musicalità, dalla potenza della scrittura di Ramondino, così immensa già in questo suo romanzo d’esordio. Appena mi sono addentrata nella vita di questa bambina, protagonista del romanzo ho avuto un desiderio: aver scritto questo libro.
Una prosa semplice, una voce narrante infantile ma complessa, una poetica caratterizzata dall’assenza di un’unica lingua. Ramondino utilizza l’italiano accanto al dialetto, ma anche una serie di ulteriori suggestioni linguistiche derivanti dalla vita ricca di spostamenti dell’autrice, che si leggano anche come assenza di un’unica patria, di un’unica casa, cosa per altro sottolineata in alcune parti del romanzo.

La passione per la scrittura della Ramondino le viene inculcata dalla nonna. La figura della nonna è emblematica nel suo romanzo, che descrive una cosmogonia familiare, di linea totalmente femminile. Partendo dalla descrizione della sua Nonna, una tipica incarnazione della Grande Madre Mediterranea: irrequieta, iperattiva, sempre a fare strani intrugli, parlando dialetto e cercando in continuazione compagnia.
Poi la Madre, fluttuante in un mondo parallelo di letteratura ed emicrania, insofferente di fronte a quel paesaggio composto da una marea di poveri e vecchi, insofferente anche verso la sua di madre, che dava ai figli un esempio non alto borghese come lei avrebbe voluto. In fondo l’educazione della protagonista e dei suoi fratelli era eterogenea e disordinata, ma sicuramente non povera.

«E poi povera donna, vergine sposa trentaseienne, l’ebbe la sua settima vita; e da quella natura minerale e vegetale entrò nella natura sanguigna, umorale e sudorosa degli amplessi, dei parti, del latte e delle ragadi. Sicché lei, nata da ascendenti vegetali, al cui orecchio si incurvava il capelvenere, delle gambe di canna, nei cui occhi si riflettevano l’azzurro dei fiori, il grigio finissimo del muschio e perfino a volte lo smeraldo ghiacciato del male, era piombata nel terzo regno: il regno zoologico. E giù il sangue, il latte, gli umori, i sudori. E su tutto, sovrastanti i «pensieri».

[…]

A me pareva che la mamma, chi sa quando, forse quando eravamo partiti dalla bella isola, o forse molto prima, quando ancora non ero nata, si fosse messa tra parentesi. La chiudevano anche come due parentesi i muri di quella casa, che parevano fatti di tempo: da una parte il muro del giorno da cui eravamo arrivati, dall’altro quello del giorno in cui saremmo partiti. Ma ogni tanto ne usciva.»


Poi c’è lei, la protagonista, la Bambina che scopre il mondo con i suoi compagni, che con occhi curiosi e perspicaci dipinge tutti i personaggi che ha incontrato nella sua vita, tutti i luoghi tra la Costiera e Althenopis, le case, le ville, gli scorci. Descrive il suo rapporto con gli altri bambini, raccontando alla perfezione lo stato in cui versavano le famiglie napoletane, guardando alla sua sempre come a un’eccezione.

Natalia Ginzburg definì la sua infanzia e quello che traspare da Althénopis come: «un’infanzia pronta a mettere radici ovunque, ma tuttavia consapevole del fatto che le radici sono sempre fragili, che nei giorni più limpidi e solari si nascondono insidie, che ogni radioso paesaggio può di colpo sparire».

Sia la protagonista di Althenopis che la Ramondino stessa, hanno avuto una formazione itinerante. L’autrice viaggia in tutta Europa durante la sua infanzia insieme alla sua famiglia, seguendo il padre diplomatico e anche successivamente la sua vita sarà caratterizzata da moltissimi spostamenti. Questi viaggi lasciano dentro di lei dei solchi profondi, stilistici e linguistici, che si possono appurare in alcune delle sue opere.

Dai suoi viaggi in Spagna, ricorda il benessere e la villa di Son Batle e anche qui un immenso personaggio femminile che è la balia Dida: «regina di tutti, servi e padroni, piante e animali, stanze e patios, stelle e pianeti» nel suo Guerra d’infanzia e di Spagna. Ma è proprio nella sua reale guerra d’infanzia nel soggiorno spagnolo, in cui inizia l’istruzione linguistica: qui impara l’italiano dei genitori, il castigliano del collegio e il maiorchino della servitù, dialetto censurato dal regime franchista, ma che lei cercherà di utilizzare e soprattutto porterà nel cuore e nel suo libro.

Un altro viaggio sarà poi importante per lei e diventerà il fulcro di un altro libro che è Taccuino tedesco. Ramondino si trova in Germania per seguire la figlia Livia, presa alla scuola di danza diretta da Pina Bausch a Essen. Qui prenderà nota durante il suo soggiorno dei cambiamenti della società tedesca, in particolar modo dopo la caduta del Muro di Berlino. In realtà il tedesco non è un nuovo idioma, anche questo era penetrato nella sua vita in giovane età, quando alla morte del padre, dopo una serie di peregrinazioni di casa in casa, fugge dalla sua Napoli e da sua madre, seguendo un cugino a Francoforte.

«Althénopis è un nome inventato per Napoli. Non ho sentito di chiamarla col suo nome, e ho inventato questo pastiche. In una nota scherzosa del libro dico che Althénopis con una commissione di radici greche e tedesche significa occhio di vecchia, come l’avrebbero chiamata i tedeschi durante l’occupazione vedendola così imbruttita, rispetto ai racconti di Ghoethe o Mozart. C’è anche la possibilità, in quella nota, che l’interpretazione sia occhio che risana, nome che indica appunto la relazione con la città materna: Napoli per i suoi abitanti è una grande madre.» È con queste parole che Ramondino descrive il titolo del suo primo romanzo, in cui viene descritta in maniera formidabile proprio l’occhio di vecchia, con la sua popolazione malconcia, turbata dalla Guerra, decadente, da una parte inospitale, ma dall’altra incantatrice.

C’è un profondo ossimoro che solca le pagine di Althénopis: nonostante si tratta della visione di una bambina poi adolescente, che descrive un mondo subalterno, traviato dalle difficoltà, lo stile e il linguaggio sono voluttuosi e opulenti. Le descrizioni sono cariche, dettagliate, avvolgenti. Le parole formano una musicalità nuova e originale, data comunque dalla commistione di italiano e dialetto. La grande ricchezza di questo romanzo è sicuramente la numerosissima mole di note, che sono usate da Ramondino in modo inusuale: ampliano le caratteristiche dei personaggi, si soffermano su alcune parole specifiche per spiegare al lettore perché sono state scelte e collocate proprio in quel punto del romanzo.
Tra quelle che ho amato di più c’è sicuramente la nota che spiega e definisce il termine ruoto:

«Teglia di rame o alluminio di forma rotonda. È un vocabolo solare e festoso che andrebbe introdotto nel dizionario italiano. Immeschinisce il cibo che esce dal forno la parola «teglia», che andrebbe però conservata per quei pasticci al forno di sapore intimistico a base di burro e di besciamella; è da escludere nel modo più assoluto invece per timballi di maccheroni, le pizze al pomodoro, le parmigiane, le alici al gratin, le pastiere, le pizze di scarola e di ricotta.»

Nella narrazione in Althénopis Ramondino fa uso sia della prima che della terza persona, in particolare la terza persona viene utilizzata come una sorta di schermo dal dolore, andando così a scrivere mantenendo un certo distacco, pur facendo sempre incursioni in prima e viva persona nelle note.

È stato sicuramente il più bel libro che io abbia letto quest’anno, ed è diventato dalle primissime pagine uno dei miei libri del cuore, accompagnato dal fatto che la sua autrice è stata una donna straordinaria: non solo una grandissima scrittrice, ma anche un’attivista, che si è sempre battuta per i diritti delle persone non privilegiate.

Un uomo solo – C. Isherwood.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood pubblicato nel 1964. Isherwood nasce in Inghilterra, a scuola incontra il poeta Wystan Hugh Auden, che poi diventerà suo amante e amico carissimo, con cui si trasferì negli Stati Uniti nel 1939, dopo una parentesi a Berlino. Negli Stati Uniti si avvicinò alla mistica indiana, diventando di fatto induista. Dal 1953 fino alla morte, Isherwood ha convissuto col suo compagno, il pittore e ritrattista Don Bachardy che ha anche illustrato con ritratti e disegni alcuni libri del compagno. In Italia questo romanzo viene stampato per la prima volta nel 1981 con la traduzione di Dario Villa, edito da Guanda; è invece ora edito da Adelphi.

Un uomo solo è il racconto di una giornata normale di un anziano professore che vive in California, che deve fare i conti con se stesso, con i suoi studenti, e con la recente perdita. Il romanzo ha ispirato il film omonimo diretto da Tom Ford e interpretato da Colin Firth. Da questa quasi banale, quotidianità emergono due enormi fattori: il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto.

All’inizio sembra che George non riesca a rielaborare il lutto perché è difficile esternarlo. Per raccontare l’enorme sofferenza che lo piagava, avrebbe dovuto raccontare anche della felicissima relazione tra lui e Jim, che erano di facciata, solo due amici che condividevano un appartamento; anche se gli sfacciati vicini, gli amici e i più intimi di George sapevano che in realtà erano una coppia.
Non è per un problema di comunicazione o rivelazione che George non esterna la sua sofferenza, ma perché il lutto non si esterna mai davvero.

Quando qualcosa viene strappato in modo così repentino e inaspettato, all’inizio non ci si fa caso. Ci vuole tempo prima che quella specifica mancanza faccia breccia nella routine, nella perfezione del mondo costruito, nella vita vera.
Il problema si manifesta quando ci si rende conto della mancanza, quando si realizza, che la persona con cui si condividevano sogni, speranze, progetti, non può più adempiere alla nostra felicità. Assaliti da ogni tipo di domanda, di rabbia ceca, di dolore, si va avanti, con un fardello incomunicabile. George rimane chiuso nella sua casa e nella sua routine, condividendo il lutto con le sue quattro mura. L’amica Charlotte lo assiste, lo ascolta, ma non può davvero alleviare quella sofferenza.

George è un uomo solo e lo è per svariati motivi: è straniero, intellettuale, omosessuale, vecchio, perché ha perso il suo compagno, perché in fondo ha scelto così; ma sicuramente non è solo perché non ha nessuno con cui parlare del suo lutto. Pur essendo socievole, apprezzato, pur essendo il più amichevole degli uomini, vivere una mancanza del genere è un atto privato. Basta un nulla: un suono, una parola, un’immagine a far rivivere tutto il bene e poi tutto il male.

La scrittura di Isherwood è secca, caustica, ridotta all’osso, perché George deve ridurre all’osso i suoi pensieri: ogni stimolo potrebbe essere pericoloso, ogni minuzia potrebbe riportare il pensiero a Jim e riaprire il vortice di sofferenza. Nelle poche pagine di questo romanzo si parla poco di Jim, poco del suo incidente, si parla molto di George e Isherwood mostra e descrive tutti i tentativi, le scappatoie mentali che il professore crea per evadere da quel pensiero che rimane assordante e sullo sfondo, che investe di nuovo, tutto, quando meno ce lo si aspetta. Deve mantenersi saldo, ancorarsi alla strana maschera che si è creato, tenersi ai muri della casa, visualizzare e vivere un nuovo spazio senza Jim. Diventa allora necessario mantenersi occupati in tutto ciò che non richiede la presenza di Jim: programmare le lezioni, prendere l’autostrada, fare il bagno nell’oceano con uno studente. Ogni cosa che riempie il cervello di altro fuori da Jim è vita.

Quella di Isherwood è sicuramente solo una delle rappresentazioni in cui il lutto viene affrontato dal genere umano, ma ritengo sia una di quelle più veritiere. Il lutto non è al centro del libro, al centro del libro c’è George che tenta di far finta di niente, che vuole riprendere dove la vita di Jim si è interrotta, ma in fondo è al centro dei suoi pensieri.

“Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto, vivano assieme ogni giorno, cucinino gomito a gomito sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti. Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l’uno contro il corpo dell’altro, per sbaglio o no, sensualmente, aggressivamente, maldestramente, impazientemente, in collera o in amore – immaginate che profonde, ma invisibili tracce devono lasciarsi alle spalle. L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scale, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità, e, come la prima volta, capisce che Jim è morto.”

George è solo perché il suo dolore non può essere recepito dagli altri: anche chi ha sperimentato il lutto (e chi non lo ha fatto nella sua vita), non ne ha mai sperimentato uno così importante.

Allora ogni dolore, ogni sofferenza, ogni problema viene messo a paragone a quell’enorme mole di dolore e tutto, sembra insignificante al confronto. Il dolore degli altri, i nostri stessi problemi misurati alla perdita del partner non reggono il confronto. La vita è cambiata, perché nella nostra routine è entrata un’ombra, e delle volte ci farà sorridere, perché ci ricorda dolcezza, ma il più delle volte porterà tormento perché quella dolcezza non sarà mai più. E si è soli perché forse il dolore, quel dolore provocato proprio da quella morte è solo nostro, ed è l’unica cosa che ci lega a quell’amore.

Anche il dolore può essere custodito, necessario e forse a quel dolore si deve rimanere fedeli perché è l’unico appiglio per far vivere l’altro, perché attraverso quel dolore glorifichiamo e ricordiamo la persona che ci è stata strappata. E quindi perché rendere tutto questo comunicabile? Non si può dividere un amore, non si può dividere un dolore.

La ragazza del convenience store – Murata Sayaka

Un convenience store (termine inglese che significa “negozio di comodità”), conosciuto anche come konbini (コンビニ) dall’abbreviazione in lingua giapponese della traslitterazione dall’inglese konbiniensu sutoa (コンビニエンスストア), è un pubblico esercizio di dimensioni medio-piccole in cui viene effettuata la vendita al dettaglio di una larga gamma di prodotti. In molti dei paesi in cui questo tipo di negozio di vicinato si è diffuso, i punti vendita sono molto frequenti, rimangono aperti tutto l’anno compresi i giorni festivi e spesso offrono un servizio ad orario continuato 24 ore al giorno. I prodotti principali sono quelli alimentari e le sigarette, ma si possono trovare anche generi di abbigliamento, ricariche telefoniche, quotidiani, libri, giocattoli, CD audio e video, cosmetici ecc. (via Wikipedia)

Keiko è una ragazza, tranquilla, solitaria, che ha trovato il suo posto nel mondo in un konbini. Lei ha degli schemi mentali, che si sposano alla perfezione con quelli del market. Lei ha trovato lì la sua dimensione, ma far accettare questa cosa alla sua famiglia e alla società è difficile.
Perché ancora non è sposata? Perché lavora ad un konbini ed ha sempre solo lavorato lì? Perché non si trova altro da fare?

A tutte queste domande Keiko risponde montando un’impalcatura di menzogne, non sta tanto bene, problemi di salute, il lavoro al konbini è congeniale alla sua malattia. Ma di malattie non ce ne sono, c’è solo Keiko che sente di essere un po’ diversa dagli altri o meglio, percepisce che gli altri la sentono diversa da loro, visto che lei nella sua vita ci sta benissimo. È stato così da subito, già da bambina Keiko preoccupava chi le stava intorno.

“La signora seduta al suo fianco mi fissò a bocca aperta, gli occhi e le narici spalancati, con un’espressione così strampalata che per poco non scoppiai a ridere. Starà forse pensando che un uccellino non basterà a sfamare tre o quattro persone?, mi chiesi, visto che continuava a fissarmi le mani.
“Provo a catturarne altri?” mi venne spontaneo domandare, voltandomi verso due o tre passerotti che saltellavano là intorno.
“Keiko, sei impazzita?” gridò mia madre, in tono di rimprovero. “È nostro dovere seppellire questo uccellino. Guarda, le tue amichette stanno piangendo. È una cosa triste quando muove qualcuno, questo povero passerotto non ti fa pena?”
“Mica tanto… Ormai è morto, no?”

Ad un certo punto Keiko cerca di mettere fine a tutte queste continue domande sulla sua vita, sulla sua carriera, che poi neanche capisce cosa importa alla gente della sua vita? Murata Sayaka attraverso la storia di Keiko traccia i limiti della normalità, anzi, fa capire che la normalità non esiste, è un concetto che intrappola la gente. Keiko vorrebbe vivere la sua vita al konbini in assoluta tranquillità, ma la pressione sociale non glielo permette. Anche Shiraha, suo collega e poi coinquilino, che secondo la mia personale lettura incarna perfettamente un incel, non fa altro che ripeterle che è stramba, come lo è lui stesso: adulti senza aspirazioni, famiglia, guadagni.

Il matrimonio sembra essere il traguardo da raggiungere per ogni donna e Keiko che di anni ne ha 36 e di mariti neanche uno, è un’anomalia. In 160 pagine è concentrato tutto lo stupore della povera Keiko nei confronti di chi la osserva e chi non riesce ad accettare che ci possono essere tanti modi di vivere le proprie vite.

“Gli altri non si fanno scrupoli e perdono ogni freno davanti a tutto ciò che esce fuori dall’ordinario, pretendono delle spiegazioni e sono convinti di avere il diritto di sapere tutto. Lo trovo assurdo, di un’arroganza esasperante. Certe volte mi verrebbe voglia di prendere una pala e suonarla in testa a chiunque mi trovi di fronte, come quella volta alla scuola elementare. Ma è meglio non farne parola con mia sorella: in passato, tutte le volte che ho tirato in ballo l’argomento, si è preoccupata da morire e le sono venute le lacrime agli occhi. È sempre stata buona e gentile con me, non voglio farla deprimere e metterla di cattivo umore. Preferisco cambiare subito argomento e passare a qualcosa di più leggero.”

È un libro che ho letto in pochissimo tempo, perché entrare nei pensieri di Keiko è molto interessante. Pur raccontando una vita tranquilla, senza colpi di scena o chissà quali intrighi, fa riflettere molto, sul concetto di normalità, ma soprattutto su come ci poniamo nei confronti degli altri. Ogni tanto, anzi, forse sempre, è il caso di stare al nostro posto, tranquilli, senza per forza voler trovare una spiegazione a comportamenti diversi dai nostri. Sono veramente indispensabili tutte quelle domande che poniamo con aria giudicante a chi non sta vivendo una vita nello stesso modo in cui facciamo noi? È davvero necessario importunare la gente, anche amici, anzi soprattutto amici, con domande tipo: quando ti sposi? E i figli? E il fidanzatino? E la laurea? E il lavoro?
Chiedo per un’amica eh.

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