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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Racconti di lettura

Il caso Innocence, M. Bagnato

Ogni città ha la propria anima, luminosa o meno che sia, che ne pervade ogni viale, ogni cortile, ogni campanile di ogni chiesa. Può gettare ombre o rischiarare le tenebre nelle vite di chi la abita, ma in definitiva è la gente stessa a forgiarla, nel bene o nel male, a renderla quello che è. Ogni città ha la propria anima, ma quella di Emerald Falls era nera come la morte.

Il caso Innocence (Golem edizioni) di Mattia Bagnato è un romanzo duro, che non fa sconti.

Protagonista indiscussa è Clara, una giovane donna che, come scopriremo presto, ha compiuto uno spietato delitto – chi sia la vittima resta un mistero fino alle battute finali – e la cui salute mentale è posta sotto esame. Follia o premeditazione? È questo l’interrogativo che si pone il lettore e, con lui, la dottoressa Page, convocata per stilare una perizia psichiatrica e pronunciarsi in merito: sarà lei che dovrà decretare in quale struttura Clara sconterà la sua pena. Sì, perché a dispetto del nome – Clara Innocence – la nostra protagonista si dichiara colpevole senza mezzi termini, con una lucidità che non lascia spazio a interpretazioni. Eppure, addentrandosi nella sua storia, il lettore non può fare a meno di ritenerla una vittima più che la carnefice.

Il racconto è scandito in quattro fasi – a cui corrispondono altrettante sezioni del testo – che ripercorrono le tappe salienti dell’esistenza di Clara, narrando soprattutto i traumi che ne hanno provocato la progressiva deriva e, apparentemente inevitabile, caduta. A far da sfondo Emerald Falls, una cittadina degradata sulla quale sembra gravare un’ombra che condanna i suoi abitanti al baratro: la sua inquietudine così viscerale ricorda quella di Derry, nata dalla penna di Stephen King, a cui forse Bagnato si è ispirato nel rievocare un’idea di città che diventa parte attiva delle vicende che accadono ai protagonisti. Senza voler entrare nel merito dell’intreccio – originale, complesso e che merita di essere scoperto durante la lettura, con tutta la sorpresa che molti risvolti possono regalare – non si può non evidenziare quanto l’autore sia stato accurato nell’incastrare ogni tassello in maniera coerente e allo stesso tempo sbalorditiva. Per esempio i numerosi comprimari che attraversano le pagine non sono mai figure accessorie, ma giocano sempre un ruolo essenziale nella vicenda di Clara. Sorge quindi spontaneo chiedersi quanto l’ambiente, le circostanze, gli incontri siano determinanti – nel bene o nel male – a imprimere una direzione all’esistenza delle persone. E, ancor di più, sorge spontaneo chiedersi cosa ne sarebbe stato di Clara, di quella bambina piena di sogni e aspirazioni che abita le prime pagine, se la vita non avesse imposto alla sua storia un inarrestabile declino. E non solo per lei.

Forse se avesse avuto degli amici su cui fare affidamento, una famiglia che lo aspettasse oltre quei pesanti cancelli neri di ferro battuto, una casa in un quartiere rispettabile e un cane da portare a spasso al guinzaglio tutte le mattine, allora forse quella libertà tanto agognata e allo stesso tempo temuta non l’avrebbero terrorizzato in quella maniera. Fatto sta che lui non aveva niente di tutto ciò […].

Sono domande a cui il romanzo non fornisce una risposta, lasciando che sia il lettore a formulare la propria ipotesi. Eppure è presente una traccia, un indizio che non si può trascurare: la scrittura.

Clara scrive, e continua a farlo anche quando la vita sembra sempre più simile a una colpa che a un dono. Se la scrittura sarebbe stata la vocazione che l’avrebbe condotta a una vita migliore, se non più bella in assoluto, non è dato saperlo: l’unica cosa certa è che resta l’unica oasi in cui Clara può sempre trovare sollievo.

La scrittura rende liberi, sembra quindi voler concludere Mattia Bagnato, lasciando che una scintilla di speranza rischiari anche la notte più buia.

Bandito, S. Lagerlöf

“C’è una cosa e non so se sia addirittura l’unica, che le persone civilizzate non possono fare. Uccidono, commettono adulterio, rubano, compiono atrocità, non si trattengono dall’ubriachezza, dallo stupro, dal tradimento, dalla delazione. Sono cose che si fanno tutti i giorni. Saranno anche riprovevoli per qualcuno, però si fanno. Uno dei peccati più antichi dell’umanità non viene più commesso nei paesi civilizzati. Non lo si può fare, perché suscita ribrezzo. Ma io quel peccato l’ho commesso. E sono più abborrito del diavolo.”

È Sven Elversson a parlare, aveva davanti una carriera promettente, dopo essere stato adottato da due coniugi inglesi che gli hanno fatto vedere il mondo, fuori dalla piccola isola di Grimo. Sembrava essersi dimenticato delle sue origini, dei suoi genitori e loro di lui, ma Sven torna a casa, con un’onta indescrivibile. Il peccato che ha commesso è come dice lui stesso un peccato che non si può fare, non più almeno, Sven torna a casa perché è stato accusato di cannibalismo.

I Mari del Nord hanno messo a dura prova la spedizione di cui faceva parte e sembra che tutti abbiano banchettato di un compagno suicida, allora Sven deve scegliere tra una vergogna pubblica in Inghilterra e un nuovo inizio a Grimo, dove nessuno lo conosce e forse le notizie non corrono così veloci, ma si sbagliava. L’isolotto è piccolo e si sa, nel paese la gente mormora e subito la sua storia prende il volo. Nessuno vuole più avere niente a che fare con lui, per quanto si comporti in maniera gentilissima, si umili e si mortifichi, colpevole di un fatto irreparabile, si porta dietro un crimine troppo grande da perdonare. Sven è un personaggio incredibile, muoverebbe alla commozione chiunque, per quanto il cannibalismo sia un atto di un’efferatezza unica, prima chi legge, poi anche i compaesani iniziano a capire l’animo del protagonista. Con Sven è difficile non empatizzare, ma in tutta la storia, nessun personaggio si può biasimare. Selma Lagerlöf in Bandito, crea una piccola comunità, un mondo iper realistico, in cui ognuno non può far a meno che riconoscersi. Ogni personaggio è buono e cattivo, odioso e amabile, tutto e il contrario di tutto, perché l’autrice riesce a creare dei personaggi pensanti che sanno quando è il momento di cambiare idea.

Il cannibalismo ha da sempre affascinato gli uomini che si sono serviti di questo peccato disumano per creare storie dall’impatto incredibile. Così abbiamo Crono che divora i suoi figli e per rimanere sul classico anche Tieste che ignaro mangerà la sua progenie, cuginatagli con amore dal fratello Atreo (GOT non ha inventato nulla), poi abbiamo Ugolino su cui Dante lascia un velo di mistero, non si sa se ha davvero mangiato i nipoti, ma il dubbio è lecito, poi c’è il famigerato Hannibal Lecter raffinatissimo killer e cannibale. Tutti questi personaggi si cibano di altri esseri umani per piacere, per vendetta, per paura, per fame ma subiscono una condanna decisa perché il loro comportamento non può essere difeso. Selma Lagerlöf però riesce così tanto a farci entrare nei pensieri di Sven che a un certo punto anche i lettori si chiedono se davvero un uomo così buono abbia potuto fare un atto simile e il dubbio aumenta sempre di più, lasciando chi legge senza risposta certa.

La storia di Sven è accattivante, quella degli altri personaggi dettagliata e incredibilmente interessante, Selma Lagerlöf mischia sacro e profano, peccati e benedizioni e lo fa con una scrittura fluida e raffinata, in grado di catturare l’attenzione di chi legge anche quando ci troviamo di fronte ai vaneggiamenti religiosi del pastore, una storia fenomenale che è stata scritta nel 1918. Questa per me è stata una grandissima sorpresa, non è uno stile che mi sarei aspettata nel 1918, neanche una narrazione che avrei attribuito a quell’epoca. C’è la guerra sullo sfondo della Svezia, lì gli abitanti vedono corpi arrivare dal mare, ma non ho comunque pensato che Bandito (Iperborea) fosse scritto contemporaneamente alla guerra, mentre in Italia Ungaretti scriveva Mattina.

È stato sorprendente leggere un’opera così moderna e assolutamente originale senza quella patina di antichità, neanche nella traduzione, che si vuole per forza dare ai classici. Selma Lagerlöf ha vinto il Premio Nobel nel 1909, ed è stata la prima donna a vincerlo. Le sue storie sono un intreccio tra i miti, il folklore e la cultura svedese, ha scritto soprattutto libri per bambini ed è stata una suffragetta e una grandissima oppositrice del nazismo. È stato un grandissimo piacere scoprire di lei così, dopo la lettura di un libro che mi ha affascinata. Non guardo mai la vita delle autrici o autori prima di leggere libri di cui non conosco nulla, nè vedo la data di uscita, preferisco rimanere delusa dopo dalle vite e dalle scelte d* artist*, ma stavolta non è stato così, è bellissimo aver incrociato questa scrittrice e ora non posso far altro che recuperare tutto ciò che ha scritto.

Io, lui e Muhammad Ali, R. Jarrar

Chi è già approdato su questi lidi sa che io ho un problema con i racconti. Non so cosa sia, la loro brevità forse? O quella sensazione di non finito che mi ha sempre lasciata perplessa. Stavolta il “non finito” ha lasciato spazio praticamente alla disperazione. I racconti di Randa Jarrar, contenuti in Io, lui e Muhammad Ali, con la traduzione di Giorgia Sallusti, editi da Racconti, sono veramente stupefacenti e io ancora, dopo giorni dalla fine della lettura, mi domando come sta la bambina che è stata investita? E la relazione messa in crisi dal marinaio è ancora in piedi? La spia alata che fine ha fatto?

Ogni personaggio che appare in questi racconti ha il potere di fissarsi nella memoria, è per questo che sono dispiaciuta. Vorrei leggere di più di ognunǝ di loro, se Jarrar facesse un romanzo per ogni protagonista dei suoi racconti li leggerei tutti, immediatamente. I personaggi sono vari: donne, uomini, bambinз, animali, tuttз legati tra loro dall’Egitto, c’è chi lì ci è natǝ, chi ci ritorna, chi ha vissuto ogni suo cambiamento; tuttз chi più, chi meno hanno dei conti in sospeso con questa terra, a volte estremamente benevola, altre più somigliante alla matrigna leopardiana. L’Egitto di Jarrar è una terra che dà, che accoglie, ma che non riesce mai davvero a trasformarsi: è fissa nei suoi modi, sembra giocare col destino dei suoi abitanti, dare fortuna a chi ne ha già da vendere e affossare chi è già sul lastrico.

Ad accomunare le persone che compaiono nei racconti c’è anche un altro tema ricorrente: la riflessione sulla condizione femminile. Ci sono donne emancipate, donne che invece non riescono a rompere con la tradizione, donne che hanno fatto della ribellione il proprio mantra, ma tutte sono consapevoli di vivere in una situazione di subalternità. In ognuna di loro c’è una visione chiara e nitida del mondo patriarcale che ci circonda, di una prigione mascherata da regole religiose e del buon costume. In alcuni punti la scrittura di Randa Jarrar mi ha fatto pensare ad alcuni passaggi di Elena Ferrante quando la Lenù de L’amica geniale si rende conto che le donne sono plasmate dagli uomini, i loro sguardi ci esaminano di continuo, le loro leggi non hanno lasciato spazio a nessuna.

“Pensaci” disse quella mattina, dando inizio alla giornata. “Chi ha dato il nome ai figli nella tua famiglia?” Mio padre. Lo dissi a Mansoura. Lei annuì e mi disse: “Come pensavo. Parte tutto con il modo in cui veniamo chiamate. Dobbiamo incoraggiare le donne a dare il nome ai figli.”

Anche se le riflessioni a cui arrivano le protagoniste delle due autrici sono molto simili, Randa Jarrar non dà mai spazio ai moralismi. Non ci sono spiegoni, né lamentele sterili, c’è solo una grande consapevolezza a cui si arriva attraverso un’analisi personale della propria condizione. Le donne di Io, lui e Muhammad Ali sono reali, fresche, leggere. Nessuna di noi è approdata alla verità sulla propria condizione, sulle discriminazioni, con un’illuminazione divina, le vie di Damasco per noi non sono mai state valicabili. Noi siamo giunte alla consapevolezza di noi stesse attraverso una stratificazione di conoscenze e di esperienze e sappiamo che ognuna di noi ha avuto un percorso diverso, per questo non ci ergiamo a paladine della verità e a giudicare le altre (questa è più una speranza che una verità, comunque) e così fanno anche le donne descritte da Jarrar. Mi rivedo tanto in loro, in alcune delle loro esperienze, in alcuni dei loro percorsi di crescita.

Non c’è nessuna pesantezza nei profili tracciati dall’autrice, c’è solo una grande voglia di raccontare la realtà. Conosciamo il mondo in cui viviamo, sappiamo che dobbiamo fare il doppio del sacrificio, ma dobbiamo anche viverlo questo mondo, con leggerezza, con simpatia, trattando anche situazioni serie e delicate con ironia e come in questo caso, coinvolgendo chi legge. Questo è il grande pregio di questo libro, si arriva a verità importantissime a riflessioni rivelatrici, ma in un modo effettivamente realistico e senza bacchettoneria, ricordando che oltre l’infinità di problemi a cui ci costringe questo mondo, c’è anche qualcosa che vale la pena di essere vissuto con tranquillità.

Insomma: magnativell’ n’emozione.

Iniziata, Amanda Yates Garcia

L’Oracolo di Los angeles, così è conosciuta Amanda Yates Garcia, strega professionista e scrittrice. Il suo libro, Iniziata, è di una rarissima potenza. L’autrice lo scrive nel 2019 descrivendolo come: “Una storia femminista della stregoneria, un’opera di teoria critica, un manifesto attivista, una mitologia personale e un libro di memorie” arriva in Italia nel 2020 grazie a Venexia Editrice.

Amanda Yates Garcia ha una storia travagliata e sofferta, non si è mai sentita accolta nella sua stessa casa, ha imparato prestissimo e a sue spese che l’uomo è una minaccia. Appena ne è in grado si ribella al sistema patriarcale che sembra però essere l’unico sistema possibile. Cercando di allontanarsi da tutto ciò che durante l’infanzia l’aveva mortificata, Yates Garcia rimane invischiata nell’industria del sesso. È ripugnante essere serve del patriarcato, ma pare che per lei non ci sia via d’uscita. L’unico riconoscimento che aveva le veniva dal suo corpo, come poteva quindi sfuggire al sistema meschino?

In tutto il suo percorso di vita, Amanda dice di essere stata negli inferi, di aver toccato il fondo. Racconta le sue esperienze terribili, dalle violenze infantili, alle delusioni della vita adulta, dalle speranze vane ai sogni distrutti. Sono vari i suoi viaggi negli inferi e devono esserlo. Ogni strega riesce a propagare i suoi poteri solo dopo che ha fatto questi viaggi. La sua vita è costellata di esperienze particolari e di persone che hanno provato ad allontanarla dai suoi poteri, in parte riuscendoci. Rinnegando le sue radici, allontanandosi dalla sua famiglia, si era allontanata anche dalle pratiche magiche, dalla spiritualità che aveva appreso grazie a sua madre, la quale aveva dedicato la vita a diffondere il bene attraverso la magia. Anche nei momenti più bui però, inconsciamente l’autrice non ha mai smesso di praticare la magia. A legarla alla grande Dea, madre di tutte le cose che la cultura accumulatrice e patriarcale ha cercato di schiacciare, c’erano le sue passioni, una su tutte: la danza. In tutta la sua vita Amanda non ha fatto altro che studiare e impegnarsi per rimanere in contatto con il ritmo del mondo e la Dea stessa attraverso l’arte. Uno degli spettacoli da lei ideato è dedicato a Medusa, colei che l’autrice riconosce come sua protettrice. Medusa è il mostro, ma è anche la resistenza alla forza votata al patriarcato che ha generato il suo castigo: Atena.

Dopo la liberazione dai demoni, dopo aver preso la consapevolezza di voler servire la dea, Amanda decide di diventare l’Oracolo di Los Angeles. Il suo percorso travagliato è dettagliatamente descritto nel libro, non solo una raccolta di eventi e situazioni, ma anche della sua formazione culturale che l’hanno portata ad accettare la sua vocazione di strega. Ecco che allora Yates Garcia ricorda il pensiero di Federici in Calibano e la strega, della nascita e dell’evoluzione dei tarocchi Rider – Waite e di chi ha volutamente tralasciato nel parlare di questo mazzo della figura di Pamela Colman Smith, ci parla della rivoluzione artistica di Pina Bausch, della storia della Wicca, di Aleister Crowley. È assolutamente riduttivo parlare di autobiografia. Iniziata è una guida per ritrovare la spiritualità, per combattere il patriarcato con nuovi mezzi. È un libretto d’istruzioni per servire la Dea e riconoscerne il potere. Iniziata è anche una storia della stregoneria stessa, dove nasce, come si evolve, cosa significa ora.

La vita di Amanda Yates Garcia diventa un exemplum, in cui la storia personale e intima si mescola con quella universale. Ogni episodio della vita di Garcia fa da pretesto per parlarci dell’azione della dea e dell’Universo: il suo amore per un demone diventa l’occasione per raggiungere la serenità attraverso la meditazione, il suo riorno a casa è la scusa per raccontare dell’azione benefica di Saturno, il nuovo inizio in un campo inesplorato dà l’opportunità di descrivere chi è e come si comporta il Matto dei tarocchi. Iniziata è un appello a fare ricerca dentro di noi e a trovare la via che ci accompagni alla Dea. È un modo per capire quanto forte può essere la spiritualità di una persona e anche per comprendere pienamente il significato che ha la stregoneria. Non si tratta di cappelli a punta e scope volanti, si tratta di fare del bene, aiutare chi ha bisogno ed essere consapevoli, si tratta di resistere, di rovesciare un sistema oppressivo e prenderci il nostro posto.

Iniziata è un viaggio che inizia nel deserto e finisce all’Oracolo di Delfi.

“Ciascuna di noi è un albero che si erge rigoglioso nel sacro bosco della Dea; ne siamo il seme che cresce e matura per poi elevarsi in tutto il suo splendore verso l’alto. Oggi inneggiamo i nostri canti, versiamo libagioni, liberiamo le energie dei nostri corpi nella danza, facciamo l’amore nei campi, intrecciamo le nostre braccia, restiamo unite, durante le proteste ci opponiamo strenuamente al tentativo esterno di trascinarci via, prendiamo d’assalto le prigioni, intasiamo le linee telefoniche, ci leghiamo agli alberi della conoscenza, li proteggiamo, mangiamo i loro frutti e ne piantiamo i semi. Marciamo per le strade, amiamo, resistiamo.
Viviamo per questo: unire le nostre forze. Spargere nel mondo i semi di un nuovo incanto.”

Ragazza, donna, altro – B. Evaristo.

«Stasera lo spettacolo di Amma, L’ultima amazzone del Dahomey, debutta al National Theatre».

Questo l’evento che dà il via alla narrazione di Ragazza, donna, altro di Bernandine Evaristo, vincitore del Man Booker Prize 2019 (insieme a I Testamenti di Margaret Atwood) e tradotto per Sur da Martina Testa.

Ha su di sé la spada di Damocle di essere stato un libro divisivo portando a un grande dibattito nella comunità di lettori e lettrici, tra chi lo ha amato e chi non lo ha sopportato, sia per i temi che per la struttura, senza punteggiatura e molte andate a capo. 

Si tratta di un’opera mista: potrebbe essere definita una raccolta di autobiografie, dodici come le donne che raccontano la loro vita e le loro esperienze, ma anche un romanzo sui generis dato che le protagoniste non sono slegate tra loro ma hanno almeno un legame una con l’altra, un filo invisibile che le unisce, in alcuni casi anche inconsapevolmente. Così troviamo Amma, la drammaturga che si ritrova divisa tra l’espressione indipendente delle sue idee e la probabile svolta “borghese” che subirebbe la sua opera in determinati contesti; qui appunto il centro del racconto e delle connessioni, dalla figlia Yazz e i suoi perenni interrogativi nel mondo aperto dell’università, all’amica Dominique, intrappolata in una relazione tossica con la “ultrafemminista” Nzinga; e così via, in una matassa di relazioni da dipanare durante la lettura e che porta il lettore a interrogarsi continuamente e a unire i puntini di questo percorso. 

C’è un’unione data anche da una certa settorialità perché, per volere dell’autrice, è rappresentato il mondo delle donne nere britanniche, con tutte le loro sfide: sicuramente quelle subite a causa del colore della loro pelle, a cui si sommano soprattutto quelle legate al genere e alla sessualità, argomenti intersecati tra loro. Così vengono trattati i temi del razzismo, delle seconde generazioni, del femminismo (e del femminile) e del ruolo della donna all’interno della società, tra episodi di marginalizzazione ma anche di rivalsa. Dai limiti che si impone Evaristo, però, emergono altre voci, che si intersecano a quelle principali e allargano il raggio d’azione: molto particolare il dialogo tra Yazz e la compagna di università Courtney in cui avviene uno scambio d’opinione sulla concezione personale (e riconosciuta) di privilegio: 

«Courtney ha risposto che essendo Yazz la figlia di un professore universitario e di una regista teatrale molto nota non può certo dirsi svantaggiata, mentre lei, Courtney, viene da un ambiente molto povero dove è normale lavorare in fabbrica a sedici anni ed essere una ragazza madre a diciassette, e la fattoria di suo padre è di fatto proprietà della banca
sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono, tranne Waris che è la più oppressa di tutti (ma tu questo non glielo dire)

in base a cinque categorie: nera, musulmana, donna, povera e col velo».

Ci sono molte riflessioni sull’autorappresentazione, specialmente per chi fa parte della sfera LGBTQ: molte di queste sono enunciate dal personaggio di Megan/Morgan che, oltre a combattere “con diverse parti di sé” – «Megan era in parte etiope, in parte afroamericana, in parte del Malawi e in parte inglese

che a suddividerla così suonava strano perché di base era semplicemente un essere umano tutto intero» – si ritrova dal fronteggiare una rivoluzione silenziosa presso le mura domestiche a diventare una voce importante da ascoltare e tramandare. Proprio durante uno dei suoi incontri all’università dirà: «io posso rappresentare solo me […] io non faccio da portavoce a nessuno e non sono a capo di un movimento transgender, sono qui solo per raccontare il mio specifico percorso individuale verso l’identità non binaria».

Le protagoniste hanno personalità molto fisse, come se fossero degli archetipi che si presentano sul palcoscenico di un teatro e, come moderne amazzoni, si raccontano al pubblico che è all’ascolto: non sono sempre donne gradevoli o facili da apprezzare – alcune sono persino insopportabili – ma è anche nelle fragilità o nei difetti che il lettore può provare a empatizzare con loro.

E gli uomini, in questo scenario, dove vanno a collocarsi? Sono presenti e interagiscono con le ragazzedonnealtro della storia ma sono più che semplici decorazioni sul muro, la scenografia su cui ci si trova ad agire e anche a subire: le loro azioni non hanno sempre una spiegazione, soprattutto quelle più inusuali, e talvolta è mostrata solo la parte peggiore, quella più animalesca e violenta, votata solo alla soddisfazione di un desiderio, qualunque esso sia. Solo Roland, il padre di Yazz, ha diritto a un suo flusso di pensieri: forse perché essendo omosessuale è anche lui “altro”? 

Nonostante la sua funzione politica, ovviamente non è un libro considerabile di approfondimento: sarebbe stato interessante avere una sorta di nota bibliografica su molti aspetti storici e culturali, sia passati che presenti, che sicuramente sarebbero stonati in un prodotto diventato “pop”: tuttavia è un testo scorrevole e godibile, che fornisce durante la lettura diversi spunti su cui riflettere – e, in un secondo momento, anche approfondire – e su cui è veramente difficile non trovare degli argomenti di discussione. 

Maria Chiara Paone

MoranteMoravia. Una storia d’amore, A. Folli

«Erano una coppia leggendaria. Li chiamavano MoranteMoravia, tutto attaccato, come se la loro fosse un’unica vita, come fossero parte di un binomio inscindibile. Eppure non potevano essere più diversi. Ironico, entusiasta, con una grande passione per la discussione e il dialogo, Alberto Moravia era un uomo lontano dal monumento letterario che i suoi contemporanei gli eressero sin dai primi esordi. Giovane, timida e poverissima, Elsa Morante cercava di costruire l’immagine di una donna sicura, ma nascondeva una grande vulnerabilità affettiva, un bisogno estremo di continue conferme.»

La coppia più leggendaria della letteratura italiana del Novecento e non solo, è la protagonista di MoranteMoravia. Una storia d’amore saggio di Anna Folli, edito da Neri Pozza Editore, che indaga vita, morte e miracoli delle due colonne portanti della nostra letteratura moderna, ma soprattutto delinea la loro vita privata e affettiva, guarnendo le meravigliose pagine autoriali con interviste, testimonianze dirette delle persone vicine all’inossidabile duo.

È stato molto interessante leggere il progredire di questo rapporto: la passione del primo incontro, dettato dal caso ma da cui emerse un desiderio comune, la fine delle relazioni passate, fino ad arrivare al matrimonio e agli anni della seconda Guerra Mondiale, che costrinsero i due a stare nascosti per più di un anno nei territori di Fondi per evitare l’arresto di Moravia, di origini ebree. Colpisce come, persino in quel periodo di estremo pericolo, il loro rapporto rasenti quasi l’idilliaco con un modello di vita tra il campestre e il cittadino, tra uova strapazzate e ripetizioni al figlio dei pastori che li proteggevano. Proprio Moravia dirà: «Con tutte le paure che avevamo quello fu uno dei momenti più felici della mia vita». Perché il binomio MoranteMoravia comprende un affetto, un tenersi a vicenda che trascende desiderio e la passione, e che prosegue nonostante la loro separazione: quindi non stupisce che Alberto, negli ultimi mesi della vita di Elsa, la vada a trovare ogni giorno in clinica e che si presenti al suo funerale. 

Non che il loro matrimonio non abbia mai avuto delle ombre o dei momenti difficili, anzi: per le relazioni che entrambi intessono mentre sono sposati si potrebbe quasi parlare di un rapporto aperto ma in cui non si rispettavano le stesse regole. Moravia aveva relazioni fugaci ma vedeva in Elsa il centro del suo amore, e talvolta della sua poetica, riesce a “liberarsi” di lei solo quando incontrerà Dacia Maraini con cui in seguito andrà a vivere; Morante, nonostante non utilizzi mai il suo rapporto con Alberto nella scrittura («Io non facevo parte della sua poetica – ricorderà Alberto –, ma mi amava e forse l’amore per lei era più importante della letteratura») era una donna che amava in modo totalizzante, quasi in totale abnegazione di sé, e che non poteva quindi concepire fino in fondo il linguaggio d’amore del marito («Vorrei fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo»). Quasi per caso si dirige verso altri lidi ed è proprio dai due uomini per cui lei proverà un amore travolgente che si dipaneranno le crisi più forti della coppia, ossia la storia con Luchino Visconti e quella con Bill Morrow, finita in tragedia e a cui verrà dedicata una sezione de Il mondo salvato dai ragazzini.

Due atteggiamenti che si riflettono nel loro modo di lavorare, di scrivere: Moravia metodico, con una routine precisa e scandita dagli impegni; Morante travolta, si fa soggiogare dai suoi personaggi e dalla storia fino a dimenticarsi di bere e mangiare, in un rapporto tra passione e violenza.

«Nel diario la Morante non si vergogna di annotare anche i sogni più scabrosi. Confessa il suo desiderio, che si nutre di sessualità ma anche di tenerezza: “Ora anche con i sensi amo terribilmente A. I miei sensi non sono mai stati così, sempre all’erta, sempre morbidi.” Si censura, cancellando le parole che le sembrano più scandalose.»

La passione tra i due è travolgente. Anche a livello sessuale l’intesa è impetuosa e se è vero che Morante mantiene sempre un certo riserbo nella descrizione della scabrosità, tenendo comunque il tutto velatamente tenero, lo stesso non fa A. che non nasconde le varie relazioni extraconiugali, un puro divertissement. Per Moravia l’amore è Elsa, ma questo non può distoglierlo sessualmente dalle altre donne. Elsa lo sa e se in un primo momento arde di gelosia poi accetta, ma non si capacita fino in fondo del comportamento del marito: «Non mi riesce di essere per te quello che vorrei – gli scrive -. Vorrei esserti così vicina che tu te ne accorgessi e non andassi continuamente via da me come hai fatto finora. Vorrei essere un bene per te, e per questo rinuncerei a me stessa e a tutto quello che mi riguarda.»
Rinuncerà davvero a sé stessa Morante, ma non solo per il suo amato Alberto. Le sue due ossessioni, già citate Luchino Visconti e Bill Morrow la faranno annullare di nuovo, dimentica di tutto, anche di Moravia che le sta accanto: con Morrow vive un amore in cui si ripristinano gli schemi che già c’erano stati nei primi tempi di Moravia, Morante vuole prendersi cura, guarire, vuole sentirsi utile e indispensabile. Morrow è il suo ragazzo celeste dall’odore di nido. Il ragazzo da proteggere dalla droga, dall’alcool, dal suo “morbo pauroso”. Se la Morante sembra quasi accettare le scappatelle di Alberto, Alberto vede in Morrow una minaccia immensa per il matrimonio e infatti le sue previsioni saranno giuste. Accusa Bill di essere esclusivo, di volerlo allontanare da Elsa, ma in realtà si andrà a creare tra i tre un rapporto morboso e malsano. Moravia stesso infatti si prende cura del fragile Morrow quando Elsa è fuori Roma.

«Per lei è impossibile vivere anche le sue relazioni più private senza metterne a parte il marito: non solo gli fa conoscere Morrow ma in qualche modo pretende che anche lui entri nella loro vita.» Si delinea questo stranissima relazione in cui Elsa seppure sia presissima da Morrow, non dimentica mai Alberto, né Luchino Visconti a cui ancora scrive lettere, in cui Morante usa sempre il plurale, ad indicare l’inscindibilità di lei e Morrow. Anche se il rapporto tra lei e Bill non è propriamente esclusivo, deve infatti fare i conti anche con un altro incomodo, Sergio, amante di Morrow e catena che all’inizio lo ha unito alla scrittrice, ma anche con una serie di ragazze e ragazzi con cui Bill s’intrattiene continuamente. Alberto in questa crisi coniugale consiglia Elsa, diventa confidente di questo rapporto estremamente problematico che riesce perfino ad allontanare la Morante dalla scrittura. Bill è irrequieto, instabile ed Elsa lo diventa insieme a lui, è proprio attraverso Bill che avviene la disperata separazione, anche se non sarà mai davvero netta tra Morante e Moravia.

Quello che viene esplorato nel libro è qualcosa di più della storia di un matrimonio: è la storia di un sentimento, di una passione che sboccia non solo tra Elsa e Alberto ma anche con la stessa letteratura, che sarà davvero la loro compagna per la vita.

È anche un amore verso il mondo artistico del Novecento, rappresentato non solo da grandi nomi della letteratura – Einaudi, Bompiani e Pasolini per dirne alcuni – ma da chi considerava Roma, nonostante l’andatura altalenante del periodo storico, una fucina creativa, un’enorme casa in cui era possibile, ovunque si andasse, trovare persone di simili intenti con cui confrontarsi.

Oltre a Roma è presente Capri come centro della loro vitalità; mentre nella Capitale sviluppano la loro vita professionale, l’isola sembra essere quasi la culla del loro matrimonio, il luogo in cui possono essere qualcosa di diverso da Moravia e Morante, ma solo Alberto ed Elsa, al punto che lo scrittore una volta che ci tornerà dopo la morte di lei dichiarerà di averci ritrovato troppo di lei al punto da non poterlo sopportare.

Sicuramente il pregio di questo saggio è che i due autori vengono messi a nudo e con loro moltissimi illustri personaggi del nostro Novecento, una lettura interessantissima che umanizza due mostri sacri del panorama culturale italiano, anche se come leggerete pur esplicitando in qualche modo le loro umanità si rivelano essere profondamente unici, imprevedibili e assolutamente fuori da ogni canone, come solo grandɜ artistɜ possono essere.

Maria Chiara Paone
Tararabundidee

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