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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Racconti di lettura

Robbe grosse sull’erotismo: Publio Virgilio Marone.

[Non era una cosa che ci saremmo aspettati, quella che le robbe grosse potessero piacere così tanto, e ci rendiamo anche conto che siamo venuti meno al nostro progetto iniziale, ma siamo qui per riprenderlo.]
Erotismo, parola che rimanda direttamente ad Eros. Lui, figlio di Afrodite, divinità splendente, tanto benevola quanto malevola, ha un potere illimitato sui cuori di tutto l’Olimpo e di tutto il resto del mondo, ne ha fatte di cotte e di crude e ha dato moltissimo materiale ai nostri poeti.

In Grecia il nostro caro Eros e l’erotismo in generale erano tematiche centrali in ogni narrazione: mitologica, religiosa, filosofica, teatrale (basti pensare un pochino agli amori appassionati e talvolta anche un po’ brutali dei tragediografi), ma per questa volta lasciamo la candida culla della Grecia e ci spostiamo un po’ più avanti.

Nel mondo latino se pensiamo all’eros pensiamo principalmente a Catullo e al suo totalizzante amore per Lesbia, a Properzio e la sua Cinzia, ad Orazio, Tibullo… però prima di tutti loro a cantare d’amore c’è stato il buon Virgilio, passato alla storia più come megafono della politica augustea nell’Eneide e profeta della religione cristiana nelle Bucoliche, che come poeta d’amore. In realtà ha dato un grande contributo alla costruzione della letteratura erotica attingendo da modelli greci, in particolare a Teocrito e dalla sua contemporaneità, creando dei quadri d’amore che oggi definiremmo molto inclusivi. Il signor Publio ci parla infatti in maniera indistinta, come era di consuetudine all’epoca (e come dovrebbe esserlo anche oggi) di amore omo ed eterosessuale. Analizzare tutte le tracce di erotismo nell’opera virgiliana sarebbe però un po’ too much, soprattutto per voi che ci sorbite, quindi abbiamo scelto due cosine che saranno fondamentali per tutta la letteratura successiva.

Formosum pastor Corydon ardebat Alexin.
E già solo con questo primo verso della seconda ecloga di Virgilio siamo carichi di erotismo. L’aggettivo posto in prima posizione, in apertura del verso e di tutta l’ecloga è un riferimento alla bellezza fisica, all’esteriorità più seducente dell’inarrivabile Alessi, desiderato in modo focoso e palpitante (tanto che arde) dal pastore Coridone.
Virgilio ci aveva lasciati nella prima ecloga in un ambiente del tutto differente: quello della preoccupazione per le terre espropriate, concludendo il componimento con Titiro in riposo sotto l’ombra degli alberi; qui invece per contrasto alla precedente chiusura, irrompe dal principio l’incontenibile passione amorosa, che danna e consuma il povero Coridone.
Alessi è un giovanotto di città, abituato a cose alte ed eleganti, di certo non avvezzo alla pastorizia. Il suo nome deriva dal termine greco αλεγειν, che si traduce con venire in soccorso, sinonimo del termine φαρμακον che invece significa rimedio, ma anche veleno: quello che Alessi rappresenta per l’animo di Coridone.

L’ambientazione dell’ecloga è ombrosa, illuminata solamente dai giochi di luce che il sole crea tra le fronde degli alberi, ed è proprio la penombra l’ambiente ellenistico in cui viene principalmente consumato l’amore omoerotico. Il problema è che qui nella penombra si muove, solamente Coridone che, strafottente di rispettare le ore pomeridiane di riposo di Pan, inizia il suo lamento d’amore, che rivolge alla natura circostante perché tanto Alessi, definito crudele (da cruor, il termine che indica il sangue che fuoriesce dalle ferite) non si cura né di lui, né delle sue preghiere.
Il povero Coridone infatti non solo si lamenta perché Alessi non se lo fila, ma anche perché non ha proprio tutta st’autostima, non è sicuro del suo fascino, delle sue capacità, insomma parliamoci chiaro: come può un ragazzetto di città ben educato innamorarsi di un rusticus, un rozzo pastore? Però neanche si può solo disprezzare, Coridone si specchia nell’acqua, si specchia (proprio come fa il ciclope Polifemo nell’idillio Teocriteo) e non è che si vede proprio così brutto, poi ha pure armenti, latte, proprio non riesce a immaginarsela Alessi una vita insieme a lui?

Atque humilis habitare casas, et figere cervos,
haedorumque gregem viridi compellere hibisco!

In fondo anche se abitano in un’umile casa possono abbandonarsi ai piaceri sessuali, possono cacciare. L’immagine della caccia rimanda ai ruoli erotici di cacciatore/preda o padrone/schiavo ed è collegata all’ibisco (figere cervos e hibisco sono posti a chiusura dei rispettivi versi), pianta esile che poteva essere utilizzata come sferza nei giochi sessuali. Gli avrebbe poi donato tutto quello che aveva, tutto quello che produceva, i frutti da lui prodotti come le tenera lanugine mala. La mela è un frutto legato all’amore e al sesso in varie religioni e miti, è per colpa della mela lanciata da Eris al banchetto di Perseo e Teti che si deve decretare la dea più bella dell’Olimpo, e si arriverà alla guerra di Troia (la guerra più eroica della Grecia, iniziata per un amore); in ambito ebraico – cristiano la mela è il simbolo della tentazione, anche quella sessuale. La carica erotica del frutto viene amplificata dalla presenza della lanugine, che rimanda alla peluria pubica.
Nonostante le proposte allettanti che praticamente rivolge a sé stesso, in un discorso con la sua interiorità, Coridone sa che il suo rimane un amore non corrisposto.

Quis enim modus adsit amori? 
Conosce misura l’amore? No. Folle d’amore e distratto dal suo lavoro, Coridone decide che è giunto il momento di andare avanti, troverà un nuovo Alessi.
Un altro esempio di amore non corrisposto, ma eterosessuale si ha nell’ecloga X, dove viene raccontato l’amore tra Licoride e Cornelio Gallo, ma noi per l’amore eterosessuale cambiamo opera.

A Virgilio proprio non piaceva il lieto fine nelle storie d’amore e infatti, vi parliamo di quella povera anima di Didone, una delle più grandi protagoniste della letteratura classica, innamoratasi perdutamente di Enea a causa di un’infezione che causerà in lei un progressivo oblio del marito Sicheo.

Longum bibebat amorem (Libro I, v. 748)
Mentre l’immagine del marito scompare, quella di Enea si fa ben presente nella mente di Didone, che prende questa nuova passione come fosse acqua fresca, a sorsate e sapete benissimo (se avete letto le scorse puntate qui e qui) quanto sia cara alla scrittura erotica la presenza di liquidità e dei fluidi, legati alle secrezioni passionali e all’umor e quale miglior corrispondenza di amor/umor? L’amore è provocato dagli umori, messi a moto da un contagio, non c’entrano le divinità, almeno così diceva Lucrezio, da cui pare che Virgilio nella costruzione della storia di Didone ed Enea abbia ripreso non poco. La passione quindi è data da una commistione di liquidi che opera proprio in Didone.
Il contagio avviene tramite i baci dati ad Ascanio, che è sempre presente nelle scene in cui ci sono i due amanti. L’impulso di baciare Ascanio da parte di Didone è dato non solo dalla carica emotiva dettata da tutta la sofferenza che il piccolo e il padre hanno subito, ma anche dalla somiglianza con Enea, che ha già fatto breccia nel cuore della regina.
Dal verso 130 del IV libro, abbiamo l’unione matrimoniale (o un fac-simile) tra Enea e Didone e Virgilio insiste moltissimo sulla bellezza splendente dei protagonisti che ha creato. Si ritrovano su un monte insieme a capre e cervi, ci riporta agli ambienti bucolici tanto amati e sempre cari agli scenari d’amore. Arriva anche l’acqua, al verso 160, un acquazzone e grandine si riversano sul momento della caccia, sì perché si sta compiendo una caccia ed in mezzo all’atto erotico della caccia, Virgilio fa bagnare i suoi protagonisti che si ritrovano vicini e soli in una grotta, da cui Didone ed Enea escono marito e moglie e sicuramente hanno pure consumato il consumabile, ma Virgilio fa il vago.

Il sentimento che si fa strada in Didone nei confronti di Enea è maturo e in divenire, non si tratta di una passione improvvisa, adolescenziale, ma si costruisce pian piano nonostante ci sia lo zampino di Venere e del figlioletto Cupido che avvelena Didone. Il problema è che i due avranno un amore e una passione così piena e totalizzante che Enea verrà meno ai suoi doveri, sarà lo stesso Giove a richiamarlo all’ordine per fargli riprendere il mare: è la fine.

Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum 
posse nefas tacitusque mea decedere terra? 
nec te noster amor nec te data dextera quondam 
nec moritura tenet crudeli funere Dido? 
quin etiam hiberno moliri sidere classem 
et mediis properas Aquilonibus ire per altum,
crudelis? quid, si non arva aliena domosque 
ignotas peteres, et Troia antiqua maneret, 
Troia per undosum peteretur classibus aequor? 
mene fugis? per ego has lacrimas dextramque tuam te 
quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui, 
per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, 
si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam 
dulce meum, miserere domus labentis et istam, 
oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem. 
te propter Libycae gentes Nomadumque tyranni 
odere, infensi Tyrii; te propter eundem 
exstinctus pudor et, qua sola sidera adibam, 
fama prior. cui me moribundam deseris hospes 
hoc solum nomen quoniam de coniuge restat? 
quid moror? an mea Pygmalion dum moenia frater 
destruat aut captam ducat Gaetulus Iarbas? 
saltem si qua mihi de te suscepta fuisset 
ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula 
luderet Aeneas, qui te tamen ore referret, 
non equidem omnino capta ac deserta viderer.
(Libro IV, vv. 4305 – 4330.)
Insomma, a nulla serve il lamento di Didone, che lo affronta come solo una regina può fare. Enea sembra dimentico di tutto, dell’amore, della passione, della tenerezza, di tutto ciò che Didone gli ha dato. Il dramma di Didone non è tanto da attribuire al distacco, quanto all’improvvisa rivelazione di un Enea estraneo al suo dolore, che è microscopico al confronto della statura morale e drammatica della regina.

Siamo alla fine, Didone si suicida perché il suo amore non la vuole più e noi ci salutiamo, è finita un’altra puntata di Robbe Grosse e noi dallo splendore dell’epoca augustea ci ritroveremo molto, molto più vicini ai giorni nostri nelle prossime occasioni.

Bibliografia

Virgilio, Bucoliche, introduzione e commento di Andrea Cucchiarelli, traduzione di Alfonso Traina, Roma, Carocci Editore, 2018.
Virgilio, Eneide, versione, traduzione e commento di A. Bacchielli, Torino, Paravia, 1963.
Studi su Virgilio e sulla sua forma, Marco Fernandelli in Polymnia, Studi di Filologia Classica, 15, Università di Trieste, 2012.

Le mille e una morte, J. London.

Sapete già e di certo non possiamo nascondere il nostro amore per John Griffith Chaney London e così abbiamo iniziato questo periodo che sa un po’ di apocalisse, leggendo una sua raccolta di racconti: Le mille e una morte. Mai periodo fu più azzeccato, per leggere questi racconti tutti legati da situazioni di estremo pericolo, lotta alla sopravvivenza e alla fine… beh la fine. È un mix di quel programma, “Mille modi per morire”, la straordinaria scrittura di London ed Il giro del mondo in 80 giorni.

I racconti contenuti in questa raccolta sono: Le mille e una morte, Batard, Allestire un fuoco, Perdifaccia, L’eternità delle forme, Guerra, Il Dio Rosso. Estremamente presente nella raccolta è l’elemento naturale, quasi come protagonista, che prende il sopravvento sull’uomo, che lo accoppa e non lascia scampo alla sua hybris. La natura in questi racconti è come il trickster dei racconti mitologici, irrompe nella scena, sconvolge le carte in tavola, crea scompiglio, dramma. In particolare questo si vede in Allestire un fuoco dove sembra esserci quasi una lotta tra l’uomo che caparbiamente, punta tutto sulle sue forze e crede di poter riuscire dove altri hanno fallito, senza mettere in conto quanto la natura possa essere spietata, specie a – 60°, ma anche ne Il Dio Rosso, uno dei racconti che ci è maggiormente piaciuto. Si tratta di un racconto esotico, che ci porta dai precedenti posti freddissimi, gli scenari del Klondike, tanto amati da London o della Siberia, nel Guadalcanal, nelle Isole Salomone, dove il protagonista, uno scienziato inglese sarà messo a dura prova da un immaginifico e meraviglioso oggetto o forse sarebbe più giusto chiamarlo essere vivente, venerato dalle popolazioni del luogo. Anche qui la natura è enorme, rispetto all’uomo, che stupisce, sorprende e alla fine: annienta.

Altro tema carissimo a London è l’indagine del mondo animale che viene principalmente svolta nel secondo racconto: Batard, dove un cane lupo è alle prese con il suo terribile padrone con cui farà, nel corso della sua vita una lotta all’ultimo sangue, prolungata e lenta nel tempo, con varie battaglie intermedie in cui emerge la brutalità tanto dell’uomo quanto dell’animale, un racconto che mette in scena le pulsioni umane primordiali che si livellano a quelle animali; una presenza canina c’è anche in Allestire un fuoco, ma è molto più morbida ed accogliente, rispetto a quella di Batard.

Il racconto che più di tutti ci ha però appassionati è il primo, sarà che Le mille e una morte ci sembra un titolo d’effetto, fortemente d’impatto e ci ha subito conquistati o forse sarà che la storia ci ha ricordato un po’ uno dei nostri libri preferiti: Frankeinstein di Mary Shelley. Il racconto sembra attingere qualcosa dalla vita di London, narra infatti di un giovane uomo che ripudiato dalla famiglia diventa marinaio e poi, si ricongiunge al padre in modo del tutto inaspettato. Lo stesso London, nella sua pienissima vita ha fatto il marinaio, ma soprattutto anche lui era un figlio non riconosciuto di un padre che lui ha ipotizzato essere Wiliam Henry Chaney, professore di astrologia e scienziato, come quello del racconto. Ma che c’entra questo con Frankeinstein, beh la storia si svolge in un laboratorio scientifico su una nave, in cui il padre fa e disfa la vita del figlio a piacimento, fa esperimenti su di lui, gli inietta veleni, insomma dispone della sua vita in modo totalizzante, perché come dice lui stesso: “avendomi dato la vita, chi più di lui aveva diritto a togliermela?” Insomma qui è la scienza a prendere sopravvento sull’uomo e sulla sua umanità, ma c’è un altro elemento che in questo racconto è molto presente, come lo è anche in altri: l’acqua. Fonte primaria di vita, riesce ad essere un’arma spietatissima, può ucciderti ghiacciandoti, può mutare stato e spegnere il fuoco che avevi acceso, può inghiottirti come aveva fatto con Martin Eden.

Ancora una volta la penna di London ci regala dei personaggi feroci ed indimenticabili, siano essi umani, animali o di dubbia natura, ancora una volta riesce a mettere in scena delle situazioni sconvolgenti e nuove, anche se si tratta di materiale pubblicato per la prima volta tra 1899 e il 1918, insomma, noi ne siamo sempre più innamorati e stiamo scegliendo il prossimo titolo, se voi non sapete da dove iniziare, vi segnaliamo un altro articolo (qui) dove parliamo di alcuni romanzi di London, così dovete solo scegliere.

Manifesto Controsessuale, P. B. Preciado.

Il manifesto politico in senso stretto, rimanda subito ad un età che non è quella attuale, ci fa andare verso il passato, quando forti idee filosofiche e politiche si mescolavano in un linguaggio propagandistico che doveva convincere, fare proseliti, entusiasmare. Oggi siamo più abituati ad altri tipi di linguaggi, indirizzati attraverso i social network, slogan brevi, narrazioni veloci, niente filosofia, poca politica. Manifeste contra – sexuel è stato pubblicato in Francia nel 2000, arrivato in Italia per la prima volta nel 2002, viene riportato in una veste aggiornata nel nostro paese lo scorso anno, edito da Fandango.

Si tratta di un vero e proprio manifesto politico, densissimo di rimandi filosofici, sociali, antropologici, volto a creare una società nuova basata su una sessualità del tutto differente da quella che viviamo quotidianamente. Tutta la politica di Preciado si basa sullo studio, sull’uso, sulla narrazione legata al dildo, oggetto attestato già dal III secolo a. C. e conosciuto come imitazione del membro virile, veniva usato dalle donne per la masturbazione. “Il termine dildo in inglese fa la sua comparsa nel Cinquecento e sembra derivare dall’italiano diletto, con il significato di piacere o delizia amorosa.


Ma il dildo nel Manifesto assume un ruolo assolutamente centrale, come mezzo attraverso cui attuare la rivoluzione contro sessuale, spogliato del semplice significato di sostituto del pene, diventa la protesi attraverso cui tutti possono avere le stesse percezioni sessuali. Il nodo focale della politica controsessuale è il capovolgimento dell’eterosessualità e del mondo diviso nel suo netto binarismo: maschio/femmina. Il Manifesto si propone di essere la soluzione a questa divisione e di arrivare ad un mondo in cui non si ha bisogno del pudore, si ha una nuova narrazione che elimina il sessismo e tutto ciò che ruota intorno alla mercificazione sessuale ed anche intorno al mercato del piacere. Ridefinisce, ma soprattutto ridimensiona la portata e l’importanza del sesso nella società, tutto questo sintetizzato in 13 articoli, i punti chiave di tutto il lavoro di Preciado.

Questi 13 articoli sono volti a:

  • Abolire le denominazioni maschio/femmina corrispondenti a categorie biologiche, in tutti gli ambiti, anche quelli legali. Per fare questo, ogni nuovo corpo avrà due nomi: uno tradizionalmente maschile e l’altro tradizionalmente femminile.
  • Abolire il contratto matrimoniale eterosessuale e omosessuale e tutte le leggi derivate dalla condizione maschile o femminile, anche la trasmissione ereditaria di privilegi patrimoniali ed economici.
  • Creare nuove forme di sensibilità ed affettività da sperimentare collettivamente, come ridefinire le zone erogene, decentralizzare l’importanza sessuale del pene.
  • Creare dei contratti consensuali da tutte le parti che vi partecipano per ogni tipo di relazione controsessuale, sia essa romantica, asessuale, matrimoniale etc.
  • Separare nettamente le attività sessuali da quelle riproduttive.
  • Ridefinire politicamente e socialmente il cambiamento di sesso, di nome.
  • Abolire il nucleo familiare.
  • Decretare che tutti gli atti sessuali vengano considerati lavoro potenziale.

Si tratta di certo di cambiamenti enormi a cui la nostra società non penso sia pronta, io in primis vedo varie criticità nei punti del Manifesto ed in generale in tutta la filosofia legata al pensiero di Preciado, ma questo libro è stato utile anche per farmi riflettere sulle forme che la società ha imposto agli individui e che sono così radicate in noi da non vedere altre alternative, come quelle a cui è arrivato Preciado.
In particolar modo ho veramente apprezzato moltissimo e riflettuto, oltre che rimanerne abbastanza turbata da alcune delle verità esposte dall’autore, nei paragrafi che trattano dell’isteria e di come la donna e l’orgasmo femminile siano stati strumentalizzati per arrivare ad indurre la malattia e soprattutto le parti in cui si tratta dell’intersex.

L’intersessualità è propria di quei neonati i cui genitali non rientrano nelle “norme” e quindi nonostante quello che sarebbe il sesso biologico, conosciuto dall’analisi dei cromosomi, si affibbia a queste creature il sesso dettato dalle dimensioni del pene o del clitoride, sottoponendole a cure ormonali dai primissimi mesi di vita, fino ad oltre la pubertà e anche a una serie infinita di operazioni per far in modo che i genitali di questi bambini rientrino nella norma in relazione ai genitali dei coetanei del sesso, scelto a tavolino, per quel determinato individuo intersessuale. È efficacissimo e chiaro tutto il discorso etico che viene fatto dall’autore, che mi ha fatto pensare moltissimo a quanto ci possa essere di etico nel dare ad un neonato il sesso misurando i genitali e non rispettando né la biologia, né tanto meno le future volontà dell’individuo, perché (una delle cause segnalate come motivo di immediata attribuzione del sesso) i genitori non sarebbero in grado di approcciarsi ad un individuo intersessuale.

Sono moltissimi gli spunti, condivisibili o meno, che Preciado riesce a dare nel suo Manifesto e per quanto molte posizioni le abbia trovate lontane dal mio pensiero e anche poco calzanti nella società in cui viviamo, che credo non sia minimamente pronta per affrontare la rivoluzione a cui aspira l’autore, ho trovato tante idee, molti punti di vista che non avevo mai preso in considerazione e a cui comunque la mia conoscenza limitata della filosofia contemporanea e dell’analisi sociale non mi aveva mai portata, quindi è un libro che consiglio per avere un quadro molto più ampio delle restrizioni che la società ci impone, ma anche per capire le soluzioni, le idee che sono nate dalla narrazione politica e sociale che è stata finora nel mondo.

King Kong Theory – V. Despentes.

Sono cresciuta con mia grandissima fortuna in una famiglia in cui sono sempre stata libera di dire tutto ciò che volevo e anche di fare quello che volevo, nei limiti del possibile, ovviamente.
Maturando, mi sono trovata (sempre con mia enorme fortuna) in ambienti e contesti che mi hanno fatto prendere coscienza di tante cose, tra cui cosa vuol dire essere donna, cosa vuol dire esserlo oggi, cosa sono io, in quanto donna. Tutto ciò mi ha fatto capire quanto io sia una persona libera, libera di dire quasi tutto.

Dopo l’importante lettura del libro King Kong Theory di Virginie Despentes ho capito che in quel quasi è raccolto tutto il peggio che le donne hanno subito e ancora subiscono nella società. In quel quasi c’è il patriarcato, che ancora non ci fa sentire emancipate al 100% di fare, comunicare, esprimere, perché se c’è anche una sola cosa che abbiamo timore a dire, che non sappiamo come esprimere e non vogliamo farla perché ci sentiamo donne e potremmo essere giudicate per le nostre espressioni, allora siamo di fronte ad un grave problema.

Tutti, sempre, si arrogano il diritto di dirci e di spiegarci come essere donna, come se fossimo delle proiezioni dei desideri altrui, non esseri in carne ed ossa con nostre volontà, la volontà soprattutto di essere ciò che vorremmo.
Essere donna oggi come ieri è difficilissimo e la Despentes riesce a concentrare, con la brutalità che solo la realtà può avere, in 128 pagine un quadro perfetto della situazione attuale. Non è un libro coraggioso, audace, nuovo, è un libro drammaticamente reale, non c’è nulla di coraggioso in ciò che viene scritto tranne il coraggio che dimostriamo tutte noi giorno per giorno, alle prese con soprusi, molestie, discriminazioni.

Dalle mestruazioni allo stupro, dalla canonicità della bellezza alla masturbazione, dall’oppressione al porno. Con estrema chiarezza ed un linguaggio cristallino, l’autrice parla di tutto ciò che ci riguarda, eliminando ogni orpello, ogni pudicizia, così riesce ad esprimere tutto, tutto ciò che serve per descrivere la società patriarcale che ci opprime, che ci vuole belle, zitte, madri, caste ma non troppo, intelligenti quanto basta, senza ambizioni.

“È incredibile che nel 2006, quando ormai un sacco di gente se ne va in giro con computer palmari, macchine fotografiche, telefoni, musica, rubriche digitali in tasca, non esiste l’ombra di un oggetto che ci si possa inserire nella fica quando si esce di casa, e che farebbe a brandelli il cazzo del primo stronzo che ci si infila. Ma forse rendere il sesso femminile inaccessibile con la forza non è auspicabile. Una donna deve rimanere aperta, e timorosa. Altrimenti cosa definirebbe la mascolinità?
[…]
Lo stupro è un programma politico preciso: ossatura del capitalismo, è la rappresentazione cruda e diretta dell’esercizio del potere. Designa una dominante e stabilisce le regole del gioco in modo da consentirgli di esercitare il suo potere senza restrizioni. Rubare, strappare, estorcere, imporre, che la volontà si eserciti liberamente e che goda della propria brutalità, senza che la parte avversa possa opporre la benché minima resistenza. Godimento nella distruzione dell’altro, della sua parola, della sua volontà, della sua integrità. Lo stupro è la guerra civile, l’organizzazione politica tramite la quale un sesso dichiara all’altro: mi arrogo tutti i diritti su di te, ti costringo a sentirti inferiore, colpevole e degradata.”

Lo stupro come parte di una politica, come programma, come obbiettivo, è una verità che turba profondamente, che mi ha sconvolta nel prenderne atto. Questo libro, mette davanti a verità che non avevo mai realizzato in modo così puntuale. Finalmente viene descritto quello che viviamo quotidianamente per quello che è: un continuo abuso di potere sulle donne.

Che non sono sola lo avevo capito, ma la Despentes è riuscita a concentrare anni ed anni di riflessioni che anche io in parte avevo fatto, di esperienze, di lotte, che mi hanno fatto sentire ancora meno sola. Ha detto ciò che in fondo, chi è abituato ad avere chiara la situazione su sé stesse e su ciò che ci circonda ha sempre pensato, ma l’ha detto meglio, attraverso una riflessione sociale, politica, personale ma al contempo universale.
Chi già sa, chi già ha vissuto alcune delle esperienze narrate si sentirà compreso e rappresentato dalle crudeli parole dell’autrice, chi ancora non sa o fa finta di non sapere aprirà leggermente gli occhi e rifletterà su un sistema malato di soggezione e violenza.
La vita a tratti estrema della Despentes si fa portavoce dell’attuale status delle donne, mette tutto a nudo, ogni esperienza, specialmente quelle negative dandole in pasto alle lettrici, affinché comprendano, capiscano, realizzino.
Il suo stupro, il suo rapporto con il sesso, la prostituzione occasionale diventano miti fondatori di una narrazione che concettualizza la questione femminile in modo includente e realistico.

“Quanto alla masturbazione femminile, basta parlarle intorno a noi: << Da sola non mi interessa >>, << lo faccio soltanto quando è da molto che non ho un ragazzo >>, << preferisco ci si occupi di me >>, << non lo faccio, non mi piace >>. Non so che cosa facciano tutte nel loro tempo libero, ma in ogni caso, se non si masturbano è evidente che i film porno, non essendo a vocazione variabile, difficilmente le interesseranno. Un porno è fatto per masturbarsi.
So bene che quello che fanno le ragazze da sole con il loro clitoride non mi riguarda, ma questa indifferenza verso la masturbazione mi turba comunque un po’: in che momento le donne si connettono con le loro fantasie, se non si toccano quando sono sole? Cosa conoscono di ciò che le eccita davvero? E se non sappiamo questo di noi, cosa sappiamo di noi, esattamente? Quale contatto stabiliamo con noi stesse quando il nostro sesso è sistematicamente accaparrato da un altro?”

Cosa sappiamo di noi esattamente? Dopo questa lettura sappiamo ancora meno, molto probabilmente. Siamo davvero qualcosa? Esistiamo per noi stesse o siamo frutto dei desideri e delle imposizioni di qualcun altro?
Non fare, non dire, non ridere troppo forte, non vestirti così, i capelli meglio lunghi, il salario meglio più basso, gli assorbenti meglio tassati, le molestie, lo stalking, lo stupro. Siamo vittime di un sistema che ci ha designato tali prima ancora che noi esistessimo, c’è da combattere ancora moltissimo, ma abbiamo anche combattuto moltissimo, portando a casa qualcosa: siamo molto più di quello che vogliono farci essere.

“Il femminismo è una rivoluzione, non una riorganizzazione delle indicazioni di marketing, non una vaga promozione della fellatio o dello scambismo, non si tratta soltanto di migliorare gli stipendi integrativi. Il femminismo è un’avventura collettiva, per le donne, per gli uomini e per gli altri. Una rivoluzione, ben avviata. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre piccoli vantaggi delle donne alle piccole conquiste degli uomini, ma di far saltare tutto.
E con questo, ciao, ragazze, fate buon viaggio…”

Rock Tombstones – L. Fassina

“I’m the day, I’m the day
I can show you the way
And look, I’m right beside you

I’m the night, I’m the night
I’m the dark and the light
With eyes that see inside you.

Come down with fire
Lift my spirit higher
Someone’s screaming my name
Come and make me holy again.”

https://www.youtube.com/watch?v=ORnvO1VyYMk

“Due urne sono decorate con il simbolo delle corna, il gesto che Ronnie aveva adottato da nonna Erminia a protezione dal malocchio, che dopo di lui è diventato una sorta di marchio di fabbrica del rock.”

Si parla di tombe, in particolare del sarcofago che si trova al Forest Lawn Memorial Park (Hollywood Hills) 6300, a Los Angeles; N 34° 8′ 58.567″ W 118° 10′ 10.718″ ed è il sarcofago di Dio, non Dio proprio, ma anche: Ronnie James Dio Padavona.


Perché parlarvi della tomba di Dio? Perché è una di quelle citate in Rock Tombstones di Luca Fassina (Tsunami Edizioni), una guida interessantissima sui luoghi di sepoltura di alcune delle più grandi star del Rock. A metà tra un saggio e uno di quegli itineraria medievali che raccontavano brevemente fatti salienti, ricreando percorsi per i pellegrini, Rock Tombstones in 200 pagine vi parla della vita (e della morte) di centinaia di artisti. Poche pagine per musicista con coordinate, precise indicazioni per raggiungere le sepolture e selezionati eventi delle loro vite.

Non c’è posto per santificazioni, macabrismi e altre stranezze, come viene sottolineato nell’introduzione dall’autore:

“Il rispetto del luogo in cui ci troviamo fa parte del concetto di escursione – pellegrinaggio anche se non ne condividiamo il contesto religioso.”

Gli artisti sono collocati in ordine alfabetico, non è un libro di biografie ma ci sono delle chicche sulle vite degli artisti selezionati:
Keith Moon che da grande appassionato di scienza costruisce esplosivi con cui far saltare in aria i gabinetti, Hillel Slovak che da piccolo imitava Jimi Hendrix suonando la chitarra e cose del genere.

Dalla California, all’Iowa, dall’Ohio a Washington, Francia, Inghilterra, Svizzera, arrivando in Australia, passando anche per l’Italia con Demetrio Stratos, Rock Tombstones copre una buona parte di territorio mondiale, sicuramente potete ricavarne un tragitto grandioso per viaggiare e tra una tappa e l’altra rendere omaggio ai grandiosi artisti citati.
È ovvio che vi aiuta a costruire anche la giusta colonna sonora per il viaggio, quindi tenetelo alla mano e iniziate a pianificare il vostro percorso, sia esso realistico o di fantasia, che però con Google Heart diventa più realistico.


Insomma è un sapientissimo e minuzioso lavoro, che restituisce al lettore una visione possiamo dire innovativa, perché lo chiama in causa facendogli ricordare canzoni, personaggi, ma soprattutto perché la curiosità lo prende subito e quindi va a controllare le tombe, le coordinate, senza saperlo sta già pianificando il prossimo viaggio.

Maschere di donna – Enchi Fumiko

“Per essere certi che quelli generati dalle donne fossero sicuramente figli loro, per millenni gli uomini hanno fatto cose incredibili: hanno considerato un crimine o un peccato l’adulterio, hanno inventato le cinture di castità, ma alla fine non sono riusciti a carpire neppure uno dei segreti femminili. Anche il sadico malanimo di Buddha o di Cristo verso la donna non è altro che un tentativo di sottomettere un avversario col quale non potevano competere. Per quanto riguarda questo punto io mi sono dato la regola di non andare oltre una certa linea, nel mondo delle donne.”

Dopo la Restaurazione Meiji del 1868 le donne iniziano a riemergere nel panorama letterario giapponese, firmando alcune delle opere più importanti della letteratura. Tra queste ai primi del ‘900 c’è anche Enchi Fumiko, autrice di Maschere di donna, Marsilio Ed. appena letto (e di tanti altri romanzi), che diventa portavoce di una rinascita della letteratura classica di XI secolo. Nata a Tokyo nel 1905, aveva la letteratura nel sangue: il padre Ueda Mamen era filologo e letterato, inoltre c’era una grande passione per il teatro in famiglia che ha interessato anche l’autrice.
Maschere di donna venne pubblicato nel 1958. Non so dirvi bene chi sia la protagonista, se Toganoo Mieko la suocera o Yasuko, la nuora. Le due sono legate da un filo indissolubile e c’entra ben poco la parentela. Ad unirle sembrerebbe esserci un legame saffico, ma poi si scoprirà che è molto più di un’intesa passionale.

Il romanzo è diviso in tre capitoli che si ricollegano alle maschere del teatro nō.
Ryō no onna: donna tormentata da un amore non corrisposto, legata al personaggio di Toganoo.
Masuganni: giovane dalla mente instabile che è legata al personaggio di Harume, che appare poco nella storia ma che è importantissimo ai fini della trama ed è descritto in maniera magistrale. Harume è una ragazza bellissima, ma ha ritardi mentali, è un burattino nelle mani della madre ed è l’unico personaggio del libro a trasmettere un’intensa tenerezza, nonostante le tragedie che invadono le vite di tutti i personaggi.
Fukai: donna afflitta dal dolore per la perdita di un figlio, che equivale a Mieko, che di figli ne perde due alla fine.

Il teatro nō tratta principalmente di fantasmi e di spiriti da placare, elementi molto presenti in Maschere di donna, in cui l’autrice fa riferimento anche al Genji monogatari, uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto nell’XI sec. da Murasaki Shikibu che tratta principalmente degli amori di Genji, della sua storia e delle sue concubine, ma anche qui sono presenti demoni, spiriti e fantasmi che tormentano le vite dei vivi e di donne, delle loro caratteristiche, dei loro sentimenti.
I riferimenti a quest’opera in Maschere di donna sono moltissimi, in particolare è presente una lunga digressione, viene infatti inserito un saggio scritto da Toganoo Mieko sul fenomeno della possessione della concubina Rojukō che appare nel Genji monogatari. Il saggio inserito e perfettamente amalgamato al romanzo, è molto importante sia per capire in parte la storia di Genji e avere chiari alcuni riferimenti all’operam sua anche per interpretare meglio la figura di Mieko.

La studiosa Mieko è sempre rappresentata come elegante e raffinata, ma pare nascondere qualcosa di terribile. Gli altri personaggi: la nuora Yasuko e i suoi pretendenti Ibuki Tsuneo e Mikame Teyoki non sembrano avere una loro coscienza, sono manovrati, spinti da forze sconosciute, pilotate da Mieko.
Il romanzo è un continuo agire e riflettere sulle proprie strane azioni, svelando lentamente il piano di Mieko.
Tutta la narrazione è pervasa da una grandissima sensualità, il legame tra nuora e suocera ha qualcosa di estremamente voluttuoso, l’incantevole Harume che si sottomette totalmente a Mieko, e il continuo e placido corteggiamento di Ibuki e Mikame contribuiscono a caricare il romanzo di erotismo.
La narrazione è anche molto lenta e ovattata, non ci sono grandi colpi di scena, ma lente risoluzioni, la scrittura però è spettacolare e la trama è così seducente che è molto difficile staccarsi da questo libro. È un tipo di scrittura molto diversa, almeno rispetto alle nostre letture solite, che hanno tempi strettissimi, ritmi incalzanti, exploit ed epifanie.

È un libro che si prende tutto il tempo, tanto da poter inserire un saggio al suo interno e comunque non risultare pesante e poco accattivante. I personaggi sono tutti ammalianti ed interessanti, insomma è una lettura che consigliamo tantissimo, perché ci ha molto sorpresi e adesso non vediamo l’ora di recuperare altro di questa autrice, prima però vi lasciamo con la pillola musicale dell’avvocato:

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