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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Fumetti

Inner city romance, Guy Colwell.

Il 12 aprile è uscito in Italia Inner City Romance, raccolta dei 5 fumetti scritti da Guy Colwell dal 1972 al 1978, tradotti da Marco Bisanti e usciti per Bizarro Books, neonata etichetta editoriale che fa capo al gruppo Red Star Press.

Inner City Romance è un manifesto della cultura underground americana degli anni ’70. Vi ritroviamo infatti tutte le tematiche più calde di quei tempi: la lotta contro il razzismo, la non – violenza e il non collaborazionismo per la Guerra in Vietnam, i diritti alla casa, il trattamento nelle carceri. Guy Colwell prende a piene mani dalla sua ideologia e dalla sua esperienza per denunciare e utilizzare il fumetto per raccontare fatti di cronaca e di politica. Cresciuto legato al mondo delle strisce, inizia a leggere grazie alle storie di Paperino & Co. ma capisce ben presto che il fumetto ha un enorme potenziale e può essere il mezzo adatto per parlare di ogni cosa.

Guy Colwell non nasce però come fumettista, pur facendo il pittore da molti anni e lavorando nel mondo dell’arte, si era occupato di vignette solo ai tempi del liceo e pur scegliendo il fumetto come il mezzo preferenziale per la sua arte, racconta di aver iniziato da autodidatta. Tutte le storie che compongono Inner City Romance hanno una matrice comune, che ha segnato l’autore: Colwell finì nel carcere federale di McNeil Island perché non collaboratore, contro la guerra del Vietnam. All’inizio i non collaboratori erano in pochi, ma quando Colwell esce dal carcere rappresentavano una buona percentuale dei detenuti. La sua ideologia politica appoggia quindi la non violenza e si sposa con l’approccio hippy che lo avvicinò alle manifestazioni contro la guerra e all’arte urbana realista. A proposito della sua arte lo stesso Colwell afferma:

«Dovevo usare la mia arte per una riflessione seria, come racconto della società e intervento politico. Dopo aver rifiutato la follia della leva militare, non potevo più fare una vita frivola, ero destinato a qualcosa che avrebbe unito la mia voce a quelle di chi invocava giustizia, pace e uguaglianza. Opporsi alla guerra e promuovere la non-violenza come strumento migliore per il progresso sociale furono le leve principali di una politicizzazione sempre maggiore del mio pensiero e della mia arte.»

Essendo un pittore Inner City Romance può sembrare un fumetto dal tratto atipico. Le figure sono piene e massicce, estremamente realistiche. Non a caso l’artista dichiara di essere stato principalmente influenzato da Van Eyck, Bruegel e Bosch che hanno forgiato la sua immaginazione e il modo di disegnare.
Le tecniche utilizzate e lo stile grafico, così come l’impaginazione, la squadratura della pagina e la disposizione delle vignette cambiano durante gli anni e a seconda della scelta narrativa dei vari episodi. I primi numeri vengono infatti creati con il pennino, poi passa alla stesura col pennello e retino Zip-A-Tone. Nei primi numeri Colwell si diletta, con odio, a utilizzare la tecnica di applicazione di trama e sfumature per poi passare negli ultimi numeri a strumenti che lo mettono più a suo agio e che regalano a chi legge disegni più puliti, userà infatti il calamaio e la penna di corvo.

I fumetti contenuti in questo volume furono pubblicati a puntate, nel corso di diversi anni:

  • “Choices” in Inner City Romance #1, 1972
  • “Radical Rock” in Inner City Romance #2, 1972
  • “Inner City Romance 3” in Inner City Romance #3, 1977
  • “Ramps” in Inner City Romance #4, 1977
  • “Good for You”, “Down Up”, “Interkids”, “Sex Crime”, “All Over the Clover” in Inner City Romance #5, 1978

Nel primo numero del 1972 Guy Colwell si concentra su una tematica che lo aveva colpito in prima persona: la ripresa della vita dopo il carcere. I protagonisti sono tre che appena ritrovata la libertà si ingabbiano in una differente prigione, quella della droga. Solo uno di loro, James, farà lo sforzo di iniziare una nuova vita. Anche se la narrazione si concentra sull’eccesso e sulla caduta nella spirale della droga, corredata da vignette in cui la solidità e la realtà del mondo si smaterializza portandoci nella mente dei protagonisti sotto effetto di eroina e LSD, non ci si dimentica dell’esterno. Nelle stanze dei protagonisti infatti e per strada si vedono i manifesti per la liberazione di Angela Davis e per i Fratelli di Soledad, per cui la stessa Angela Davis e tutto il partito Black Panther si stava battendo. (Sull’argomento consiglio assolutamente di leggere Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis e I Fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson.)

Inner City Romance #2 si concentra invece sulla figura di James e sugli abusi della polizia sui neri, spesso imprigionati o uccisi senza alcun motivo, ma solo per il fatto di essere neri.

«Il faccia a faccia con la realtà del ghetto, dopo sette anni di carcere per possesso di uno spinello, convinse James a scegliere il cambiamento vero. Del resto, l’ingiustizia che aveva subito lui non era certo la più pesante: molti fratelli e sorelle continuavano a vivere dietro le sbarre senza aver commesso alcun crimine. Molti fratelli e sorelle finivano nel tritacarne ed erano risputati con disturbi psichici, senza più speranza o già cadaveri. James aveva assistito alla furia e alla brutalità di un sistema disumano e si era unito ai fratelli e alle sorelle decisi a sovvertirlo e liberarne i prigionieri. Si guadagnò sul campo il ruolo di coordinatore del movimento di liberazione di tutti i prigionieri politici.»

Radical Rock mostra i retroscena di un evento benefico, volto a raccogliere il denaro necessario per liberare alcuni fratelli e sorelle mandati in carcere ingiustamente, che si trasforma in una carneficina per mano della polizia americana.

Inner City Romance #3 si distacca leggermente dai temi sociali generali e assume una visione più intimista, sicuramente più legata a quello che l’autore ha vissuto in prima persona. Il fumetto s’incentra infatti sui sogni e sull’inconscio dei carcerati mostrandone i pensieri più reconditi. Questo terzo numero è differente dagli altri anche per l’impaginazione molto particolare e per la disposizione delle vignette quanto mai originale. All’inizio del numero ci sono inoltre delle parti sfuocate. Tutti questi espedienti aiutano chi legge ad entrare nella dimensione onirica in cui operano i protagonisti. Molto interessante anche la scelta dei colori, Colwell infatti dipinge tutto di nero quando descrive il sogno del detenuto nero e tutto di un bianco, molto destabilizzante, quando mostra il sogno del detenuto bianco.

Ramps è invece dedicato alle vicende di speculazione abitativa. La vicenda si ispira alle lotte di poveri, anziani, disabili che sono stati relegati nell’International Hotel di San Francisco. Attorno al residence di Chinatown, in cui i proprietari installano una rampa per favorire l’accesso a chi è sulla sedia a rotelle, che in realtà è solamente un contentino visto lo stato gravissimo in cui versa l’edificio; si concentrò un durissimo braccio di ferro tra i proprietari, sostenuti dalla città, e gli inquilini che dopo un incidente si opposero allo sfratto iniziando l’autogestione dell’edificio. Al termine del numero, che Colwell dichiara essere stato scritto in tempi brevissimi c’è la sua dedica:

«Questa storia è dedicata ai poveri, agli anziani e ai disabili che lottano per avere casa, diritti e dignità in un sistema che ancora preferisce dimenticare e negare che esistano ;a chi non paga l’affitto e abita i quartieri popolari; e soprattutto alle persone coraggiose e pazienti dell’International Hotel di San Francisco, U.S.A.»

Il quinto e ultimo episodio di Inner City Romance si compone di tante storie slegate tra di loro al cui centro vi è la sessualità in varie forme, sempre mantenendo però una impostazione di denuncia politica. Abbiamo allora la descrizione della condizione delle prostitute, di uno stupro, ma anche di una sessualità vissuta a contatto diretto con la natura come era proprio della filosofia Hippy.

Inner City Romance è sicuramente un volume interessante ed estremamente concreto. Il realismo di Colwell descrive alla perfezione i tumulti del suo tempo e ci catapulta attraverso gli occhi dei suoi protagonisti in vite che altrimenti non avrebbero avuto mai l’opportunità di essere raccontate.

Carle vs Schiavone e Lacavalla

Iniziamo il 2021 con una nuova intervista doppia, sempre in collaborazione con la mia omonima Carla di Una banda di cefali. Stavolta i malcapitati sono Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, sceneggiatore e disegnatore di Alfabeto Simenon fumetto edito da Edizioni BD, che attraverso le 26 lettere dell’alfabeto, racconta le vicende del papà del Commissario Maigret, George Simenon.

In questa parte troverete le risposte del disegnatore, Maurizio Lacavalla, che ci racconterà il suo rapporto con Simenon, con il collega Schiavone e come ha costruito il fumetto.
Buona lettura!

Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia intervista. Sappiamo che questo fumetto è il primo che avete scritto e disegnato insieme, quindi vi chiediamo com’è nata la vostra collaborazione e com’è stato lavorare insieme per la prima volta?
Ricevo una chiamata da Edizioni BD con la proposta di disegnare un libro su Simenon (Alberto aveva già iniziato un lavoro di ricerca e stesura). Ho accettato senza pensarci. In quei giorni avevo per puro caso sul comodino “Il fondo della bottiglia” e ad ogni pagina letta pensavo a quanto avrei voluto disegnarne anche solo una. Alla fine si sa com’è andata, ne abbiamo fatte 200.

La vita di George Simenon è stata avvincente come un romanzo di finzione e forse una biografia a fumetti tradizionale non avrebbe reso giustizia alla complessità di questo personaggio. Com’è nata l’idea di raccontare Simeon attraverso un alfabeto in cui si mescolano episodi e personaggi della sua vita e dei suoi scritti?
L’idea parte da Alberto e io l’ho seguito felice, anzi, temevo il pensiero di affrontare un fumetto biografico con uno svolgimento lineare.

L’idea di una voce per ogni lettera restituisce in qualche modo la complessità del personaggio Simeon e offre un ritratto completo anche a chi lo conosce poco. Come sono nate le varie lettere?  È stato difficile trovare una voce per ciascuna?
A questa domanda sicuramente può rispondere meglio Alberto che è l’orologiaio dietro questo meccanismo di ventisei ingranaggi. Per me, disegnarli, è stata una grande avventura nel linguaggio, nella grammatica del fumetto: ho potuto spaziare da un approccio più illustrativo di certi capitoli a quello più tipicamente fumettistico di altri. Insieme abbiamo lavorato sull’andamento generale dell’opera, inteso davvero in senso musicale, lavorando sul peso dei testi, sull’alternanza di capitoli più snelli ad altri più letterari passando anche per l’assenza totale dei balloon.

Di tutte le 26 lettere dell’alfabeto Simeon, qual è quella a cui ti senti più legato?
I di Immaginazione. Un compendio di lezioni di scrittura utili a chiunque lavori nel campo della creatività. Ma anche un capitolo in cui Simenon, attraverso Alberto, rivela un lato fondamentale e comune a molti di questa professione: l’insoddisfazione.  I di Insoddisfazione.

Sicuramente Simenon ha rappresentato molto nella tua vita, tanto da dedicare a lui una tua opera, ma quando è stato il tuo primo incontro con George Simenon?
Sono un lettore di giovane data. Due anni fa, fine estate, il gesto quasi ozioso di comprare un giallo prima di salire sul treno del ritorno. “La locanda degli annegati”, una indagine del commissario Maigret.

Come è avvenuta la preparazione a questo fumetto? Sicuramente hai attinto alla produzione di Simenon, ma quali opere hai consultato maggiormente sia di Simenon che di altri autori che ti hanno aiutato a focalizzare il suo personaggio?
Ho lavorato molto soprattutto su quello che Alberto mi passava attraverso le sue sceneggiature: la sua passione, l’amore, l’affetto e il tempo dedicato nel corso degli anni ad uno scrittore gigantesco. Poter lavorare su questo materiale è stato una attestazione di fiducia e amicizia a priori: mi dovevo confrontare con Simenon ma anche con quello che rappresentava per Alberto. È stato bello e importante.
Per la mia parte, ho guardato tantissime fotografie d’epoca, cartoline trovate su internet ma soprattutto un libro di nautica incredibile trovato per caso a casa di mia nonna: immagini di viaggi, ghiacciai, canali, fiumi e ciminiere fumanti.
Poi ho attinto dalla mia esperienza: Amburgo e il suo cielo grigio, la sua nebbia, il porto di Barletta, di quella volta che sono andato a Istanbul.

A livello grafico il fumetto è costruito su un pesante grigio/nero, che dona un’atmosfera cupa e talvolta soffocante, più che sul classico bianco e nero, come mai questa scelta?
Un bianco e nero netto racconta certe luci, certi momenti del giorno, una certa atmosfera. Qui sentivo la necessità di avere questi grigi per raccontare l’umidità che sale dai canali, i fumi della pipa e della stufa. Poi guardo molto i film in bianco e nero e in realtà sono in nero e grigio.

Dopo questa prima volta, con uno spettacolare risultato, preparerete altre avventure insieme?
Fra le parole di Alberto mi sento a mio agio, un giorno se vorrà provare a rimettere piede in questo mondo maledetto diviso per vignette io ci sarò. Però avevamo in programma un viaggio a Liegi e spero sia quella la prossima avventura.

Carle vs Freschi e Urbinati

Siamo finalmente di nuovo pronte per presentarvi una nuovissima doppia intervista, Una banda di cefali ed io siamo felicissime di farvi conoscere Brian Freschi, sceneggiatore e Ilaria Urbinati, disegnatrice de Il mare verticale, una meravigliosa e delicatissima storia che parla di ansie e del combattimento, talvolta estenuante, contro gli attacchi di panico. La protagonista è un’insegnante e forse anche per questo, io e la mia omonima ci siamo un po’ sentite chiamate in causa, e pronte a scoprire di più su questo fumetto.

Con enorme piacere, qui leggerete l’intervista ad Ilaria Urbinati, per leggere invece di Brian Freschi dovete nuotare verso il blog della mia collega!

  • Ciao Ilaria, grazie per esserti prestata a questa doppia intervista. È la prima volta che lavori insieme a Brian eppure il vostro lavoro è in perfetta armonia. Com’è nata questa collaborazione?

Ciao a tutti e grazie a voi per averci invitato! La collaborazione è nata da un’email di Brian: conoscevo il suo lavoro, ma non lo avevo mai incontrato. Quando mi ha proposto di fare un fumetto insieme, il suo soggetto de “Il mare verticale” mi ha subito conquistata. Volevo lavorare da tempo a un graphic novel per adulti che parlasse proprio di queste tematiche, ma fino a quel momento non avevo trovato la storia giusta.

  • Com’è stato lavorare insieme? Come avete organizzato il lavoro e come siete riusciti a confrontarvi?

Lavorare con Brian è stato uno splendido viaggio. Io non sono un’illustratrice che tende a “eseguire”: amo confrontarmi con l’autore per arricchire la storia insieme. Io e Brian ci siamo sempre confrontati su tutto, creando un mondo in profondità, senza lasciare nulla al caso. Come abbiamo fatto, abitando in due città diverse? Telefonandoci tantissimo!

  • La figura della maestra elementare è spesso sottovalutata nel nostro paese eppure di fondamentale importanza per il futuro delle nuove generazioni. È nata prima la storia o India? Come avete sviluppato questo bellissimo personaggio?

India e la storia sono indissolubili l’una dall’altra. Volevamo creare un personaggio sfaccettato, lavorando su certi cliché per scardinarli uno ad uno: India è dolce con i bambini, ma allo stesso tempo è una donna complessa e in conflitto. Ci sembra che la figura dell’insegnante porti con sé, a volte, degli stereotipi o dei pregiudizi – sia nella società sia nella letteratura – come tutto quello che riguarda il rapporto donne/bimbi. India vuole confrontarsi in modo deciso con la realtà che la circonda, non ha paura di mostrarsi fragile e di lottare per se stessa e il suo lavoro.

  • India combatte mostri, draghi e a livello grafico questo è segnalato da figure immense, vortici, ma… la cosa più sorprendente è che India va addirittura in bagno, cosa che non abbiamo mai visto nei fumetti: come mai tanta “normalità”?

Per raccontare la vita di India con la sua complessità abbiamo unito tutto: i mostri, il mare scurissimo, la spesa, e lo sciacquone. Abbiamo mischiamo la fantasia più sfrenata e la normalità più quotidiana, perché fanno entrambe parte di India, un po’ come fa parte di noi autori: la vita è spesso costellata di “cose da cosare” che si alternano nella nostra giornata così come i sentimenti, i peggiori turbamenti e le più sfrenate rêverie.

  • Quando India racconta, si perde in uno spaventoso scenario bluastro e diventa Hava: avete creato una storia nella storia, com’è nata l’avventura di Hava e come mai avete scelto di creare un alter ego?

L’avventura della guerriera Hava ci ha permesso di esprimere le difficoltà di India in maniera molto più efficace ed evocativa. Chiunque si sia trovato in una situazione simile sa quanto è difficile esprimere a parole quello che gli accade, ma vedere un’onda buia nerissima e verticale rende perfettamente il concetto. Questa è una delle infinite potenzialità dei fumetti.

  • Avete mai sofferto di DAP e se sì, ricordate ancora il primo attacco di panico?

Non ho mai sofferto precisamente di DAP, ma come moltissime persone ho avuto anch’io a che fare col mio personalissimo “mare verticale”. Ricordo bene sia le difficoltà sia la consapevolezza, che mi ha poi aiutato a superare i momenti difficili. È molto importante continuare a parlare di questi argomenti.

  • Se doveste immaginare una colonna sonora che accompagna gli stati d’animo di India, quale sarebbe?

I London Grammar e Florence & the Machine sarebbero sicuramente i principali gruppi. Brian aveva creato una playlist condivisa da ascoltare mentre lavoravamo al libro e la mia canzone preferita era “Tonight we fly” dei Divine Comedy, che è liberatoria e leggera.

  • Com’è stato recepito il mare verticale dai lettori?

Molto bene! Spesso riceviamo mail e messaggi da chi lo ha letto e amato, il libro è stato apprezzato anche da diversi psicologi e questo ci fa davvero piacere!

  • State programmando un nuovo lavoro insieme?

Per ora stiamo un po’ rifiatando e lavorando ai progetti che sono venuti dopo questo! Però non lo escludiamo e anzi ci mancano un po’ le nostre telefonate-fiume.

Noi ringraziamo moltissimo Ilaria e Brian per aver partecipato alla nostra nuova doppia intervista e vi diamo appuntamento tra qualche tempo, perché già abbiamo in cantiere le nuove domande per la prossima!

Kusama – Ossessioni, amori e arte – E. Macellari

L’arte può essere una terapia ed è molto probabile che la visionaria e iconica Yayoi Kusama abbia trovato nel suo modo di intendere l’arte, il modo per combattere o per esorcizzare l’invisibile malattia che la tormentava. Il connubio tra arte e malattia, non si esaurisce certo solamente nella figura di Kusama, ma è viva nella storia dell’arte, basti pensare a Edvard Munch, Vincent Van Gogh, Jackson Pollock, solo per citarne alcuni.

Dietro ogni opera d’arte c’è una vita, un complesso di emozioni, sentimenti, esperienze, che forse noi nell’immediatezza dello sguardo che cattura immagini, sculture, architetture bellissime fatichiamo ad approfondire. Kusama denuncia nella sua opera tutte le sue esperienze, le ristrettezze che ha dovuto patire per emanciparsi, la rigidità della madre, ma anche l’indifferenza e il taboo che circola sulla malattia mentale, soprattutto in Oriente.

“La mia arte è originata da allucinazioni che solo io posso vedere. Cerco di tradurre le allucinazioni e le immagini ossessive che mi tormentano in sculture e dipinti. Tutti i miei lavori sono il prodotto della mia nevrosi ossessiva e sono legati al mio disturbo, ma riesco a creare anche quando non sono affetta da allucinazioni. Trasportando le allucinazioni e la paura di esse nella mia arte, cerco di curare il mio disturbo.”

Kusama nasce nel 1929 a Matsumoto, in Giappone. Pur determinata fin dalla tenera età a diventare pittrice, deve affrontare molti ostacoli per riuscire a raggiungere il suo obbiettivo: in primis il fatto di soffrire di allucinazioni, che la tormentavano; poi quello di essere una donna, e infine la severità di sua madre e la terribile ristrettezza di vedute del Giappone. Il suo modo di dipingere viene dai traumi infantili: sua madre le strappa i fogli dalle mani prima che possa completare i suoi disegni, per cercare di distoglierla dai suoi obbiettivi, per farla essere una donna “normale” con una vita tranquilla e un matrimonio combinato, non una squattrinata pittrice. Lei allora deve essere più veloce della furia materna, dipingere ossessivamente, sviluppa così un’ossessione per i polka dots che sono il fulcro della sua produzione. Sviluppa anche un’avversione verso il sesso, poiché sua madre, intrappolata in una relazione infausta, la costringe a seguire e spiare il padre con altre donne. Questo le provoca una repulsione verso l’attività sessuale, anche se nella sua carriera si batterà molto per la libertà sessuale.

La svolta nella vita di Kusama è sicuramente lo scambio epistolare con Georgia O’Keefe (una delle mie pittrici preferite). La giovane artista alle prime armi chiede alla sua mentore cosa dovrebbe fare a questo punto, e O’Keefe entusiasmata da alcuni lavori che Kusama le aveva mandato la invita negli USA dicendole che li avrebbe mostrati a qualcuno.

Negli USA Kusama si deve scontrare con una scena dell’arte dominata da maschi bianchi, trovare il suo posto, emanciparsi, non è cosa da poco. Molti artisti contemporanei che vennero in contatto con lei, carpirono il suo potenziale, rubandole però idee che hanno rivenduto come loro. Questo la porta ad una enorme sfiducia in sé stessa, che la spinge a buttarsi dalla finestra.

Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1966, con il suo Narcissus Garden, torna a New York a comporre opere dovunque. Le sue installazioni ed esibizioni vengono definite scandalose, perché molto spesso coinvolgono modelli nudi, promuove l’omosessualità, la sessualità libera attraverso cui cerca di combattere la sua fobia del sesso, sono i sex happening: ricopre di pois persone nude e le espone in luoghi frequentatissimi come Central Park, la Statua della Libertà, Il MOMA. Crea anche installazioni di falli imbottiti. L’eco di questi progetti arriva fino a Tokyo e la famiglia la ripudia. Quando infatti torna in Giappone non c’è nessuno ad accoglierla, ma rientra in una clinica psichiatrica volontariamente, dopo un momento in cui tenta di nuovo il suicidio e si rende conto di non essere più capace di produrre. Dopo un lungo periodo di inattività, nel 1993, torna alla Biennale di Venezia a rappresentare il Giappone. Da lì in poi il genio di Kusama torna in auge e rompe ogni argine. La storia e l’arte di Kusama non si arrestano, neanche ora che ha novantun’anni, anzi, lei sostiene: “I’m old now, but I am still going to create more work and better work. More than I have in the past. My mind is full of paintings.”

Nel meraviglioso Kusama di Elisa Macellari, edito da Centauria c’è tutto questo. Attraverso pagine decostruite, con impostazioni e squadrature del tutto originali Macellari ci porta per mano nelle ossessioni e nell’arte di Kusama, facendoci non solo conoscere la vita di questa artista grandiosa, ma anche tutto ciò che si nasconde nelle sue opere e le sue opere stesse. L’autrice di questo fumetto usa zucche, puntinati, falsi specchi, tentacoli, falli, tutto ciò che ha caratterizzato l’arte di Kusama come sfondo alla storia che ci racconta.

Con una delicatezza estrema riesce a far trapelare l’iconicità dell’artista, a trattare le sue ossessioni e la malattia mentale, riuscendo a dare una testimonianza valida, senza giudizi, oltre a condensare davvero tutti i punti salienti della vita privata e di artista di Kusama, facendoci così conoscere l’artista a 360°.

Carle vs Antonucci e Fabbri.

Intervista a Daniele Fabbri.

Tornano le Carle al quadrato con una nuova doppia intervista. Questo mese ci siamo dedicati ad un’altra affermatissima coppia del fumetto: Stefano Antonucci e Daniele Fabbri, la cui ultima preziosa fatica è stata La fattoria dell’animale, ispirata al capolavoro di Orwell La fattoria degli animali, di cui vi avevo parlato qui. Tra satira, ironia, haters, varie ed eventuali, abbiamo fatto qualche domanda ai due autori per scoprire qualcosa in più dietro i loro strabilianti lavori, concentrandoci in particolare sull’ultima fatica.

Qui troverete l’intervista a Daniele Fabbri, comico, sceneggiatore e fumettista (settore su cui ci siamo concentrate in questa sede); mentre per scoprire l’altra faccia della medaglia e conoscere le risposte di Stefano Antonucci dovrete correre su Una banda di cefali, il blog della mia socia Carla.

  • Un enorme benvenuto a Daniele Fabbri su Tararabundidee, siamo onoratissime di avervi ospiti per le nostre interviste doppie, quindi iniziamo subito l’interrogatorio:
    Fabbri e Antonucci sono ormai una “coppia di fatto” nel mondo del fumetto, visto che lavorate insieme da un po’: quando e come è nato il vostro sodalizio artistico?

Ai tempi in cui ancora non c’era facebook in Italia, Ste mi contattò per far parte di un progetto editoriale satirico autoprodotto, insieme a tantissimi altri autori, non avremmo visto un euro e lo avrebbero letto forse 30 persone: con tali premesse, potevo mai rifiutare? Si chiamava Scaricabile, durò circa 3 anni. Quando chiudemmo, io e Ste decidemmo di provare a fare un fumetto in autoproduzione, Gesù Crucifiction Tour. Speravamo di vendere almeno un centinaio di copie in un anno, ne vendemmo circa mille in due mesi. Era il 2012. Da lì abbiamo continuato.

La satira è lo strumento più popolare con cui i popoli possono contrastare il potere, perché unisce il senso di ribellione e quello dell’umorismo.

È il veicolo che ti fa provare la goduria di pensare con la tua testa, cosa importantissima dato che di solito la libertà di pensiero è motivo di emozioni conflittuali.

  • La fattoria dell’animale è basata sul racconto Orwelliano, descrive però la società moderna italiana in un modo veramente attuale. Quando avete letto La fattoria degli animali di Orwell? Com’è stato il confronto con questo classico della letteratura e soprattutto com’è nata l’idea di trasformarlo nel punto di partenza per una vostra nuova opera?

La Fattoria degli Animali di Orwell mi colpì molto quando lo lessi, non gli davo una lira e invece fu efficace. Sapevo che l’idea che avevamo per questo libro sarebbe stata più dura da digerire rispetto al nostro solito, e perciò mi sembrava una buona idea affidarmi a quell’efficacia intrinseca che la Fattoria orginale si porta dentro.

  • Com’è nata invece la collaborazione con Boscarol? Com’è stato lavorare insieme?

Anche lui era uno degli autori che ruotavano intorno al progetto Scaricabile, lavorarci insieme è stato meraviglioso, non solo per la professionalità friulana doc, ma perché è un artista pazzesco, ho imparato molte cose vedendo i suoi passaggi di studio e perfezionamento delle tavole.

  • Per i vostri lavori avete subito atti vandalici agli stand, censure, minacce, querele e molto altro ancora. I vostri protagonisti annoverano personaggi del calibro di Gesù, Mussolini, Hitler, il Piccolo Principe. Qual è quello che ha dato più fastidio e ha alimentato maggiori polemiche?

Le maggiori polemiche se le sono beccate senz’altro quei farlocchi di Casapound nel 2016 con l’episodio della Coca Cola, ma quella che ha dato più fastidio a me è stata la denuncia da parte degli eredi di Exupery per Il Piccolo Fuhrer. Fastidio perché abbiamo avuto ragione noi davanti al giudice, ma ci è lo stesso costato parecchio in avvocati.

  • A proposito di polemiche, chi è l’hater medio di Antonucci e Fabbri? 

Adolescenti che tifano Duce e cattolici bigotti fissati con l’invasione dell’Islam, persone il cui disprezzo equivale ad una medaglia al valore civile.

  • C’è già qualcosa in cantiere per i prossimi tempi e soprattutto: c’è qualche personaggio storico che si presterebbe bene a diventare il protagonista di un vostro prossimo lavoro?

Ce ne sarebbero moltissimi, ma in questo momento storico ciò che sta sgretolando la società non sono tanto le ideologie politiche quanto le logiche di profitto senza etica. La Fattoria dell’Animale non è un libro sulla politica, infatti, ma è un libro sul potere distruttivo della menzogna. Ad oggi è questo il vero potere da cui dobbiamo difenderci.

Sono stata felicissima di poter ospitare qui Daniele, che seguo da moltissimo tempo e che oltre al fumettista fa tantissime altre cose fighissime (in particolare vi consiglio di seguire il suo podcast: Contiene Parolacce e se potete andate a vedere i suoi spettacoli!). Sperando di leggere prestissimo altri lavori targati dal duo Antonucci e Fabbri, vi invitiamo a leggere i loro fumetti, se ancora non l’aveste fatto e a rimanere aggiornate sulle prossime doppie interviste, perché sono già in cantiere!

Le Malerbe – Keum Suk Gendry-Kim

Le Malerbe (Bao Publishing) è un’opera monumentale di Keum Suk Gendry-Kim: reportage, documentario, biografia a fumetti, che percorre la dolorosissima esperienza di Yi Okseon. Vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi la storia della nonna, dalla sua infanzia fino al momento della cattura, dopo cui fu deportata alla comfort station di Yanji. Apprenderemo il prima e il dopo di Yi Okseon, le sue speranze, le sue paure. La conosciamo come comfort woman e la ri – conosciamo come donna forte ed emancipata pronta a far valere i suoi diritti, che sono stati spazzati via da una politica che se ne è fregata di dare giustizia alle schiave sessuali. Nel fumetto appare anche l’autrice Keum Suk Gendry-Kim, in veste di intervistatrice e possiamo apprezzare tutto il suo impegno nel riportare ai lettori una storia vera, di denuncia, che rispetti il racconto della nonna e che riproponga l’orrore delle comfort women.

Pennellate nere e grosse, che evocano sconforto e creano un ambiente tetro ed inquietante accompagnano la drammatica storia di Yi Okseon, dando però ai lettori un quadro preciso, non tendenzioso ma veritiero di quello che è stato l’orrore perpetrato dal governo Giapponese.

Comfort women – tradotto da 慰安婦, ianfu in giapponese, 慰安婦/위안부 wianbu in coreano, 慰安妇, wei’anfu in cinese – indica le decine di migliaia di donne sfruttate come schiave sessuali militari nei territori sotto il comando giapponese. Le donne provenivano da zone diverse dell’Asia: Corea, Cina, Taiwan, Vietnam, Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Myanmar, ma vi erano anche donne europee residenti nelle colonie olandesi e portoghesi del sud-est asiatico.

La creazione di comfort station che forniscono prostitute per l’esercito giapponese iniziò già nel 1932, in seguito alle ostilità tra Giappone e Cina a Shanghai. Questo succede circa un decennio prima che l’uso delle cosiddette “donne di conforto” diventasse un fenomeno diffuso e regolare, in tutte le parti dell’Asia orientale controllate dai giapponesi. Le prime schiave sessuali militari erano coreane dell’area del Kyushu e furono inviate, su richiesta di uno degli ufficiali in comando dell’esercito, dal governatore della Prefettura di Nagasaki. La logica alla base dell’istituzione di un sistema formale di comfort station era che un tale servizio di prostituzione istituzionalizzato e controllato avrebbe ridotto il numero di denunce di stupro nelle aree in cui aveva sede l’esercito.

Nel 1937 s’istituì tra Shanghai e Nanchino una comfort station, gestita direttamente dall’esercito. Questa stazione divenne il prototipo per le successive anche se non vennero più gestite direttamente dall’esercito. C’erano abbastanza civili privati ​​disposti a gestire le stazioni e a provvedere al loro funzionamento interno che ricevettero il grado paramilitari dall’esercito.

Mentre la guerra continuava e il numero di soldati giapponesi con base in varie parti dell’Asia orientale aumentava, la domanda di schiave sessuali militari crebbe moltissimo, così che vennero creati nuovi metodi di reclutamento. Le testimonianze di molte comfort women coreane rivelano la frequenza con cui è stata impiegata la coercizione. Fu infatti istituito il Corpo del servizio volontario femminile, per procurare lavoratrici per le fabbriche o per altri lavori di supporto all’esercito. Con questo pretesto, tuttavia, molte donne furono indotte a prestare servizio come schiave sessuali militari; in molti casi però i reclutatori non si “disturbavano” neanche ad illudere le donne con false speranze, rapendo le ragazze.
Molte vittime parlano di violenza sui familiari che hanno cercato di impedire il rapimento delle loro figlie e, in alcuni casi, di essere violentate dai soldati davanti ai genitori prima di essere portate via con la forza. Yo Bok Sil come molte ragazze, è stata sequestrata dalla sua casa mentre il padre veniva pestato perché aveva tentato di resistere al suo rapimento.
Le superstiti raccontano di aver avuto età comprese tra i 13 e i 17 anni al momento della cattura e che molto spesso fossero gli stessi cittadini coreani che adescavano in prima persona ragazze da rivendere ai giapponesi.

È noto che le stazioni di comfort, siano esistite in Cina, Taiwan, Borneo, Filippine, molte isole del Pacifico, Singapore, Malesia, Birmania e Indonesia. L’esercito giapponese ha meticolosamente registrato i dettagli del sistema di prostituzione che sembrava essere considerato semplicemente un servizio. Questi regolamenti sono solo alcuni dei documenti più incriminanti relativi allo sfruttamento sessuale. Non solo rivelano al di là di ogni dubbio fino a che punto le forze giapponesi si assumessero la responsabilità diretta delle stazioni di comfort e fossero intimamente connesse con tutti gli aspetti della loro organizzazione, ma indicano anche chiaramente quanto fossero diventate legittimate e consolidate.
Molta documentazione viene interpellata dal governo Giapponese per dimostrare il fatto che le “donne di conforto” venissero trattate correttamente. Vigeva infatti il divieto di alcol e di portare armi all’interno delle stazioni, l’orario di servizio era regolamentato, c’erano tariffe ben precise, insomma si cercava di imporre una sorta di decoro o di trattamento equo. Tutto ciò mette in luce la straordinaria disumanità di un sistema di schiavitù sessuale militare, in cui un gran numero di donne era costretta a sottoporsi a una prostituzione prolungata in condizioni spesso indescrivibilmente traumatiche.

La fine della guerra non portò alcun sollievo, molte delle donne ancora in servizio, furono uccise dalle truppe giapponesi in ritirata o, più spesso, semplicemente abbandonate al loro destino. In Micronesia, in un caso, l’esercito giapponese ha ucciso 70 comfort women in una notte, perché sentivano che le donne sarebbero state un ostacolo o un imbarazzo se fossero state catturate dalle truppe americane in avanzata. Molte non sapevano nemmeno dove si trovassero e avevano poco o niente denaro, poiché pochissime, avevano ricevuto il denaro che avevano “guadagnato”. Tra le donne evacuate molte sono morte per le condizioni estenuanti e la carenza di cibo.

Il dramma raccontato da Keum Suk Gendry-Kim ci fa capire anche quanto potesse essere difficile la ripresa delle superstiti. Yi Okseon infatti, dopo lunghi momenti di vagabondaggio, riesce a rifarsi una famiglia, ma non potrà mai avere figli: le cure di mercurio per la sifilide l’avevano resa sterile. Tenta in tutti i modi di mantenere la sua storia segreta nei momenti del post – guerra e quando decide finalmente di tornare a casa in Corea e rivelare i traumi subiti ai membri della sua famiglia sarà allontanata. Essere stata una comfort women è inaccettabile per la sua famiglia. È a questo che conduce una società estremamente tossica: come si può incolpare una donna per un crimine commesso da altri, tanto da cancellarla dalla propria vita? Per fortuna, con un coraggio estremo, le comfort women si sono coalizzate ed hanno iniziato a denunciare.

Nel 1991, a Tōkyō, l’ex comfort woman coreana Kim Hak-sun raccontò per prima la sua storia di schiava sessuale dell’Esercito giapponese rompendo il silenzio che per molti anni aveva circondato queste donne. L’anno precedente un gruppo di attiviste sudcoreane aveva fondato il Consiglio coreano per le donne arruolate dal Giappone alla schiavitù sessuale: è la prima associazione nata appositamente a sostegno della causa delle vittime. Alcune delle superstiti Coreane vivono ora nella House of Sharing, una casa comune gestita da un gruppo buddista che accoglie diverse halmoni (nonne, come vengono oggi chiamate in Corea del sud le comfort women), tra cui anche Yi Okseon, protagonista del fumetto, le nonne si sono coalizzate grazie al Consiglio per denunciare l’accaduto e soprattutto per fare alcune richieste politiche, che dopo tutti questi anni ancora non vedono compimento, ma rimangono al centro di tensioni politiche tra Corea e Giappone:

  • L’assunzione della responsabilità legale, economica e morale da parte del governo giapponese.
  • La divulgazione dei documenti ufficiali.
  • Il riconoscimento delle vittime come vere e proprie schiave sessuali e la presentazione di scuse ufficiali.
  • Il pagamento di riparazioni alle vittime sopravvissute.
  • La comminazione di pene ai responsabili.
  • L’inserimento di informazioni riguardanti il sistema di schiavitù sessuale nei programmi educativi nazionali.

Dopo anni di sfruttamento, dopo che il loro corpo è stato martoriato, violentato, stuprato, riescono e credono nel potere delle loro esperienze e della loro voce, non smettendo mai di raccontare, di chiedere giustizia, pur ripercorrendo ogni volta i momenti più bui della prigionia.

“Per quanto modesto, questo libro è dedicato a nonna Yi Okseon, figlia gentile, donna forte, madre devota dei suoi figli, accogliente e calorosa con i propri vicini. A tutte le nonne vittime della schiavitù sessuale dell’esercito giapponese che ci hanno già lasciato, e a tutte le magnifiche persone che resistono e sono ancora qui.
Grazie.”


Per saperne di più, risorse online:

Report on the mission to the Democratic People’s Republic of Korea, the Republic of Korea and Japan on the issue of military sexual slavery in wartime, 4 January 1996, ONU, http://hrlibrary.umn.edu/commission/country52/53-add1.htm

KatharineMcGregor, Emotions and activism for former so-called “comfort women” of the Japanese Occupation of the Netherlands East Indies, Elsevier, 2015, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277539515301412

Asian Women’s Fund, https://www.awf.or.jp/e1/index.html

Full text of joint announcement by Japan, South Korea over landmark deal over comfort women, 2015, http://www.straitstimes.com/asia/east-asia/full-text-of-joint-announcement-by-japan-south-korea-over-landmark-deal-over-comfort.

Mappa dei bordelli militari giapponesi: http://contents.nahf.or.kr/wianso-map/renewal/map.htm

E – Museum of the Victims of Japanese Military Sexual Slavery: http://hermuseum.go.kr/eng/mainPage.do

Korean Council for Justice and Remembrance: http://womenandwar.net/kr/about-us/

Ghinea, agosto 2019, https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-agosto-f4f

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