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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Letture Arcane, Aprile.

Due Arcani Maggiori ci hanno accompagnato nei mesi scorsi, ma le carte dei tarocchi non si compongono di soli Trionfi.
40 delle 78 carte infatti sono gli Arcani Minori.
4 semi: Bastoni, Coppe, Pentacoli, Spade, associati ai quattro elementi: Bastoni – Fuoco, Coppe – Acqua, Pentacoli – Terra, Spade – Aria; con carte da 1 a 10, insomma, l’avevamo già detto che con i Tarocchi si può giocare anche a briscola, no? Ogni numero ha il suo significato, così come ogni seme e allora ogni carta diventa un ulteriore mondo da interpretare.

Dopo aver preso un grande respiro nel mese di marzo con la carta della Temperanza, la carta del mese di aprile ci invita a riflettere su quello che abbiamo e ciò che vogliamo ottenere.

Otto di coppe

L’8 indica pienezza e accumulo, le coppe, simbolo dell’acqua di emozioni, emotività, sentimenti. Le coppe sono piene di traguardi, successi, speranze, amore, ma la figura umana della carta non sembra dargli alcuna importanza. È prontə per intraprendere un nuovo viaggio, lasciarsi tutto alle spalle, anche le cose positive. Associato alla situazione attuale potremmo vedere nell’otto di coppe ognunə di noi, che deve reinventarsi e vivere in un mondo completamente nuovo. Possiamo avere accumulato e ottenuto tutto, ma la strada per riacquistare davvero la nostra vita precedente è lunga e tortuosa e prescinde dai successi individuali.

Nonostante tutte le gioie e i dolori, tutti i successi materiali, questo periodo storico ci ha fatto capire che c’è bisogno di altro nella vita. È “l’altro” che sta cercando l’8 di coppe, deve riempire i suoi graal di nuove emozioni, nuove sostanziose sensazioni. La perfezione e la felicità non si raggiungono facilmente, il cammino è disseminato di pericoli, è impervio e in salita, ma chi lo intraprende sa che può contare sulle sue forze e su tutto ciò che ha messo insieme precedentemente.

Dove stiamo andando? La meta sarà davvero migliore del punto di partenza?

Un uomo dall’aria afflitta respinge le coppe della sua felicità, delle sue imprese, dei suoi impegni o precedenti progetti. Così Waite descrive questa carta, possiamo avere di più solo se crediamo in noi stessi e in ciò che abbiamo già costruito. Aprile potrebbe quindi portare dei cambiamenti, farci stare in dubbio, mostrarci quanto siamo insoddisfatti di noi stessi o della situazione che stiamo vivendo, sta a noi muoverci verso il futuro senza farci prendere dal panico, andando avanti sì, ma dando sempre uno sguardo alle nostre precedenti conquiste. Prendiamo il coraggio che ci serve per andare avanti, non siamo timidɜ, inseguiamo i nostri sogni, non facciamoci tormentare dai dubbi. L’otto è il numero della perfezione e quello di coppe indica anche amore disinteressato: amiamoci, prima di decidere cosa fare davvero.

Rachel Pollack associa questa carta alla posizione di Nettuno in Pesci. Il pianeta sta transitando nel segno dei Pesci, suo domicilio, dal 3 febbraio 2012 e rimarrà così fino al 30 marzo 2025. È una posizione che in accordo con il significato dell’otto di coppe, parla tra le altre cose, anche di crescita spirituale, di andare oltre ciò che abbiamo a disposizione per raggiungere una conoscenza (anche di noi stessi) più profonda. Astri e tarocchi sono quindi in accordo: iniziamo questa salita e vediamo dove ci porta.

Cosa leggere dunque durante questo viaggio?

Il sorprendente libro con i cavalieri, Giangioff, Fumetti di Cane.

Marco è la figura malinconica che ci dà le spalle nell’otto di coppe, insoddisfatto di tutto ciò che ha e anche di quello che non ha. Gli manca la motivazione, non ha obbiettivi, si trascina di giorno in giorno nella sua casa insieme al coinquilino Giacomo. Un incontro però lo scuoterà dal torpore, insieme ai sodali Andrea e Gian intraprenderà un viaggio che lo porterà niente di meno che alla conquista di un castello.

Il viaggio premio, Julio Cortázar, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Sur Edizioni.

Dove stanno andando i protagonisti de Il viaggio premio non lo sanno neanche loro, ma non vedono l’ora di iniziare questo viaggio che li terrà per 3 mesi lontano da casa, basta che si presentino al caffè London, a Buenos Aires, nella data prestabilita e attendere istruzioni. Sarà davvero un vantaggio questo viaggio o solo un capriccio? Tra inghippi alla nave, un’epidemia di tifo e i fragili equilibri dati dall’incertezza, seguiamo l’assurda e ironica vicenda di un manipolo di fortunati vincitori della lotteria, nel primo romanzo di Cortazar, uscito per la prima volta nel 1960 e portato in questi mesi in Italia.

Le figlie ribelli della Cina

Nel 1991 viene pubblicato Cigni Selvatici. Tre figlie della Cina di Jung Chang, un libro che mescola saggistica e narrativa, partendo da vicende realmente accadute alla stessa autrice. Il racconto è quello della Cina dell’ultimo impero e del governo Maoista, aspramente criticato, attraverso i punti di vista di tre donne: l’autrice, sua madre e sua nonna. Questo impietoso ritratto della Grande Cina non è proprio andato giù al governo, infatti il libro è stato scritto in Inghilterra ed è ancora bandito in Cina.

Molto più romanzato, ma che tratta dello stesso periodo storico è Le perle del drago verde, di Lisa See, scrittrice americana di origini cinesi. In questo caso, la protagonista Joy filtra tutte le vicende attraverso i suoi occhi occidentali, entusiasta di aver ritrovato le loro origini, almeno inizialmente, ed è ferma e sicura di voler partecipare alla costruzione della nazione, ma dopo i primi sbrilluccichii emozionanti, anche lei darà una visione disincantata e realistica del periodo Maoista.

Sicuramente la scrittura della Chang è più cronachistica, la vicenda è nuda e crudelmente descritta e il suo stile non presenta grandi orpelli. La “missione” di portare fuori dalla Cina la verità sul suo governo si manifesta inoltre non soltanto in questo volume, ma anche in un saggio: Mao. La storia sconosciuta che Jung Chang scrive insieme a Jon Halliday, servendosi, anche in questo caso come nella sua autobiografia, di testimonianze dirette, raccolte anche da persone vicine a Mao, si delinea così una Storia del tutto nuova rispetto a quella che il Grande Timoniere ha voluto far conoscere.

Il punto focale dei due romanzi è la Riforma Culturale. I protagonisti e le protagoniste sono infatti colpitɜ dalla Rivoluzione essendo coinvoltɜ nelle arti e nel settore culturale. Così vediamo come Chang Jung assiste alle rivolte degli alunni contro i loro professori, massacrati perché simbolo di una conoscenza borghese. Professori che erano stati collocati nelle scuole dal regime stesso e invece Joy, figlia di un pittore, viene mandata insieme a lui nei campi rieducativi.
La particolarità di questi due libri non è solo quella di dare una visione veritiera del periodo maoista, dal totalitarismo al culto della personalità, ma tutto quello che viene raccontato viene filtrato da chi parte della Storia non è mai: le donne.

In Cigni Selvatici le tre donne protagoniste sono collocate in epoche differenti a delineare la consequenzialità della Cina Moderna. Tutto parte dalla nonna dell’autrice Yu Fang, concubina e poi moglie di un medico che attraversa il passaggio dalla Cina Imperiale al Kuomintang passando per la guerra sino – giapponese.
Bao Qin, la madre, vede invece tutto l’evolversi della Cina di Mao, dagli albori fino al declino, ed è in assoluto il personaggio più interessante del romanzo. Piena di sfaccettature, fa fatica ad accettare le rigidità del Partito, ha dubbi continui sul suo operato, su quello di suo marito, su Mao stesso: è davvero questa l’unica via per rendere grande la Cina?
Jung Chang invece vive in pieno il momento più repressivo del regime, quello della Rivoluzione Culturale, delle estenuanti sessioni di autocritica, della povertà, della divisione di tutta la famiglia. Tutte e tre sono attrici protagoniste del loro tempo e questo viene fatto notare al lettore.
Sicuramente le donne nella Cina comunista erano trattate in maniera più paritaria, potevano arrivare a cariche importanti, avere un potere al pari degli uomini, ma erano depauperate da tantissimi altri punti di vista.
In un passo de Le perle del drago verde, si parla del disagio di chi rientrava in Cina e doveva eliminare l’uso di reggiseni ed assorbenti, simbolo dell’Occidente e della decadenza dei costumi. Ma non era solo questo il problema ovviamente: in Cigni Selvatici c’è largo spazio alla descrizione delle cure mediche e di come ci fossero dei trattamenti diversi legati al sesso del paziente. Molto infatti si parla dei parti e delle gravidanze in generale, con donne maltrattate e costrette a lavorare fino all’ultimo giorno di gestazione o di alcune malattie come quella uterina, di cui soffriva Bao Qin, incurabile con le modalità cinesi.
L’influenza che le donne potevano avere nelle cariche di potere non poteva comunque aiutarle nel quotidiano perché pur avendo il “permesso” di raggiungere determinate posizioni politiche non lo avevano per curarsi di problemi femminili e femministi, né di tutto ciò che non fosse Mao o il Partito.

Una delle donne menzionate nei libri e che arriva effettivamente ad ottenere cariche importantissime è Jian Qing ultima moglie di Mao: fu presidentessa del Partito Comunista negli anni della Rivoluzione culturale era un’attrice e usò tutti i mezzi per distruggere alcuni degli avversari politici di Mao. Giocò un ruolo fondamentale nella Rivoluzione Culturale lanciata nel 1966 contro i collaboratori più stretti del marito. Si occupò di riscrivere e dettare leggi nel suo campo: il teatro, abolendo alcune opere teatrali che potevano contenere richiami al passato feudale o fare della satira. Per esempio erano assolutamente vietate le opere in cui erano presenti gli spiriti degli antenati, che avrebbero potuto criticare l’operato di Mao pur non menzionandolo mai, nascondendo versi rivoluzionari nelle parole dei fantasmi.

Alla base della riuscita della rivoluzione però, più che i cambiamenti artistici, c’era stato il voler puntare sui giovani e sul loro sbandamento adolescenziale, innalzandoli a paladini del partito ed elementi indispensabili per il funzionamento dello Stato. I giovani sono reclutati per ribellarsi contro i dirigenti, i maestri, le autorità, in nome di un enorme cambio generazionale contro i riformisti: politici contrari a Mao tacciati di essere capitalisti.
Tutto ciò che c’era da sapere viene fissato nel mitico libretto rosso, tutto il resto della cultura, dell’arte, era praticamente inutile, non solo, era simbolo di una conoscenza fuori dagli schemi, pericolosissima per il partito e il benessere della Cina, fu così che gli intellettuali e tutti i personaggi scomodi vennero allontanati dal potere. Le famiglie furono smembrate, i membri rivoluzionari del partito mandati ai quattro angoli della Cina, Mao iniziò a perdere il suo fascino.

A mobilitare i giovani ci fu anche una divisione in classi, cosa che forse in uno stato comunista non avrebbe dovuto esserci. I rivoluzionari veri e propri, quelli che controllavano, punivano, agivano erano rossi, a loro era affidato il compito di stanare i nemici del comunismo e punirli nei più brutali modi. Poi i grigi in un limbo, ancora non manifestatamente nemici del comunismo, ma neanche puri da essere rossi e poi i neri, i veri nemici da combattere.
La situazione dopo questa suddivisione diventa impossibile, molti e molte cercano di scappare, ma pochi riescono anche a denunciare.

Leggere questi due libri è stato estremamente interessante. Generalmente quando si tratta di Storia, tendiamo a guardare solamente il nostro orticello, dal nostro misero punto di vista tutto Occidentale e ci perdiamo molto, se non tutto, di ciò che succede nel resto del mondo. Anche se la Storia presentata in questi due libri è edulcorata e decorata è sicuramente un punto di partenza per iniziare ad aprire gli occhi e a documentarci su fatti più lontani sicuramente, ma non per questo meno importanti ed interessanti di quelli che succedono nei nostri pressi e magari ci aiutano anche, come la Storia fa sempre, a comprendere meglio l’oggi.

Letture Arcane, Marzo.

Vi siete liberati dai vostri inutili pesi, come vi suggeriva La Torre, il mese scorso?
Il mese di marzo è il mese della primavera, della rinascita, della rivincita; ma sembra piuttosto di essere piombati in un loop infinito e che questo marzo 2021 assomigli davvero troppo a marzo 2020, quando ancora ignari di tutto quello che avremmo affrontato avevamo grandi speranze per il futuro che invece risulta ancora estremamente incerto.
Pretendere dalle carte che ci dicano come vivere questo mese è assurdo, ma a modo loro, riescono sempre a dare la giusta prospettiva per leggere il presente.

Che cosa mi protegge? Cosa devo curare?

La temperanza in gr. σωφροσύνη, in lat. temperantia è la virtù della pratica della moderazione. Nel mondo ellenico era intesa con il termine mediocritas che stava a indicare giusto mezzo, senso che è andato perso nel termine italiano mediocrità. Nell’Etica Nicomachea di Aristotele viene elencata assieme a coraggio, liberalità, magnanimità, mansuetudine e giustizia; come giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità. Nel mondo latino Cicerone nel De officiis così la descrive: «…rimane a parlare della quarta ed ultima parte dell’onestà; cioè di quella parte che comprende in sé, anzitutto la verecondia e poi, come ornamento della vita, la temperanza e la moderazione, vale a dire il pieno acquietamento delle passioni e la giusta misura in ogni cosa». Molte religioni tessono le lodi di questa virtù e spesso chiedono ai loro fedeli di praticarla, in particolare con opere di mortificazione della carne come il digiuno o la castità.” 

La Temperanza è il XIV Arcano Maggiore. Al centro, c’è una figura alata intenta a travasare dell’acqua. Nel mio mazzo (Modern Witch Tarot) la donna è immersa con la punta del piede nell’acqua e con l’altro tocca la terra, è ferma, ma in uno strano equilibrio. Il paesaggio sembra primaverile, è tutto verde e rigoglioso.
Qualsiasi cosa avvenga all’esterno, qualsiasi stimolo, catastrofe o pestilenza la figura rimane ferma a portare a termine il suo obbiettivo: far fluire l’acqua dalle coppe. L’acqua, come la vita infatti, continuerà a scorrere inesorabilmente, qualsiasi siano le condizioni esteriori. Nostro compito dunque, è quello di rimanere in equilibrio, non far cadere l’acqua. Non dobbiamo darci per vinti, dobbiamo assolutamente trovare il nostro centro, ed è di fondamentale importanza rimanere saldi su noi stessi in un momento così particolare, psicologicamente e fisicamente provante.

C’è bisogno di puntare i piedi e di aggrapparsi con tutte le nostre forze a quello che ci protegge, che sia una persona, un intento, un traguardo, è questo il momento di puntare su noi stessi e su ciò che permette al nostro animo di curarsi.
La Temperanza domina le passioni, è ferma, sembra quasi che riesca a controllare la sua attività solo con lo sguardo. Ma perché è di così fondamentale importanza, per lei, travasare quest’acqua? L’acqua è il fluido vitale, è nutrimento, ma anche medicina. Uno degli attributi di questa carta è senza dubbio quello della guarigione, dell’opera benefica, della salute e della cura. La nostra stabilità, la nostra fermezza e il nostro equilibrio aiutano noi, ovviamente, ma possono essere un giovamento a tuttɜ coloro che ci stanno accanto.
Lo splendido arcano alato è tradizionalmente avvicinato all’Arcangelo Michele, il più vicino a Dio: guerriero e guardiano. Ma Michele regge anche il sistema solare e il sistema interiore dell’uomo diventando anche un equilibratore tra i due massimi sistemi, questo è quello a cui noi dobbiamo puntare: diventare il centro della bilancia di noi stessi e di chi ci circonda.

L’ultimo messaggio che La Temperanza può darci è di non perdere la speranza, ma soprattutto di non cadere negli eccessi: il nostro benessere deve venire prima di ogni altra cosa e se proprio non riusciamo a resistere alle tentazioni dobbiamo far in modo di attivare la comunicazione con coloro che ci stanno accanto, affidarsi a loro e lasciarsi curare.

Cosa leggere dunque per farci mantenere saldi?

La terza vita di Grange Copeland, Alice Walker, Edizioni Sur.

Grange Copeland è un mezzadro che cerca fortuna a Nord, disturbato dalla pochezza che lo circonda, dal suo non riuscire a trovare un equilibrio, cosa che però non riuscirà ad ottenere neanche con il trasferimento. Quando farà ritorno in Georgia la situazione non è cambiata, anzi è peggiorata e la violenza e le brutture della vita sembrano non avere fine. A cambiare però è Grange, grazie ad un legame speciale, quello con la nipotina Ruth che diventerà la sua guaritrice, la sua ancora, l’arcano alato che riporta equilibrio in una vita a pezzi.

Easy Breezy, Yi Yang, Bao Publishing.

C’è una missione da compiere e non è proprio di quelle che fanno bene alla comunità. Una allegra e mal assortita combriccola deve compiere queste malavitose gesta: Li Yu il bullo della scuola media, Yang Kuaikuai il genietto della classe, il bonario zio Ya, e la piccola Yun Duo, proprio quest’ultima diventerà l’acqua da far fluire tra le coppe. La bambina infatti era dispersa fino a un attimo prima di essere trovata dai tre prodi, riusciranno a portarla in salvo e a rimanere in equilibrio nonostante la loro eterogeneità?

Buone letture temperanti!

MoranteMoravia. Una storia d’amore, A. Folli

«Erano una coppia leggendaria. Li chiamavano MoranteMoravia, tutto attaccato, come se la loro fosse un’unica vita, come fossero parte di un binomio inscindibile. Eppure non potevano essere più diversi. Ironico, entusiasta, con una grande passione per la discussione e il dialogo, Alberto Moravia era un uomo lontano dal monumento letterario che i suoi contemporanei gli eressero sin dai primi esordi. Giovane, timida e poverissima, Elsa Morante cercava di costruire l’immagine di una donna sicura, ma nascondeva una grande vulnerabilità affettiva, un bisogno estremo di continue conferme.»

La coppia più leggendaria della letteratura italiana del Novecento e non solo, è la protagonista di MoranteMoravia. Una storia d’amore saggio di Anna Folli, edito da Neri Pozza Editore, che indaga vita, morte e miracoli delle due colonne portanti della nostra letteratura moderna, ma soprattutto delinea la loro vita privata e affettiva, guarnendo le meravigliose pagine autoriali con interviste, testimonianze dirette delle persone vicine all’inossidabile duo.

È stato molto interessante leggere il progredire di questo rapporto: la passione del primo incontro, dettato dal caso ma da cui emerse un desiderio comune, la fine delle relazioni passate, fino ad arrivare al matrimonio e agli anni della seconda Guerra Mondiale, che costrinsero i due a stare nascosti per più di un anno nei territori di Fondi per evitare l’arresto di Moravia, di origini ebree. Colpisce come, persino in quel periodo di estremo pericolo, il loro rapporto rasenti quasi l’idilliaco con un modello di vita tra il campestre e il cittadino, tra uova strapazzate e ripetizioni al figlio dei pastori che li proteggevano. Proprio Moravia dirà: «Con tutte le paure che avevamo quello fu uno dei momenti più felici della mia vita». Perché il binomio MoranteMoravia comprende un affetto, un tenersi a vicenda che trascende desiderio e la passione, e che prosegue nonostante la loro separazione: quindi non stupisce che Alberto, negli ultimi mesi della vita di Elsa, la vada a trovare ogni giorno in clinica e che si presenti al suo funerale. 

Non che il loro matrimonio non abbia mai avuto delle ombre o dei momenti difficili, anzi: per le relazioni che entrambi intessono mentre sono sposati si potrebbe quasi parlare di un rapporto aperto ma in cui non si rispettavano le stesse regole. Moravia aveva relazioni fugaci ma vedeva in Elsa il centro del suo amore, e talvolta della sua poetica, riesce a “liberarsi” di lei solo quando incontrerà Dacia Maraini con cui in seguito andrà a vivere; Morante, nonostante non utilizzi mai il suo rapporto con Alberto nella scrittura («Io non facevo parte della sua poetica – ricorderà Alberto –, ma mi amava e forse l’amore per lei era più importante della letteratura») era una donna che amava in modo totalizzante, quasi in totale abnegazione di sé, e che non poteva quindi concepire fino in fondo il linguaggio d’amore del marito («Vorrei fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo»). Quasi per caso si dirige verso altri lidi ed è proprio dai due uomini per cui lei proverà un amore travolgente che si dipaneranno le crisi più forti della coppia, ossia la storia con Luchino Visconti e quella con Bill Morrow, finita in tragedia e a cui verrà dedicata una sezione de Il mondo salvato dai ragazzini.

Due atteggiamenti che si riflettono nel loro modo di lavorare, di scrivere: Moravia metodico, con una routine precisa e scandita dagli impegni; Morante travolta, si fa soggiogare dai suoi personaggi e dalla storia fino a dimenticarsi di bere e mangiare, in un rapporto tra passione e violenza.

«Nel diario la Morante non si vergogna di annotare anche i sogni più scabrosi. Confessa il suo desiderio, che si nutre di sessualità ma anche di tenerezza: “Ora anche con i sensi amo terribilmente A. I miei sensi non sono mai stati così, sempre all’erta, sempre morbidi.” Si censura, cancellando le parole che le sembrano più scandalose.»

La passione tra i due è travolgente. Anche a livello sessuale l’intesa è impetuosa e se è vero che Morante mantiene sempre un certo riserbo nella descrizione della scabrosità, tenendo comunque il tutto velatamente tenero, lo stesso non fa A. che non nasconde le varie relazioni extraconiugali, un puro divertissement. Per Moravia l’amore è Elsa, ma questo non può distoglierlo sessualmente dalle altre donne. Elsa lo sa e se in un primo momento arde di gelosia poi accetta, ma non si capacita fino in fondo del comportamento del marito: «Non mi riesce di essere per te quello che vorrei – gli scrive -. Vorrei esserti così vicina che tu te ne accorgessi e non andassi continuamente via da me come hai fatto finora. Vorrei essere un bene per te, e per questo rinuncerei a me stessa e a tutto quello che mi riguarda.»
Rinuncerà davvero a sé stessa Morante, ma non solo per il suo amato Alberto. Le sue due ossessioni, già citate Luchino Visconti e Bill Morrow la faranno annullare di nuovo, dimentica di tutto, anche di Moravia che le sta accanto: con Morrow vive un amore in cui si ripristinano gli schemi che già c’erano stati nei primi tempi di Moravia, Morante vuole prendersi cura, guarire, vuole sentirsi utile e indispensabile. Morrow è il suo ragazzo celeste dall’odore di nido. Il ragazzo da proteggere dalla droga, dall’alcool, dal suo “morbo pauroso”. Se la Morante sembra quasi accettare le scappatelle di Alberto, Alberto vede in Morrow una minaccia immensa per il matrimonio e infatti le sue previsioni saranno giuste. Accusa Bill di essere esclusivo, di volerlo allontanare da Elsa, ma in realtà si andrà a creare tra i tre un rapporto morboso e malsano. Moravia stesso infatti si prende cura del fragile Morrow quando Elsa è fuori Roma.

«Per lei è impossibile vivere anche le sue relazioni più private senza metterne a parte il marito: non solo gli fa conoscere Morrow ma in qualche modo pretende che anche lui entri nella loro vita.» Si delinea questo stranissima relazione in cui Elsa seppure sia presissima da Morrow, non dimentica mai Alberto, né Luchino Visconti a cui ancora scrive lettere, in cui Morante usa sempre il plurale, ad indicare l’inscindibilità di lei e Morrow. Anche se il rapporto tra lei e Bill non è propriamente esclusivo, deve infatti fare i conti anche con un altro incomodo, Sergio, amante di Morrow e catena che all’inizio lo ha unito alla scrittrice, ma anche con una serie di ragazze e ragazzi con cui Bill s’intrattiene continuamente. Alberto in questa crisi coniugale consiglia Elsa, diventa confidente di questo rapporto estremamente problematico che riesce perfino ad allontanare la Morante dalla scrittura. Bill è irrequieto, instabile ed Elsa lo diventa insieme a lui, è proprio attraverso Bill che avviene la disperata separazione, anche se non sarà mai davvero netta tra Morante e Moravia.

Quello che viene esplorato nel libro è qualcosa di più della storia di un matrimonio: è la storia di un sentimento, di una passione che sboccia non solo tra Elsa e Alberto ma anche con la stessa letteratura, che sarà davvero la loro compagna per la vita.

È anche un amore verso il mondo artistico del Novecento, rappresentato non solo da grandi nomi della letteratura – Einaudi, Bompiani e Pasolini per dirne alcuni – ma da chi considerava Roma, nonostante l’andatura altalenante del periodo storico, una fucina creativa, un’enorme casa in cui era possibile, ovunque si andasse, trovare persone di simili intenti con cui confrontarsi.

Oltre a Roma è presente Capri come centro della loro vitalità; mentre nella Capitale sviluppano la loro vita professionale, l’isola sembra essere quasi la culla del loro matrimonio, il luogo in cui possono essere qualcosa di diverso da Moravia e Morante, ma solo Alberto ed Elsa, al punto che lo scrittore una volta che ci tornerà dopo la morte di lei dichiarerà di averci ritrovato troppo di lei al punto da non poterlo sopportare.

Sicuramente il pregio di questo saggio è che i due autori vengono messi a nudo e con loro moltissimi illustri personaggi del nostro Novecento, una lettura interessantissima che umanizza due mostri sacri del panorama culturale italiano, anche se come leggerete pur esplicitando in qualche modo le loro umanità si rivelano essere profondamente unici, imprevedibili e assolutamente fuori da ogni canone, come solo grandɜ artistɜ possono essere.

Maria Chiara Paone
Tararabundidee

Letture Arcane, Febbraio.

78 carte, dall’origine ancora incerta. Utilizzate inizialmente pare come semplici carte da gioco, per giocare a briscola ad esempio. Diffusi moltissimo in Italia Settentrionale e in Francia, da dove si diffondono i Marsigliesi, nominati anche in Gargantua e Pantagruel di Rabelais, oltre che in moltissimi altri libri. Qualcunɜ forse l’avrà capito, si parla di Tarocchi. Ma non è per giocare a briscola che li ho voluti scomodare, per quella uso le carte napoletane-

Infatti tra il XVII e il XVIII secolo si diffonde un nuovo uso dei Tarocchi, quello legato al mondo divinatorio. Grazie a vari autori tra cui Eittella che in Manière de se récréer avec le jeu de cards nommées Tarots (1783 – 1785) indaga il legame tra gli Arcani e i Libri di Toth ed inizia anche a dare istruzioni su come utilizzare le carte per la cartomanzia. Moltissimɜ dopo Eittella hanno indagato i Tarocchi tra cui Arthur Edward Waite, l’occultista Aleister Crowley, ma anche più recentemente Rachel Pollack e Alejandro Jodorowsky.
Prendendo un po’ da tutto il mare magnum degli studi sui Tarocchi ecco che arriviamo a quello che faremo in questa sede. Non proprio divinazione perché le carte servono, tra le altre cose a interpretare meglio il nostro presente. Addentrandoci tra Arcani Maggiori e Minori, i Tarocchi saranno da questo momento una compagnia mensile che ci farà parlare ancora una volta di libri.

Una carta può rappresentare un giorno, una situazione, una persona, allora perché non un libro? Ogni mese quindi una carta ci guiderà e ci aiuterà nella scelta di una lettura inerente al suo significato.
Il mese più breve dell’anno in questo 2021 che è già iniziato turbolento, ma è ancora carico di speranza inizia all’insegna de:

LA TORRE

La sedicesima carta degli Arcani Maggiori è associata alla mitologica Torre di Babele, quindi alla superbia umana che si avvicina a Dio, ma che poi viene brutalmente annientata dalla Giustizia divina.
La sommità della torre è colpita da un fulmine: inizia la distruzione. Dalla torre cadono persone, mattoni, oggetti, si stanno buttando o vengono buttati via?

La carta della Torre parla sicuramente di catastrofi, rotture, crisi, ma dalle crisi ci si rialza e soprattutto ci si rende conto di sbagli, errori e ci si alleggerisce da pesi inutili.
La crisi può essere la manifestazione di qualcosa che non era ancora riuscito ad emergere e che ci ha travoltɜ, qualcosa che ci può far prendere coscienza di noi e di quello che vogliamo davvero, e ci fa dirigere lo sguardo verso altro, ci fa comprendere che qualcosa esiste oltre quello che ci porta a voler a tutti i costi arrivare in cima alla torre.

Le domande a cui la torre ci invita a rispondere guardano dentro noi stessɜ e chiedono: con chi è che sto rompendo? C’è qualcunə che vale la pena affrontare per alleggerire i rapporti? Da quale prigione mi sto liberando?

Una relazione, un rapporto lavorativo pesante, un progetto che non sentiamo più nostro.
La torre ci mette in crisi, ma ci spinge verso altre direzioni. Non è quello che stiamo costruendo il tempio che conterrà i nostri successi, quello è destinato a crollare, dovremmo costruirlo in modo più stabile o sarà smosso da un terremoto e dovremmo quindi trovare un luogo più sicuro sul quale edificare.

Cosa leggere quindi in questo mese di liberazione? Testimonianze di nuove vite, nuovi progetti, sconvolgimenti e perché no un po’ di magia, perché in fondo stiamo sempre parlando di letture arcane.

Tre stagioni di tempesta, Cécile Coulon, trad. di Tatiana Moroni, Keller Editore.

Andrè, Benedict, Agnès, Berangere, una famiglia di medici, sono tranquilli nella loro vallata prosperosa e tranquilla, fino a che… tutta la tranquillità, la sicurezza di Andrè, della sua famiglia e del suo villaggio vengono travolti. È il fulmine che distrugge la torre, bisogna reinventarsi, correre ai ripari. Coulon costruisce un percorso di caduta, verso il baratro, non sarà che i protagonisti di questo romanzo sono proprio quelli che vengono scaraventati giù dalla torre?

Le figlie di Ys, M. T. Anderson & Jo Riux, trad. Tiffany Vecchietti, Rebelle Edizioni.

La regina Magvlen e suo marito il re Gradlon sono i signori indiscussi della potentissima Ys, prospera città marina, che grazie alla magia ha annientato i nemici. Dopo la morte della regina a mantenere la grandezza della città saranno le sue due splendide figlie Rozenn e Dahut, la secondogenita nasconde il segreto della grandezza di Ys e dopo la tranquillità dei primi tempi la famiglia, la corte e la città tutta saranno travolti dai loro stessi malefici. Dovranno allora scappare e fronteggiare questa enorme catastrofe, perdendo inevitabilmente qualcosa per strada. Cosa ne sarà di Ys e delle principesse? Di cosa ci si è liberati per arrivare alla pace?


Ringraziamentini a Giulia per avermi spinto con le sue idee e a Diletta di Paper Moon per il titolo.

Carle vs Schiavone e Lacavalla

Iniziamo il 2021 con una nuova intervista doppia, sempre in collaborazione con la mia omonima Carla di Una banda di cefali. Stavolta i malcapitati sono Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, sceneggiatore e disegnatore di Alfabeto Simenon fumetto edito da Edizioni BD, che attraverso le 26 lettere dell’alfabeto, racconta le vicende del papà del Commissario Maigret, George Simenon.

In questa parte troverete le risposte del disegnatore, Maurizio Lacavalla, che ci racconterà il suo rapporto con Simenon, con il collega Schiavone e come ha costruito il fumetto.
Buona lettura!

Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia intervista. Sappiamo che questo fumetto è il primo che avete scritto e disegnato insieme, quindi vi chiediamo com’è nata la vostra collaborazione e com’è stato lavorare insieme per la prima volta?
Ricevo una chiamata da Edizioni BD con la proposta di disegnare un libro su Simenon (Alberto aveva già iniziato un lavoro di ricerca e stesura). Ho accettato senza pensarci. In quei giorni avevo per puro caso sul comodino “Il fondo della bottiglia” e ad ogni pagina letta pensavo a quanto avrei voluto disegnarne anche solo una. Alla fine si sa com’è andata, ne abbiamo fatte 200.

La vita di George Simenon è stata avvincente come un romanzo di finzione e forse una biografia a fumetti tradizionale non avrebbe reso giustizia alla complessità di questo personaggio. Com’è nata l’idea di raccontare Simeon attraverso un alfabeto in cui si mescolano episodi e personaggi della sua vita e dei suoi scritti?
L’idea parte da Alberto e io l’ho seguito felice, anzi, temevo il pensiero di affrontare un fumetto biografico con uno svolgimento lineare.

L’idea di una voce per ogni lettera restituisce in qualche modo la complessità del personaggio Simeon e offre un ritratto completo anche a chi lo conosce poco. Come sono nate le varie lettere?  È stato difficile trovare una voce per ciascuna?
A questa domanda sicuramente può rispondere meglio Alberto che è l’orologiaio dietro questo meccanismo di ventisei ingranaggi. Per me, disegnarli, è stata una grande avventura nel linguaggio, nella grammatica del fumetto: ho potuto spaziare da un approccio più illustrativo di certi capitoli a quello più tipicamente fumettistico di altri. Insieme abbiamo lavorato sull’andamento generale dell’opera, inteso davvero in senso musicale, lavorando sul peso dei testi, sull’alternanza di capitoli più snelli ad altri più letterari passando anche per l’assenza totale dei balloon.

Di tutte le 26 lettere dell’alfabeto Simeon, qual è quella a cui ti senti più legato?
I di Immaginazione. Un compendio di lezioni di scrittura utili a chiunque lavori nel campo della creatività. Ma anche un capitolo in cui Simenon, attraverso Alberto, rivela un lato fondamentale e comune a molti di questa professione: l’insoddisfazione.  I di Insoddisfazione.

Sicuramente Simenon ha rappresentato molto nella tua vita, tanto da dedicare a lui una tua opera, ma quando è stato il tuo primo incontro con George Simenon?
Sono un lettore di giovane data. Due anni fa, fine estate, il gesto quasi ozioso di comprare un giallo prima di salire sul treno del ritorno. “La locanda degli annegati”, una indagine del commissario Maigret.

Come è avvenuta la preparazione a questo fumetto? Sicuramente hai attinto alla produzione di Simenon, ma quali opere hai consultato maggiormente sia di Simenon che di altri autori che ti hanno aiutato a focalizzare il suo personaggio?
Ho lavorato molto soprattutto su quello che Alberto mi passava attraverso le sue sceneggiature: la sua passione, l’amore, l’affetto e il tempo dedicato nel corso degli anni ad uno scrittore gigantesco. Poter lavorare su questo materiale è stato una attestazione di fiducia e amicizia a priori: mi dovevo confrontare con Simenon ma anche con quello che rappresentava per Alberto. È stato bello e importante.
Per la mia parte, ho guardato tantissime fotografie d’epoca, cartoline trovate su internet ma soprattutto un libro di nautica incredibile trovato per caso a casa di mia nonna: immagini di viaggi, ghiacciai, canali, fiumi e ciminiere fumanti.
Poi ho attinto dalla mia esperienza: Amburgo e il suo cielo grigio, la sua nebbia, il porto di Barletta, di quella volta che sono andato a Istanbul.

A livello grafico il fumetto è costruito su un pesante grigio/nero, che dona un’atmosfera cupa e talvolta soffocante, più che sul classico bianco e nero, come mai questa scelta?
Un bianco e nero netto racconta certe luci, certi momenti del giorno, una certa atmosfera. Qui sentivo la necessità di avere questi grigi per raccontare l’umidità che sale dai canali, i fumi della pipa e della stufa. Poi guardo molto i film in bianco e nero e in realtà sono in nero e grigio.

Dopo questa prima volta, con uno spettacolare risultato, preparerete altre avventure insieme?
Fra le parole di Alberto mi sento a mio agio, un giorno se vorrà provare a rimettere piede in questo mondo maledetto diviso per vignette io ci sarò. Però avevamo in programma un viaggio a Liegi e spero sia quella la prossima avventura.

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