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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mors Pretiosa, I. Cenzi – C. Vannini.

“Nella cappella, sopra all’altare in marmo è collocata una pietà che mostra Nostra Signora Dolorosa de Soledad in ginocchio di fronte al Cristo Morto.
Alla sinistra di questo altare, la leggenda vuole che fra gli altri resti accatastati giaccia nascosto lo scheletro integro di una giovane fanciulla. Secondo il racconto, la notte di Ognissanti la ragazza prende vita.
Scivolando quindi fra i teschi e le tibie, attraverso un passaggio soltanto a lei noto, ella riesce a uscire dalla prigione di ossa per entrare nella cappella. Allora con un magico gesto della sua mano, tutti gli scheletri si ricompongono all’istante, e scendono dalle pareti per raggiungerla in una danza macabra.
Non si tratta certo di un minuetto o di un altro passo grazioso: il ballo dei morti è sfrenato, febbrile, vertiginoso, tanto che lo sbattere e lo schioccare delle ossa nella frenesia della danza si può sentire riecheggiare nella notte fino all’esterno della chiesa.”

Stiamo parlando di un macabro fatto che può succedere nella Cappella degli Innocenti, nella chiesa di Sam Bernardino delle Ossa a Milano, uno dei tre ossari descritti nel meraviglioso volume Mors Pretiosa, Ossari Religiosi Italiani, nella Collana Bizzarro Bazar di Logos Edizioni.

L’incantevole viaggio, perché per me da archeologa non può essere nient’altro che incantevole, in cui vi porteranno le suggestive parole di Ivan Cenzi e i magici scatti di Carlo Vannini, si snoda in tre punti:

  • Il primo luogo è La Cripta dei Cappuccini a Roma, dove tra il 1732 e il 1775 si iniziano a decorare le pareti con le ossa dei confratelli Cappuccini e di gente che non aveva avuto la fortuna di avere una famiglia che provvedesse all’inumazione. Le foto ci fanno vivere tutta la maestosità e la meraviglia delle sei cripte: Cripta dei tre scheletri, Cripta delle tibie e dei femori, Cripta dei bacini, Cripta dei teschi, Cappella per la Messa e Cripta della Resurrezione.
    Rosoni, decorazioni floreali, finte volte, arcosoli, pseudo absidi: vengono riproposti tutti gli elementi dell’architettura sacra, ma costruiti con le ossa. Uno spettacolo impressionante.
  • Si vola poi a Milano con la già sopracitata Cappella degli Innocenti nella chiesa di San Bernardino alle Ossa, completata nel 1692 dai Disciplini (una delle confraternite nate dal movimento dei flagellanti) con ossa provenienti dal cimitero dell’ospedale, delle vittime di lebbra o altre malattie e successivamente anche con i resti dei condannati a morte per decapitazione, dei morti in prigione e ovviamente dei confratelli. Anche qui ci troviamo di fronte ad un’altra rappresentazione fantastica in particolar modo se si guarda alla spettacolare decorazione di teschi e ossa che accompagnano lo spettatore verso l’affresco di Sebastiano Ricci che mostra le anime del Purgatorio che ascendono al Paradiso.
  • La terza ed ultima tappa è Il Cimitero dei Poveri a Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma, che non solo è un altro esempio meraviglioso di decorazione con le ossa, ma trasmette anche la storia della Compagnia della Morte, nata nel XVI secolo per seppellire tutti i morti insepolti abbandonati nelle campagne romane o gettati nel Tevere e anche per pregare per la loro anima.

Tra suggestioni e leggende gli autori ci accompagnano in un viaggio sensazionale. Le immagini sono di una bellezza indescrivibile, di una qualità altissima e a pagina intera, in modo da far vivere al lettore anche se a distanza emozioni vivissime. Inoltre l’intero testo del volume è tradotto anche in ingleseda Sally McCorry. Ottimo e davvero ben fornito anche l’apparato bibliografico. Un solo minuscolo appunto a questo volume davvero mirabile: avrei preferito che ci fosse un numero o un’indicazione che legasse le foto al testo, perché in alcuni casi le parti scritte fanno riferimento a delle immagini che si trovano a qualche pagina di distanza e potrebbe quindi essere utile per il lettore avere dei riferimenti precisi per ancorare l’immagine al testo che la riguarda e vivere ancora meglio questa esperienza.

Se questi tre luoghi non vi bastano e siete affamati di ulteriori cripte e meraviglie create con le ossa, gli autori hanno creato anche altri volumi, che ci portano in altri suggestivissimi luoghi d’Italia:

  • De Profundis, che tratta del Cimitero della Fontanelle nei sotterranei del Rione Sanità di Napoli, in cui si trovano le ossa di ben oltre 40.000 persone, che sono ancora oggi oggetti di preghiere e di grazie.
  • La Veglia Eterna che ci porta invece a Palermo, nelle Catacombe dei Cappuccini in cui si possono trovare anche dei corpi intatti, oltre alle meravigliose opere scheletriche.

I quaderni di Luisa, Luisa T.

Nel 1946, in provincia di Frosinone, nasce Luisa. Luisa è la scrittrice e protagonista dei suoi quaderni, che vincono il Premio Pieve Saverio Tutino nel 1994. “L’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) conserva dal 1984 i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani e ha raccolto fino ad oggi oltre 8000 storie di vita.Cercate nelle soffitte e nei cassetti i carteggi d’amore dei nonni, le lettere d’emigrazione, i taccuini dalle trincee di guerra, il diario di un vecchio antenato, inviateci le pagine personali che avete scritto durante la vostra vita, le memorie autobiografiche di eventi passati, ma anche i vostri diari intimi giovanili: raccoglieremo questo materiale in una sede pubblica e lo metteremo a disposizione delle generazioni future.”

Attraverso una scrittura limpida, cruda, Luisa riesce ad esprimere ciò che ha dentro, dandoci un quadro crudelissimo di un matrimonio tossico, della depressione, della difficoltà di essere donna. I Quaderni sono editi da Terre di Mezzo Editore che dal 2001 pubblica il diario vincitore del Premio Pieve.

Le prime pagine del diario sono del febbraio 1970, ma diventano effettivamente continuative dal 1981, quando Luisa cambia quaderno, appone foto e nome e si dice che ciò che scriverà non potrà più rinnegarlo, non potrà bruciarlo come aveva fatto con il diario precedente, perché è proprio in quelle pagine che si cela la vera Luisa.

Luisa è una casalinga, che cura anche l’orto e gli animali nei pressi della sua casa, ma in realtà sente di non essere fatta per quella vita. Vorrebbe essere indipendente, vorrebbe studiare, ma ormai è troppo tardi. Non voleva dare un dispiacere alla sua famiglia, quindi ha seguito il percorso comune a tutte: sposarsi e fare una famiglia, ma ora si sente imprigionata, depressa, delusa. Non sa se il matrimonio faccia davvero per lei, sa per certo però che è suo marito Nando a non fare per lei. Scontroso, povero di idee e di curiosità, severo, molesto, violento, irrispettoso, geloso, non la lascia vivere, le proibisce addirittura di andare dalla psicologa, grazie a cui Luisa era riuscita a raggiungere un po’ di pace.

“Ora cerco di spiegare i miei sentimenti verso la statuina quasi sposa, è un insiemi di sentimenti forse direi tristi e belli, perché mi dice la loro scelta, che sono importante in casa come sposa e come madre, ma anche che non posso pensare a me stessa un non sò che non posso sfuggire dal mio posto.”

Il diario di Luisa è effettivamente un personaggio, a lui si rivolge come fosse un interlocutore, come fosse l’unico a poterla capire. Si scusa quando ha troppo da fare e non riesce a scrivere, è contenta di rivederlo dopo una giornata di lavoro, a lui confida e chiede. Racconta delle umiliazioni ricevute dal marito, dei suoi sentimenti, delle depressione che la divora e la lascia ogni giorno più fiacca e stanca, dell’educazione dei suoi due figli Antonio e Angela, di cui si preoccupa immensamente.

La prefazione ad opera di Patrizia Gabrielli inquadra il turbolento periodo storico in cui Luisa scrive, perché dal diario non ne abbiamo invece traccia. “La Storia quella con la S maiuscola, sembra scivolare senza lasciare segni o impressioni nella biografia dell’autrice. […] I cenni alla sfera pubblica filtrano limitatamente, l’universo di Luisa resta l’interno della propria casa e della domesticità.”
Ma questo non deve far pensare che Luisa non vivi il momento, è una persona curiosa, pentita del fatto che, come lei stessa si definisce a scuola fosse una somara. Nelle pagine del diario infatti commenta alcuni avvenimenti, come la vittoria dei mondiali di calcio, ci dice che legge le notizie dal giornale, Il Messaggero, alcune volte commenta articoli, poesie, interviste, dimostrando di essere estremamente attenta a ciò che succede fuori dalla sua casa e dimostrando anche di avere uno spiccatissimo senso critico. C’è qualcosa che si muove in Italia in quegli anni, ed è il femminismo, la consapevolezza che le donne possono avere di più, devono pretendere diritti, riconoscimenti, rispetto. Pur non facendo parte in prima persone del movimento, le pagine del diario di Luisa sono intrise di un senso di rivalsa, di cambiamento, estremamente affine al femminismo che stava esplodendo in quegli anni. In una pagina del 1982, Luisa commenta un articolo, definendo un passo come maschilista e concludendo la riflessione con queste parole:

“Io penso che sarebbe ora di finirla di ritenere ogni uomo superiore a tutte le donne del mondo e che si incominciasse ad educare le donne in modo che quanto sa i motivi per la quale la famiglia va a rotoli ha il dovere e l’obbligo di salvare quello che può soprattutto per la vita dei figli, così come è obblico dell’uomo.”

Ci sono dei passaggi nei quaderni, davvero molto duri, in cui Luisa racconta tutta la crudeltà del marito, ma soprattutto le sue sensazioni, la sua profonda depressione, il suo infinito dispiacere per aver vissuto una vita così terribile. Ma non è solo nel matrimonio che Luisa sente una sorta di fallimento, l’ultima parte dei quaderni sono dedicata alla figura di Antonio, il suo primogenito. L’educazione di Antonio è un enorme problema nella vita di Luisa, perché ha capito che l’irascibilità, la volgarità, l’insoddisfazione del figlio sono stati alimentati dal comportamento del padre e dai continui litigi che hanno accompagnato i figli nella loro crescita. Luisa è profondamente turbata perché non si sente all’altezza di poter governare i sentimenti esplosivi del figlio, nella delicatissima età dell’adolescenza. Questo peso, insieme alla mancata libertà di azione, al marito che non riesce a trattare Luisa come una persona, alla depressione che si porta dietro la faranno arrivare ad una decisione drastica, ad un cambiamento profondo nella sua vita.

Luisa sa che può cambiare, che quella vita non è la sua vita, che non deve sottostare, che ha ancora tempo per raggiungere la stabilità emotiva e l’indipendenza che sognava.
Luisa esce da una vita tortuosa e da un matrimonio che l’aveva fatta cadere nella disperazione più nera, iniziando finalmente una nuova esistenza.

Dalla storia di Luisa è tratto anche il docufilm di Isabella Sandri, per la raccolta “I diari della Sacher” di Nanni Moretti.

SS Tata, W. Leoni

Tutti abbiamo visto Heidi. Abbiamo quindi presente la straziante separazione dell’iperattiva bambina dal suo burbero nonno, per approdare ad una vita agiata sì, ma piena di limiti, barriere, regole e soprattutto vissuta con la signorina Rottenmeier.
Gli strampalati metodi pedagogici della signorina Rottenmeier non hanno solo distrutto la vita ad Heidi, ma hanno anche educato e preparato al peggio Klaus Von Truppen, il geniale scienziato protagonista di SS Tata, di Walter Leoni (Edizioni BD).

Siamo in un’Italia del futuro, ma estremamente immaginabile: perché la Destra ha creato un clima di odio e di paura, in cui dilaga la xenofobia, il razzismo e la paura per ogni ideologia diversa. In questo clima di terrore, Von Truppen sembra quasi un agnellino, sta nel suo laboratorio a cercare di clonare Hitler da un baffetto recuperato sulle Ande, suo unico obbiettivo praticamente da sempre. Lui è li quieto a casa sua, niente potrebbe turbarlo o distoglierlo dal suo intento, ma…

Arriva B. Yonzé, la bis – bis nipotina: un terremoto, un uragano che porta nella vita di Klaus tutto ciò che mai avrebbe pensato. All’inizio tra i due c’è una profonda diffidenza, Klaus non sa neanche come si deve trattare una bambina, sa come NON si deve trattare, ricordando i terribili momenti passati con la sua spietata tata, Rottenmeier. Presto però Klaus inizierà a empatizzare con la sua nipotina, ma soprattutto inizierà a capire quanto sia dannoso e spregevole uno stato razzista, discriminante, xenofobo, anche con chi, come B. Yonzé non può avere colpe. Il suo modo di vedere il mondo, la sua idea politica, cambieranno di pari passo con le discriminazioni che la sua nipotina subisce, solo perché è nera.

Il fumetto ha tre storyline principali:
– quella di Klaus nel presente, che vive per clonare Hitler, ma in realtà deve cercare di mantenere un equilibrio nel caos generato da B. Yonzé.
– Quella di Klaus nel passato, tormentato dal ricordo delle angherie subite da piccolo quando era educato dalla perfida signorina Rottenmeier.
– L’ambiente esterno, quello degli altri cittadini, in cui si vedono loschi personaggi di estrema destra che fanno campagne elettorali, vecchi intransigenti che guardano con sospetto tutto ciò che potrebbe danneggiare lo status quo e un talk show televisivo in cui si confrontano l’onorevole Zannoni e Antonio Segantini rappresentante, della resistente sinistra, a cui però non lasciano mai spazio, timoroso e debole, vorrebbe solo sostenere e magari riuscire ad esprimere una sua opinione, ma Zannoni e il conduttore non fanno altro che mettergli in bocca cose che non ha mai detto, per renderlo ancora più odioso alla maggioranza, che ovviamente, osanna il Premier Zannoni.

L’esterno si amalgama con la vita privata di Klaus e di sua nipote, che non riescono a vivere serenamente come dovrebbero poter fare un bis – bis nonno e la sua bis – bis nipotina. Attraverso una sagace critica di tutto ciò che già oggi possiamo appurare, uscendo semplicemente di casa, Leoni ci regala una storia divertente, ma che porta moltissime riflessioni. Anche se l’ambientazione e i personaggi sono estremamente sopra le righe, la trama espone tantissime verità e la speranza è che nel futuro, più persone sicure del loro credo pericoloso come Von Truppen aprano gli occhi su ciò che c’è dall’altra parte e sul male che generano, se poi diventano anche nonni grandiosi, tanto meglio.

La ventata di novità, di disordine ma anche di consapevolezza morale che porta B.Yonzé è sottolineata dall’autore anche graficamente. Nell’intervista che potete trovare qui, sul sito di Edizioni BD, infatti, a proposito delle tavole ricche di colori che esplodono solo dopo l’arrivo della bambina, quando invece le tavole precedenti sono in bianco e nero, dice che:

Prima della nascita di mio figlio, il mio mondo aveva morbidi ed eleganti colori pastello, basse saturazioni, sfumature, tinte autunnali e colori per lo più scuri. Era fatto di legno, cartone, grafite, acciaio, vetro… Poi sono arrivati pupazzi, copertine, tutine, giocattoli, e il mio mondo è stato travolto da colori accesi, violenti, fluo ed efferati arcobaleni: è stato uno shock cromatico. Ed è quello shock che ho voluto riprodurre nel fumetto. Ho cercato di dare ad ogni tinta un significato ben preciso perché aiutasse la lettura della storia e ne chiarisse il senso.

È stata una lettura estremamente piacevole, soprattutto grazie ai continui andirivieni nel passato e nel presente di Klaus che creano grande dinamismo, anche se la trama era già molto originale in partenza. Un finale scoppiettante e molto sorprendente concludono nel migliore dei modi questo grandioso fumetto!

L’umanesimo del maschio.

Apriamo un libro di Storia, uno qualsiasi: elementari, medie, superiori, università. I capitoli più corposi sono affidati alle battaglie, alle successioni dei regni, alla descrizione dei sovrani, del loro operato e delle loro leggi, poi ci saranno gli usi e costumi delle varie epoche, la cultura, la religione, magari troviamo anche approfondimenti sulle mode del tempo, sui cibi; ma solo se siamo estremamente fortunati troveremo uno striminzito capitolo sulle donne.

Nell’anno 2017/2018 su 1.690.834 iscritti all’università, 936.704 sono state donne. Siamo studiose, istruite, dottoresse, ricercatrici, ma ancora siamo alla fine dei capitoli nei libri (quando ci siamo), bandite completamente dai programmi di letteratura, storia dell’arte, latino, greco (e parlo solo di queste materie, perché non voglio sconfinare in campi che non sono “miei”).

In tutto il mio percorso di studi non ho mai assaporato la pienezza di sentirmi rappresentata da quello che stavo studiando, eppure le donne ci sono sempre state, non sono una nuova invenzione e allora perché non fanno parte delle materie che definiamo umanistiche, che dovrebbero riguardare l’umanità tutta, non una parte di essa? Una minima risposta, almeno nel mio campo viene data qui:

Don Bosco, Svizzera, Sepoltura femminile, 850-400 a.C.

“Sebbene negli ultimi decenni molte donne si siano dedicate agli studi archeologici, abbiamo sempre imparato e lavorato all’interno di istituzioni dirette da uomini e siamo cresciute abituandoci a considerare argomenti come le armi, la guerra e le invasioni solo da un punto di vista prettamente maschile di vittoria, conquista e trionfo. Eppure in molte donne (ed anche uomini, naturalmente) sorgono altri pensieri e preoccupazioni quando si discute di questi argomenti riferendoli al proprio mondo, e non sono pochi. Come qual era nell’insieme il prezzo sociale pagato dalle popolazioni in caso di guerra o di battaglie? […] A queste domande non è facile rispondere basandosi soltanto sui reperti archeologici, ma all’interno dell’attuale campo d’indagine archeologico sono perfettamente valide; le prove che motiverebbero le interpretazioni del colonialismo maschile che ci vengono solitamente offerte vanno studiate accuratamente, e non accolte senza riflessione.” Questo lo scrive Margaret Ehsenberg, archeologa inglese, nel suo saggio Le donne nella preistoria.

Dobbiamo quindi studiare di nuovo, far emergere tutto ciò che fino ad ora è stato latente. Gli uomini hanno deciso di eliminare dalla storia tutto ciò che non gli interessava, ciò che rientra nella sfera femminile. Che poi cos’è che rientra davvero nella sfera femminile o no sempre loro l’hanno deciso, visto che non abbiamo l’assoluta certezza dei compiti, delle situazioni, del potere che avevano gli uomini e le donne, almeno nei tempi antichi. Le studiose quando si sono trovate davanti ad una materia così composta hanno sollevato il problema: come si può raccontare la storia in modo imparziale e oggettivo annullando la metà della popolazione? Le prime risposte alla storiografia ufficiale e maschilista iniziano ad emergere di pari passo con la diffusione delle idee femministe.

“Sin dagli anni ’60, e soprattutto nei ’70, si era diffuso un taglio femminista nell’archeologia, grazie al sempre maggior numero di donne che cominciavano ad integrarsi nella professione. […] L’immobilismo nell’archeologia si spiega con il rifiuto da parte della comunità archeologica di demolire il bastione della pretesa oggettività della loro disciplina. L’archeologia di genere è post-processuale, mi sembra, dato che interpreta la società come formata da individui che agiscono come agenti sociali attivi, da individui le cui attività e negoziazioni quotidiane formano una parte essenziale della dinamica storica. Nella costante interazione, ossia nella continua pratica sociale, le relazioni di genere svolgono un ruolo essenziale come uno dei principi strutturanti essenziali e basilari su cui si organizzano le relazioni sociali. Il genere è, pertanto, un’identità che sta alla base delle relazioni sociali e in pratica viene continuamente rinegoziata in questo contesto, e quindi è in continuo cambiamento. Ciò spiega non solo le differenze del significato dei generi tra i diversi gruppi, ma anche la loro trasformazione, all’interno dello stesso gruppo, nel corso del tempo.”

Dice Margarita Diaz Andreu sulla situazione degli studi archeologici di genere in Italia e continua così nel suo articolo Identità Di Genere e Archeologia: Una Visione Di Sintesi:

(Giuro che questa è l’immagine più neutra e meno sessista trovata su internet, digitando “percorso evolutivo della donna”, “evoluzione della donna”.)

“Spesso gli autori e le autrici si immaginano i rapporti fra generi e fra età diverse nel passato come una immagine speculare del mondo contemporaneo occidentale, nel quale dominano ancora rapporti gerarchici e diseguali tra i generi. Il presentismo si scopre, in primo luogo, nell’uso acritico del linguaggio e delle illustrazioni. Si impiegano di solito denominazioni di genere maschile, come se si trattasse di una cosa naturale: termini come “l’origine dell’uomo”, “gli uomini preistorici”, “i romani”, in teoria dovrebbero comprendere sia uomini che donne. Tuttavia questa illusione finisce rapidamente quando si individua ciò che queste parole significano. Un esempio basterà per illustrare ciò: quasi ovunque troviamo nei musei di tutto il mondo la spiegazione dell’evoluzione umana attraverso l’esposizione di una serie di uomini, ognuno dei quali più evoluto rispetto all’altro, ma mai una serie di donne. Se il termine ‘uomo’ fosse neutrale come si vuole pretendere, sarebbe legittimo aspettarsi che almeno un 50% dei musei scegliesse le donne per rappresentare le fasi evolutive, o per lo meno che un numero elevato di questi includesse le immagini di entrambi i sessi.

Siamo cancellate dalla narrazione che dovrebbe includerci nell’umanità tutta e siamo rimaste escluse da una ricerca che ci ha messe da parte, non vedendo nel nostro sesso un’espressione valida dell’essere umano. I ricercatori hanno proiettato nelle civiltà del passato i modelli sociali patriarcali e maschilisti che vigono nell’attualità e hanno filtrato le ricerche osservando solo ciò che interessava al maschio.

Partiamo dal principio: le cosiddette Veneri. Le Veneri preistoriche, che tutti conosciamo e abbiamo studiato sono state molto spesso strumentalizzate e quasi mai fatte studiare criticamente nel loro contesto effettivo. Sono state tramandate come oggetti volti ad esaltare la donna come madre dagli albori dell’umanità, ci è stato inculcato che si trattassero di elementi che esprimessero fertilità ed abbondanza, identificando la donna solo come genitrice, nient’altro. Questa in realtà, è solo una delle moltissime probabili interpretazioni delle Veneri, un’altra interpretazione, in questo caso tendenziosa dal lato opposto è quella che vede le Veneri come segnale di una maggiore importanza della sfera femminile nella società, viste che sono molte le statuette con forme femminili (in realtà queste statue non rappresentano neanche una maggioranza inconfutabile, perché molte delle altre statue trovate non hanno caratteristiche tali da poter essere identificate come uomo, donna, bambino o altro, quindi…), ma nella storia e anche nel mondo di oggi, quanto viene mercificata e strumentalizzata l’immagine femminile? Siamo pieni di statue di dee, quadri madonnali, pubblicità, foto di corpi di donne: queste rappresentazioni sono forse simbolo di una società matriarcale?

Non mi sento di discutere in questa sede se siano esistite o meno società matriarcali, quindi focalizziamoci sull’argomento principale: quanto la Storia sia di parte. Gli uomini, studiosi, definiti “umanisti” hanno plasmato per le donne un mondo fatto di maternità e cura filiale ed hanno modellato anche i dati archeologici e le fonti su questo quadro. Le tombe sono per l’archeologia il sale della vita, e infatti dice Rossana Di Poce:

“Un’analisi di carattere archeologico deve necessariamente partire dal presupposto che il contesto funerario nella maggioranza dei casi, è il solo giunto a noi e che esso rappresenta solo una parte di un linguaggio
articolato ormai perduto. Gli elementi del corredo funerario, il trattamento del corpo del defunto, le tombe, i cicli pittorici in esse contenuti, i rituali e gli oggetti sono alcuni dei riflessi di quel linguaggio: il mondo dei morti, infatti, con tutti i suoi segni, non è che in rapporto metaforico col mondo dei vivi che furono; un rapporto indiretto, simbolicamente e ideologicamente mediato.
Nella mentalità antica, la morte è un fenomeno di ‘scandalo’ perché con la scomparsa dell’individuo essa crea una crisi nel gruppo sociale ristretto cui appartiene. Il momento della morte conclude l’esperienza di un soggetto attraverso quella che è stata giustamente definita come una doppia performance: tutti i rituali, gli oggetti di corredo, la tomba, il trattamento del defunto da parte del gruppo parentale del morto e le scelte individuali del defunto stesso convergono in una sorta di rappresentazione collettiva. In questa messa in scena pubblica si percepisce il ruolo attivo di negoziazione dei valori propri della cultura cui appartiene il morto e del suo gruppo parentale-sociale: la performance funeraria può legittimare nuovi stili di vita, affermare nuove concezioni o scegliere di aderire alla mentalità comune di una cultura. Per questa ragione si può facilmente intuire come sia difficile decriptare tutti i segni che una sepoltura contiene: segni, appunto, prendendo in prestito dalla linguistica l’unità di base di un codice che va ricostruito.
Le negoziazioni del genere avvengono, infatti, in rapporto all’adesione o meno dell’individuo a un costrutto sociale di cui egli stesso deve essere riconosciuto come parte attiva, ed in archeologia abbiamo detto, se ne percepisce solamente il risvolto materiale: ma è in questa sfida interpretativa che si gioca la capacità di percezione della mentalità antica, come ha insegnato la scuola francese di antropologia del mondo antico e di psicologia della storia.
Sintetizzando, le identità di genere sono basate sulle similarità e differenze ascritte culturalmente e sono indagate in quanto oggetto di ‘negoziazione’ sociale, storica, contestuale: le relazioni di genere, i loro mutamenti e le ideologie correlate sono indagati come uno dei principi strutturanti basilari delle relazioni sociali. Occorre considerare le categorie e le ideologie di genere come variabili e multidimensionali: sono variabili in quanto culturalmente e storicamente determinate, e, dunque, dipendenti dalle diverse situazioni temporali e contestuali; sono multidimensionali in quanto nella maggioranza delle società esistono più di due generi ed anche perché all’interno dello stesso contesto, alle identità di genere possono essere attribuiti significati diversi in relazione alle categorie d’età e ad altre differenziazioni sociali o culturali.”

Di tutta questa complessità di generi, di compiti e di ciò che i corredi funerari ci dicono, ne abbiamo fatto volentieri a meno. Dondlon infatti ricorda come si siano sempre realizzate attribuzioni sessuali delle tombe o dei corredi, sulla base di associazioni universali e rigide prefissate sul genere, il che inevitabilmente influiva sulle conclusioni a cui si giungeva. Le conclusioni di varie ricerche hanno mostrato una tendenza sospetta a contare un numero maggiore di individui di sesso maschile che femminile, dovuta alla propensione a considerare come ma­schili dei resti che in realtà sono indeterminati.
Il metodo più comune di attribuzione a un genere di resti umani si basa principalmente sul corredo depositato nella sepoltura: quindi le tombe con corredo di armi sono interpretate come maschili, ignorando il fatto che presso alcune società le donne potevano partecipare all’arte della guerra o che potrebbero essere lì per una serie di altre spiegazioni. Nell’eventualità in cui vi siano corredi fuori dalla norma si cercano spiegazioni ad hoc per questi. Se si trova un oggetto d’importazione o qualche oggetto di grande pregio in una tomba femminile si afferma che è un regalo o un simbolo della ricchezza che l’uomo ostenta attraverso le donne. La Ehrenberg ancora, ci mostra uno degli esempi tipo:

“Un esempio del Nuovo Mondo che ha fatto molto discutere è la scoperta di giavellotti, in alcune donne della cultura Knoll, fiorita nel Midwest del Nord America nella seconda metà del II Millennio a. C. Nella letteratura tradizionale sono state avanzate numerose ipotesi per poter evitare la conclusione ovvia secondo cui le donne, come gli uomini, andavano a caccia: si disse che queste armi dovevano avere un significato cerimoniale, che appartenevano ad un esercito di amazzoni o che costituivano l’eredità di una famiglia o un gruppo.”

Insomma, un uomo può essere ricco, coraggioso, combattente, una donna può ricevere solamente un’eredità o almeno questo traspare. Avanzando un po’ negli anni e scomodando alcuni autori del passato come Cesare, Tacito, Strabone, Procopio di Cesarea, vediamo che in realtà le donne non avevano solo una funzione passiva, come invece ci hanno tramandato. (Non ce lo dovevano dire di certo loro, però.) Nella descrizione che Cesare e Tacito compiono delle civiltà celtiche, ad esempio, c’è largo spazio per le donne. Vengono infatti descritte come guerriere, druide, capi, consigliere, ma quello che questi autori sostenevano non è stato preso in considerazione dagli storici moderni. Gli studiosi e gli storici hanno pensato che queste narrazioni della società celtica femminile fossero sicuramente delle esagerazioni, solo storielle, per contrapporre le celtiche alle romane accentuandone le divergenze, per portare a Roma un po’ di esotismo. Gli stessi autori però sono considerati estremamente autorevoli nella descrizione di battaglie, degli usi e costumi celtici (maschili), insomma a chi figli e chi figliastre.

Se pensiamo per un attimo alle donne che la Storia ci ha tramandato sono tutte o emblema della maternità, della carità, dell’amore cristiano e filiale o al contrario disinibite, pazze furiose, impulsive assassine. In entrambi i casi si mettono in evidenza pochissimi fatti della loro vita, che tendono o a glorificare le prime o a condannare le seconde. Non c’è una via di mezzo e soprattutto non c’è mai una narrazione oggettiva delle donne, sempre ad esempio viene messo in evidenza quando si parla nella storiografia di donne, il loro aspetto fisico. Avete mai sentito nulla sul fisico di Giustiniano? O sulle sue abitudini sessuali? La moglie Teodora è stata invece martoriata da subito, da Procopio di Cesarea che dice:

“Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena (Teodora faceva la ballerina), poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini e fare la ballerina né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.
Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria.”

Messalina e Britannico

Ma voi ve la ricordate la madre dei Gracchi? Che manco le danno un nome povera stella (si chiamava Cornelia), il suo unico merito per la storiografia è essere proprio la madre di Tiberio e Gaio, e su ogni libro c’è quella roba oscena: cioè che Cornelia dice ad un’altra matrona, che ostentava le sue pietre preziose: «haec ornamenta mea» – ecco i miei gioielli– in riferimento ai suoi figli.
Di contro a Cornelia, parecchio tempo dopo avremmo Messalina. Mentre Cornelia è l’incarnazione della pia donna, Messalina… no. Sono tramandate su di lei le storie più squallide, più oscene: in realtà l’accanimento contro di lei è dovuto alla sua posizione, moglie dell’imperatore Claudio, donna risoluta, potentissima, voleva solo che il figlio Britannico diventasse imperatore (niente che non hanno fatto prima o dopo, pensiamo ad Agrippina che ci ha regalato quel bel gioiello di Nerone subito dopo), ma non dimentichiamo che il suo quadro estremamente negativo è stato portato avanti specialmente da Giovenale, il cui bersaglio principale erano le donne indipendenti e libere ed è a causa sua se noi diciamo di Messalina le peggio cose. (Per completezza, ricordiamo che Giovenale si scagliava contro i nobili patrizi perché non lo pagavano per oziare e contro gli omosessuali perché erano dei pervertiti contronatura, suo bersaglio furono anche Adriano ed Antinoo, quindi guardate a chi abbiamo affidato la narrazione storica.)
Poi abbiamo Teodolinda, un’altra pia donna, ricordata solo perché fece convertire i Longobardi al cristianesimo, e su questa cosa io non voglio esprimermi oltre perché già è lunga sta roba e se inizio con i Longobardi non finiamo più: comunque non è stato quello il suo miglior momento (migliore poi per chi? Per i cristiani?).

Questi sono solo minimi esempi, possiamo citarne tantissimi, pensiamo a come ci vengono narrate le storie delle donne più “importanti” come Giovanna d’Arco, Elisabetta I, Maria Antonietta, sono tutte belle e dannate, magari senza figli quindi non proprio il linea con l’essere donne, che hanno costruito su di noi gli uomini. La narrazione storica sulle donne ha tramandato più giudizi che fatti, per non parlare di quante donne la Storia non ci ha mai parlato?

Boudicca

Di Boudicca ad esempio, capo-tribù degli Iceni, che ha guidato la rivolta britannica contro i Romani nel 60-61 d. C. distruggendo la colonia di Camulodunum e Lundinum, mentre contemporaneamente la regina dei Briganti (popolazione della Britannia del Nord) era Cartimandua. (Quindi forse Cesare e Tacito avevano ragione, ma vabbè.)
E che dire di Zoe Porfirogenita (una delle mie donne preferite), dal 798 al 1050 governa l’Impero Bizantino, fa assassinare il suo consorte Romano III Argiro che voleva per forza un erede. Il suo secondo marito Michele IV morì dopo pochi anni di matrimonio. Dopo aver reso erede il nipote Michele V, fu proprio lui a osare allontanare Zoe dalla corte: il popolo insorse ferocemente, era Zoe l’imperatrice, nessun altro poteva governare. Dopo che Michele V fu accecato, imprigionato e poi ucciso, arrivò a condividere il trono con Zoe, la sorella Teodora. Insieme le due basilisse promulgarono leggi contro la compravendita di cariche, apportarono migliorie all’amministrazione civile e militare, durante il loro regno venne istituito un tribunale con il compito di indagare sugli abusi del loro predecessore. Zoe si risposò, e alla morte di lei e del marito Costantino IX, Teodora governò da sola fino alla morte, senza mai sposarsi.
Ci furono altre donne bizantine importantissime tra cui Irene d’Atene, imperatrice dal 797 all’802, ed Eudocia Macrembolitissa (regnante dal 1021 al 1096). Sovrana illuminata e grandissima letterata, entrambe riuscirono a governare il regno da sole, ma sono moltissime le sovrane orientali, così come quelle occidentali che hanno avuto un ruolo importantissimo nella politica, di cui non si sa nulla.
Rimanendo a Bisanzio nomino anche Anna Comnena (1083 – 1153), principessa ma soprattutto storica, scrisse una cronaca l’Alessiade, importantissima opera attraverso cui si possono ricostruire i fatti tra il 1081 – 1118, mai studiata lei, eh.
La storiografia ha sempre evitato di citare le donne e la tendenza a parlare solamente di pie donne e solo di minuzie per quanto riguarda il mondo femminile lo ritroviamo in tutte le parti dell’universo, Giorgia Sallusti qualche giorno fa nel suo articolo Le voci femministe dell’islam, trattando la questione femminile e le protagoniste attuali del femminismo nel mondo arabo, parla brevemente anche della storiografia araba dicendo:

“L’impareggiabile lavoro di Mernissi è stato quello di ricostruire la storia delle donne di potere nell’islām che la storiografia ufficiale tende a dimenticare con colpevole negligenza; e lo fa a partire dalla prima donna che sceglie lo spazio pubblico per la politica: ‘Ā’išah, moglie del Profeta e prima musulmana a rivendicare una carriera politica, era «la donna più sapiente fra le genti in materia di scienze religiose, e quella che aveva maggiori conoscenze», così la descrive Ibn Haǧar Al-‘Asqalānī Al-Isābah fī Tamyīz al-Ṣaḥābah, storico e giurista arabo sciafeita del XV secolo. È lei a guidare la prima sanguinosa resistenza armata contro un califfo, nell’anno 658, il trentaseiesimo dell’ègira, mettendosi alla testa di un’insurrezione contro il quarto califfo ortodosso, ‘Alī Ibn Abī Ṭālib. Questo scontro è ricordato come waqa’at al-ǧamal, la «battaglia del cammello», con riferimento a quello cavalcato da ‘Ā’išah, la sola donna sul campo. ‘Ā’išah è la prima a violare gli ḥudūd, a oltrepassare la frontiera tra il territorio delle donne e quello degli uomini, a incitare all’omicidio, uscendo dall’harem e mettendo in discussione la prerogativa maschile di muover guerra. […] Le donne presenti nella storia ufficiale, quella compilata dagli uomini, sono le sante e le figure legate alla famiglia del Profeta, e tra i primi sufi compare una donna di Basra, Rābi’a al-‘Adawiyya. Si dice che fosse una schiava, liberata dal padrone che aveva riconosciuto in lei le caratteristiche dell’ascesi e della santità. Rābi’a diventa in effetti un’asceta dedita al misticismo e alla castità, e riunisce attorno a sé un gruppo di discepoli. L’essere donna non rappresenta mai per lei un ostacolo al suo prestigio e al suo cammino verso dio attraverso l’amore: «O Dio […] non lesinarmi la tua eterna bellezza» canta una delle sue invocazioni ripetuta nei secoli.”

Ho studiato per tutta la vita le materie definite umanistiche, rendendomi conto anno dopo anno di essere esclusa, in quanto donna, da tutto ciò che il mondo è stato, ed è oggi. Per conoscere la nostra storia, si devono compiere studi da parte, paralleli a quelli ufficiali. La storia delle donne, l’archeologia femminista, l’archeologia e l’antropologia di genere, ancora, purtroppo, non rientrano in nessun programma (neanche in quelli universitari). Non sarà arrivata l’ora di cambiare registro e appropriarci del nostro passato per vivere meglio il nostro presente?

Umanesimo, Periodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del 14° sec., e culminato nel 15°: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis. […]  Con riferimento, esplicito e implicito, all’U. quale periodo storico, il termine è usato infine per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua ‘dignità’ quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica.

Questa è una delle tante definizioni di umanesimo e credo sia arrivato il momento di impegnarci quanto più possibile, per fare in modo che quell’amore per la concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, possa diventare l’amore per la concezione di umanità tutta, indipendentemente da sessi e generi e della dignità di ogni persona come autrice della sua storia.


Bibliografia

CAMMARATA Valeria, Donne al microscopio. Un’archeologia dello sguardo femminile, Edizioni ETS, Pisa, 2013.

CESARE, De Bello Gallico, a cura di M. Serrao, Signorelli Scuola, Milano, 1990.

COMNENA Anna, L’Alessiade, Nabu Press, Firenze, 2012.

CUOZZO Mariassunta, Prospettive teoriche e metodologiche nella interpretazione delle necropoli: la PostProcessual Archeology, in AION ArchStant n.s. 3, 1996.

DIAZ ANDREU Margarita, Identità di Genere e Archeologia: una visione di sintesi, in Archeologia teorica, X ciclo di lezioni sulla ricerca applicata in Archeologia, Terrenato, Firenze, 2000.

DI POCE Rossana, Le donne in Etruria tra Orientalizzante ed Arcaismo, C.I.R.S.De – Università degli studi di Torino, 2007.

DONLON Denise, Imbalance in the sex ratio in collections of Australian Aboriginal skeletal remains, in H. DU CROS, L. SMITH (a cura di), Women in Archaeology. A Feminist Critique, Canberra, 1993.

EHRENBERG Margaret, La donna nella preistoria, Mondadori, Milano, 1992.

GIOVENALE, Satire, a cura di E. Barelli, BUR, Milano, 1976.

KAISER Alan, Archaeology, Sexism, and Scandal: The Long-Suppressed Story of One Woman’s Discoveries and the Man Who Stole Credit for Them,  Rowman & Littlefield Pub Inc, Lanham, 2014.

NICOTRA Laura, Archeologia al femminile. Il cammino delle donne nella disciplina archeologica attraverso le figure di otto archeologhe classiche vissute dalla metà dell’Ottocento, L’Erma di Bretschneider, Roma, 2004.

OSTROGORSKY Georg, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, 2014.

PROCOPIO DI CESAREA, Storie segrete, a cura di F. Conca, BUR, Milano, 1996.

SALLUSTI Giorgia, Le voci femministe dell’islām, su Altri Animali, 2020.

TACITO, Annali, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1981.

TACITO, La vita di Agricola, La Germania, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1990.

Elogio del silenzio, J. Biguenet.

L’elogio del silenzio è un saggio, breve, ma estremamente interessante scritto da John Biguenet ed edito da Il Saggiatore, che indaga tutto ciò che l’uomo percepisce come silenzio, ma che forse proprio silenzio non è.

Cosa ne sappiamo noi in fondo della totale assenza di suono? Siamo circondati da rumore: i veicoli, le persone, gli elettrodomestici, il vento, la pioggia… e anche quando tutto sembra silenzioso ci siamo sempre noi a fare rumore: con il battito del cuore, il sangue che fluisce, il respiro.

A Redmond, nello stato di Washington, si trova la camera “aneoica“. Una stanza che annulla qualsiasi rumore esterno, ma che di contrasto amplifica quelli prodotti dall’interno. Per ottenere un silenzio estremo, la stanza è progettata con una struttura simile a quella di una cipolla che la isola dal resto dell’edificio e dal mondo esterno. È fatta di sei strati di cemento e acciaio ed è scollegata dall’edificio circostante, perché si trova in cima a una serie di molle antivibranti. All’interno, cunei in fibra di vetro sono montati sul pavimento, sul soffitto e sulle pareti per rompere le onde sonore prima che abbiano la possibilità di rimbalzare nella stanza. Il pavimento stesso è semplicemente una griglia di cavi sospesi fonoassorbenti.

All’interno di questa stanza ci si deve accoccolare su sé stessi, stare seduti, raccogliersi: il silenzio infatti fa perdere l’equilibrio. Non ci si riesce a stare dentro per molto, dopo 40 minuti circa si rischia di impazzire, i rumori del nostro corpo diventano infatti assordanti, il silenzio stesso diventa insopportabile.

Il silenzio che intendiamo noi è molto diverso da questo, non rischiamo di impazzire, di solito.
È pur vero che al silenzio non siamo abituati, pensate a quanto per noi il silenzio sia imbarazzante. Quando stiamo in silenzio dobbiamo per forza fare qualche rumore o cercare di riempire la mente con qualche suono: parole, tamburellare con le dita sul tavolo, fare rumore con i piedi, respirare più forte.
Per quanto davvero riusciamo a stare zitti? E quanto cambia il nostro modo di sentire rumore?

Una riflessione importante che fa Biguenet nel suo saggio è quanto la percezione del rumore cambi in base alla ricchezza. L’inquinamento acustico è infatti un problema globale, ma chi è che è più esposto ad esso? Chi è che abita vicino alle fabbriche, vicino alle strade più trafficate?

“La soglia del dolore per gli esseri umani si trova al di sopra dei 130 decibel, anche se la perdita graduale dell’udito a causa del rumore continuo è uno dei grandi problemi a livello mondiale. Uno dei punti di forza di Why noise matters è che considera l’inquinamento acustico come un fenomeno globale. Mentre la sua ricerca non è (e non pretende di essere) onnicomprensiva, questo tipo di approccio globale mette in evidenza le disparità fra ricchi e poveri, tra i paesi industrializzati e quelli in via di industrializzazione, in merito all’esperienza dell’inquinamento acustico e si chiede perché sia ancora stato fatto così poco affinché il rumore sia considerato un’ingiustizia sociale. Il rumore è, come le altre forme di inquinamento, una questione di classe sociale. Per esempio un sondaggio del MORI del 2003 ha rivelato che almeno il 20% delle persone nel Regno Unito, che hanno un reddito familiare inferiore a 17.500 sterline, normalmente avverte i rumori dei vicini, e tra essi il 93% degli affittuari di case popolari. Di contro solo il 12% delle persone con un reddito superiore a 30.000 sterline dichiara di sentire i propri vicini. Considerando globalmente il fenomeno, il divario fra ricchi tranquilli e poveri infastiditi si fa più grande in base al luogo in cui si vive.”

Biguenet dice che un’ottima trasposizione del silenzio sia la fotografia, cattura un momento, imprime un’immagine, ma non può riportare un suono, anche se guardando una foto la nostra mente viaggia e crea il suono che le occorre per “sentirla”. Ma effettivamente la fotografia è silenziosa. L’arte, la letteratura, il teatro, hanno cercato sempre di esprimere e di ragionare sul silenzio, ci sono molte opere teatrali che hanno messo il silenzio al centro e a teatro, interpretare i silenzi, far arrivare agli spettatori tutto ciò che il silenzio può comunicare è molto più complesso di recitare delle battute, anche se molto spesso chi guarda non si accorge di questa difficoltà.

“La differenza fra le battute scritte sul copione e la loro resa sul palcoscenico spesso dipende dal valore e dalla varietà dei silenzi introdotti da un attore esperto quando trasforma un copione in una performance. Le opere teatrali di Harold Pinter sono fra le poche che riescono a mettere davvero alla prova l’abilità degli attori di saper rendere i silenzi sul palcoscenico. Come afferma Peter Hall, primo direttore del Teatro nazionale della Gran Bretagna: <<Nelle opere di Pinter si evince una chiara differenza fra una pausa, un silenzio e tre puntini di sospensione. Una pausa è un vero e proprio ponte da attraversare: gli spettatori credono di stare da un lato del fiume e, dopo la pausa, quando si ricomincia a parlare, di ritrovarsi sull’altra sponda. Questa è una pausa. Spesso è persino preoccupante, perché è uno spazio da riempire retrospettivamente. Il silenzio non è un punto morto. Quando il confronto diventa estremo, non si dice più nulla finché la temperatura non si sarà abbassata o alzata. Solo allora accade qualcosa di nuovo. Tre puntini di sospensione, rappresentano, invece, un’esitazione molto breve, che pure esiste ed è diversa dal punto e virgola (tra l’altro quasi mai usato da Pinter) e anche dalla virgola. Con una virgola ci si può rimettere al passo, la si può attraversare. Il punto è semplicemente un punto. Ti devi fermare.>>”

Il silenzio però è protagonista anche nel campo che meno si può immaginare: la musica. Senza silenzio e pause, la musica non può esistere, non avrebbe la base in cui propagarsi, ma non è solo questo, anche in musica ci sono brani composti dal silenzio. L’autore parla infatti di 4’33” di John Cage, un componimento silenzioso, scritto nel 1952, controverso perché c’è chi la giudica non proprio un’opera musicale in cui, come spiega Selene de La musica di Sugar:

“L’intenzione dell’autore è quella di dimostrare che il silenzio assoluto non esiste. È vero che l’organico non sta suonando, però intanto c’è il suono del direttore, perché è necessario che ci sia un direttore se c’è un’orchestra, c’è chi dovrebbe suonare, già girare il foglio della partitura si sente e dimostra che il silenzio di fatto non esiste, ma anche gente che tossisce nel pubblico. […] In sostanza la composizione qual è? Il silenzio all’interno del quale vengono a crearsi i rumori della sala in cui viene eseguita la composizione.

Visto che io non sono un’esperta, per approfondire vi lascio qui il video di Selene che parla proprio di quest’opera e che si pone inoltre, sulla stessa lunghezza d’onda di Biguenet, accordando a 4’33” la “dignità” di vero e proprio componimento musicale, densissimo di significato, proprio nella sua grande originalità compositiva.

Il saggio di Biguenet è un piccolo gioiellino, che mi ha fatto capire soprattutto che quello che noi percepiamo come silenzio è estremamente relativo: per chi magari vive in campagna, il silenzio prevede solo il suono del vento tra gli alberi, il cinguettare degli uccellini, ma per me personalmente il silenzio è anche ascoltare la musica con le cuffie che mi isolano dagli altri rumori, e sarà comunque un silenzio molto diverso rispetto a quello percepito da una persona che abita in città. Ci sono una marea infinita di silenzi, ma mai quello assoluto, neanche sappiamo starci in silenzio anzi, ne abbiamo imbarazzo, quasi paura, riusciremo mai a sfuggire quindi, dail rumore del mondo?

Nerdopoli, a cura Eleonora C. Caruso.

“A volte i nerd hanno problemi di amore, ahiloro, ma mai di innamoramento. È una vita fatta di passioni totalizzanti. E di una certa generosità, non richiesta, nel condividerle. Qui sta una contraddizione, però. Il nerd, da una parte, vorrebbe che tutti partecipassero al suo innamoramento. Tuttavia, quando ciò comincia a succedere, e un culto diventa mainstream, il nerd si sente tradito e si disamora. O forse, più generosamente, pensa che quello che doveva fare ormai lo ha fatto, e adesso è tempo di contaminare il mondo con un’altra ossessione, nuova di zecca. Oppure più d’una.
Ai miei tempi, i nerd erano monotematici. Oggi i nerd hanno tante passioni. Cosa di musica, fumetti, serie televisive, cinema, libri… da nerd, appunto.”

E proprio di alcune delle cinquanta sfumature del nerd, tratta Nerdopoli, Espressioni di una comunità in evoluzione, saggio a cura di Eleonora C. Caruso, edito da effequ. Indagando dagli shonen, alle fanfiction, dai gdl a Lost, questo libro attraverso le voci di Susanna Scrivo, Eleonora C. Caruso, Alice Cuchetti, Arianna Buttarelli, Simone Laudiero, Matteo Grilli e Aligi Comandini esplora come si è evoluto il mondo nerd dagli albori ad oggi, quando tutto è diventato più “semplice” ed immediato grazie ad internet e alla quantità enorme di informazioni e di materiale condiviso tra le genti.

Io non so che vita sia quella di un non nerd sinceramente, la mia vita è stata ed è ancora costellata da fisse su fisse, quella più longeva, sempre presente è quella per il fumetto, ma… anche quella per Sailor Moon, che continuo a rivedere ad intervalli regolari (l’immagine in basso è stata la mia icon su whatsapp per anni, le cover dei miei cellulari sono tutte di Sailor Moon et. etc. etc). Adesso ad esempio ho la fissa delle serie coreane, con cui rompo l’anima a tutte le persone che mi conoscono, sicuramente tra qualche tempo prenderò chissà quale strana mania, e per me è sempre stato così. Davvero si può vivere senza appassionarsi totalmente alle cose, parlarne in continuazione e poi cambiare soggetto e partire di nuovo dall’inizio tutto il processo?

Per me questo saggio è stata una grande conferma, la conferma che siamo tantissimi a fare delle nostre passioni il perno su cui gira gran parte del nostro tempo. Nerdopoli è un continuo andirivieni tra presente e passato, tra cose che hanno catturato il mondo di oggi, come GOT, cioè ma ci rendiamo conto dell’hype che ha generato questa serie? Per mesi non si è parlato di altro e ancora oggi per fare una scrematura delle persone di cui fidarsi basta chiedere chi sono i tuoi personaggi preferiti di GOT e ti è piaciuto il finale? (Voglio subito dire che io ho adorato il finale, perché dalla prima scena ho tifato solo e solamente per Bran, quindi ora potete smettere di seguirmi, perché so che non siete d’accordo!)
Senza dimenticare fumetti, videogiochi, anime e serie che hanno conquistato le generazioni precedenti, pensiamo a Star Trek, che mia madre adorava e che quindi ha fatto parte della mia infanzia, o Lost. Grazie o forse devo dire per colpa di Alice Cuchetti ho scoperto anche che “Hurley non dice mica “coso”, ma “dude”, e io che lo identificavo come “cosocosi” la mia vita basata su una menzogna. Perché nel suo Big Damn Heroes parla anche di come la televisione italiana abbia tradotto, malamente, molte serie e anche di come le ha piazzate, sempre malamente, nel palinsesto televisivo.

Uno degli interventi più divertenti ed interessanti è sicuramente quello di Eleonora C. Caruso, che tratta del fenomeno delle fanfiction, dicendo che le fanfiction sono nate effettivamente ben prima di quanto ci immaginiamo:

“Adesso proviamo a essere ancora più precisi, andando ancora più indietro, fino al 1562, quando venne pubblicato un poema narrativo a opera di Arthur Booke dal titolo La tragica storia di Romeo e Giulietta. Si trattava di un cautionary tale, una di quelle noiose storie scritte per mettere in guardia i giovani dal rischio di fare di testa propria. Senonché un certo drammaturgo inglese ebbe l’idea di scriverne una sua versione, stavolta dal punto di vista dei giovani.
L’opera più famosa di William Shakespeare è, insomma, una fanfiction. Ha scritto una fanfiction Ludovico Ariosto quando si è inventato il seguito – critico e parodico – dell’Orlando Innamorato di Boiardo, e ha scritto una fanfiction Virgilio con l’Eneide.”

Estremamente interessante è la storia della fanfiction moderna e la sua evoluzione di pari passo con l’evoluzione e l’accessibilità sempre maggiore di internet. Effettivamente non avevo mai pensato a quanto potesse essere faticoso gestire un sito di un fandom, in cui approvare i commenti uno per uno, leggere e caricare una alla volta ogni fanfiction e così via, una mole di lavoro che noi nati dopo, quando internet era ormai progredito al massimo non abbiamo mai sperimentato, ora abbiamo tutto bell’è pronto e possiamo leggere fanfiction su wattpad, senza che nessuno le abbia selezionate precdentemente.

Nella comunità nerd c’è però anche qualche ombra e ne parla Aligi Comandini nell’ultimo articolo “Tu non puoi passare”, che si sofferma sul fenomeno del gatekeeping cioè “il comportamento di qualcuno che si fa carico del fardello di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di far parte di una comunità o un’identità.” Avete presente quanto sostenete di essere fan di qualcosa, che sia un gruppo musicale, un manga, un anime, un videogioco e vedete che inizia a crearsi troppo interesse, o troppo seguito e quindi si inizia a vedere male chi è nuovo ed entra nella cerchia perché “eh ma tu non c’eri quando è successo x”, “io c’ero da prima”, “tu non puoi essere un vero nerd perché io da bambino mi rifugiavo nella mia passione per sfuggire a (inserire qui qualsiasi causa di disagio) e tu invece avevi una vita serena.” Siete davvero fortunati se non avete mai incontrato persone che la pensano così, che vogliono tenersi la loro passione per la loro cerchia ristretta e sicura, come se gli altri “estranei” potessero trasformare in chissà che modo l’oggetto della mania, perché più c’è seguito, più c’è il rischio che quella determinata cosa diventi commerciale, mainstream, che perde la scintilla che ci aveva catturati, ma come spiega egregiamente Comandini, dietro ogni oggetto del piacere che sia un libro, un fumetto, un videogioco, un film, c’è sempre un’azienda che lo ha prodotto, il cui intento è vendere e arrivare a quante più persone possibili, quindi il fenomeno del gatekeeping oltre ad essere un fatto discriminatorio, è anche un po’ una sorta di scollamento dalla realtà.

Comunque, sia che vogliate saperne di più di alcuni fenomeni, sia che volete ridere sulla stramba programmazione televisiva italiana o che volete riassaporare quel momento perfetto della vita in cui Lady Oscar era l’idolo supremo, dovete leggere Nerdopoli, che scorre velocissimamente portandovi in un turbinio di ricordi e bellissimi sentimenti, potrebbe anche avvicinarvi a qualche nuova mania, io ad esempio mi sono appuntata una serie di boy’s love grazie al primo articolo di Susanna Scrivo.

Beastars

Per chi ha nostalgia di Bojack Horseman o del più “candido” Zootropolis la soluzione potrebbe essere fare un bel binge-watching della prima stagione di Beastars, anime della Orange Production tratto dal manga omonimo di Paru Itagaki e che fa parte del catalogo di Netflix

Infatti i temi principali della serie richiamano una sorta di legame con le opere citate, che non sembrano avere niente in comune tra loro: un universo di soli animali antropomorfi – gli umani si affiancano a essi solo in Bojack – i rapporti tra le diverse specie e la difficile convivenza tra la classe dei carnivori e quella degli erbivori. Il tutto è mixato nell’atmosfera giapponese dei tipici anime adolescenziali, divise scolastiche, situazioni adolescenziali e un po’ di patemi amorosi. 

La storia è ambientata principalmente nell’istituto privato Cherryton, all’alba di un evento tragico: l’omicidio di un alpaca di nome Tem. Inizia così a farsi strada, ancora una volta, la diffidenza degli erbivori della scuola verso i compagni carnivori, fortemente discriminati per la loro natura aggressiva. 

Uno di questi è Legoshi, un lupo grigio in possesso di un’innata sensibilità con cui cerca di limitare sé stesso mostrandosi schivo e mansueto. Le cose cambieranno a causa (oppure per merito?) di un particolare incontro con la coniglietta Haru che lo metterà di fronte ai suoi istinti, facilmente interscambiabili: la vede come oggetto di desiderio o come preda?

Con i suoi dodici episodi (e una seconda stagione in arrivo) Beastars riesce a catturare, anche grazie ai cliffhanger e al clima di tensione generale che si ricrea anche nelle varie dinamiche: una tra tutte quella tra Legoshi e la star del club di teatro, il cervo rosso Louis che cerca di farsi spazio nel mondo grazie alla sua popolarità e alla sua ambizione, ma non riesce ad accettare la sua condizione di erbivoro – che lo rende certo più debole – e disprezzando chi, come Legoshi, non sa essere fiero della propria superiorità fisica, del suo status di predatore. Chi vedrà la serie doppiata riconoscerà subito nella sua voce il grande Flavio Aquilone, che sembra dare vita a un Light Yagami versione animale (le caratteristiche per ora sembra averle tutte!). 

Spesso viene dato spazio ai vari personaggi secondari, concedendoci di entrare nei loro pensieri: i più divertenti e ricchi di “empowering” sono decisamente quelli della gallina Legom e della sua missione di vita.  

Per quanto sembri un classico anime adolescenziale di amoretti, ci sono molti elementi che lo rendono differente. C’è molta tridimensionalità nei personaggi che evitano di sembrare scontati: tutte le specie, carnivori ed erbivori, hanno i loro pregi e difetti anzi, quelli che ne pagano di più il prezzo sono stranamente quelli considerati più forti, che subiscono attacchi di bullismo e di isolamento a causa del pregiudizio. Sorprendentemente anche il personaggio di Haru vive una sorta di dualità del suo essere, che la rende oggetto di pettegolezzi e derisioni ma spinta da una motivazione forte, fuori dalla semplice apparenza. La tridimensionalità si avverte anche nelle ambientazioni, che si estendono al di là della scuola: i ragazzi visitano la città e scoprono a loro spese il prezzo che ha il compromesso della convivenza pacifica.

Un’ultima nota è da dedicare alla sigla, stravagante e meravigliosa, realizzata mediante lo stop motion in cui Haru e Legoshi si muovono tra il giorno e la notte, sempre sul filo del rasoio riguardo al loro rapporto e al modo in cui viverlo. 

Maria Chiara Paone

Il sogno del villaggio dei Ding, Y. Lianke.

Non credo ci sia momento migliore di questo per leggere Il sogno del villaggio dei Ding edito da Nottetempo, cronaca romanzata della diffusione dell’AIDS nella provincia di Henan, in Cina negli anni ‘90, scritta da Yan Lianke. C’è una febbre che divora, consuma, che sembra diffondersi più velocemente di qualsiasi altra cosa, sembra propagarsi nell’aria. Tutti sono fiaccati, distrutti. C’è chi è malato, privo di forze, di appetito e chi assiste i malati, conscio che forse quel momento arriverà anche per lui. La chiamano semplicemente febbre o più evocativamente ondata rosso sangue, perché i corpi dei malati si riempiono di pustole che scoppiano e poi basta un graffio, minuscolo, imprevedibile, per raggiungere la fine.

Pensare che il Villaggio dei Ding inizialmente aveva dato un sacco di problemi al governo: i cittadini di vendere il sangue proprio non ne volevano sapere, fino a che il guadagno e l’avarizia non hanno preso il sopravvento. Si guardano intorno gli abitanti del Villaggio o meglio, devono guardarsi intorno. Il governo gli impone di fare delle gite d’istruzione, per far vedere come sono diventati lussureggianti i villaggi vicini, quelli che non hanno avuto remore nell’accettare le proposte del governo. Incantati dalla facilità del guadagno, dalla prospettiva di una vita ricca in cambio di cosa poi? Un po’ di sangue? Gli abitanti si lasciano convincere, all’inizio ancora un po’ titubanti, ma quando iniziano ad arrivare davvero i soldi un’ondata, anzi una marea di persone si convince che vendere sangue è cosa buona e giusta. Non c’è nessuna protezione per loro, ma come potevano sapere che vendere sangue potesse essere così pericoloso?

Ad una prima organizzazione governativa si sostituiscono ben presto organizzazioni private che si assicurano di prelevare il sangue richiesto dalle autorità, tra queste organizzazioni brilla quella del primogenito dei Ding, che diventa in poco tempo il più ricco del villaggio. Lui voleva ottenere quanto più sangue possibile, cosa importa se si dovevano fare controlli prima? Se la gente stava bene perché non avrebbe dovuto vendere il suo sangue ogni 10, perché aspettare 15 giorni o addirittura un mese? Poi quante storie, per un po’ di sangue! Meglio risparmiare usando lo stesso batuffolo di cotone su più persone per pulire, no? Cosa ce ne dobbiamo fare mai di aghi sterilizzati, tanto la gente sta bene, è felice, il governo la sta riempendo di cibo, gioia, benessere, cosa mai può andare storto? (In alcuni casi chi gestiva il traffico locale, visto che i contadini erano fiaccati dalle vendite continue si premurarono di reinfondere il sangue, dopo che era estratto il liquido plasmatico, che era la cosa che interessava al governo, al modico prezzo di 5 yuan.)

“Nelle città e nelle campagne i dottori piangevano disperati di fronte all’avanzare della malattia, ma al Villaggio dei Ding, un medico, seduto tutti i giorni in strada, rideva.”

Il Maestro Ding sa che quella febbre non è semplice febbre, si tratta di una malattia nuova, che pare chiamino AIDS, forse si sopravvive qualche mese, anni, una volta che è arrivata non si può più tornare sani, però sembra che stiano trovando una cura, un vaccino. In fondo il governo Cinese tiene così tanto ai suoi cittadini, non permetterà che questa febbre si diffonda ancora.

(Fino a pochi anni fa, vendere sangue era l’unico modo per sopravvivere nelle regioni più povere della Cina. In realtà le donazioni di sangue dovevano essere gratuite, ma le autorità pagavano fino a 160 yuan per 600 cc di sangue. Nella Contea di Yunxian c’era un centro di raccolta nato nel 1998 che in 11 anni ha accolto circa ventimila persone, raccogliendo sessantamila sacche di sangue all’anno, per un giro d’affari di oltre 10 milioni di yuan. Questo circolo di sangue doveva arricchire il paese attraverso la vendita di plasma liquido alle industrie biotecnologiche dei paesi esteri. Solo con lo scoppio dell’epidemia di Sars nel 2003 il governo ha cambiato le regole, ora il governo continua ad incoraggiare la donazione volontaria, tra individui sani dai 18 ai 55 anni, ma in centri specializzati e a titolo gratuito.)

C’è speranza, nel cuore del maestro Ding, che come sempre cerca di fare la cosa giusta. Lui, il custode della scuola, trasforma quell’edificio, ormai abbandonato, scheletro inerme che un tempo era stato contenitore di sorrisi, giochi, lezioni, in un ricovero per i malati di febbre. Sembra non aver minimamente paura che quella malattia possa colpirlo, si fa in quattro per cercare di alleviare le sofferenze dei malati del villaggio, istituendo una comune, in cui i malati vivono tutti insieme e possono mangiare, riscaldarsi, passare momenti di vita tranquilli senza poter essere un pericolo per i loro familiari ancora sani. Sembra andare tutto benissimo, ma poi iniziano ad esserci scandali su scandali che costringono il Maestro Ding a lasciare la sua posizione e ad affidare la gestione della scuola ad altre persone. La causa di tutti i mali del villaggio dei Ding sembrano essere i figli del Maestro. Il più grande non solo ha portato avanti la più spregiudicata compravendita di sangue, ma ora specula anche sulle morti, comprando e rivendendo bare che sono diventate un bene di prima necessità in una provincia in cui ci sono più morti che vivi. Purtroppo il secondogenito non è da meno, pazzo, cieco d’amore e anche di febbre tenta di divorziare dalla moglie, di passare le sue ultime giornate con la splendida Lingling, moglie del cugino, anche lei malata, devono consolarsi a vicenda, per sopravvivere almeno un altro po’. I figli. Che problema enorme per il povero Maestro Ding, rispettato e amato da tutti, deve cedere tutto ciò che ha perché i suoi figli non hanno avuto un minimo di scrupolo e di dignità, hanno ciecamente seguito i più bassi istinti di guadagno e di lussuria. L’unico discendente che sembra avere la tempra del Maestro sembra essere suo nipote, è sua la voce che ci racconta la storia del Villaggio, una vocina esile, dolce, strappata dalla vita a 10 anni, perché era figlio di suo padre.

Quella prosperità promessa e assicurata dalle autorità cinesi è stata cancellata da una sola sicurezza: la morte. Il Villaggio dei Ding, si prosciugherà come il letto del Fiume Giallo su cui sorge, le persone muoiono di continuo, la morte è così terribilmente presente che lascia totalmente indifferenti, si usa di tutto per costruire una bara, si tagliano tutti gli alberi, si demoliscono armadi, tavoli, lavagne e una volta che la bara è pronta ci si rilassa: si può morire. È di certo un’epidemia completamente diversa, ma in alcuni momenti, durante la lettura, mi sono chiesta se Yan Lianke non stesse anche descrivendo quello che stiamo vivendo ora, senza certezze, con l’ombra di una cura che forse arriverà, ma chissà quando.

“Con la morte in agguato dietro alle porte, chi aveva ancora voglia di coltivare i campi, di uscire di casa per andare a lavorare e a guadagnare soldi? Si restava chiusi in casa, porte e finestre sbarrate, per paura che la febbre trovasse uno spiraglio per intrufolarsi. A dire il vero, la si aspettava, la febbre. Si aspettava e si stava in guardia, giorno dopo giorno. Qualcuno diceva che il governo avrebbe mandato l’esercito con grandi camion a prelevare tutti i malati e li avrebbe portati nel deserto del Gansu per seppellirli vivi, come si faceva una volta, secondo la tradizione, durante le epidemie di peste.”

Il sistema del tatto, A. Costamagna.

Andare e venire, uscire, finalmente poter andare fuori di casa, fuori dall’Argentina. Una bambina, una semplice bambina come Ania può farlo, ma viaggiare non sembra essere il destino di Augustin, cugino del padre di Ania e personaggio più meraviglioso de Il sistema del tatto, libro di Alejandra Costamagna, in uscita domani per Edicola Edizioni.
Augustin è un aspirante dattilografo e un appassionato di libri noir e gialli che ogni estate vede Ania giocare nella sua casa, a Campana. Sembra che quella bambina accolga tutto con sufficienza, con superficialità e infatti è con questo sentimento che sembra accogliere i libri che Augustin le propone, anche se poi ne discutono insieme. In realtà sembra che Ania accolga tutto con leggerezza e superficialità, sembra sempre stanca di agire o forse più che stanca è semplicemente annoiata dalla vita che ha, niente sembra avere presa su di lei, né da bambina, né da adulta.

Sono vari i piani narrativi di questo libro, si intrecciano i punti di vista di Ania bambina e quelli di lei da adulta, che deve, purtroppo, presenziare al funerale di Augustin in vece del padre. Che poi come si presenzia ad un funerale? Sì lei ricorda Augustin, lo ricorda bene, ma cosa si risponde alle condoglianze? Come si manifesta il proprio dolore?

Il racconto della Costamagna è un continuo andirivieni tra passato e presente, tra le esperienze di Ania che non riesce a dormire ed ha un fidanzato di 25 anni più grande di lei, di Augustin che strenuamente non smetterà mai di praticare la dattilografia e di Nelida che ha dovuto lasciare l’Italia per sposare un suo cugino, in Argentina, e che viveva in un mondo suo, nostalgico e malinconico mondo che sembra aver trasmesso al figlio, sempre preoccupato per le sorti della chilenita, che anche se solo durante le vacanze si trova in un paese straniero e lui ha sempre paura che possano farle del male, d’altronde i cileni non sono ben visti, tanto meno suo padre, un rosso.

La Costamagna in questo libro ci presenta il distacco in moltissime sfaccettature. Prima c’è quello di Nelida, che deve, anzi è costretta a staccarsi dalle sue sicurezze, dalla sua vita piemontese, da sé stessa quasi, per abbracciare una nuova vita di cui lei non aveva mai fatto richiesta, ma che dovrà vivere per forza, per accontentare la sua famiglia. Poi c’è il distacco di Augustin, dalla vita. Lascia una traccia in tutti quelli che ha conosciuto Augustin e lascerà una traccia anche in voi lettori, è caparbio, appassionato e soprattutto è una delle voci del romanzo, quella che intervalla gli andirivieni temporali di Ania, e che viene presentata graficamente anche in modo diverso rispetto al resto della narrazione, noi lettori infatti siamo estremamente fortunati a poter leggere le sue prove di dattilografia, le sue lettere di presentazione e il suo manuale per una buona scrittura a macchina.

Poi c’è Ania, che con la morte di Augustin si deve distaccare dal passato. Andrà in Argentina, tornerà in quella casa che ha il sapore dell’infanzia ma che non ha più nessun abitante, si tufferà nei suoi ricordi e anche in quelli di Nelida attraverso le sue fotografie e le sue lettere e in quelli di Augustin, con le sue prove di stampa, attraverso una scatola che non aveva mai notato, ma che dovrà lasciarsi alle spalle, perché in fondo la vita va avanti.
La storia familiare de Il sistema del tatto, che attraversa diverse generazioni, potrebbe essere la storia familiare di moltissimi degli italiani che sono emigrati in America Latina, in cerca di ricchezze e fortune che non sempre si sono poi materializzate. Due dei fratelli di mio nonno sono stati in Sud America, uno in Venezuela ed uno proprio in Argentina e anche zio Mario come Augustin ha fatto capatine veloci a Mar Del Plata, senza mai andare troppo lontano da casa sua. Augustin è il quadro di quel parente particolare, un po’ sopra le righe che abbiamo in tutte le famiglie, ed è secondo me la vera forza di questo romanzo, perché chi non ha fatto esperienze di distacco e di emigrazione forse non riesce ad empatizzare pienamente con Nelida e Ania, ma Augustin ha tutto un suo modo di essere, che ti porta a volergli bene, si riesce a familiarizzare con lui ed anche quando ormai non c’è più rimane una presenza fissa nel romanzo a ricordarci di che meraviglioso personaggio sia.

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