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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Days of hate – Kot, Zezelj.

Dopo la fine del disincanto del 2017, 2018 e 2019, quando con mezzi pacifici e con tanta speranza la sinistra tentava di cambiare il mondo si approda nel 2022. In quest’anno, nel futuro estremamente prossimo, è ambientato Days of hate. Uscito in America per Image comics è scritto da Ales Kot e disegnato da Danijel Zezelj, portato in Italia da Eris Edizioni.

Quello che abbiamo letto è solo il primo atto e mostra una situazione terribile, ma purtroppo non estremamente difficile da immaginare. Siamo in America, negli Stati Uniti guidati da un governo fascista. Ai vertici del potere esaltati pazzoidi, contrastati da un gruppo formato a triangolazioni: uno conosce l’altro, che però non conosce il terzo e così via.

Ci troviamo nel bel mezzo di una conversazione quando il fumetto inizia. C’è qualcosa che si sta progettando, ma ancora non è chiaro. Stanno parlando i buoni o i cattivi? Il marasma resistente o quelli che ci tengono ad essere chiamati Alt – right (perché nazisti pare brutto)?

Non lo sappiamo, non subito almeno. Le cose sono un po’ confuse inizialmente. Ci sono due attacchi uno dopo l’altro: il primo un incendio, durante una festa gay con tanto di firma segnaletica, una svastica dipinta; il secondo per scovare e vendicarsi di chi ha compiuto il primo atto.

Al centro del fumetto, oltre alla situazione politica si descrive la storia di due donne. Amanda e Xing, due donne che erano sposate, ma che a causa di un incidente hanno dovuto fare i conti con un dolore incolmabile che le ha separate o meglio, pare che più che separarle le abbia logorate fino al punto di odiarsi e accanirsi l’una contro l’altra, con l’unico obbiettivo di augurarsi il peggio per la propria metà. Questo pare almeno, nel racconto che Xing fa a Freeman, uno dei capi che deve assolutamente riportare l’ordine, eliminare in ogni modo e con ogni mezzo la resistenza: deve trovare coloro che hanno osato rispondere all’incendio firmato.

Il disordine e il caos sono imperanti nell’ambientazione e anche nelle vite delle protagoniste. Ma tutto questo deriva dall’odio, dalla cattiveria che viene descritta pagina dopo pagina. Restrizioni, umiliazioni, violenze. È normale sterminare una famiglia, normale voler eliminare persone “diverse”, tutte cose già viste eh nella nostra stessa storia, cose che non è che si faccia troppa difficoltà ad immaginare. Kot e Zezelj descrivono un probabile futuro, vicino, talmente tanto vicino che ci chiediamo solo quanto sia ispirato al presente.

Il tratto di questo fumetto è spigoloso, affilato e volatile. Non ci sono contorni, forme, ben definiti come non ci sono definizioni certe e sicure nella storia. Jordie Bellaire cura i colori con una palette prevalentemente scura e cupa. C’è in tutto il fumetto, a livello grafico, un senso di fumosità, che confonde: pochi indizi ad esempio ci fanno capire dove siamo, l’ambientazione non è propriamente americana, sappiamo che siamo in America dal testo, ma a parte qualche grattacielo e pochi indizi sparuti è difficile orientarsi. Ad un certo punto pare quasi di scorgere il Colosseo Quadrato… forse perché gli Alt – Right sono sempre legati ad un certo tipo di architettura a qualsiasi latitudine spaziale e temporale.

Se non siamo stati abbastanza convincenti sappiate anche che il fumetto porta con sé un apparato di citazioni e di consigli letterari, cinematografici sul tema. Quindi alla fine della narrazione si aprirà uno scenario non indifferente.

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Tararabundidee feat. Tra le righe, ep. 15: La Maschera

Carnevale quest’anno è arrivato ai primi di marzo. È una festa sicuramente divertente, gioiosa, ma è anche la festa in cui da sempre è avvenuto un capovolgimento, si dà vita a un particolare gioco delle parti e per quei giorni tutti possono essere quello che vogliono. Non ci sono ruoli, né regole, si può fare tutto. In molti casi però le maschere servono anche per nascondersi, per non far vedere chi si è e per agire indisturbati.

Insomma, il tema della maschera è da sempre legato a quello dell’identità ed è stato sfruttato ed utilizzato in tutti in modi possibili nella letteratura e ovviamente nel teatro. Abbiamo chiesto alla nostra libraia di Tra le righe, per il libro di marzo, di parlare di qualcosa che avesse a che fare proprio con la maschera e Paola ci parla infatti di Transiti. Secondo libro della trilogia di Rachel Cusk. Il primo libro si intitola Resoconto, ma anche se la protagonista rimane la stessa non è necessario leggerli in ordine.

Rachel Cusk, Transiti, Einaudi 2019 (trad. Anna Nadotti)

«… qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato.»

La letteratura è costellata di interrogativi su chi siamo veramente noi, come appariamo, come vogliamo mostrarci agli altri: un continuo gioco di specchi tra la nostra vera identità e la maschera che ci hanno chiesto di indossare o la parte che ci siamo imposti di recitare. Ed ecco che Carla mi chiede di pensare a un libro su un tale tema, complesso e molto trattato: la scelta è scivolata su un romanzo fresco di stampa, ma anche fresco nella sua originalità di scrittura, piana e profonda. La storia principale – quella di una scrittrice da poco trasferitasi a Londra con i suoi due figli, “in transito” verso una nuova dimensione dopo una separazione – ne contiene molte altre: la protagonista incontra tanti personaggi diversissimi tra loro, con i quali instaura un dialogo talmente intenso da risultare quasi una sorta di seduta psicoterapeutica. Alla fine di ogni racconto o microstoria il personaggio ha gettato la maschera, o almeno ha svelato una parte di sé che rimaneva nascosta e inespressa. Quasi senza volerlo, mossa solo da una curiosità che nasce senz’altro dalla sua professione di cercatrice e narratrice di storie, la protagonista incalza con delicatezza i suoi interlocutori, o viene semplicemente scelta per ascoltare lo svolgersi dei fatti e dei ricordi, le molteplici narrazioni di sé che ognuno di loro decide di raccontare. Che si tratti di un impresario edile, di un ex fidanzato, o di persone che ruotano intorno al mondo della scrittura, tutti aprono squarci di vita passata, spesso dolente, davanti agli occhi della donna, e nel parlare riflettono sui propri comportamenti, raccontano di abbandoni e durezze, ma mostrano anche lati sgradevoli, poco chiari della loro stessa esistenza. Rachel Cusk, attraverso il suo alter ego scrittrice, nota tutto con grande capacità evocativa, uno sguardo, un taglio di capelli, un modo di sedersi o di alzare un sopracciglio. E nello stesso tempo non è mai superficiale, affonda il coltello nelle vite vere delle persone e ci restituisce un quadro composito, inevitabilmente ponendoci domande altrettanto incalzanti su di noi, chi siamo e cosa vogliamo essere.

Paola Mastrobuoni

Qui potete trovare le scorse puntate, noi ci sentiamo il mese prossimo con un nuovo tema per il libro di aprile! Ah… dimenticavo, il libro sul tema che consigliamo l’avvocato ed io è La notte non vuole venire di Alessio Arena, in cui la protagonista Gilda Mignonette, sotto una maschera di fama, bellezza e lustrini nasconde un animo fragile e delicato, mentre la cara Esterina che sembra così anonima e buona darà del filo da torcere alla protagonista.

Traduzione: Intervista a Marta Rota Núñez

Come sapete marzo in casa #BBB è passato con gli amici di Edicola Edizioni. Abbiamo letto Kramp di Maria José Ferrada, un bellissimo romanzo che parla del rapporto di un padre con la figlia, di come questo possa essere intenso e totalizzante e di come può deteriorarsi.

Per conoscere qualcosa in più su Kramp vi rimandiamo alla recensione di Silvia de Il piacere della lettura, mentre noi vi lasciamo all’intervista che abbiamo fatto a Marta Rota Núñez, traduttrice del romanzo. È un’intervista davvero bellissima, perché Marta ci spiega con entusiasmo e passione il “viaggio” nel mondo della traduzione editoriale e quello nel mondo di Kramp!

Come si diventa traduttori/traduttrici? Qual è il percorso di studio e lavorativo che hai fatto per arrivare dove sei ora?

Il mondo della traduzione è estremamente vasto e comprende molti settori. Ho l’impressione che spesso, però, intorno a quello editoriale si crei un’aura d’impossibilità e mitizzazione, come se per diventare traduttori editoriali ci volessero una ricetta magica o una fortuna sfacciata. È un’idea che non mi piace, quindi direi che, come per ogni professione specializzata, traduttori si diventa prima di tutto studiando, formandosi in modo continuo e adeguato, e poi scegliendo con cura delle esperienze, lavorative e non, che aiutino a specializzarsi nel proprio ambito d’interesse e a costruirsi un percorso professionale. I miei studi sono stati molto mirati – ho frequentato la laurea triennale in Mediazione Linguistica e Interculturale e poi la magistrale in Traduzione Specializzata, entrambe all’Università di Bologna. Per perfezionarmi, ho proseguito con una specializzazione post-laurea in Traduzione Editoriale presso l’agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ho scelto di svolgere due stage all’interno della redazione di due case editrici, in modo da conoscere più da vicino questo mondo. Poi viene la frequentazione di fiere ed eventi del settore, le tante letture, il tempo speso a partecipare a concorsi, studiare le case editrici o elaborare proposte di traduzione. Bisogna avere determinazione, pazienza, passione e grande intraprendenza.

Com’è nato invece il sodalizio con Edicola Ediciones?

È stato un incontro fortunato. Avevo conosciuto Paolo nell’aprile del 2017, durante la Children’s Book Fair di Bologna. Era il responsabile della delegazione cilena e aveva organizzato la presentazione di Il segreto delle cose, il primo libro di María José Ferrada che ho tradotto come tesi di laurea ed è poi uscito per Topipittori. Quando María José ha scritto Kramp, entrambi l’abbiamo letto e ce ne siamo innamorati. Paolo e Alice volevano pubblicarlo in Italia, io volevo tradurlo ed ero alla ricerca di un editore. Ci siamo incontrati nel mezzo, direi. Ed è andata così bene che l’anno dopo ho deciso di provare a far incontrare altri due desideri, quello di conoscere il Cile e quello di fare un’esperienza all’interno di una casa editrice. Così ho mandato una mail a Edicola con oggetto: “Proposta (spero non troppo) indecente”. Un mese dopo ho fatto le valigie e li ho raggiunti a Santiago.

Sappiamo che hai avuto modo di vivere la casa editrice in Cile, com’è stata questa esperienza? Hai potuto conoscere l’autrice (María José Ferrada) di Kramp, libro che hai tradotto per Edicola?

L’esperienza in Cile con Edicola è stata un concentrato di meraviglia, scoperta e apprendimento su tutti i fronti. Sperimentare il lavoro di una casa editrice dall’interno è utilissimo per un traduttore: si impara che cosa significa stare “dall’altro lato”, qual è il modo di lavorare dell’editore, quali sono le sue esigenze, i suoi tempi, come funziona una revisione, ecc. Farlo in Cile, poi, è stata la ciliegina sulla torta: ho potuto esplorare un panorama editoriale del tutto nuovo, vivere sulla mia pelle un’altra cultura, prendere confidenza con una diversa varietà dello spagnolo… Difficilmente avrei potuto fare un’esperienza più completa. Per quanto riguarda María José, ci eravamo già conosciute a Bologna qualche anno fa, ma a Santiago ci siamo viste spesso, abbiamo lavorato fianco a fianco alla traduzione di un suo nuovo libro autobiografico e fatto un viaggio insieme nella regione dell’Araucania, in cui è ambientato Kramp. Un momento davvero unico e prezioso.

Com’è il rapporto tra traduttore ed autore, se ce n’è uno? O tutto il lavoro è filtrato dalla casa editrice?

Come per ogni rapporto umano, dipende dalle singole persone. Ci sono casi in cui è del tutto inesistente, perché non ce n’è bisogno e nessuno dei due lo cerca; o, nei casi più sfortunati, perché l’autore non è disposto a collaborare. A me finora non è mai successo. Direi che quando è necessario per esigenze lavorative, la prassi è che ci sia uno scambio di mail diretto tra traduttore e autore, in cui talvolta s’introduce anche l’editore e/o revisore. Se tutti collaborano, il confronto può essere molto costruttivo. E poi ci sono i casi più fortunati, in cui il piacere di conoscersi al di là della sfera lavorativa è reciproco e può nascere una bella amicizia.

Soffermandoci su Kramp, di cui hai appunto curato la traduzione, è un romanzo molto breve, ma veramente intenso che ha un linguaggio particolarmente evocativo e musicale. Quanto a livello tempistico ci è voluto per concludere la traduzione di questo romanzo e come hai reso questo aspetto musicale della lingua?

È vero, la forza di Kramp sta proprio nella musicalità della lingua e nella potenza delle immagini. In romanzi di questo tipo, il tempo è un fattore chiave, perché richiedono un lungo lavoro di limatura. Io ho avuto la fortuna di avere a disposizione circa tre/quattro mesi, perché il piano editoriale di Edicola lo permetteva. Quindi ho potuto fare quello che, idealmente, bisognerebbe fare sempre: lasciar “riposare” la traduzione, abbandonarla fino quasi a dimenticarla, e rivederla in un secondo momento. L’ho riletta moltissime volte, spesso anche ad alta voce, fino a trovare l’atmosfera e il ritmo giusto. Ricordo che ho persino mandato una registrazione del primo capitolo a María José, per farle sentire come “suonava” il suo Kramp italiano… La ricerca di quella musicalità è stata centrale.

Ci sono state parti del romanzo particolarmente ostiche da rendere in italiano? O al contrario parti che venivano naturali anche nella nostra lingua?

Parti vere e proprie no, non che io ricordi. Direi che ci sono state due difficoltà principali. La prima, nel lavoro di analisi precedente alla traduzione. Nei testi di María José ci sono immagini, strutture, parole che ricorrono; chi conosce la sua intera opera ne può percepire il peso, l’importanza. Perché tutto ciò non si perda nella traduzione, è necessario essere molto meticolosi: notare – e annotare – i continui riferimenti intratestuali, e mantenerli anche nella lingua di arrivo. La seconda difficoltà riguardava l’ultima fase, ovvero il lavoro sul testo di arrivo. La ricerca della poesia nell’essenzialità. In questo caso, l’affinità tra italiano e spagnolo mi è stata d’aiuto, perché anche la nostra bella lingua, proprio come lo spagnolo, permette di ottenere una musicalità di questo tipo.

Ci sono delle attività che compi sempre durante il tuo lavoro? Creare un’atmosfera particolare, guardare determinati film o ascoltare della musica in relazione a quello che traduci? Hai fatto qualcosa di particolare per calarti meglio nel mondo descritto in Kramp?

Una cosa che cerco di fare sempre è conoscere il più possibile l’autore, sia attraverso la sua opera che la sua autobiografia. È incredibile quante cose “tornino” di colpo, quando si capisce da dove vengono. Per il resto, dipende molto dai libri: alcuni necessitano di ricerche specifiche su un argomento, o di calarsi in un contesto storico o in un gergo particolare, altri invece no. Prima di tradurre Kramp, ho letto molti altri libri di María José. Sono quasi tutti libri di poesia per bambini, tutt’altro genere rispetto a Kramp, eppure sono stati fondamentali per appropriarsi del suo ritmo, entrare in quell’immaginario, comprendere il modo in cui M, la piccola protagonista del romanzo, vede il mondo. E poi ho guardato il film che viene citato in apertura: Paper Moon, di Peter Bogdanovich. Un film ambientato in Kansas negli anni Trenta, per calarmi in un romanzo che parla del Cile degli anni Settanta… Può sembrare un paradosso, ma ci sono storie che non hanno tempo né geografia, e credo che Kramp sia proprio una di queste.

Come non è ancora finito marzo, non abbiamo ancora finito del tutto di parlarvi di questa casa editrice. Su Book Bloggers Blabbering vi terremo ancora compagnia parlando di Edicola!

Noi ringraziamo tantissimo gli editori di Edicola, Alice e Paolo e Marta che ci ha aiutato a capire meglio come funziona questo oscuro mondo della traduzione e ci ha fatto immergere ancora di più nel magico romanzo Kramp!

Storia della Santa Russia – G. Dorè feat. J. Marabini

Fumetto, protofumetto, fumetto prima del fumetto, prima graphic novel. Sono tante le definizioni date alla Storia pittoresca, drammatica e caricaturale della Santa Russia riedita in Italia da Eris Edizioni, per la prima volta integralmente. Il caro Dorè aveva grosso modo la mia età quando ha pubblicato questo volume (nel 1854), sapeva che stava rivoluzionando il linguaggio grafico? Che stava dando vita a qualcosa di estremamente nuovo? (Che poi pure qua cioè, se guardassimo indietro nel tempo ci sono tantissimi esempi di protofumetto: l’Arazzo di Bayeux XI s. [che non è un arazzo ma un ricamo, però questa è un’altra storia], alcuni affreschi del Miracolo di S. Clemente a Roma, dove ci sono perfino alcuni balloon, espediente grafico utilizzato anche in alcuni codici miniati bizantini del X s.; la Biblia Pauperum del XIII s. poi se proprio vogliamo allungare il brodo ci mettiamo pure la Colonna Traiana che è del II s.)

Insomma, di fumetti prima dei fumetti ce ne sono una serie. Ma qui stiamo parlando di un visionario, di un’artista enorme che a quindici anni già faceva delle cose grandiose. Ha pubblicato questo libro quando aveva appena 22 anni in un clima culturale di enorme fermento, dove non mancavano di certo artisti di enorme calibro. Nel 1854 Liszt completava i suoi Preludi, Schubert dava alla luce Alfonso ed Estrella, Dickens pubblicava Hard Times, Mommsen la Storia di Roma e così via. Se proprio avesse voluto sottolineare la novità grafica, un linguaggio inedito e tutto il resto, con una mente così enorme e un clima così recettivo… l’avrebbe fatto lui stesso.

Avete mai visto un libro di storia senza immagini? No. (A parte quei manuali terribili che fanno studiare all’università, dove appare timidamente qualche cartina orrenda, perché nella gerarchia delle pubblicazioni scientifiche le immagini sono viste come riempitivo e denotano la mancanza di qualità di ciò che si sta scrivendo.) Le immagini nei libri di storia ci sono sempre: immagini di reperti, di documenti, di quadri che ritraggono famiglie reali, condottieri, generali. Il fine di Dorè in fondo era quello di creare una Storia, parodiando non solo la Storia in sé, ma anche la manualistica corrente. Quello che Dorè ci propone è un racconto storico della Russia dalla preistoria alla Guerra di Crimea (1853 – 56), un racconto pittoresco, drammatico e umoristico, proprio come dice lui.

La novità che Dorè propone non è solo grafica. Sicuramente la scelta delle illustrazioni, della costruzione della pagina (in cui in alcuni casi manca solo la squadratura per essere un fumetto di quelli che siamo abituati a leggere), del testo usato a mo’ di didascalia è una novità, ma anche il linguaggio è davvero formidabile. In questo fluire di tavole meravigliose, il testo è ridottissimo ma geniale. Caricatura dopo caricatura, viene a delinearsi un quadro tragi – comico degli zar, dei loro sottoposti e di questo popolo delineato come morbido e così ben disposto verso la figura sovrana. Dorè ci presenta innumerevoli zar e ne esalta i loro punti in comune anche se li dividono centinaia di anni: le coliche e Costantinopoli. Più croce che delizia, Costantinopoli è il punto fisso di tutti i sovrani russi e del popolo russo in generale, perché anche quando ormai il governo zarista non c’è più, Costantinopoli è sempre nel cuore e nelle menti dei russi.

L’approccio di Dorè alla Storia è estremamente teatrale. Alcuni personaggi infatti vengono mascherati, al loro posto ci sono animali o parti di essi, viene messo in scena una festa imperiale romana per nascondere la lussuria delle corti russe, assolutamente troppo licenziosa per i lettori, ed in molte parti l’autore diventa attore. Come nelle migliori pièce, c’è il metateatro. Dorè praticamente a bell’è buono, mentre sta spiegando spargimenti di sangue, lotte fratricide, intrighi di palazzo, entra nel libro. Si scusa con l’editore, si scusa con il lettore e parla lui. Tra giochi di parole, eccelsamente spiegate anche in italiano, figure grottesche, illustrazioni di una bellezza rara, voi vedrete la Russia proprio in un altro modo.

Questo libro è veramente sorprendente, in ogni sua caratteristica. Unica nota dolente? Finisce presto. È solo il 1853 quando la narrazione si ferma. Quanto sarebbe stato interessante capire come Dorè avrebbe interpretato e riportato alcuni dei personaggi che hanno fatto la successiva storia della Russia? Penso a Rasputin ad esempio.

In concomitanza con la Storia di Dorè, ho letto La vita quotidiana in Russia ai tempi della Rivoluzione D’Ottobre, che si colloca a livello cronologico, in continuità con la Storia di Dorè. Siamo davanti ad un prodotto storico al 100%, anche in questo caso a farlo è un francese: Jean Marabini, storico e giornalista. Non manca anche qui l’ironia devo dire, e pure essendo un saggio storico è molto particolare. Tutti i libri di questa collana descrivono non i fatti come li conosciamo, ma tutto ciò che gira intorno, la vita quotidiana appunto. Da qui sappiamo ad esempio che mentre a S. Pietroburgo si programmava la Rivoluzione (anche se a programmarla erano in relativamente pochi e la maggior parte della popolazione è arrivata mooolto in seguito) nella Russia a ridosso del Mar Nero si viveva tranquillamente come duecento anni prima, senza che nessuna ventata di novità politica sconvolgesse le vite costiere. La prima parte del saggio si sofferma sui momenti antecedenti alla Rivoluzione, dove troviamo Rasputin (personaggio storico che come sicuramente avete capito, non mi affascina per niente, casualmente il mio esame di maturità verteva sulla sua mitica figura), e da lui si snoda la narrazione sul misticismo che è derivato dalla sua persona e che ha continuato a coinvolgere la Russia. Ovviamente essendo un saggio, riporta molte informazioni dettagliate come le lettere e i reali interpreti della Rivoluzione, in fondo noi persone normali conosciamo solo i nomi più importanti, ma dietro ce n’erano ben altri ed altre. Molto interessante è infatti l’analisi della figura femminile durante la Rivoluzione, c’era un corpo militare di sole donne a difesa del Palazzo d’Inverno, molte inoltre avevano ruoli politici di grande importanza, ed è proprio in questo periodo che viene introdotto il divorzio. Sono anche evidenziati i cambiamenti della condizione femminile nel passaggio tra il governo di Lenin e quello di Stalin, definito nemico delle donne. Un altro aspetto che viene messo molto in luce è il ruolo delle banche e dei banchieri nella Rivoluzione, molto poco conosciuto ma estremamente importante.

Mi aspettavo un volume fazioso, non so neanche io per quale motivo di preciso, ma non lo è. È una lettura davvero interessante, certo non ci sono guizzi di genio come nella Storia di Dorè, ma è un degno sequel. Per leggere qualcos’altro sulla Russia, più incentrato sulla letteratura qui: Dalla Russia con amore.

Intervista ad Alice e Paolo di Edicola Ediciones.

Grazie all’Indie BBB Cafè, questa volta cari lettori vi portiamo in viaggio in Cile! Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alice e Paolo editori della casa editrice Edicola, di cui vi abbiamo parlato qui. Nel ringraziare i due editori per la pazienza e per la disponibilità vi lascio alle loro parole, attraverso cui potete scoprire ed amare questa meravigliosa casa editrice ed anche avere la percezione di come si muove il mondo dell’editoria all’estero!

Innanzitutto: come e quando nasce Edicola Ediciones? E come vi è venuto in mente di entrare nel magico e strano mondo dell’editoria?

  • Paolo Primavera:“Edicola nasce a Gennaio 2013: da quel momento siamo a scuola, con i nostri grembiuli e quaderni, pronti per iniziare a leggere e prendere appunti. Nasce dalla difficoltà di incontrare libri in Italiano a Santiago e quindi ci siamo detti: “Facciamoli noi!” L’idea nasce dalla mia tesi al Master in Editoria Pompeu Fabra Barcelona y Diego Portales e si è materializzata nel progetto di due persone che hanno scelto di pubblicare libri per accorciare le distanze e avvicinare i due mondi in cui vivono. Nasce dal nostro sogno nascosto di lettori e, per fortuna, continua a crescergli attorno.”

Anche i lettori hanno dei pregiudizi: si pensa ad esempio che la letteratura tedesca sia tendenzialmente molto pensosa e filosofica, che quella francese sia invece intimista, quella americana attenta alla costruzione di trame accattivanti e che giochino sui colpi di scena. Muovendovi tra due paesi diversi, come definireste la letteratura italiana e come quella cilena?

  • Alice Rifelli: “La definirei letteratura e basta, quando è il caso. Ovviamente ci sono fili che uniscono diversi autori, libri che possono essere letti come tasselli della stessa trama (penso ad esempio alla literatura de los hijos dove autori come Nona Fernández, Alejandra Costamagna, Alejandro Zambra o Alia Trabucco condividono il fatto di aver vissuto la propria adolescenza nel periodo della post-dittattura di Pinochet, in Cile) ma trovo difficile e pericoloso generalizzare. Bruno Arpaia dice che la letteratura latinoamericana non esiste. In effetti, pensare che un continente così grande e variegato possa condividere una stessa idea di letteratura ha più che vedere con la nostra pigrizia mentale che con la realtà. Credo che lo stesso pensiero possa estendersi a qualsiasi contesto geografico. Ma è pur vero che le associazioni tra un determinato paese e un certo tipo di letteratura accadono. L’editore può scegliere se assecondarle o sfidarle, nel tentativo di dare di quel paese l’immagine più articolata possibile.”

Abbiamo assodato che la vostra casa editrice è praticamente doppia e bilingue: pubblicate in italiano e in spagnolo, come scegliete i libri per il pubblico italiano e come per quello cileno?

  • Alice Rifelli: “Scegliamo – principalmente dal panorama contemporaneo – le voci che ci sembrano più autentiche e originali, le storie che hanno aperto, in noi per primi, uno spazio di riflessione, i libri che ci rimangono appiccicati addosso. Scegliamo testi che si fanno portatori di un messaggio che riteniamo importante, urgente, talvolta scomodo ma necessario, libri che si inseriscono nei diversi percorsi di lettura che via via costruiamo e immaginiamo per i nostri lettori. A volte il salto da un libro a un altro è tutt’altro che scontato, ma è lì che si percepisce se l’editore è stato capace di conquistare davvero la fiducia del lettore.”

La varietà della vostra produzione non è data solamente dal bilinguismo, ma anche da pubblicazioni molto variegate. Le vostre collane dai nomi molto particolari (Al tiro, Disciplina Antigua, Grigio18, Illustrati, Lo Stivale, Media Hora), contengono narrativa, poesie, illustrati. Non è una scelta scontata per una piccola casa editrice pubblicare la narrazione in tutte le sue forme, come mai voi avete deciso di farlo

  • Alice Rifelli: “Il catalogo di un editore è quanto di più intimo e al tempo stesso pubblico ci possa essere. È lì, sotto gli occhi di tutti, a rivelarne spudoratamente gusti, follie e ambizioni. Edicola è un editore giovane, che si permette ancora il lusso di rischiare e di spaziare, mescolando forme diverse di narrazioni. Pubblichiamo romanzi, racconti, poesie, graphic novel, libri illustrati per bambini e ragazzi. A maggio uscirà un libro che rappresenta una nuova sfida e, almeno per noi, una forma di sperimentazione e del quale siamo particolarmente orgogliosi: Paradiso Italia, un reportage nel quale il fotografo e illustratore Mirko Orlando racconta la vita dei migranti in Italia attraverso il duplice linguaggio della fotografia e del fumetto. Chi ha apprezzato le nostre graphic novel Gli anni di Allende e A sud dell’Alameda ritroverà in Paradiso Italia la stessa capacità critica di raccontare la realtà con amore e passione.”

In tutta questa varietà, avete intercettato il lettore tipo di Edicola?

  • Alice Rifelli: “Se è vero che esistono diversi punti d’accesso al nostro catalogo, allora è plausibile che esistano anche diversi lettori di Edicola. Il nostro sforzo quotidiano è indirizzato a far in modo che ognuno di loro, una volta entrato, si senta a casa, si guardi curiosamente intorno e scelga il prossimo libro da leggere.”

Facendo esperienze in Italia e in Cile, vedendo anche come ultimamente l’Italia faccia difficoltà a promuovere politiche editoriali, a creare possibilità importanti per i piccoli e medi editori e ad avvantaggiare lettori ed editori, com’è la vostra esperienza? È più facile essere editori in Italia o in Cile, o anche nel Sud America ci sono gli stessi problemi che coinvolgono l’editoria?

  • Paolo Primavera: “In Sud America c’è il vantaggio di una lingua che unifica i territori e regala sfumature di letteratura praticamente infinite. Il rovescio della medaglia è la distanza tra i vari paesi, una distanza che rende più complessa la circolazione dei contenuti. Per ovviare, grazie alla lungimiranza di editori amici di altre nazioni, ricorriamo alla co-edizione, abbattendo i costi del trasporto ed esplorando nuovi mercati. Siamo contenti e orgogliosi del fatto che grazie a questo meccanismo, alcuni nostri libri, dal Cile sono arrivati in Messico e tra poco in Colombia. In Cile, a fronte delle difficoltà di un mercato molto piccolo, sono state sviluppate politiche di finanziamento all’editoria che riguardano aspetti quali la traduzione, l’acquisto da parte dello Stato di libri per scuole e biblioteche e l’internazionalizzazione del contenuto. Credo che essere editori sia un atto d’incoscienza necessario, un lavoro ugualmente difficile e importante di qua e di là dall’Oceano.

Siete ospiti di un collettivo di blogger, com’è il vostro rapporto con i blog letterari e con il web? Quanto “spende” Edicola nella comunicazione in rete e quanto percepite diversa la promozione sul web e la diffusione dei blog letterari nei due Paesi in cui operate?

  • Alice Rifelli: “I blogger sono spesso i nostri primi lettori, con alcuni si è costruito nel tempo un bellissimo rapporto di fiducia. Chiediamo loro consigli, leggiamo con attenzione i loro giudizio sui nostri libri, quando possibile li coinvolgiamo in iniziative dentro e fuori dalla rete. Sia in Italia che in Cile la promozione passa sempre di più attraverso il web e noi ne siamo contenti perché si tratta di uno spazio ancora democratico.”

Siamo ancora all’inizio del 2019. Cosa ci dobbiamo aspettare da Edicola per quest’anno, quali saranno le prossime uscite?

  • Alice Rifelli: “Lo diciamo? Ok, lo diciamo! A fine maggio pubblicheremo la traduzione italiana di Di perle e cicatrici di Pedro Lemebel, scrittore e artista cileno, personaggio icona della critica sociale, che Bolaño ha definito il “miglior poeta della sua generazione”. Di perle e cicatrici, tradotto da Silvia Falorni, è una raccolta di cronache che racconta con ironia e malinconia il Cile post dittatura. È un libro commovente e spregiudicato, in armonioso bilico tra letteratura e giornalismo. Uno dei nostri libri più rivoluzionari.”

In primavera ci saranno le principali fiere del libro in Italia, parteciperete? Possiamo venirvi a trovare?

  • Alice Rifelli: “La prima occasione per venire a salutarci è il Book Pride di Milano, che inizierà tra pochi giorni e dove domenica 17 presenteremo Ultima Esperanza, romanzo storico ambientato nella Patagonia di fine Ottocento. Durante i primi giorni di aprile, in concomitanza con la fiera Children’s Book Fair, accompagneremo Lola Larra e Vicente Reinamontes in una serie di incontri tra librerie, scuole e biblioteche per un laboratorio ispirato al loro libro A sud dell’Alamameda, durante il quale i più giovani troveranno spazio e strumenti per esprimere il proprio pensiero critico con consapevolezza e creatività. A maggio ci trovate al Salone di Torino e in tour con María José Ferrada, che verrà dal Cile per presentare il suo romanzo Kramp, una meravigliosa storia sospesa tra l’immaginario della piccola protagonista e la feroce realtà di un paese in dittatura. E per tutti gli appuntamenti estivi che stiamo preparando vi invitiamo a iscrivervi alla nostra newsletter e a seguirci sulle nostre pagine social.”

Dopo queste domandine siete ormai pronti per addentrarvi nella lettura dei titoli di Edicola, noi del Book Bloggers Blabbering vi daremo qualche consiglio di lettura grazie ad alcune recensioni e a nuove interviste che troverete sul nostro sito!

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