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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Letture Arcane, Giugno.

Dopo aver esplorato una piccola parte degli Arcani Minori, si torna tra i Trionfi con la carta di questo mese. Posso dire che non è tra le mie carte preferite, ma si sposa bene con il clima pesante di oggi. È vero che Giugno è il mese in cui inizia l’estate e almeno mentalmente siamo più prontз a lasciarci andare verso le vacanze. Le vacanze stesse però quest’anno sono ancora limitate e questo mese è un’ulteriore prova di sopportazione per il nostro animo. Giugno è sicuramente un mese in cui ci si mette alla prova, proprio in vista di ferie e vacanze iniziano a doverci essere lavori da chiudere, per chi studia è un mese di sprint assoluto perché inizia il tempo degli esami, tra l’altro per tutti i gradi d’istruzione.

L’Imperatore

Disciplina, ecco cosa ci dice questa carta. L’Imperatore è calmo e sereno, sa perfettamente cosa vuole e dove deve andare, è padrone del suo corpo e del territorio che lo circonda, rappresenta una forza consapevole, che viene esercitata con costanza e autorità, seguendo le regole. L’Imperatore è comunque un despota e nella sua azione, esercita un potere patriarcale ed è per questo che non è una delle carte che amo. Ma noi siamo qui per dare altre letture, per decostruire in ogni ambito il patriarcato, infatti non vedo l’Imperatore (così come il Papa, il Mago, il Carro etc.) come una carta che descriva un uomo, ma più accuratamente è una carta che descrive una persona decisa che deve assolutamente prendersi le proprie responsabilità.

Come vivo il mio lavoro? Cosa sto costruendo?

È a questo a cui dobbiamo pensare quando ci troviamo di fronte a questa carta, che raffigura un personaggio impettito e che scruta l’orizzonte, perché le sue immediate vicinanze le tiene strettamente sotto controllo. È sicuramente una carta pratica, che ci fa riflettere su ciò che materialmente stiamo costruendo. L’imperatore è la persona che riesce a fabbricare la sua fortuna a sua immagine. Questo perché ha estrema sicurezza nelle proprie capacità, l’imperatore comanda, ma comanda specialmente le sue passioni, le sue ansie, i suoi dubbi rendendoli innocui e superandoli con destrezza. L’Imperatore è maturo, ha dalla sua parte anche l’esperienza, gli errori fatti in precedenza e mai perseverati. La carta può indicare anche un partner, una figura importante nella nostra vita che raffiguri un punto fermo, che sia d’aiuto o rappresenta il nostro guerriero interiore che non riesce ad emergere. Questa carta è associata al segno dell’Ariete, segno impulsivo e irascibile, ma che ha grandi doti di leadership che di certo non mancano al protagonista di questo mese, quindi per costruire dobbiamo impegnarci e avere un po’ del piglio arietino.

Tutto quello che abbiamo fatto fin’ora ci è servito a diventare chi siamo, sicurз delle nostre conoscenze ed esperienze, possiamo andare avanti nel mondo, seguendo uno schema che abbiamo creato noi stessз e che funzioni perfettamente per raggiungere desideri e ambizioni. Non lasciamoci trasportare da ansie e paure, l’Imperatore non ha spazio per questo: i tempi sono maturi per gettare le basi per costruire il nostro regno in cui siamo noi i sovrani. Facciamoci forza e aiutatз da persone positive e propositive istituiamo il governo di cui abbiamo bisogno nella nostra individualità, ma soprattutto nella collettività.

Quindi, cosa leggere per favorire la concretezza?

Margaret Doody, Aristotele e la Montagna d’Oro, Traduzione di Rosalia Coci, Sellerio Editore.

L’Imperatore è saggio, quale protagonista migliore per le nostre letture se non Aristotele? Nel 323 a. C. data della morte di Alessandro Magno, Aristotele è ormai anziano, il clima ad Atene non è più a lui congeniale, è tempo di lasciare l’eredità costruita e partire. La meta prescelta è Filippi, lì il maestro potrà ricostruire la sua scuola e il suo animo, ma prima dovrà ricostruire una serie di sospetti e deviazioni che lo porteranno a scoprire chi e cosa si nasconde dietro la morte del suo pupillo.

Sara Colaone, D. Quellat – Guyot, A. Quella – Villéger, Evase dall’Harem, Oblomov Edizioni

Anche questa è una storia di fuga, in cui si scappa per riprendere in mano le redini della propria vita e diventare padrone di sé stesse. Le protagoniste sono Zennur e Nuryé, che hanno passato la vita segregate nell’harem, sanno che si meritano di più, che la vita non è solo essere prigioniere. Escogitano allora la fuga da Costantinopoli alla Francia, ma una volta qui saranno trattate principalmente come personaggi di feuilleton che descrivono la loro avventura scandalosa.

Intervista a Natalia Guerrieri – Hortus Mirabilis

In Hortus Mirabilis, l’ultima antologia di racconti weird e fantastici edita da Moscabianca Edizioni, ci sono 13 piante. Non si tratta di piante conosciute perché sono piante di mondi antichissimi o di tempi che ancora non sono stati vissuti, piante che infestano le storie di quattordici autrici e autori e che infesteranno anche i vostri pensieri. Tutti i racconti ruotano infatti intorno ad un elemento vegetale che talvolta ha delle proprietà soprannaturali, dona poteri, cresce in luoghi inusuali, per farlo figurare meglio a chi legge, ogni storia è corredata dalle tavole di Gabriele Operti che illustrano nel dettaglio i virgulti.

Le storie sono estremamente variegate, ambientate in posti esotici o in normali case, con piante che all’apparenza non hanno nulla di così strano. L’eterogeneità dei racconti rende questo bellissimo volume, sia internamente che esternamente (si tratta infatti di un oggetto davvero prezioso ed esteticamente pregevole), adatto a tuttз; chi ci conosce sa che non siamo grandi amanti dei racconti, ma questi sono veramente originali e tutta l’impostazione del volume è così fresca e innovativa che si trovano sicuramente elementi adatti alle proprie corde. Tra le storie che ci hanno profondamente conquistate ci sono:

  • “Il manuale di giardinaggio di Aubrey” di Ilaria Petrarca con la sua Radizpeca, Carapichea radizpeca.
  • “Il matrimonio” di Maria Gaia Belli con l’Albero madre, Salix nigra mater
  • “Scie nella neve” di Maurizio Ferrero con la Rotolacampo Gigante, Salsola arctica
  • “Il tè delle tigri” di Diletta Crudeli con la sua Radice delle case del tè, Gorgonide neofita

Quella che però abbiamo innalzato come nostra preferita è Skògur di Natalia Guerrieri, che ha dato vita al Þinur, Abies nigra borealis. Proprio lei è la protagonista di questa intervista, che abbiamo organizzato insieme a Moscabianca Edizioni come fatto già per il loro W. O. W. Ora però è arrivato il momento di lasciare la parola a Natalia, alla sua bellissima storia e ai retroscena della vita di scrittrice.

Innanzitutto benvenuta su Tararabundidee! Siamo liete di ospitarti qui a parlare della tua carriera e di Hortus Mirabilis. Rompiamo subito il ghiaccio raccontando ai nostri lettori e alle nostre lettrici: come e quando hai capito che la scrittura era la tua passione?

Per prima cosa ciao a tutt* e grazie per avermi proposto questa intervista. Ne ebbi il primo sospetto attorno ai cinque anni: non capivo proprio che razza di magia fosse quella che permetteva alle persone di tirare fuori le storie dai libri e non vedevo l’ora di diventarne capace anche io. Quando poi imparai a leggere, mio papà mi portava in biblioteca con sé il sabato mattina. Trascorrevo ore e ore nel settore dei libri per l’infanzia, sprofondata in una poltrona troppo grande e nel silenzio. Ogni tanto lanciavo un’occhiata attorno a me, verso gli scaffali: mi ripetevo che dovevo leggere più velocemente prima di diventare grande e venire esclusa da quella stanza. La mia passione per la scrittura nacque quindi dalla lettura. Poi, dopo aver scoperto Roald Dahl e Michael Ende non ebbi più alcun dubbio: da grande volevo fare la scrittrice. I miei genitori mi regalarono allora dei bellissimi quaderni che iniziai a riempire con le storie che inventavo. Avevo sette o otto anni.

Skògur è solo l’ultimo dei tuoi racconti. Ha scritto infatti per Quodlibet e su riviste letterarie come «inutile», «Tropismi», «Sulla quarta corda», «Malgrado le mosche» e «Nuova Tèchne». Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione del tuo primo racconto?

Durante l’università, partecipavo a un gruppo di scrittura. Ogni volta si stabiliva un tema, un genere o un dettaglio e bisognava produrre un racconto che lo rispettasse. Tra le persone che coordinavano e partecipavano a questa attività c’erano Maria Gaia Belli, Simone Marcelli, Adriano Pugno e altre, tutte ottime penne che vi consiglio di leggere. La prima volta però che ho pubblicato qualcosa per lettor* estern* è stato sulla raccolta Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti e utopie (Almanacco 2018), a cura di Ermanno Cavazzoni per Quodlibet. Si trattava di un racconto molto breve, intitolato “Gli ultimi giorni di Edilemà”, che si può ritrovare qui.
Nel frattempo, il mio amico Simone Marcelli continuava a consigliarmi di inviare qualche testo alle riviste letterarie che stavano fiorendo portando alla luce diverse penne esordienti. Se non sbaglio, il mio primo racconto pubblicato online è stato “Via Archirola” su inutile, che si può trovare qui.
La mia collaborazione con inutile, rivista che apprezzo tantissimo e che colgo l’occasione per ringraziare, è poi proseguita negli anni.

Scrivi per lo più racconti: qual è la scelta che ti ha portato verso questa forma narrativa? Hai in programma di testare anche forme più lunghe prossimamente, nel tuo percorso di scrittura?

Cercando il mio nome online oggi si trovano soprattutto racconti ma in realtà la maggior parte del mio tempo è impiegata nella scrittura di opere più lunghe. Una di queste, nonché il mio romanzo di esordio, uscirà il 10 giugno 2021 per Moscabianca Edizioni. Avevo inviato il dattiloscritto a pochi editori, selezionati con cura, e penso di aver fatto la scelta giusta. Mi sono trovata benissimo con Moscabianca, ho avuto l’occasione di approfondire il mio lavoro, crescere come autrice e confrontarmi con persone professionali e competenti come il mio editor, Andrea Viscusi, e Silvia La Posta. Questa casa editrice è stata per me una realtà ideale che ha saputo accogliere e valorizzare al meglio la mia voce. In più, mi è stata data la possibilità di scegliere la copertina e ho proposto l’incarico a Marino Neri. Attualmente sto lavorando al mio secondo romanzo ma ancora niente anticipazioni su questo… In più, sono autrice di cinema e teatro.

Non sei però solo autrice. Tra le varie passioni hai anche quella di occuparti di tutto ciò che è più invisibile nel mondo dell’editoria. Cos’è e come nasce This writing room?

Grazie per la domanda, mi fa piacere parlare anche di questo. This writing room è una realtà fondata da me e Chiara Arrigoni con la volontà di rendere il lavoro di noi autor* un po’ più simile agli altri lavori. Erroneamente si crede (soprattutto in Italia) che l’autor* scriva in cima a una rupe, in mezzo alle tempeste e in preda a una dionisiaca ispirazione. Niente di più falso. La scrittura è un lavoro. Un lavoro che senza passione è impossibile portare avanti, probabilmente, ma pur sempre un lavoro, che necessita preparazione, dedizione, impegno e tantissimo tempo. Ci tengo molto a dire e a ribadire questo. La falsa convinzione che la scrittura sia un passatempo, un hobby o uno sfogo a singhiozzo danneggia la categoria di chi scrive per mestiere e contribuisce a diffondere una grave ignoranza su chi siamo, cosa facciamo, quanto tempo dedichiamo al nostro lavoro e quanto meritiamo di essere riconosciut*, tutelat* e retribuit*. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Mi leggi una cosa? Mi butti giù due righe? Hai cinque minuti”? E mai una volta che fossero davvero due righe… o cinque minuti. Il problema del lavoro in Italia è gigantesco e nessun* ne parla mai. È come un elefante in una stanza dove tutt* scivolano contro le pareti facendo finta di non vederlo. Nelle discipline artistiche questo problema è forse ancora più radicato. L’approssimazione è la regola e tutto si basa su un continuo baratto che fa pensare alle fasi primordiali della nostra civiltà. This writing room vuole reagire a tutto questo, nasce come spazio di lavoro equo e sostenibile, dove gli autor* sono rispettat* e tutelat* per il lavoro che fanno e ai/alle client* viene garantita la massima professionalità. I servizi offerti riguardano la scrittura in tutte le sue forme: editing, coaching, ghostwriting, schede di lettura, traduzioni, produzione di contenuti per il web. Io e Chiara siamo le fondatrici e spesso seguiamo i progetti da vicino ma ci avvaliamo anche della professionalità di altr* autor* che stimiamo e che collaborano con noi.

Passiamo invece a Hortus Mirabilis, il tuo racconto è Skógur: da dov’è giunta l’ispirazione per questa fantastica storia, come nasce?

L’ispirazione per Skógur è nata in primo luogo da Silvia La Posta, che mi ha proposto di scrivere un racconto che riguardasse le piante. La prima immagine che mi è venuta allora in mente è stata quella di un bosco di abeti innevato. Sono ossessionata dalle Dolomiti, dalle montagne e dai boschi. Anche adesso, se mi chiedessi: “Dove vorresti essere?” saprei indicarti un punto preciso sulla cartina, in Val di Funes. Per me l’ambiente dolomitico rappresenta la bellezza assoluta, l’idillio. A questa prima immagine si è accostato un pensiero stridente: “E se tutto questo fosse un artificio che in realtà nasconde qualcosa di terribile?” Così è iniziata a nascere la storia. Un piccolo mondo innevato che cela un segreto. Non più le Dolomiti ma l’Islanda, un’Islanda del futuro, irriconoscibile e distorta (non c’è nulla del vero luogo geografico se non alcune parole). Un luogo molto a nord che è stato “l’ultimo a sopravvivere”. Ma a che prezzo? C’è una bambina senza nome, c’è una straniera, c’è un campanile spaventoso che diffonde un lugubre rintocco di campane. C’è un bosco molto particolare e tanta neve. Non voglio svelare di più.

La storia è ambientata in un futuro particolare perché si mescolano tratti profondamente tecnologici e innovativi a riti ancestrali e primordiali: perché questo mix? È così che immagini il futuro degli esseri viventi?

Volevo che il/la lettor* si immergesse in un’atmosfera per poi vedere le sue aspettative disattese, stravolte. In più, dal punto di vista stilistico, si è trattato per me di un esperimento interessante. Un mix, come dici tu, di elementi fra loro opposti. Infine ho scritto ciò che io stessa avrei voluto leggere. Di solito è un metodo che funziona. Per quanto riguarda la mia visione del futuro degli esseri viventi, o almeno degli esseri umani, penso che la scena finale del racconto la rappresenti abbastanza fedelmente.

Il tuo racconto ha una caratteristica particolare anche a livello stilistico, l’uso di altre due lingue: il norreno e l’islandese. Come mai questa scelta?

Sì, nel racconto ci sono alcune parole in islandese e in più un brano tratto dall’Edda Poetica che è scritto in norreno. Sono una grande appassionata di letterature e culture nordiche, fin dai tempi dell’Università, dove grazie al prof. Alessandro Zironi e alla prof.ssa Silvia Cosimini ho scoperto questo magnifico mondo che non conoscevo. Penso che la traduzione sia sempre una riscrittura e che quindi le parole, in quanto tali, siano uniche. Volevo quelle parole, non la loro traduzione o spiegazione. Volevo quei suoni, quella grafia. Chi legge può cercarne il significato ma a mio parere non è obbligatorio. C’è il contesto, c’è la forza evocativa di quelle parole… ma soprattutto c’è l’immaginazione del/della lettor*. Perché un testo si fa sempre in due.

Hortus Mirabilis è una raccolta di racconti in cui autrici e autori hanno anche dovuto inventare una specie vegetale nuova. Sei un’appassionata di piante, boschi e verde? Da dove arriva il tuo Abies nigra borealis?

Sì, come dicevo, sono una grande amante della montagna, in particolar modo del Trentino – Alto Adige. Ho avuto la fortuna di trascorrere in quei luoghi lunghi periodi della mia infanzia. Se non ci fossero alcune valide ragioni per restare a Modena, vivrei là. L’albero del mio racconto ricorda un abete però è nero, funereo, portatore di morte. Per la scelta del nome devo ringraziare ancora una volta Chiara Arrigoni, che essendo molto brava in latino mi ha aiutata a sceglierlo.

Quali sono le tue manie da scrittrice? Fai qualcosa di particolare mentre scrivi? Da cosa prendi l’ispirazione per le tue storie?

Accidenti, potrei scrivere un romanzo su questa domanda. Provo a riassumere: leggo moltissimo, più romanzi contemporaneamente, vivo la lettura come un vizio. Proibita, perditempo, gustosa, controcorrente rispetto al buon senso, all’ottimizzazione del tempo e all’imperativo della produttività. Cerco di scrivere ogni giorno. La scrittura è il momento in cui tutto il resto schizza via da me, milioni di anni luce lontano, è il momento in cui tutto acquista non dico un senso…. ma quasi… una forma, ecco. La scrittura è felicità ma è anche sforzo, fatica, insoddisfazione, angoscia, autocritica. La scrittura è vorace di tempo e di energie. Mentre scrivo mangio troppo e bevo troppi caffè. Accendo l’incenso dentro casa. Spengo il telefono. Mi piace scrivere al bar, c’è un posticino vicino casa mia dove sanno già cosa ordinerò e mi lasciano un tavolo, completamente indisturbata, per ore. Quando scrivo fuori casa, la vita scorre attorno a me come in un acquario ma io sono oltre al vetro. Poi ascolto musica, la stessa canzone a ripetizione per ore (altrimenti perdo la concentrazione). Spero prima o poi di avere un gatto vicino a me da poter accarezzare mentre cerco le parole giuste.

Moscabianca non è solamente la casa editrice che si è occupata di Skògur, ma è la casa editrice a cui hai scelto di affidare la tua prima opera in solitaria. Com’è avvenuto questo incontro?

Moscabianca, come dicevo, non è solo il mio editore per Hortus Mirabilis ma anche per il mio romanzo di esordio. L’ho conosciuta perché apprezzo le sue pubblicazioni e il modo in cui si distingue nel panorama letterario italiano. Finalmente in Italia si stanno affermando piccole e medie case editrici che si fanno notare per la qualità altissima delle pubblicazioni, per la cura editoriale e grafica, per il rapporto con l’autor* e con i/le lettor*. Soprattutto però, ciò che voglio ribadire è che tra questi cataloghi raramente trovo libri che non mi piacciono. Non ho più il vecchio problema di lasciare un libro a metà (o ancora prima). Alcune uscite mi appassionano di più, altre meno, per ragioni di gusto personale ma l’interesse da parte mia è quasi sempre alto o molto alto. Queste realtà si stanno assumendo il compito (non semplice) di portare avanti la ricerca letteraria, di garantire l’evoluzione della narrativa e la biodiversità delle pubblicazioni.

Ringraziamo moltissimo Natalia Guerrieri e Moscabianca Edizioni per questa intervista e a voi consigliamo di lasciarvi travolgere da questo splendido volume!

Letture Arcane, Maggio.

Il mese di Aprile è stato caratterizzato dal seme delle Coppe, avevamo appena capito di dover intraprendere un viaggio, più interiore che di piacere, non lasciando nulla alle nostre spalle.
Il mese di Maggio si svolge invece all’insegna del seme delle Spade. Aria, mente, conoscenza. Le Spade rappresentano l‘attività celebrale, sono idealiste, si battono per la Giustizia e rendono tutto razionale. A differenza delle Coppe, le Spade sono un seme attivo: esigono movimento, innesco, soprattutto scelta.

Quattro di Spade

Quattro spade pendono dal soffitto sulla figura della carta che è sdraiata. Le spade, come quella famosa di Damocle, rappresentano insicurezze, pressioni, responsabilità, scelte. Abbiamo detto che le Spade sono attive e in questa carta l’attività richiesta è tutta progettuale. Mentre il nostro corpo si riposa, la nostra mente deve cercare di risolvere tutte le questioni lasciate in sospeso, per ripartire con nuovo vigore. È il momento giusto per riflettere e contemplare, senza ansie. La nostra mente deve prendersi una pausa da tutto ciò che succede fuori per riuscire davvero a trovare soluzioni.

Le idee, i sogni, i bisogni si stabilizzano e mettono le basi per farsi concreti. Non c’è tempo per pensare agli imprevisti, ai devertissement, la mente e lo spirito devono farsi pratici, programmare, organizzare.

Il quattro è la carta della stabilità ed è proprio quello, ciò che dobbiamo cercare. Ovviamente questo periodo di stasi e di recupero prelude a un futuro in cui ci si alzi dal letto e si può affrontare l’esterno. L’isolamento finisce e si ritorna nel secolo e questo speriamo che accada non solo a livello individuale. Siamo prontз per affrontare le insidie del mondo, abbiamo pensato abbastanza a come risolvere ciò che ci affligge? Abbiamo 31 giorni per accoccolarci e pensare, ma facciamo in modo che siano costruttivi. Non ci abbandoniamo a idee ristagnanti e ansie inutili, dobbiamo stringere i denti e provare a cercare soluzioni, a darci nuove possibilità anche se non si vede niente di nuovo sul fronte Occidentale.

Il Quattro di Spade è associato all’Arcano Maggiore della Temperanza (oltre che a quello dell’Imperatore) e chiama disciplina ed equilibrio che dobbiamo imporci per affrontare al meglio il futuro. Non alziamoci di scatto lasciandoci trafiggere dalle Spade, calcoliamo ogni mossa nei minimi particolari e cerchiamo di affrontare le difficoltà nel migliore dei modi.

Cosa leggiamo per far passare più velocemente questo mese di pensieri?

Last Taxi Driver, Lee Durkee, trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee

Lou Bishoff è un tassista di mezz’età, che fa la spola tra le rive del Mississippi. In realtà Bishoff non voleva proprio fare il tassista, voleva scrivere, ma dopo il suo brillante esordio ha avuto un blocco epocale. Il blocco però non è rappresentato solo dalle pagine bianche che non riesce a riempire, ma anche dal progressivo sorpasso della sua professione e di una relazione che non sta andando proprio come dovrebbe. Come reagire a tutto questo? Con molta sagacia e una bella dose di cazzimma, perché solo questo può permetterci di cambiare le regole del gioco.

The Prism, vol. 1 Burn!, Matteo De Longis, Bao Publishing

Cosa fare quando la Terra è minacciata da una forma iper aggressiva di inquinamento sonoro? Bisogna organizzarsi, fermarsi a pensare e procedere in modo estremamente attento per scongiurare il disastro. Si pensa allora a sconfiggere il fenomeno con la sua stessa materia: il suono. Una band viene infatti mandata nello spazio per registrare un album con l’intenzione di contrastare la S.O.T.W. (Smoke On The Water) e mettere in salvo l’umanità. Riusciranno i nostri eroi…?

Ragazza, donna, altro – B. Evaristo.

«Stasera lo spettacolo di Amma, L’ultima amazzone del Dahomey, debutta al National Theatre».

Questo l’evento che dà il via alla narrazione di Ragazza, donna, altro di Bernandine Evaristo, vincitore del Man Booker Prize 2019 (insieme a I Testamenti di Margaret Atwood) e tradotto per Sur da Martina Testa.

Ha su di sé la spada di Damocle di essere stato un libro divisivo portando a un grande dibattito nella comunità di lettori e lettrici, tra chi lo ha amato e chi non lo ha sopportato, sia per i temi che per la struttura, senza punteggiatura e molte andate a capo. 

Si tratta di un’opera mista: potrebbe essere definita una raccolta di autobiografie, dodici come le donne che raccontano la loro vita e le loro esperienze, ma anche un romanzo sui generis dato che le protagoniste non sono slegate tra loro ma hanno almeno un legame una con l’altra, un filo invisibile che le unisce, in alcuni casi anche inconsapevolmente. Così troviamo Amma, la drammaturga che si ritrova divisa tra l’espressione indipendente delle sue idee e la probabile svolta “borghese” che subirebbe la sua opera in determinati contesti; qui appunto il centro del racconto e delle connessioni, dalla figlia Yazz e i suoi perenni interrogativi nel mondo aperto dell’università, all’amica Dominique, intrappolata in una relazione tossica con la “ultrafemminista” Nzinga; e così via, in una matassa di relazioni da dipanare durante la lettura e che porta il lettore a interrogarsi continuamente e a unire i puntini di questo percorso. 

C’è un’unione data anche da una certa settorialità perché, per volere dell’autrice, è rappresentato il mondo delle donne nere britanniche, con tutte le loro sfide: sicuramente quelle subite a causa del colore della loro pelle, a cui si sommano soprattutto quelle legate al genere e alla sessualità, argomenti intersecati tra loro. Così vengono trattati i temi del razzismo, delle seconde generazioni, del femminismo (e del femminile) e del ruolo della donna all’interno della società, tra episodi di marginalizzazione ma anche di rivalsa. Dai limiti che si impone Evaristo, però, emergono altre voci, che si intersecano a quelle principali e allargano il raggio d’azione: molto particolare il dialogo tra Yazz e la compagna di università Courtney in cui avviene uno scambio d’opinione sulla concezione personale (e riconosciuta) di privilegio: 

«Courtney ha risposto che essendo Yazz la figlia di un professore universitario e di una regista teatrale molto nota non può certo dirsi svantaggiata, mentre lei, Courtney, viene da un ambiente molto povero dove è normale lavorare in fabbrica a sedici anni ed essere una ragazza madre a diciassette, e la fattoria di suo padre è di fatto proprietà della banca
sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono, tranne Waris che è la più oppressa di tutti (ma tu questo non glielo dire)

in base a cinque categorie: nera, musulmana, donna, povera e col velo».

Ci sono molte riflessioni sull’autorappresentazione, specialmente per chi fa parte della sfera LGBTQ: molte di queste sono enunciate dal personaggio di Megan/Morgan che, oltre a combattere “con diverse parti di sé” – «Megan era in parte etiope, in parte afroamericana, in parte del Malawi e in parte inglese

che a suddividerla così suonava strano perché di base era semplicemente un essere umano tutto intero» – si ritrova dal fronteggiare una rivoluzione silenziosa presso le mura domestiche a diventare una voce importante da ascoltare e tramandare. Proprio durante uno dei suoi incontri all’università dirà: «io posso rappresentare solo me […] io non faccio da portavoce a nessuno e non sono a capo di un movimento transgender, sono qui solo per raccontare il mio specifico percorso individuale verso l’identità non binaria».

Le protagoniste hanno personalità molto fisse, come se fossero degli archetipi che si presentano sul palcoscenico di un teatro e, come moderne amazzoni, si raccontano al pubblico che è all’ascolto: non sono sempre donne gradevoli o facili da apprezzare – alcune sono persino insopportabili – ma è anche nelle fragilità o nei difetti che il lettore può provare a empatizzare con loro.

E gli uomini, in questo scenario, dove vanno a collocarsi? Sono presenti e interagiscono con le ragazzedonnealtro della storia ma sono più che semplici decorazioni sul muro, la scenografia su cui ci si trova ad agire e anche a subire: le loro azioni non hanno sempre una spiegazione, soprattutto quelle più inusuali, e talvolta è mostrata solo la parte peggiore, quella più animalesca e violenta, votata solo alla soddisfazione di un desiderio, qualunque esso sia. Solo Roland, il padre di Yazz, ha diritto a un suo flusso di pensieri: forse perché essendo omosessuale è anche lui “altro”? 

Nonostante la sua funzione politica, ovviamente non è un libro considerabile di approfondimento: sarebbe stato interessante avere una sorta di nota bibliografica su molti aspetti storici e culturali, sia passati che presenti, che sicuramente sarebbero stonati in un prodotto diventato “pop”: tuttavia è un testo scorrevole e godibile, che fornisce durante la lettura diversi spunti su cui riflettere – e, in un secondo momento, anche approfondire – e su cui è veramente difficile non trovare degli argomenti di discussione. 

Maria Chiara Paone

Inner city romance, Guy Colwell.

Il 12 aprile è uscito in Italia Inner City Romance, raccolta dei 5 fumetti scritti da Guy Colwell dal 1972 al 1978, tradotti da Marco Bisanti e usciti per Bizarro Books, neonata etichetta editoriale che fa capo al gruppo Red Star Press.

Inner City Romance è un manifesto della cultura underground americana degli anni ’70. Vi ritroviamo infatti tutte le tematiche più calde di quei tempi: la lotta contro il razzismo, la non – violenza e il non collaborazionismo per la Guerra in Vietnam, i diritti alla casa, il trattamento nelle carceri. Guy Colwell prende a piene mani dalla sua ideologia e dalla sua esperienza per denunciare e utilizzare il fumetto per raccontare fatti di cronaca e di politica. Cresciuto legato al mondo delle strisce, inizia a leggere grazie alle storie di Paperino & Co. ma capisce ben presto che il fumetto ha un enorme potenziale e può essere il mezzo adatto per parlare di ogni cosa.

Guy Colwell non nasce però come fumettista, pur facendo il pittore da molti anni e lavorando nel mondo dell’arte, si era occupato di vignette solo ai tempi del liceo e pur scegliendo il fumetto come il mezzo preferenziale per la sua arte, racconta di aver iniziato da autodidatta. Tutte le storie che compongono Inner City Romance hanno una matrice comune, che ha segnato l’autore: Colwell finì nel carcere federale di McNeil Island perché non collaboratore, contro la guerra del Vietnam. All’inizio i non collaboratori erano in pochi, ma quando Colwell esce dal carcere rappresentavano una buona percentuale dei detenuti. La sua ideologia politica appoggia quindi la non violenza e si sposa con l’approccio hippy che lo avvicinò alle manifestazioni contro la guerra e all’arte urbana realista. A proposito della sua arte lo stesso Colwell afferma:

«Dovevo usare la mia arte per una riflessione seria, come racconto della società e intervento politico. Dopo aver rifiutato la follia della leva militare, non potevo più fare una vita frivola, ero destinato a qualcosa che avrebbe unito la mia voce a quelle di chi invocava giustizia, pace e uguaglianza. Opporsi alla guerra e promuovere la non-violenza come strumento migliore per il progresso sociale furono le leve principali di una politicizzazione sempre maggiore del mio pensiero e della mia arte.»

Essendo un pittore Inner City Romance può sembrare un fumetto dal tratto atipico. Le figure sono piene e massicce, estremamente realistiche. Non a caso l’artista dichiara di essere stato principalmente influenzato da Van Eyck, Bruegel e Bosch che hanno forgiato la sua immaginazione e il modo di disegnare.
Le tecniche utilizzate e lo stile grafico, così come l’impaginazione, la squadratura della pagina e la disposizione delle vignette cambiano durante gli anni e a seconda della scelta narrativa dei vari episodi. I primi numeri vengono infatti creati con il pennino, poi passa alla stesura col pennello e retino Zip-A-Tone. Nei primi numeri Colwell si diletta, con odio, a utilizzare la tecnica di applicazione di trama e sfumature per poi passare negli ultimi numeri a strumenti che lo mettono più a suo agio e che regalano a chi legge disegni più puliti, userà infatti il calamaio e la penna di corvo.

I fumetti contenuti in questo volume furono pubblicati a puntate, nel corso di diversi anni:

  • “Choices” in Inner City Romance #1, 1972
  • “Radical Rock” in Inner City Romance #2, 1972
  • “Inner City Romance 3” in Inner City Romance #3, 1977
  • “Ramps” in Inner City Romance #4, 1977
  • “Good for You”, “Down Up”, “Interkids”, “Sex Crime”, “All Over the Clover” in Inner City Romance #5, 1978

Nel primo numero del 1972 Guy Colwell si concentra su una tematica che lo aveva colpito in prima persona: la ripresa della vita dopo il carcere. I protagonisti sono tre che appena ritrovata la libertà si ingabbiano in una differente prigione, quella della droga. Solo uno di loro, James, farà lo sforzo di iniziare una nuova vita. Anche se la narrazione si concentra sull’eccesso e sulla caduta nella spirale della droga, corredata da vignette in cui la solidità e la realtà del mondo si smaterializza portandoci nella mente dei protagonisti sotto effetto di eroina e LSD, non ci si dimentica dell’esterno. Nelle stanze dei protagonisti infatti e per strada si vedono i manifesti per la liberazione di Angela Davis e per i Fratelli di Soledad, per cui la stessa Angela Davis e tutto il partito Black Panther si stava battendo. (Sull’argomento consiglio assolutamente di leggere Autobiografia di una rivoluzionaria di Angela Davis e I Fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson.)

Inner City Romance #2 si concentra invece sulla figura di James e sugli abusi della polizia sui neri, spesso imprigionati o uccisi senza alcun motivo, ma solo per il fatto di essere neri.

«Il faccia a faccia con la realtà del ghetto, dopo sette anni di carcere per possesso di uno spinello, convinse James a scegliere il cambiamento vero. Del resto, l’ingiustizia che aveva subito lui non era certo la più pesante: molti fratelli e sorelle continuavano a vivere dietro le sbarre senza aver commesso alcun crimine. Molti fratelli e sorelle finivano nel tritacarne ed erano risputati con disturbi psichici, senza più speranza o già cadaveri. James aveva assistito alla furia e alla brutalità di un sistema disumano e si era unito ai fratelli e alle sorelle decisi a sovvertirlo e liberarne i prigionieri. Si guadagnò sul campo il ruolo di coordinatore del movimento di liberazione di tutti i prigionieri politici.»

Radical Rock mostra i retroscena di un evento benefico, volto a raccogliere il denaro necessario per liberare alcuni fratelli e sorelle mandati in carcere ingiustamente, che si trasforma in una carneficina per mano della polizia americana.

Inner City Romance #3 si distacca leggermente dai temi sociali generali e assume una visione più intimista, sicuramente più legata a quello che l’autore ha vissuto in prima persona. Il fumetto s’incentra infatti sui sogni e sull’inconscio dei carcerati mostrandone i pensieri più reconditi. Questo terzo numero è differente dagli altri anche per l’impaginazione molto particolare e per la disposizione delle vignette quanto mai originale. All’inizio del numero ci sono inoltre delle parti sfuocate. Tutti questi espedienti aiutano chi legge ad entrare nella dimensione onirica in cui operano i protagonisti. Molto interessante anche la scelta dei colori, Colwell infatti dipinge tutto di nero quando descrive il sogno del detenuto nero e tutto di un bianco, molto destabilizzante, quando mostra il sogno del detenuto bianco.

Ramps è invece dedicato alle vicende di speculazione abitativa. La vicenda si ispira alle lotte di poveri, anziani, disabili che sono stati relegati nell’International Hotel di San Francisco. Attorno al residence di Chinatown, in cui i proprietari installano una rampa per favorire l’accesso a chi è sulla sedia a rotelle, che in realtà è solamente un contentino visto lo stato gravissimo in cui versa l’edificio; si concentrò un durissimo braccio di ferro tra i proprietari, sostenuti dalla città, e gli inquilini che dopo un incidente si opposero allo sfratto iniziando l’autogestione dell’edificio. Al termine del numero, che Colwell dichiara essere stato scritto in tempi brevissimi c’è la sua dedica:

«Questa storia è dedicata ai poveri, agli anziani e ai disabili che lottano per avere casa, diritti e dignità in un sistema che ancora preferisce dimenticare e negare che esistano ;a chi non paga l’affitto e abita i quartieri popolari; e soprattutto alle persone coraggiose e pazienti dell’International Hotel di San Francisco, U.S.A.»

Il quinto e ultimo episodio di Inner City Romance si compone di tante storie slegate tra di loro al cui centro vi è la sessualità in varie forme, sempre mantenendo però una impostazione di denuncia politica. Abbiamo allora la descrizione della condizione delle prostitute, di uno stupro, ma anche di una sessualità vissuta a contatto diretto con la natura come era proprio della filosofia Hippy.

Inner City Romance è sicuramente un volume interessante ed estremamente concreto. Il realismo di Colwell descrive alla perfezione i tumulti del suo tempo e ci catapulta attraverso gli occhi dei suoi protagonisti in vite che altrimenti non avrebbero avuto mai l’opportunità di essere raccontate.

Letture Arcane, Aprile.

Due Arcani Maggiori ci hanno accompagnato nei mesi scorsi, ma le carte dei tarocchi non si compongono di soli Trionfi.
40 delle 78 carte infatti sono gli Arcani Minori.
4 semi: Bastoni, Coppe, Pentacoli, Spade, associati ai quattro elementi: Bastoni – Fuoco, Coppe – Acqua, Pentacoli – Terra, Spade – Aria; con carte da 1 a 10, insomma, l’avevamo già detto che con i Tarocchi si può giocare anche a briscola, no? Ogni numero ha il suo significato, così come ogni seme e allora ogni carta diventa un ulteriore mondo da interpretare.

Dopo aver preso un grande respiro nel mese di marzo con la carta della Temperanza, la carta del mese di aprile ci invita a riflettere su quello che abbiamo e ciò che vogliamo ottenere.

Otto di coppe

L’8 indica pienezza e accumulo, le coppe, simbolo dell’acqua di emozioni, emotività, sentimenti. Le coppe sono piene di traguardi, successi, speranze, amore, ma la figura umana della carta non sembra dargli alcuna importanza. È prontə per intraprendere un nuovo viaggio, lasciarsi tutto alle spalle, anche le cose positive. Associato alla situazione attuale potremmo vedere nell’otto di coppe ognunə di noi, che deve reinventarsi e vivere in un mondo completamente nuovo. Possiamo avere accumulato e ottenuto tutto, ma la strada per riacquistare davvero la nostra vita precedente è lunga e tortuosa e prescinde dai successi individuali.

Nonostante tutte le gioie e i dolori, tutti i successi materiali, questo periodo storico ci ha fatto capire che c’è bisogno di altro nella vita. È “l’altro” che sta cercando l’8 di coppe, deve riempire i suoi graal di nuove emozioni, nuove sostanziose sensazioni. La perfezione e la felicità non si raggiungono facilmente, il cammino è disseminato di pericoli, è impervio e in salita, ma chi lo intraprende sa che può contare sulle sue forze e su tutto ciò che ha messo insieme precedentemente.

Dove stiamo andando? La meta sarà davvero migliore del punto di partenza?

Un uomo dall’aria afflitta respinge le coppe della sua felicità, delle sue imprese, dei suoi impegni o precedenti progetti. Così Waite descrive questa carta, possiamo avere di più solo se crediamo in noi stessi e in ciò che abbiamo già costruito. Aprile potrebbe quindi portare dei cambiamenti, farci stare in dubbio, mostrarci quanto siamo insoddisfatti di noi stessi o della situazione che stiamo vivendo, sta a noi muoverci verso il futuro senza farci prendere dal panico, andando avanti sì, ma dando sempre uno sguardo alle nostre precedenti conquiste. Prendiamo il coraggio che ci serve per andare avanti, non siamo timidɜ, inseguiamo i nostri sogni, non facciamoci tormentare dai dubbi. L’otto è il numero della perfezione e quello di coppe indica anche amore disinteressato: amiamoci, prima di decidere cosa fare davvero.

Rachel Pollack associa questa carta alla posizione di Nettuno in Pesci. Il pianeta sta transitando nel segno dei Pesci, suo domicilio, dal 3 febbraio 2012 e rimarrà così fino al 30 marzo 2025. È una posizione che in accordo con il significato dell’otto di coppe, parla tra le altre cose, anche di crescita spirituale, di andare oltre ciò che abbiamo a disposizione per raggiungere una conoscenza (anche di noi stessi) più profonda. Astri e tarocchi sono quindi in accordo: iniziamo questa salita e vediamo dove ci porta.

Cosa leggere dunque durante questo viaggio?

Il sorprendente libro con i cavalieri, Giangioff, Fumetti di Cane.

Marco è la figura malinconica che ci dà le spalle nell’otto di coppe, insoddisfatto di tutto ciò che ha e anche di quello che non ha. Gli manca la motivazione, non ha obbiettivi, si trascina di giorno in giorno nella sua casa insieme al coinquilino Giacomo. Un incontro però lo scuoterà dal torpore, insieme ai sodali Andrea e Gian intraprenderà un viaggio che lo porterà niente di meno che alla conquista di un castello.

Il viaggio premio, Julio Cortázar, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Sur Edizioni.

Dove stanno andando i protagonisti de Il viaggio premio non lo sanno neanche loro, ma non vedono l’ora di iniziare questo viaggio che li terrà per 3 mesi lontano da casa, basta che si presentino al caffè London, a Buenos Aires, nella data prestabilita e attendere istruzioni. Sarà davvero un vantaggio questo viaggio o solo un capriccio? Tra inghippi alla nave, un’epidemia di tifo e i fragili equilibri dati dall’incertezza, seguiamo l’assurda e ironica vicenda di un manipolo di fortunati vincitori della lotteria, nel primo romanzo di Cortazar, uscito per la prima volta nel 1960 e portato in questi mesi in Italia.

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