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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Settembre 1972, I. Oravecz

Che cosa abbiamo appena letto in verità non lo sappiamo, Settembre 1972 di Imre Oravecz, Edizioni Anfora, è senza dubbio un’opera particolare. Sembrerebbe un diario, una costellazione di ricordi in prosa, ma potrebbe tranquillamente trattarsi di una raccolta di poesie in versi sciolti. A livello stilistico il linguaggio dell’autore ungherese è estremamente poetico: ricchissimo, complesso, pieno di figure retoriche; enumerazioni, ossimori, metafore, il testo non è composto in endecasillabi e settenari, ma funzionerebbe comunque anche se non fosse in prosa.

Ma di che parla questo strano libro? Di amore.

Oravecz racconta il suo amore, dalla nascita casuale alla sua evoluzione, dalla pulsione sessuale al suo spegnimento, dalla serenità gioiosa ai momenti estremamente bui. L’amore di cui si parla è totalizzante, a tratti la descrizione puntuale dei sentimenti, delle situazioni e in particolare della mancanza dell’amata risulta anche stucchevole.

Non sappiamo se quello che viene raccontato nelle 99 istantanee sia un solo amore, potrebbe essere uno solo sviscerato in 99 episodi, 99 amori catturati in un unico preciso istante. Quello di cui siamo certi è che chi scrive è un uomo, assolutamente bisognoso d’amore, di calore, di una presenza che lo supporti e lo ami. Quello di cui non siamo assolutamente certi è chi sia questa donna o queste donne di cui il protagonista s’innamora. Sono quasi dei manichini, senza nome, senza storia, proiettate solo in quella distinta occasione.

La figura femminile risulta quasi appiattita dalla forza enorme dei sentimenti di chi scrive, è lì ferma sullo sfondo a sbagliare, vestirsi, svestirsi, amare. La donna dà amore, è descritta nel suo abbigliamento, nella sua fisicità, ma non sappiamo quasi nulla di ciò che pensa, di quali sono i suoi reali sentimenti, di come vive la storia d’amore, per questo potrebbe essere la storia di uno o di diversi amori, la Lei è così poco approfondita che è tranquillamente interscambiabile.

Pur essendo l’amore un incontro tra due persone, un insieme, un accordo, qui abbiamo una visione parziale di questo sentimento: unilaterale. Un unico attore, un unico sentimento immenso, l’ambiente esterno fumoso e quasi irreale. Siamo sicuri che da qualche parte nella città di P. o di H. ci siano i 99 racconti d’amore della controparte, che ci permetteranno di ricostruire meticolosamente il quadro di questa vita d’amore di Imre Oravecz.

Il consiglio dell’avvocato

È da molto che io, George Hautecourt non viaggio su questi schermi, consigliandovi l’ascolto perfetto per accompagnare le vostre letture, ma stavolta non potevo assolutamente mancare all’appuntamento. C’è un accoppiamento perfetto.

Sarà per il sentimento totalizzante, forse per il fatto che a descrivere questa esperienza sentimentale si tenga conto solo dell’uomo, che c’è una Lei di cui sappiamo poco o nulla, ma che:

Se non fosse per te

Sarei niente, lo sai

Perché senza te io non vivo

E mi manca il respiro

Se tu te ne vai.

Quando sono con te

Chiudo gli occhi e già volo,

D’improvviso la malinconia se ne va

Dai pensieri miei cade un velo

E ritrovo con te l’unica verità.

Solamente tu sai

Anche senza parole

Dirmi quello che voglio sentire da te.

Io non ti lascerò

Fino a quando vivrò:

Tutto quello che un uomo può fare

Stavolta per te lo farò.

Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo
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Tararabundidee meets Melvina

Ciao a tutti amiche e amici, ritorniamo su questi schermi per parlarvi del bellissimo fumetto di Rachele Aragno: Melvina. Fumetto che parla di coraggio, quello di Melvina nell’affrontare il super cattivo della storia, di grandi speranze e delle responsabilità e delle difficoltà di diventare grandi. Grazie anche alle sedici pagine in più di contenuti extra inserite in occasione del decennale di BAO Publishing (contrassegnato da un logo dorato in copertina e sul dorso, presenti solo per la prima tiratura) si hanno tantissime notizie, ma noi siamo ancora molto curiosi, quindi… Diamo il via alle domande!

Ciao Rachele e benvenuta su Tararabundidee. Leggendo del curioso e intraprendente personaggio di Melvina ci sono subito venute in mente alcune domande su come è nato il personaggio e cosa rappresenta per te. Innanzitutto abbiamo capito che Melvina è il tuo alter ego che ti ha aiutata ad avere speranza in un momento particolarmente delicato e doloroso. Com’è stato mettere queste emozioni su carta insieme a Melvina, per questo libro?

Intanto grazie mille per avermi invitata qui, sono felicissima di poter rispondere alle tue domande…

Quindi non mi perdo in chiacchiere e ti dico subito che non è stato per niente facile! Le prime pagine si sono quasi scritte da sole, avevo già in testa l’intera storia in maniera chiara e avevo la sicurezza di saper dominare le emozioni. Quando però ho cominciato ad addentrami nel cuore del libro, sono affiorate tantissime sensazioni diverse che non mi hanno abbandonato fino al momento in cui ho affrontato il finale. Ricordo che le ultime pagine le ho disegnate con un senso di sollievo, ma anche di malinconia… lasciar andare i personaggi è stato terapeutico e triste allo stesso tempo.

Melvina è un personaggio assolutamente positivo: caparbia, spigliata, ma che riesce comunque a fare sempre la cosa giusta. Nella tua fantasia è nata per tirarti su in varie situazioni: come si fa a trovare la propria Melvina e quando tu hai trovato la forza di tirarla fuori?

Per natura sono una persona che odia autocommiserarsi e quindi cerco sempre di trovare soluzioni che mi aiutino ad affrontare un problema in maniera positiva e propositiva. Ovviamente quando un problema esiste ed è tangibile. In questo caso dovevo combattere con qualcosa che non vedevo ma che sentivo forte dentro di me, quindi ho creato una “eroina” che combattesse, come succede nelle favole, il mio “drago” personale. Siamo tutti capaci di salvare noi stessi e di trovare qualcosa che ci aiuti a stare meglio, basta solo provare.

Melvina ha un bel caratterino e lo si può notare dal tuo fumetto, quindi ci chiedevamo: com’è convivere con lei?

Divertente, ma anche complicato! Ad amici e parenti, scherzando, dico sempre che è stata lei a voler essere creata da me e che ha deciso lei stessa di essere una tipa tosta con molti problemi da affrontare. Mi somiglia sopratutto quando inizia a farsi paranoie inutili e domande a cui non è facile rispondere. Allo stesso tempo però siamo diverse, lei riesce ad avere una spensieratezza e una leggerezza nell’affrontare la quotidianità che io non ho. Spero di imparare da lei a essere meno complicata.

Melvina ha anche un look particolarissimo, com’è stata la sua evoluzione grafica (se c’è stata), e cambierà anch’essa nel tempo?

Non è cambiata moltissimo nel tempo, ci tenevo a conservare la prima idea che avevo avuto. Ho corretto solo l’età – era molto più piccola quando l’ho creata – e l’abbigliamento. Ma i suoi capelli rossi sono un must e rimarranno per sempre così, secondo me le danno un’aria sbarazzina irresistibile!

Sempre rimanendo nell’ambito della grafica, quale tecnica hai usato per disegnare Melvina? E con quali tecniche ti trovi più a tuo agio?

Pennino, inchiostro nero e acquerelli! È stato veramente bellissimo potermi cimentare in un romanzo grafico con le tecniche che amo di più, sicuramente non sono i mezzi più veloci che esistano, ma amo sporcarmi le mani e sentire l’odore della carta bagnata dalla china. Ho imparato l’acquerello da sola, studiando moltissimo e buttando un sacco di fogli pieni di errori ma ultimamente ho sviluppato un grande amore per il digitale: è un mondo inesplorato per me al momento, ma voglio assolutamente rimediare.

Abbiamo notato, leggendo il tuo fumetto, qualche richiamo ad altre opere: l’albero che si agita ci ha fatto pensare al Platano Picchiatore di Harry Potter, così come i pensieri che vengono evocati ci hanno subito portato alla memoria il Pensatoio di Silente. Ma anche il tavolo addobbato per il tè e i vari rimpicciolimenti e ingrandimenti ci hanno fatto pensare ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Ci sono state delle letture che ti sono rimaste particolarmente impresse e che ti hanno aiutata a creare Melvina e l’Aldiqua, dandoti spunti ed idee?

Tutto il mio background mi ha aiutato a scrivere questo libro. Fin da piccola ho sempre letto di tutto: da Roald Dahl a Edgar Allan Poe, da Frank Baum a Lewis Carroll, dai fumetti di Will Eisner a quelli di Moebius. E poi ovviamente anche Tolkien, Barker, Moore, Lovecraft… Non faccio mai una divisione tra fumetti o prosa, prendo quello che amo e l’ispirazione viene da sé. Quando si leggono cose belle, la creatività se ne nutre.

Melvina è un fumetto trasversale, tutti i lettori se ne possono innamorare, dai più piccoli ai più grandi, ma quando hai creato il personaggio e in particolare questa storia avevi in mente un tuo lettore tipo? Quale sarebbe il lettore ideale di Melvina?

Penso che Melvina possa essere letto davvero da tutti, dai bambini agli adulti senza distinzione. Per questo non ho mai pensato a un lettore tipo, ognuno lo può percepire in maniera diversa a seconda dell’età e trovare qualcosa che lo faccia sognare per qualche ora. 

Melvina si evolve con gli anni, come tutti noi: deve affrontare pensieri, problemi, preoccupazioni ma anche sogni e desideri sempre più grandi. Visto che l’ha già sconfitto nell’adolescenza, nessun cattivo potrà portarle via ciò che vorrebbe di più. Allo stato attuale, qual è il desiderio più grande di Melvina e qual è il sogno che si è avverato finora? E quelli di Rachele?

Melvina in questo momento ha voglia di capirsi meglio, di riuscire ad affrontare il futuro senza ansie e senza porsi troppe domande. Sta crescendo e quindi ha bisogno di sentirsi amata e compresa. Io credo di volere le stesse cose, anche se sono già cresciuta, ad eccezione di una: vorrei poter ancora raccontare mille altre storie e poter avere sempre qualcuno disposto a darmi fiducia e leggerle con amore.

Grazie! 

Tararabundidee feat. Tra Le Righe – Ep. 17: Addio, addio amici addio.

Nuovo appuntamento con la recensione delle libraie a cui stavolta ho sottoposto il tema dell’addio, dei saluti, insomma. Non una cosa piacevolissima, perché gli addii non sono mai piacevoli, implicano sempre un cambiamento di stato, una rottura degli equilibri creati. Quindi in questo clima torrido ed estenuante, noi vi lasciamo al consiglio della libraia Paola che sul tema ci dà il suo parere di un classico: Il Ballo di Irene Nemirovsky.

Irène Némirovsky, Il ballo, Adelphi (trad. Margherita Belardetti). Scritto nel 1928, pubblicato nel 1930

«La signora Kampf entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli.»

Già nelle prime righe è condensata tutta l’essenza di un racconto che si snoda breve nella sua perfezione, come solo la mano di una grande scrittrice è in grado di fare. C’è dunque una donna dal carattere imperioso, con un cognome duro, in una casa certamente lussuosa. E c’è, poi, una figlia adolescente, Antoinette, che viene letteralmente invasa dalla presenza ingombrante, spigolosa, incapace di amore della madre. La signora ha, con il marito, una sola esigenza impellente: entrare nel mondo dorato della Parigi bene, essere riconosciuta e farsi riconoscere. Bisogna assolutamente costruirsi un’impalcatura fatta di niente con la ricchezza arrivata grazie a un colpo di fortuna, negli scintillanti anni venti dove la musica, i balli, i ricevimenti e il benessere esternato e mostrato come merce al mercato sono il miglior biglietto da visita per il paradiso. Ma in una famiglia, al di là delle apparenze, si possono covare risentimenti, frustrazione, sentimenti di vendetta, rabbia. Bisognerà salutare le aspirazioni più rosee di scalata sociale, dire addio anche alla complicità di una coppia che si regge sul filo del denaro per vedere realizzata la soddisfazione di una ragazza esclusa, messa all’angolo, come se fosse solo parte della tappezzeria. Il prezzo da pagare è alto, però: nel disprezzare la meschinità del mondo adulto, Antoinette finisce per dover salutare l’ingenuità, i sogni di fanciulla, e cadere nel baratro insieme alla famiglia. Un addio doloroso e tanto più profondo, quello che la Némirovsky ci offre, perché condensato in pochi tratti e poche pagine, dove le scene, gli oggetti e i personaggi rimangono incisi e impressi con pennellate d’artista.

Paola Mastrobuoni

La tenda rossa, A. Diamant

La storia è stata scritta da uomini, sembrerebbe quasi che sia stata scritta per gli uomini. Sono pochissime le donne che giocano ruoli importanti nella storia, sono pochissime le donne che vengono citate… ma sicuramente non erano pochissime.

Quello che cerca di fare Anita Diamant nel suo libro è raccontare la storia da un altro punto di vista. È un pezzo di storia che più o meno tutti conosciamo almeno vagamente: quella di Giacobbe, Giuseppe, la sua famiglia, insomma la classica storia da Vecchio Testamento con maledizioni, emanazioni divine, preghiere, prodigi ed è ovvio che proprio lì non ci fosse molto spazio per il racconto delle donne.

In totale controtendenza con tutto l’apparato biblico, l’autrice tratta di Giacobbe&Co attraverso gli occhi di Dina, l’unica figlia femmina della grande famiglia del patriarca. È a lei che la madre e le tre zie si affidano per tramandare qualsiasi cosa: storie, tradizioni, riti, preghiere. Le orecchie degli uomini non sono pronte ad accogliere tutte le informazioni che Lia, Rachele, Zilpa e Bila devono dare: solo una donna può accedere ai segreti della Tenda Rossa.

La Tenda Rossa è il luogo preposto al periodo di riposo e in un certo senso di isolamento delle donne: quando hanno le mestruazioni. Anche quando Dina è una bambina essendo l’unica figlia femmina tra i figli di Giacobbe, le viene permesso di permanere nella tenda pur non avendo ancora il ciclo. Tra i punti salienti del romanzo ci sono sicuramente le descrizioni delle cerimonie e dei riti che accompagnavano le fasi della vita di una donna.

Viene descritto il cerimoniale che segue il menarca, quello del parto, ma anche dell’aborto e viene ad esempio narrata l’origine della ” cerimonia” presente anche ne Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood.

Ciò che però viene sottolineato è il ruolo della donna, le sue mansioni, le sue responsabilità e anche il rapporto subalterno che prima le donne avevano con il padre, poi con il marito poi anche con i figli. Anche se la narratrice è Dina, si tratta di un romanzo corale: parlano e si descrivono le vicende di tutte le donne della Tenda Rossa, ma anche quello che pensano, i loro rapporti, le loro sofferenza: la loro storia e il peso che esse hanno avuto nella storia di tutti e di tutto ciò che le circondava.

La Tenda Rossa è un romanzo, che riprende storie contenute in quell’altro enorme romanzo o epopea mitica che è la Bibbia, quindi si sta parlando di pura fiction, ma il messaggio vale comunque. Quello che noi sappiamo della Storia e delle storie, è una conoscenza estremamente parziale, non solo per la storia dei vincitori, che è anche leggermente ovvia. In fondo chi ha vinto lo ha fatto anche per la gloria di essere ricordato diciamo quasi in eterno, il problema è che anche tra i vincitori si è parlato solo dei vincitori, mai delle vincitrici ed è indubbio che le donne fossero presenti sulla terra più o meno dallo stesso momento in cui sono presenti gli uomini.

Dal romanzo è chiaro e viene più volte detto quanto la donna sia stata in una posizione di svantaggio rispetto all’uomo ed è Dina stessa ad accorgersene, a fare paragoni tra lei e suoi fratelli, tra la sua condizione e quella degli uomini, ma anche rispetto a tutto ciò che si pensa delle donne: la sempre terribile locuzione di donna incompleta per chi non ha figli, di donna incompleta per chi non ha marito e così via. Tutte cose che ancora si ripercuotono nel nostro quotidiano.

Di questo romanzo è uscita una serie tv, disponibile su Netflix: The Red Tent. È un libro molto interessante, con un ottimo equilibrio, una scrittura chiara e anche molto raffinata che prende a livello lessicale, molto dall’epica e dal linguaggio biblico e che quindi riesce a trasportare il lettore nella giusta atmosfera. Unica nota negativa, fino a che Dina rimane nella casa del padre, insieme alle sue zie e la madre, la narrazione procede abbastanza spedita, quando vengono raccontate le vicende di Dina in Egitto il tutto diventa molto lento e in alcuni punti anche pensate: è come se ci fossero continui elementi di ritardo e anche di allontanamento dalla storia principale che tendono a sviare l’attenzione del lettore, tutto il resto davvero, niente da dire.

Frikis – Ehm Autoproduzioni

Friki è il termine spagnolo per geek, google traduttore lo trasporta in italiano con un amabile “disadattato”. I Frikis sono i protagonisti dell’omonima nuova serie di Ehm, che potete leggere qui. La serie è firmata da: Dario Custagliola, Antonello Cosentino, Elisa Bisignano e Francesco Montalbano che fanno parte di Ehm e alcuni fumettisti esterni al collettivo: Fabio Baldolini, Fabrizio Castano e Jacopo Vanni.

Insomma chi sono questi Frikis? Brutti, sporchi, cattivi e ingabbiati vengono definiti e si autodefiniscono nel primo numero. Sono ribelli, controrivoluzionari e si muovono (almeno quelli del nostro fumetto) nella Cuba degli anni ’90, cercando una sola cosa: la libertà. Tra i vari protagonisti l’idea di libertà non è univoca. È il poter avere la possibilità di vivere dove si vuole, come si vuole. È il poter fare ciò che ci si sente senza essere giudicati. È il liberarsi dalle voci, dai pregiudizi, dalle gabbie che ci vengono imposte. È il manifestare i sentimenti e le emozioni con le persone che abbiamo intorno. Condividere momenti.

La libertà può essere tante cose, ma è estremamente difficile da esprimere in qualsiasi sua forma ed è questo ciò che comunica maggiormente Frikis. Come si può raggiungere la libertà, a quale prezzo? E quanto vale la pena lottare, morire, insomma: la libertà può davvero esistere?

Senza farvi spoiler significativi, vi diciamo che Frikis finisce sia bene che male. L’unità dei personaggi, il ritrovarsi, il vivere insieme in un posto in cui vengono giudicati dall’esterno, ma che gli permette comunque di poter essere uniti potrebbe essere un bene, ma c’è comunque isolamento, solitudine e soprattutto malattia che logora e divora quel poco di bene che rimane nelle vite dei protagonisti.

Frikis è un lento degradare, un deterioramento delle storie di Pablo, Miguelito, Adoracion e tutti gli altri. È un vorticoso viaggio verso il basso. Perché per raggiungere la tanto agognata libertà si deve rinunciare a tutto, alla propria esteriorità, ai propri rapporti, si rimane solo fedeli a se stessi e all’idea di poter un giorno essere capaci di poter manifestare tutto il proprio essere senza conseguenze… ma “Yal final, valiò la pena?”.

Il pene del Senpai, Yoichi Abe.

Prima o poi tutti ci ritroviamo alle prese con una cotta. Una cotta magari passeggera, con tranquillità svanisce subito, ma ci sono quelle che sono alimentate da una serie di ambiguità e dolcezze che per chi le fa sono semplici gentilezze… ma per chi le riceve: incontrastabili conferme di un interesse profondissimo. Allora ci fissiamo, stiamo male, ma soprattutto desideriamo ardentemente proprio quella persona. Una persona a cui noi pensiamo intensamente, che oscura ogni altra possibilità, insomma quella persona che vogliamo a tutti i costi e che magari anche noi stessi depistiamo per non esporci troppo, parlandole di altri, arretrando quando si avvicina, insomma… tira e molla a parte, la cotta rimane e sarebbe così bello poter avere quella persona anche per poco, ma se ci fosse la possibilità di avere almeno una sua parte?

È più o meno così che inizia Il pene del Senpai di Yoichi Abe, un brillantissimo manga che descrive un mondo in cui si può tranquillamente tagliare il pene dagli uomini, senza che loro provino particolare dolore, ma soprattutto senza che l’appendice stessa ne risenta particolarmente. Insomma questa ragazza perdutamente cotta di un bellissimo ragazzo è proprio risoluta ad avere con sé almeno una parte di lui… quindi perché non il pene, visto che tagliarlo non ha grandi ripercussioni?

Il concetto base del manga è assolutamente geniale, i disegni sono kawaii, infatti pur parlando di peni l’erotismo è quasi del tutto assente. Non è sull’aspetto sessuale che Yoichi Abe si sofferma, ma più che altro va a delineare i rapporti che le ragazze hanno con i peni e con l’altro sesso in generale. Si parla di questo in 7 piccole storie che hanno come protagoniste ragazze diverse che si rapportano a questo “potere eviratore senza sforzo“. Si parla di coppie, della difficoltà di trovare una persona che piaccia completamente, della difficoltà di rimanere in una relazione, dei tradimenti, insomma di quello che capita tutti i giorni in ogni coppia: non sarebbe quindi meglio fare a meno del pacchetto relazione e usufruire solo del pene? Che tra l’altro non dà grossi disturbi, è relativamente docile, mangia anguria, deve essere un minimo controllato visto che tende a volersi riunire con la restante parte del corpo, ma tutto sommato meglio di fare la conoscenza con tutti gli amici, delle gelosie etc. etc.

Non essendo pratica della nomenclatura giapponese ero fermamente convinta che a scrivere questo originalissimo manga fosse stata una donna. A parte alcune scene creepy: tipo un pene che viene frullato e che quindi per una sensibilità verso il proprio corpo, pensavo non potesse uscire fuori da un uomo, in questo fumetto i personaggi maschili escono veramente a pezzi. Questo mi aveva fatto propendere su un’autrice donna, che va a riequilibrare una situazione in cui generalmente è la donna ad essere sessualizzata, utilizzata e soprattutto è sempre il corpo della donna ad essere particolarmente esposto. Qui abbiamo il contrario, l’uomo viene pensato non solo in quanto uomo ma soprattutto come portatore di pene. La personalità dei personaggi maschili non esiste a parte in una storia, tutto si muove solamente in relazione alla loro appendice. Questa spersonalizzazione degli uomini va a tutto vantaggio di una personificazione del pene. La cosa più bella è che comunque, come abbiamo riferito prima, non ci sono delle forti componenti sessuali quindi in realtà il pene non è solo soggetto del desiderio sessuale femminile, ma diventa il soggetto di una relazione a discapito dell’uomo stesso. Questo capovolgimento degli infelici standard e stereotipi a cui siamo sottoposte è molto intrigante e lo è ancora di più se a farlo è un uomo. Spazio ha ovviamente il piacere femminile, anche se non è manifestato molto a livello visivo, si parla molto del sesso per piacere e non come manifestazione più alta del sentimento amoroso, come viene dipinto sempre l’atto sessuale per le donne. Le donne provano piacere e non ci deve essere per forza un sentimento dietro e come dimostra questo fumetto, non ci deve essere dietro neanche necessariamente una persona. Ho trovato intelligentissima la linea narrativa di questo fumetto anche perché si lega alla masturbazione femminile che è sempre e comunque un tabù. Non solo appaiono peni recisi che saltellano dai corpi da cui sono stati tagliati, ma ci sono anche vibratori e altri strumenti di piacere, ma soprattutto il piacere femminile è al centro della narrazione. Il pene sostituisce l’uomo perché dà il piacere che serve senza tutto il resto e aiuta la donna a raggiungere un piacere disinteressato: quello che succede con la masturbazione, no? [Ora io non vorrei dilungarmi tanto su questo argomento, ma posso rimandarvi a chi di queste cose ne tratta sempre e soprattutto molto molto meglio di me, quindi se volete conoscere qualche opinione in più QUESTA è la cosa giusta da leggere! (E direi che potete anche seguire sessolopotessi su ig!)]

Posso dire che ho riso tantissimo mentre leggevo questo fumetto, alcune scelte grafiche e narrative sono così originali e surreali che veramente sono divertentissime. Nonostante questo lascia spazio alla riflessione perché anche se si parla in fondo di qualcosa di impossibile, riesce a far trasparire una vivida visione della quotidianità femminile che altri prodotti più realistici non trasmettono.

Concludo con un ringraziamento al signor Yoichi Abe che oltre a farci crepare dal ridere è anche riuscito a descrivere le donne non solo come amanti dell’amore, pulitine, senza il minimo briciolo di desiderio, ma come persone che hanno pulsioni, che fanno delle battute grevi, insomma, come siamo davvero.

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