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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

A. A. Autoproduzioni: Storie Brute.

Salve amiche e amici, ben ritrovati nel nuovo appuntamento mensile con le autoproduzioni a fumetti. Dopo il Collettivo Canederli e KumiShire oggi è arrivato il momento di conoscere Storie Brute!

Storie Brute, la compagnia dell’indie è un collettivo formato da Marika Michelazzi, Gianluca Girelli e Nastasia Kirchmayr. Quando li abbiamo incontrati e ci siamo fatti raccontare la loro nascita, avevano appena 7 mesi, la loro prima apparizione pubblica era stata Cartoomics 2019 e noi li abbiamo incontrati all’Arf, attratti tantissimo dai loro titoli.

Chiantishire, Longobardae, Black sand rimandano a tempi passati ed epici e loro appassionati di storia, si propongono con le proprie pubblicazioni proprio di indagare la Storia. Le storie sono appunto brute, perché si parla di barbari:
Longobardae è infatti un’avventurosa storia, muta, dell’arrivo dei longobardi, ma racconta in appendice, la storia di questo meraviglioso popolo (una tesi, quasi due che parlano di longobardi e normanni immaginate la nostra gioia) e i suoi protagonisti, corredati da testi e biografie e dai disegni di 8 artisti “ospiti”.
Black Sand racconta invece il periodo delle razzie vichinghe in Islanda e ci troviamo ancora, davanti ad un bellissimo fumetto muto.
Chiantishire è invece la storia di Valtha, nobildonna etrusca che ha raggiunto l’immortalità grazie ad un patto divino e che racconta la storia di questa donna nei suoi soli, ventisette secoli di vita.

“L’autoproduzione rispecchia ciò che manca nel panorama del fumetto italiano – ci racconta Nastasia – ad esempio quali sono le scuole di fumetto storico in Italia? Non esistono.” (E su questo siamo d’accordo anche noi, infatti per questo eravamo rimasti così entusiasti dei fumetti visti al loro stand, mai visti prima.)
Sopperire a questa mancanza è però quanto mai difficile, ci raccontano infatti che sviluppare fumetti legati alla storia e ai suoi personaggi non attrae particolarmente gli editori: “È difficile trovare qualcuno che creda nel nostro progetto, per questo abbiamo pensato di lanciarci nel mondo delle autoproduzioni, in cui ci sentiamo liberi di osare, di scrivere e di disegnare.”

Il target dei lettori di Storie Brute, è quello di appassionati di storia e di fantasy. L’elemento storico è infatti preponderante nelle loro produzioni, ma non è di certo l’unico tema ed è comunque sviluppato in modo da intrattenere ed interessare, dando comunque nozioni corrette, facendo dell’ottima divulgazione storica.
Siamo molto felici di aver conosciuto Storie Brute, che si occupa del nostro stesso campo, che è effettivamente un campo che nel fumetto non è mai molto sviluppato anche se, le tematiche da affrontare sono varie, interessanti ed avvincenti.


Aspettiamo con ansia i prossimi volumi del collettivo, nel frattempo voi recuperateli tutti.
Sito di Storie Brute: https://storiebrute.wordpress.com/
Marika Michelazzi: https://www.facebook.com/Nightfallpro/
Gianluca Girelli: https://www.facebook.com/gipi.pagano
https://www.instagram.com/gipi_pagano/
Nastasia Kirchmayr: https://www.instagram.com/n.ki_art/
https://www.facebook.com/nastasia.kirchmayr
http://nkiart.altervista.org/

Tararabundidee feat. Tra Le Righe – Ep. 18: La saggezza.

Come ogni mese, ritornano le libraie di Tra Le Righe a farci compagnia e stavolta tocca a Claudia che ci racconta un libro legato al tema della saggezza, della sapienza insomma qualcosa che si matura con tempo ed esperienza e che fa vivere meglio, forse.

Cari amici di Tararabundidee, quando la nostra Carla mi ha chiesto di scrivere una recensione su un libro che trattasse il tema della saggezza ammetto di essermi trovata un attimo in difficoltà, sembrava proprio che io non fossi in grado di richiamare alla mente un solo titolo con questa caratteristica. Poi, mentre sistemavo la pila delle ultime letture è arrivata l’illuminazione: perché non parlare de L’educazione di Tara Westover

Non si tratta di un romanzo ma di un memoir, tutto ciò che viene raccontato è successo davvero e al solo pensiero mi viene la pelle d’oca. Tara ha avuto un’infanzia dura: è nata in casa, da una famiglia che non crede nel sistema sanitario, non ha mai preso un’aspirina né è mai stata vista da un medico; non è iscritta all’anagrafe e non va a scuola, a undici anni invece, inizia a lavorare nella discarica del padre. No, Tara non è nata all’inizio del secolo scorso, come si potrebbe immaginare da questa breve descrizione, è nata invece nel 1987 in Idaho, Stati Uniti, in una famiglia di mormoni. L’autrice ci racconta le varie tappe della sua vita senza risparmiarci i dettagli più crudi: la violenza fisica e psicologica, la sottomissione, l’impossibilità di mantenere i legami familiari e allo stesso tempo rompere con la religione e le sue regole. Tara non è fatta per vivere come la madre, ignorante e sottomessa in tutto al marito, sente che c’è qualcosa che le sfugge, qualcosa che non sa e che invece vorrebbe sapere. Lei ha diciassette anni e non ha mai messo piede in un’aula scolastica ma capisce che è quello il punto di partenza per emanciparsi, e allora contro la volontà del padre si iscrive all’università e da quel momento non ha più smesso di studiare.

Ciò che emerge potentemente è la difficoltà che chiunque di noi ha nel distaccarsi da quello che ci viene insegnato fin da piccoli, per provare a guardare il mondo con occhi nuovi, per crearci una nostra personale opinione sulla realtà; la verità è data dalle sfaccettature, non dall’assolutezza e dall’imposizione di un’univocità, questo Tara l’ha capito attraverso i libri ed è qui che sta la sua saggezza secondo me.

Noi vi ricordiamo che potete leggere tutti i consigli delle libraie a questo link, se avete temi da proporre, dubbi, perplessità, chiedeteci e le libraie risponderanno, fino ad ora, a 18 temi, non si sono mai fatte trovare impreparate quindi sentitevi liberi.

Scansatevi dalla luce – J. Williams

“Paghiamo l’attenzione con le vite che avremmo potuto vivere.”

Così dice James Williams nel suo saggio Scansatevi dalla luce edito da effequ, che parla soprattutto dell’attenzione che riponiamo sui social e sull’internet in generale e di come essa viene utilizzata per far girare l’economia.

Questo saggio è stata una lettura quanto mai illuminante, Williams ex strategist di Google mette nero su bianco le insidie che quotidianamente internet tende alla nostra attenzione, bombardata da una quantità infinita di dati ed informazioni. Una delle cose che l’autore mette subito in chiaro è la mancanza di soluzioni per questo “problema”, quindi se state cercando un libro che vi aiuti a liberarvi della tecnologia, oltre a cercare praticamente il vuoto, non lo troverete in Scansatevi dalla luce.
Williams descrive più che altro lo status quo, dall’interno: ci dice cose che non sappiamo e che tutto sommato forse era meglio non sapere.

Lo sapete che la nostra attenzione è praticamente una moneta? Preziosissima quindi, ma facilmente sabotabile. Sicuramente è capitato a tutti voi: avete presente quando siamo iper concentrati e a bell’e buono pare che abbiamo sentito una vibrazione, il suono di una notifica, magari poi andiamo a vedere sul cellulare e non c’è nulla o forse sì, ma è solo l’amico dell’amico che ha messo mi piace ad una foto che abbiamo commentato 15 giorni prima; niente di esaltante quindi. Ma quest’attimo che abbiamo perso, quanto ci costa in relazione all’attenzione e quanto paghiamo in termini di concentrazione per ritornare a quello che stavamo facendo?
Il nostro meraviglioso cervello ci impiega VENTITRÉ MINUTI per riacquistare la concentrazione, tutta colpa dell’amico dell’amico o molto più sinceramente è colpa nostra se non riusciamo più a fare a meno di controllare e ricontrollare le cose perché i segnalini rossi delle notifiche agiscono sul nostro cervello, il numeretto accanto alle app sale e quindi dobbiamo fare pulizie.

Ho fatto un paio di esperimenti mentre leggevo questo saggio.
Innanzitutto ho disattivato tutte le notifiche di tutte le app e di tutti i social (impostazione che mantengo saldamente ancora ora), ma comunque l’impulso è quello di andare a dare una controllatina ogni tanto, perché non si sa mai. Certo, senza pop – up, suoni, pallini rossi, luci a intermittenza e segnaletica di vario tipo se sono realmente concentrata a fare qualcosa, riesco a mantenere la concentrazione più a lungo di prima, anche se poi mi ricordo di avere un dispositivo di vitale importanza che mi permette di essere connessa con tutti e con tutto quindi comunque l’attenzione calava di tanto in tanto, allora ho alzato la posta.

Ho disinstallato tutto: le app, i social, ho disattivato internet ed ho vissuto in profondo eremitaggio per 10 giorni. Credo siano stati i 10 giorni più proficui della mia vita, o forse lo erano stati i giorni funesti del IV Ginnasio, quando ho imparato a scrivere le lettere dell’alfabeto greco con il giusto ductus, ma stiamo là.
Ho letto moltissimo, una decina di libri, tra cui anche Anna Karenina, ho recuperato serie, ho studiato, ho vinto un torneo a carte diventando imbattibile a Briscola (ne ho persi altri due, ma vabbè), ho fatto shopping, ho avuto l’emicrania e ora quindi posso finalmente dire a tutti i vecchi che mi dicono che è colpa del telefono che IL CELLULARE NON C’ENTRA CON LA MIA EMICRANIA, e ho fatto altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Dopo i primi duri giorni, ho dimenticato dell’esistenza del cellulare, di internet, delle notifiche, della gente che rompe, è stato molto bello, potrei rifarlo prossimamente, ma…

Williams dice che la tecnologia non è malvagia, non può e non deve essere condannata, può essere controllata, ma non eliminata: è vitale. Ed effettivamente, in questi 10 giorni sono stata fuori dal mondo. Ascoltavo le notizie al tg, ma non potevo approfondirle, non potevo raccontare niente di quello che mi succedeva, non potevo ascoltare la musica che volevo, ma soprattutto non sapevo nulla. Non sapevo che feste ci fossero, non sapevo dove comprare delle cose, è arrivato un pacco sbagliato e potevo reclamare solo su internet.
Ha tutte le ragioni del mondo Williams a dire che la tecnologia è vitale, e l’ho capito da cose piccolissime per cui neanche mi ero mai accorta servisse internet, un computer, il telefono tanto è tutto radicato nelle nostre abitudini.

La tecnologia è penetrata nella nostra civiltà e in noi, ma di certo possiamo esercitarci ed educarci ad un uso più consapevole, ma soprattutto a calibrare e a valutare quanto costi la nostra attenzione. Ci sono limiti di tempo da impostare sugli smartphone, app che monitorano gli sblocchi del cellulare, blocchi ai social in determinate ore, magari da impostare quando si deve fare qualcosa. La stessa tecnologia può forse aiutarci a contenere e a limitare l’attenzione che svendiamo giornalmente.
Mi sono concentrata sulla tematica dell’attenzione perché è la cosa che mi ha colpita di più, ma nel saggio si analizzano tante delle piaghe che la tecnologia ha portato con sé: fakenews, clickbait, la costruzione degli ads, delle pubblicità, la funzione dei social. Tutti aspetti interessantissimi, sui quali noi comuni mortali e utenti forse sappiamo poco, troppo poco e il cui approfondimento può forse aiutarci a beneficiare meglio della tecnologia senza esserne necessariamente dipendenti.

Semmai doveste fare degli esperimenti sul tema, fatecelo sapere, ma soprattutto fateci sapere se leggete il libro!

Il Ruspa – Stefano Antonucci

Pur non facendo grandi sforzi di immaginazione, potete arrivare a capire su chi sia forgiato il personaggio del Ruspa, protagonista dell’ultimo fumetto di Stefano Antonucci, edito da Fumetti di cane.

Il fumetto ha un target quanto mai preciso: è un libro per bambini orrendi. Libro coloratissimo, molto divertente, che tra un episodio e un altro lascia spazio anche a sensazionali giochini come “trova le differenze” o uno spettacolare cruciverba, con tanto di soluzioni.

Tutto è improntato sulla figura del Ruspa e del suo collaboratore Verme, che cercano di seguire un programma ben preciso che riuscirà o almeno dovrebbe riuscire a farli amare da tutti. Anche se ogni tanto qualcosa va storto e questo intento non riesce benissimo, ma viene comunque largamente supportato; purtroppo.
Con Il Ruspa si mettono ben in luce, in chiave puramente ironica, molti degli escamotage che la Destra ha adottato per avere consensi. Il modo in cui il protagonista è descritto è veramente quello che noi abbiamo sempre pensato di lui, una specie di bambinone (orrendo) vestito alla Pimpa, che cerca di arrivare allo scopo della sua vita ad ogni costo, ma non facendo i conti con la realtà dei fatti.

I colori sgargianti, il tratto semplice, i giochi, possono davvero far assomigliare questo libro ad un albo per bambini, ma basta leggere la prefazione per cambiare idea. Una critica feroce al periodo salviniano e alle sue scelte, ma ironica, vi accompagnerà nella lettura, che finirà con le lacrime agli occhi per le risate.
Tra l’accordo napoletano, il capro espiatorio che da capro diventa giraffa ed una romantica storia d’amore, ci sarà molto da ridere e da riflettere.
La vignetta che ci ha fatto più ridere è sicuramente tra le prime, quando appare l’Umberto, che è proprio l’Umberto a cui state pensando voi. Non manca nessuno, neanche i 49 milioni.

Cari bambini orrendi cosa dirvi di più, leggete Il Ruspa, completate i giochini che contengono anch’essi un alto tasso di ironia, leggete con attenzione i pensieri poetici e divertitevi con moderazione, perchè il Verme controlla il vostro operato.

Il Ruspa esce domani nelle librerie e nelle fumetterie, potete ordinarlo anche qui!

I sopravvissuti – Hurricane

“Cari lettori,
sono uno stronzo,
ma cosa si farebbe per non morir di fame?”

Tacchino è uno dei protagonisti delle strisce di Hurricane, uscite prima su Linus e poi raccolte in questo voluminoso compendio da Eris Edizioni.

Tacchino ha fame e di fronte alla fame non c’è amicizia che tenga e nel mondo raccontato da Ivan Manuppelli… che ci piacerebbe definire post – qualcosa, ma che è molto più vicino al nostro di qualsiasi futuro immaginario, si danno dei buoni pasto a chi denuncia i disoccupati.
Lo Stato ha creato un modo tutto nuovo per far funzionare gli ingranaggi e proprio i disoccupati; questo problema enorme e irrisolvibile, avranno il ruolo, importantissimo sia chiaro, di trasformarsi nella fonte proteica per gli occupati: volete mettere? Così si risolvono i problemi!

In questo strano mondo fatto di habitat particolarmente scarni e di strane case che ci hanno ricordato vagamente le case sottomarine di Spongebob (che vi ricordiamo che rappresenta la strana e inquietante vita della barriera corallina trasformata dalla radioattività – sempre apocalissi in mezzo!), si muovono vari personaggi: volatili, cani, persone, figure amorfe, che tentano in tutti i modi di trovare un’occupazione e far fronte non solo alla fame, ma anche alle trappole che lo stato tende a chi non lavora.

Le soluzioni per sopravvivere ci sono e tra le varie rappresentate, quella che ci è sembrata di gran lunga la migliore, è fingersi morti e far finta di nulla, come Varnelli che però campa sulle spalle della povera Rosmunda che invece si uccide di lavoro, in miniera.

Nella prefazione a questo volume, scritta da Daniele Luttazzi, c’è già tutto quello che rappresenta questo libro e che Hurricane è in grado di comunicare e di creare, non vogliamo doppiare quello che è già noto, ma vogliamo sottolineare quanto il lavoro fatto da Ivan Manuppelli sia importante.
È una satira possiamo dire raffinata del nostro mondo, un quadro nitido e realistico dei guai che ci investono quotidianamente. Un libro amarissimo: ogni striscia ci porta al sorriso, ma niente grasse risate, perché siamo protagonisti, purtroppo, dei tanti riferimenti del nostro presente che Ivan dissemina nel testo.
Ci siamo ritrovati di fronte a delle tavole geniali, brillantissime, con episodi che trattano di educazione, consumismo, capitalismo, immigrazione e come non citare il meraviglioso episodio che vede protagonista Omino alle prese con la nascita e la convivenza con un “Neo fascista” spuntatogli sul sedere. Per non parlare del nostro personaggio preferito, il figlio di Rosmunda e Varnelli che gioca a fare il pensionato (e diciamoci la verità, la pensione di questi tempi la sogniamo tutti e nell’innocente gioco innocente del ragazzino c’è una speranza così rosea che il nostro presente non riesce a darci).

Tutto il nostro universo entra ne I Sopravvissuti, anche l’autore e gli editori, regalandoci delle bellissime pagine di metafumetto. La disastrata situazione che viviamo nelle nostre vitevere™ inquina ogni pagina, ogni vignetta in cui ormai neanche si parla più di esseri umani, ma di fortunati, sopravvissuti appunto, ad un mondo cannibale che si sta autofagocitando.
Si parla di uno Stato incurante dei bisogni dei cittadini, ma che li spreme e li sfrutta per sostenersi: oh è lo stato di oggi, mica si deve andare così lontano. Per questo, come dicevamo all’inizio è anche difficile pensare che la narrazione sia tutta proiettata in un futuro. Lo Stato che nel fumetto propone di eliminare i disoccupati o di far pagare pure l’aria che si respira è lo stesso che oggi mette l’iva al 22% agli assorbenti, che non assicura nulla ai lavoratori, che non sa come risolvere la questione dei disoccupati, o che specula sul futuro degli studenti, creando addirittura il debito d’onore con cui gli studenti ricevono un prestito per la durata del corso di studi che poi deve essere restituito tutto con interessi, come se il lavoro ce lo buttassero addosso con la pala e la gente è in grado di saldare i debiti.
Il nostro magico Stato è quindi questo ed è quello che delinea Hurricane, è uno Stato che ci inaridisce e ci fa aggrappare ad ogni piccola soluzione, rinunciando alla collettività, all’umanità stessa per spingerci avanti e guadagnare terreno; un po’ come fa Tacchino, oppure stanchi ci sotterriamo, annichilendoci come Varnelli, ma in fondo siamo sempre dei bambini che sognano in grande e che vogliono raggiungere quel magico momento: la pensione.

È come se Hurricane nei suoi personaggi avesse inserito tutte le caratteristiche che contraddistinguono gli esseri umani, non ci si immedesima in uno solo, ma in tutti insieme un po’ alla volta, perché ognuno rappresenta un momento della nostra vita atomizzata, in cui possiamo riconoscerci: tutte facce della stessa medaglia, tutte facce del nostro presente.

Mo leggetelo và.

Il principe e la sarta – J. Wang

“Non fare la femminuccia”, “Sei un vero maschiaccio”.

Queste sono solo alcune delle espressioni che ancora oggi sono utilizzate per definire chi non sembra rientrare nei canoni decisi dalla società e, spesso senza pensarci, sono adoperate per autodefinirsi.
Da tempo si cerca di spezzare questa ruota con delle campagne mirate – come quella di Always per sdoganare il termine “like a girl, come una ragazza”

e rendere meno “anormale” tutto quello che è semplicemente non ancora accettato. 

Il Principe e la Sarta edito da Bao Publishing, sembra rientrare a pieno in questa categoria riscontrando un enorme successo in America e qui in Italia, dove l’autrice Jen Wang ha appena terminato un tour di incontri e presentazioni. 

La storia è ambientata in una Parigi novecentesca, le esponenti della nobiltà (e le loro figlie) in fibrillazione: il principe Sebastian arriverà dal Belgio per cercare moglie. Quello che non tutti sanno è che al giovane il matrimonio per ora non interessa, anzi: lo terrorizza come il pensiero di dover salire un giorno sul trono e prendersi le sue responsabilità di regnante. Senza contare un altro piccolo particolare, che potrebbe tradirlo: Sebastian adora vestirsi da donna, al punto di trafugare i vestiti della madre per poterli indossare in libertà, fino a che non sentirà il bisogno di avere degli abiti tutti suoi. Da qui l’incontro fortuito con una delle creazioni di Frances, una ragazza povera ma ambiziosa che entrerà a far parte di questo segreto divenendo la sua sarta personale e fornendo a Sebastian non solo abiti meravigliosi ma anche il nome del suo alter ego, con cui si farà strada nella mondanità parigina: Lady Crystallia

Genere e sessualità sono espressi in maniera semplice, attraverso i dialoghi dei protagonisti ma vi è sempre una tensione di fondo: dopotutto sono entrambi degli adolescenti, che si interfacciano in un’epoca chiusa e colma di pregiudizi, una Francia tra Otto e Novecento curiosamente tanto simile al mondo contemporaneo, in cui sono ancora presenti morti causate dall’omofobia (e non solo).
Una grande lezione è contenuta nel testo, che una singola parte di noi non può definirci nella totalità, permettendo agli altri di imporci un’etichetta: infatti sebbene a Sebastian piaccia travestirsi da donna questo non lo rende obbligatoriamente omosessuale, ma solo un ragazzo con un vestito. 

L’abbigliamento, ovviamente, svolge un ruolo fondamentale perché più di ogni altra cosa esprime al mondo la nostra identità, un problema per Sebastian ma anche per la stessa Frances, anche lei in lotta con se stessa, su un piano diverso ma ugualmente importante per cui a un certo punto dovrà chiedersi se preferirà essere famosa a tutti i costi sacrificando la sua creatività, oppure rischiare tutto in nome della sua arte. 

Il maschile e il femminile sono continuamente mescolati, negli abiti di Lady Crystalliaindimenticabile l’abito-armatura, Giovanna d’Arco non l’avrebbe di certo disdegnato – e in quelli di Frances – che, nell’avanzamento della sua carriera, diventano di colori più professionali e di solito assegnati agli uomini, tra grigio, blu scuro e nero, ma con una delicatezza intrinseca data dalle gonne e dai fiocchi – ma si uniranno su un piano più profondo in cui ancora una volta non esistono le etichette, i generi ma le persone con le loro attitudini. Illuminante a questo proposito la riflessione che compie a un certo punto Sebastian:

“Sapevi che mio padre è un capo militare? E così anche suo padre? […] È strano… non penso che il principe Sebastian possa guidare una nazione in battaglia, mentre Lady Crystallia sì”.

Per la foggia dei vestiti l’autrice si è ispirata a quelli dell’epoca su cui riesce a inserire il suo estro, tramite riferimenti continui alla storia. Una piccola curiosità rivelataci alla presentazione di Roma riguarda proprio il mondo della sartoria. Durante la stesura, Jen Wang non sapeva cucire ma ha deciso da poco di imparare: infatti il vestito che indossava quel giorno era una delle sue prime creazioni e ne era molto fiera. 

Il finale sembra lasciare spazio alle interpretazioni e ovviamente non vi sveleremo nulla di più: diremo solo che non ci siamo potute esimere dal chiedere delucidazioni alla stessa Jen sulla questione, e siamo state molto contente di scoprire che la sua idea coincide con la nostra!

I disegni sono realistici e dettagliati, ma i personaggi rimangono “fumettosi” e questo, unito all’utilizzo di colori principalmente chiari ma leggermente desaturati, avvolge l’ambiente in un’atmosfera delicata, rendendo questa storia una favola moderna, adatta ad ogni tipo di età.

Avete letto, signore e signori, il meraviglioso racconto di lettura di Maria Chiara. Sapete che ogni tanto ospitiamo lettori e lettrici spaventosamente forti, libraie meravigliose e chiunque voglia parlare delle sue letture. Stavolta Maria Chiara ha scelto questo fumetto, che abbiamo da pochissimo letto anche noi, e che ci è piaciuto moltissimo: tra tulle, piume, colori sgargianti e fantasie floreali si snoda la storia attualissima di Sebastian. Ora ve lo consigliamo in tre, vedete di recuperarlo.

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