Ricerca

tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Categoria

Interviste

Intervista a Natalia Guerrieri – Hortus Mirabilis

In Hortus Mirabilis, l’ultima antologia di racconti weird e fantastici edita da Moscabianca Edizioni, ci sono 13 piante. Non si tratta di piante conosciute perché sono piante di mondi antichissimi o di tempi che ancora non sono stati vissuti, piante che infestano le storie di quattordici autrici e autori e che infesteranno anche i vostri pensieri. Tutti i racconti ruotano infatti intorno ad un elemento vegetale che talvolta ha delle proprietà soprannaturali, dona poteri, cresce in luoghi inusuali, per farlo figurare meglio a chi legge, ogni storia è corredata dalle tavole di Gabriele Operti che illustrano nel dettaglio i virgulti.

Le storie sono estremamente variegate, ambientate in posti esotici o in normali case, con piante che all’apparenza non hanno nulla di così strano. L’eterogeneità dei racconti rende questo bellissimo volume, sia internamente che esternamente (si tratta infatti di un oggetto davvero prezioso ed esteticamente pregevole), adatto a tuttз; chi ci conosce sa che non siamo grandi amanti dei racconti, ma questi sono veramente originali e tutta l’impostazione del volume è così fresca e innovativa che si trovano sicuramente elementi adatti alle proprie corde. Tra le storie che ci hanno profondamente conquistate ci sono:

  • “Il manuale di giardinaggio di Aubrey” di Ilaria Petrarca con la sua Radizpeca, Carapichea radizpeca.
  • “Il matrimonio” di Maria Gaia Belli con l’Albero madre, Salix nigra mater
  • “Scie nella neve” di Maurizio Ferrero con la Rotolacampo Gigante, Salsola arctica
  • “Il tè delle tigri” di Diletta Crudeli con la sua Radice delle case del tè, Gorgonide neofita

Quella che però abbiamo innalzato come nostra preferita è Skògur di Natalia Guerrieri, che ha dato vita al Þinur, Abies nigra borealis. Proprio lei è la protagonista di questa intervista, che abbiamo organizzato insieme a Moscabianca Edizioni come fatto già per il loro W. O. W. Ora però è arrivato il momento di lasciare la parola a Natalia, alla sua bellissima storia e ai retroscena della vita di scrittrice.

Innanzitutto benvenuta su Tararabundidee! Siamo liete di ospitarti qui a parlare della tua carriera e di Hortus Mirabilis. Rompiamo subito il ghiaccio raccontando ai nostri lettori e alle nostre lettrici: come e quando hai capito che la scrittura era la tua passione?

Per prima cosa ciao a tutt* e grazie per avermi proposto questa intervista. Ne ebbi il primo sospetto attorno ai cinque anni: non capivo proprio che razza di magia fosse quella che permetteva alle persone di tirare fuori le storie dai libri e non vedevo l’ora di diventarne capace anche io. Quando poi imparai a leggere, mio papà mi portava in biblioteca con sé il sabato mattina. Trascorrevo ore e ore nel settore dei libri per l’infanzia, sprofondata in una poltrona troppo grande e nel silenzio. Ogni tanto lanciavo un’occhiata attorno a me, verso gli scaffali: mi ripetevo che dovevo leggere più velocemente prima di diventare grande e venire esclusa da quella stanza. La mia passione per la scrittura nacque quindi dalla lettura. Poi, dopo aver scoperto Roald Dahl e Michael Ende non ebbi più alcun dubbio: da grande volevo fare la scrittrice. I miei genitori mi regalarono allora dei bellissimi quaderni che iniziai a riempire con le storie che inventavo. Avevo sette o otto anni.

Skògur è solo l’ultimo dei tuoi racconti. Ha scritto infatti per Quodlibet e su riviste letterarie come «inutile», «Tropismi», «Sulla quarta corda», «Malgrado le mosche» e «Nuova Tèchne». Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione del tuo primo racconto?

Durante l’università, partecipavo a un gruppo di scrittura. Ogni volta si stabiliva un tema, un genere o un dettaglio e bisognava produrre un racconto che lo rispettasse. Tra le persone che coordinavano e partecipavano a questa attività c’erano Maria Gaia Belli, Simone Marcelli, Adriano Pugno e altre, tutte ottime penne che vi consiglio di leggere. La prima volta però che ho pubblicato qualcosa per lettor* estern* è stato sulla raccolta Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti e utopie (Almanacco 2018), a cura di Ermanno Cavazzoni per Quodlibet. Si trattava di un racconto molto breve, intitolato “Gli ultimi giorni di Edilemà”, che si può ritrovare qui.
Nel frattempo, il mio amico Simone Marcelli continuava a consigliarmi di inviare qualche testo alle riviste letterarie che stavano fiorendo portando alla luce diverse penne esordienti. Se non sbaglio, il mio primo racconto pubblicato online è stato “Via Archirola” su inutile, che si può trovare qui.
La mia collaborazione con inutile, rivista che apprezzo tantissimo e che colgo l’occasione per ringraziare, è poi proseguita negli anni.

Scrivi per lo più racconti: qual è la scelta che ti ha portato verso questa forma narrativa? Hai in programma di testare anche forme più lunghe prossimamente, nel tuo percorso di scrittura?

Cercando il mio nome online oggi si trovano soprattutto racconti ma in realtà la maggior parte del mio tempo è impiegata nella scrittura di opere più lunghe. Una di queste, nonché il mio romanzo di esordio, uscirà il 10 giugno 2021 per Moscabianca Edizioni. Avevo inviato il dattiloscritto a pochi editori, selezionati con cura, e penso di aver fatto la scelta giusta. Mi sono trovata benissimo con Moscabianca, ho avuto l’occasione di approfondire il mio lavoro, crescere come autrice e confrontarmi con persone professionali e competenti come il mio editor, Andrea Viscusi, e Silvia La Posta. Questa casa editrice è stata per me una realtà ideale che ha saputo accogliere e valorizzare al meglio la mia voce. In più, mi è stata data la possibilità di scegliere la copertina e ho proposto l’incarico a Marino Neri. Attualmente sto lavorando al mio secondo romanzo ma ancora niente anticipazioni su questo… In più, sono autrice di cinema e teatro.

Non sei però solo autrice. Tra le varie passioni hai anche quella di occuparti di tutto ciò che è più invisibile nel mondo dell’editoria. Cos’è e come nasce This writing room?

Grazie per la domanda, mi fa piacere parlare anche di questo. This writing room è una realtà fondata da me e Chiara Arrigoni con la volontà di rendere il lavoro di noi autor* un po’ più simile agli altri lavori. Erroneamente si crede (soprattutto in Italia) che l’autor* scriva in cima a una rupe, in mezzo alle tempeste e in preda a una dionisiaca ispirazione. Niente di più falso. La scrittura è un lavoro. Un lavoro che senza passione è impossibile portare avanti, probabilmente, ma pur sempre un lavoro, che necessita preparazione, dedizione, impegno e tantissimo tempo. Ci tengo molto a dire e a ribadire questo. La falsa convinzione che la scrittura sia un passatempo, un hobby o uno sfogo a singhiozzo danneggia la categoria di chi scrive per mestiere e contribuisce a diffondere una grave ignoranza su chi siamo, cosa facciamo, quanto tempo dedichiamo al nostro lavoro e quanto meritiamo di essere riconosciut*, tutelat* e retribuit*. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Mi leggi una cosa? Mi butti giù due righe? Hai cinque minuti”? E mai una volta che fossero davvero due righe… o cinque minuti. Il problema del lavoro in Italia è gigantesco e nessun* ne parla mai. È come un elefante in una stanza dove tutt* scivolano contro le pareti facendo finta di non vederlo. Nelle discipline artistiche questo problema è forse ancora più radicato. L’approssimazione è la regola e tutto si basa su un continuo baratto che fa pensare alle fasi primordiali della nostra civiltà. This writing room vuole reagire a tutto questo, nasce come spazio di lavoro equo e sostenibile, dove gli autor* sono rispettat* e tutelat* per il lavoro che fanno e ai/alle client* viene garantita la massima professionalità. I servizi offerti riguardano la scrittura in tutte le sue forme: editing, coaching, ghostwriting, schede di lettura, traduzioni, produzione di contenuti per il web. Io e Chiara siamo le fondatrici e spesso seguiamo i progetti da vicino ma ci avvaliamo anche della professionalità di altr* autor* che stimiamo e che collaborano con noi.

Passiamo invece a Hortus Mirabilis, il tuo racconto è Skógur: da dov’è giunta l’ispirazione per questa fantastica storia, come nasce?

L’ispirazione per Skógur è nata in primo luogo da Silvia La Posta, che mi ha proposto di scrivere un racconto che riguardasse le piante. La prima immagine che mi è venuta allora in mente è stata quella di un bosco di abeti innevato. Sono ossessionata dalle Dolomiti, dalle montagne e dai boschi. Anche adesso, se mi chiedessi: “Dove vorresti essere?” saprei indicarti un punto preciso sulla cartina, in Val di Funes. Per me l’ambiente dolomitico rappresenta la bellezza assoluta, l’idillio. A questa prima immagine si è accostato un pensiero stridente: “E se tutto questo fosse un artificio che in realtà nasconde qualcosa di terribile?” Così è iniziata a nascere la storia. Un piccolo mondo innevato che cela un segreto. Non più le Dolomiti ma l’Islanda, un’Islanda del futuro, irriconoscibile e distorta (non c’è nulla del vero luogo geografico se non alcune parole). Un luogo molto a nord che è stato “l’ultimo a sopravvivere”. Ma a che prezzo? C’è una bambina senza nome, c’è una straniera, c’è un campanile spaventoso che diffonde un lugubre rintocco di campane. C’è un bosco molto particolare e tanta neve. Non voglio svelare di più.

La storia è ambientata in un futuro particolare perché si mescolano tratti profondamente tecnologici e innovativi a riti ancestrali e primordiali: perché questo mix? È così che immagini il futuro degli esseri viventi?

Volevo che il/la lettor* si immergesse in un’atmosfera per poi vedere le sue aspettative disattese, stravolte. In più, dal punto di vista stilistico, si è trattato per me di un esperimento interessante. Un mix, come dici tu, di elementi fra loro opposti. Infine ho scritto ciò che io stessa avrei voluto leggere. Di solito è un metodo che funziona. Per quanto riguarda la mia visione del futuro degli esseri viventi, o almeno degli esseri umani, penso che la scena finale del racconto la rappresenti abbastanza fedelmente.

Il tuo racconto ha una caratteristica particolare anche a livello stilistico, l’uso di altre due lingue: il norreno e l’islandese. Come mai questa scelta?

Sì, nel racconto ci sono alcune parole in islandese e in più un brano tratto dall’Edda Poetica che è scritto in norreno. Sono una grande appassionata di letterature e culture nordiche, fin dai tempi dell’Università, dove grazie al prof. Alessandro Zironi e alla prof.ssa Silvia Cosimini ho scoperto questo magnifico mondo che non conoscevo. Penso che la traduzione sia sempre una riscrittura e che quindi le parole, in quanto tali, siano uniche. Volevo quelle parole, non la loro traduzione o spiegazione. Volevo quei suoni, quella grafia. Chi legge può cercarne il significato ma a mio parere non è obbligatorio. C’è il contesto, c’è la forza evocativa di quelle parole… ma soprattutto c’è l’immaginazione del/della lettor*. Perché un testo si fa sempre in due.

Hortus Mirabilis è una raccolta di racconti in cui autrici e autori hanno anche dovuto inventare una specie vegetale nuova. Sei un’appassionata di piante, boschi e verde? Da dove arriva il tuo Abies nigra borealis?

Sì, come dicevo, sono una grande amante della montagna, in particolar modo del Trentino – Alto Adige. Ho avuto la fortuna di trascorrere in quei luoghi lunghi periodi della mia infanzia. Se non ci fossero alcune valide ragioni per restare a Modena, vivrei là. L’albero del mio racconto ricorda un abete però è nero, funereo, portatore di morte. Per la scelta del nome devo ringraziare ancora una volta Chiara Arrigoni, che essendo molto brava in latino mi ha aiutata a sceglierlo.

Quali sono le tue manie da scrittrice? Fai qualcosa di particolare mentre scrivi? Da cosa prendi l’ispirazione per le tue storie?

Accidenti, potrei scrivere un romanzo su questa domanda. Provo a riassumere: leggo moltissimo, più romanzi contemporaneamente, vivo la lettura come un vizio. Proibita, perditempo, gustosa, controcorrente rispetto al buon senso, all’ottimizzazione del tempo e all’imperativo della produttività. Cerco di scrivere ogni giorno. La scrittura è il momento in cui tutto il resto schizza via da me, milioni di anni luce lontano, è il momento in cui tutto acquista non dico un senso…. ma quasi… una forma, ecco. La scrittura è felicità ma è anche sforzo, fatica, insoddisfazione, angoscia, autocritica. La scrittura è vorace di tempo e di energie. Mentre scrivo mangio troppo e bevo troppi caffè. Accendo l’incenso dentro casa. Spengo il telefono. Mi piace scrivere al bar, c’è un posticino vicino casa mia dove sanno già cosa ordinerò e mi lasciano un tavolo, completamente indisturbata, per ore. Quando scrivo fuori casa, la vita scorre attorno a me come in un acquario ma io sono oltre al vetro. Poi ascolto musica, la stessa canzone a ripetizione per ore (altrimenti perdo la concentrazione). Spero prima o poi di avere un gatto vicino a me da poter accarezzare mentre cerco le parole giuste.

Moscabianca non è solamente la casa editrice che si è occupata di Skògur, ma è la casa editrice a cui hai scelto di affidare la tua prima opera in solitaria. Com’è avvenuto questo incontro?

Moscabianca, come dicevo, non è solo il mio editore per Hortus Mirabilis ma anche per il mio romanzo di esordio. L’ho conosciuta perché apprezzo le sue pubblicazioni e il modo in cui si distingue nel panorama letterario italiano. Finalmente in Italia si stanno affermando piccole e medie case editrici che si fanno notare per la qualità altissima delle pubblicazioni, per la cura editoriale e grafica, per il rapporto con l’autor* e con i/le lettor*. Soprattutto però, ciò che voglio ribadire è che tra questi cataloghi raramente trovo libri che non mi piacciono. Non ho più il vecchio problema di lasciare un libro a metà (o ancora prima). Alcune uscite mi appassionano di più, altre meno, per ragioni di gusto personale ma l’interesse da parte mia è quasi sempre alto o molto alto. Queste realtà si stanno assumendo il compito (non semplice) di portare avanti la ricerca letteraria, di garantire l’evoluzione della narrativa e la biodiversità delle pubblicazioni.

Ringraziamo moltissimo Natalia Guerrieri e Moscabianca Edizioni per questa intervista e a voi consigliamo di lasciarvi travolgere da questo splendido volume!

Carle vs Schiavone e Lacavalla

Iniziamo il 2021 con una nuova intervista doppia, sempre in collaborazione con la mia omonima Carla di Una banda di cefali. Stavolta i malcapitati sono Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, sceneggiatore e disegnatore di Alfabeto Simenon fumetto edito da Edizioni BD, che attraverso le 26 lettere dell’alfabeto, racconta le vicende del papà del Commissario Maigret, George Simenon.

In questa parte troverete le risposte del disegnatore, Maurizio Lacavalla, che ci racconterà il suo rapporto con Simenon, con il collega Schiavone e come ha costruito il fumetto.
Buona lettura!

Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia intervista. Sappiamo che questo fumetto è il primo che avete scritto e disegnato insieme, quindi vi chiediamo com’è nata la vostra collaborazione e com’è stato lavorare insieme per la prima volta?
Ricevo una chiamata da Edizioni BD con la proposta di disegnare un libro su Simenon (Alberto aveva già iniziato un lavoro di ricerca e stesura). Ho accettato senza pensarci. In quei giorni avevo per puro caso sul comodino “Il fondo della bottiglia” e ad ogni pagina letta pensavo a quanto avrei voluto disegnarne anche solo una. Alla fine si sa com’è andata, ne abbiamo fatte 200.

La vita di George Simenon è stata avvincente come un romanzo di finzione e forse una biografia a fumetti tradizionale non avrebbe reso giustizia alla complessità di questo personaggio. Com’è nata l’idea di raccontare Simeon attraverso un alfabeto in cui si mescolano episodi e personaggi della sua vita e dei suoi scritti?
L’idea parte da Alberto e io l’ho seguito felice, anzi, temevo il pensiero di affrontare un fumetto biografico con uno svolgimento lineare.

L’idea di una voce per ogni lettera restituisce in qualche modo la complessità del personaggio Simeon e offre un ritratto completo anche a chi lo conosce poco. Come sono nate le varie lettere?  È stato difficile trovare una voce per ciascuna?
A questa domanda sicuramente può rispondere meglio Alberto che è l’orologiaio dietro questo meccanismo di ventisei ingranaggi. Per me, disegnarli, è stata una grande avventura nel linguaggio, nella grammatica del fumetto: ho potuto spaziare da un approccio più illustrativo di certi capitoli a quello più tipicamente fumettistico di altri. Insieme abbiamo lavorato sull’andamento generale dell’opera, inteso davvero in senso musicale, lavorando sul peso dei testi, sull’alternanza di capitoli più snelli ad altri più letterari passando anche per l’assenza totale dei balloon.

Di tutte le 26 lettere dell’alfabeto Simeon, qual è quella a cui ti senti più legato?
I di Immaginazione. Un compendio di lezioni di scrittura utili a chiunque lavori nel campo della creatività. Ma anche un capitolo in cui Simenon, attraverso Alberto, rivela un lato fondamentale e comune a molti di questa professione: l’insoddisfazione.  I di Insoddisfazione.

Sicuramente Simenon ha rappresentato molto nella tua vita, tanto da dedicare a lui una tua opera, ma quando è stato il tuo primo incontro con George Simenon?
Sono un lettore di giovane data. Due anni fa, fine estate, il gesto quasi ozioso di comprare un giallo prima di salire sul treno del ritorno. “La locanda degli annegati”, una indagine del commissario Maigret.

Come è avvenuta la preparazione a questo fumetto? Sicuramente hai attinto alla produzione di Simenon, ma quali opere hai consultato maggiormente sia di Simenon che di altri autori che ti hanno aiutato a focalizzare il suo personaggio?
Ho lavorato molto soprattutto su quello che Alberto mi passava attraverso le sue sceneggiature: la sua passione, l’amore, l’affetto e il tempo dedicato nel corso degli anni ad uno scrittore gigantesco. Poter lavorare su questo materiale è stato una attestazione di fiducia e amicizia a priori: mi dovevo confrontare con Simenon ma anche con quello che rappresentava per Alberto. È stato bello e importante.
Per la mia parte, ho guardato tantissime fotografie d’epoca, cartoline trovate su internet ma soprattutto un libro di nautica incredibile trovato per caso a casa di mia nonna: immagini di viaggi, ghiacciai, canali, fiumi e ciminiere fumanti.
Poi ho attinto dalla mia esperienza: Amburgo e il suo cielo grigio, la sua nebbia, il porto di Barletta, di quella volta che sono andato a Istanbul.

A livello grafico il fumetto è costruito su un pesante grigio/nero, che dona un’atmosfera cupa e talvolta soffocante, più che sul classico bianco e nero, come mai questa scelta?
Un bianco e nero netto racconta certe luci, certi momenti del giorno, una certa atmosfera. Qui sentivo la necessità di avere questi grigi per raccontare l’umidità che sale dai canali, i fumi della pipa e della stufa. Poi guardo molto i film in bianco e nero e in realtà sono in nero e grigio.

Dopo questa prima volta, con uno spettacolare risultato, preparerete altre avventure insieme?
Fra le parole di Alberto mi sento a mio agio, un giorno se vorrà provare a rimettere piede in questo mondo maledetto diviso per vignette io ci sarò. Però avevamo in programma un viaggio a Liegi e spero sia quella la prossima avventura.

Carle vs Freschi e Urbinati

Siamo finalmente di nuovo pronte per presentarvi una nuovissima doppia intervista, Una banda di cefali ed io siamo felicissime di farvi conoscere Brian Freschi, sceneggiatore e Ilaria Urbinati, disegnatrice de Il mare verticale, una meravigliosa e delicatissima storia che parla di ansie e del combattimento, talvolta estenuante, contro gli attacchi di panico. La protagonista è un’insegnante e forse anche per questo, io e la mia omonima ci siamo un po’ sentite chiamate in causa, e pronte a scoprire di più su questo fumetto.

Con enorme piacere, qui leggerete l’intervista ad Ilaria Urbinati, per leggere invece di Brian Freschi dovete nuotare verso il blog della mia collega!

  • Ciao Ilaria, grazie per esserti prestata a questa doppia intervista. È la prima volta che lavori insieme a Brian eppure il vostro lavoro è in perfetta armonia. Com’è nata questa collaborazione?

Ciao a tutti e grazie a voi per averci invitato! La collaborazione è nata da un’email di Brian: conoscevo il suo lavoro, ma non lo avevo mai incontrato. Quando mi ha proposto di fare un fumetto insieme, il suo soggetto de “Il mare verticale” mi ha subito conquistata. Volevo lavorare da tempo a un graphic novel per adulti che parlasse proprio di queste tematiche, ma fino a quel momento non avevo trovato la storia giusta.

  • Com’è stato lavorare insieme? Come avete organizzato il lavoro e come siete riusciti a confrontarvi?

Lavorare con Brian è stato uno splendido viaggio. Io non sono un’illustratrice che tende a “eseguire”: amo confrontarmi con l’autore per arricchire la storia insieme. Io e Brian ci siamo sempre confrontati su tutto, creando un mondo in profondità, senza lasciare nulla al caso. Come abbiamo fatto, abitando in due città diverse? Telefonandoci tantissimo!

  • La figura della maestra elementare è spesso sottovalutata nel nostro paese eppure di fondamentale importanza per il futuro delle nuove generazioni. È nata prima la storia o India? Come avete sviluppato questo bellissimo personaggio?

India e la storia sono indissolubili l’una dall’altra. Volevamo creare un personaggio sfaccettato, lavorando su certi cliché per scardinarli uno ad uno: India è dolce con i bambini, ma allo stesso tempo è una donna complessa e in conflitto. Ci sembra che la figura dell’insegnante porti con sé, a volte, degli stereotipi o dei pregiudizi – sia nella società sia nella letteratura – come tutto quello che riguarda il rapporto donne/bimbi. India vuole confrontarsi in modo deciso con la realtà che la circonda, non ha paura di mostrarsi fragile e di lottare per se stessa e il suo lavoro.

  • India combatte mostri, draghi e a livello grafico questo è segnalato da figure immense, vortici, ma… la cosa più sorprendente è che India va addirittura in bagno, cosa che non abbiamo mai visto nei fumetti: come mai tanta “normalità”?

Per raccontare la vita di India con la sua complessità abbiamo unito tutto: i mostri, il mare scurissimo, la spesa, e lo sciacquone. Abbiamo mischiamo la fantasia più sfrenata e la normalità più quotidiana, perché fanno entrambe parte di India, un po’ come fa parte di noi autori: la vita è spesso costellata di “cose da cosare” che si alternano nella nostra giornata così come i sentimenti, i peggiori turbamenti e le più sfrenate rêverie.

  • Quando India racconta, si perde in uno spaventoso scenario bluastro e diventa Hava: avete creato una storia nella storia, com’è nata l’avventura di Hava e come mai avete scelto di creare un alter ego?

L’avventura della guerriera Hava ci ha permesso di esprimere le difficoltà di India in maniera molto più efficace ed evocativa. Chiunque si sia trovato in una situazione simile sa quanto è difficile esprimere a parole quello che gli accade, ma vedere un’onda buia nerissima e verticale rende perfettamente il concetto. Questa è una delle infinite potenzialità dei fumetti.

  • Avete mai sofferto di DAP e se sì, ricordate ancora il primo attacco di panico?

Non ho mai sofferto precisamente di DAP, ma come moltissime persone ho avuto anch’io a che fare col mio personalissimo “mare verticale”. Ricordo bene sia le difficoltà sia la consapevolezza, che mi ha poi aiutato a superare i momenti difficili. È molto importante continuare a parlare di questi argomenti.

  • Se doveste immaginare una colonna sonora che accompagna gli stati d’animo di India, quale sarebbe?

I London Grammar e Florence & the Machine sarebbero sicuramente i principali gruppi. Brian aveva creato una playlist condivisa da ascoltare mentre lavoravamo al libro e la mia canzone preferita era “Tonight we fly” dei Divine Comedy, che è liberatoria e leggera.

  • Com’è stato recepito il mare verticale dai lettori?

Molto bene! Spesso riceviamo mail e messaggi da chi lo ha letto e amato, il libro è stato apprezzato anche da diversi psicologi e questo ci fa davvero piacere!

  • State programmando un nuovo lavoro insieme?

Per ora stiamo un po’ rifiatando e lavorando ai progetti che sono venuti dopo questo! Però non lo escludiamo e anzi ci mancano un po’ le nostre telefonate-fiume.

Noi ringraziamo moltissimo Ilaria e Brian per aver partecipato alla nostra nuova doppia intervista e vi diamo appuntamento tra qualche tempo, perché già abbiamo in cantiere le nuove domande per la prossima!

Carle vs Antonucci e Fabbri.

Intervista a Daniele Fabbri.

Tornano le Carle al quadrato con una nuova doppia intervista. Questo mese ci siamo dedicati ad un’altra affermatissima coppia del fumetto: Stefano Antonucci e Daniele Fabbri, la cui ultima preziosa fatica è stata La fattoria dell’animale, ispirata al capolavoro di Orwell La fattoria degli animali, di cui vi avevo parlato qui. Tra satira, ironia, haters, varie ed eventuali, abbiamo fatto qualche domanda ai due autori per scoprire qualcosa in più dietro i loro strabilianti lavori, concentrandoci in particolare sull’ultima fatica.

Qui troverete l’intervista a Daniele Fabbri, comico, sceneggiatore e fumettista (settore su cui ci siamo concentrate in questa sede); mentre per scoprire l’altra faccia della medaglia e conoscere le risposte di Stefano Antonucci dovrete correre su Una banda di cefali, il blog della mia socia Carla.

  • Un enorme benvenuto a Daniele Fabbri su Tararabundidee, siamo onoratissime di avervi ospiti per le nostre interviste doppie, quindi iniziamo subito l’interrogatorio:
    Fabbri e Antonucci sono ormai una “coppia di fatto” nel mondo del fumetto, visto che lavorate insieme da un po’: quando e come è nato il vostro sodalizio artistico?

Ai tempi in cui ancora non c’era facebook in Italia, Ste mi contattò per far parte di un progetto editoriale satirico autoprodotto, insieme a tantissimi altri autori, non avremmo visto un euro e lo avrebbero letto forse 30 persone: con tali premesse, potevo mai rifiutare? Si chiamava Scaricabile, durò circa 3 anni. Quando chiudemmo, io e Ste decidemmo di provare a fare un fumetto in autoproduzione, Gesù Crucifiction Tour. Speravamo di vendere almeno un centinaio di copie in un anno, ne vendemmo circa mille in due mesi. Era il 2012. Da lì abbiamo continuato.

La satira è lo strumento più popolare con cui i popoli possono contrastare il potere, perché unisce il senso di ribellione e quello dell’umorismo.

È il veicolo che ti fa provare la goduria di pensare con la tua testa, cosa importantissima dato che di solito la libertà di pensiero è motivo di emozioni conflittuali.

  • La fattoria dell’animale è basata sul racconto Orwelliano, descrive però la società moderna italiana in un modo veramente attuale. Quando avete letto La fattoria degli animali di Orwell? Com’è stato il confronto con questo classico della letteratura e soprattutto com’è nata l’idea di trasformarlo nel punto di partenza per una vostra nuova opera?

La Fattoria degli Animali di Orwell mi colpì molto quando lo lessi, non gli davo una lira e invece fu efficace. Sapevo che l’idea che avevamo per questo libro sarebbe stata più dura da digerire rispetto al nostro solito, e perciò mi sembrava una buona idea affidarmi a quell’efficacia intrinseca che la Fattoria orginale si porta dentro.

  • Com’è nata invece la collaborazione con Boscarol? Com’è stato lavorare insieme?

Anche lui era uno degli autori che ruotavano intorno al progetto Scaricabile, lavorarci insieme è stato meraviglioso, non solo per la professionalità friulana doc, ma perché è un artista pazzesco, ho imparato molte cose vedendo i suoi passaggi di studio e perfezionamento delle tavole.

  • Per i vostri lavori avete subito atti vandalici agli stand, censure, minacce, querele e molto altro ancora. I vostri protagonisti annoverano personaggi del calibro di Gesù, Mussolini, Hitler, il Piccolo Principe. Qual è quello che ha dato più fastidio e ha alimentato maggiori polemiche?

Le maggiori polemiche se le sono beccate senz’altro quei farlocchi di Casapound nel 2016 con l’episodio della Coca Cola, ma quella che ha dato più fastidio a me è stata la denuncia da parte degli eredi di Exupery per Il Piccolo Fuhrer. Fastidio perché abbiamo avuto ragione noi davanti al giudice, ma ci è lo stesso costato parecchio in avvocati.

  • A proposito di polemiche, chi è l’hater medio di Antonucci e Fabbri? 

Adolescenti che tifano Duce e cattolici bigotti fissati con l’invasione dell’Islam, persone il cui disprezzo equivale ad una medaglia al valore civile.

  • C’è già qualcosa in cantiere per i prossimi tempi e soprattutto: c’è qualche personaggio storico che si presterebbe bene a diventare il protagonista di un vostro prossimo lavoro?

Ce ne sarebbero moltissimi, ma in questo momento storico ciò che sta sgretolando la società non sono tanto le ideologie politiche quanto le logiche di profitto senza etica. La Fattoria dell’Animale non è un libro sulla politica, infatti, ma è un libro sul potere distruttivo della menzogna. Ad oggi è questo il vero potere da cui dobbiamo difenderci.

Sono stata felicissima di poter ospitare qui Daniele, che seguo da moltissimo tempo e che oltre al fumettista fa tantissime altre cose fighissime (in particolare vi consiglio di seguire il suo podcast: Contiene Parolacce e se potete andate a vedere i suoi spettacoli!). Sperando di leggere prestissimo altri lavori targati dal duo Antonucci e Fabbri, vi invitiamo a leggere i loro fumetti, se ancora non l’aveste fatto e a rimanere aggiornate sulle prossime doppie interviste, perché sono già in cantiere!

Carle vs Lorenzo Palloni & Martoz.

Intervista a Martoz.

Tra Carle ci si intende al volo e quando abbiamo letto entrambe il fumetti di cui abbiamo deciso di parlarvi, non abbiamo avuto dubbi: dovevamo fare qualcosa. Ormai sulla stessa lunghezza d’onda, io e Carla di Una banda di Cefali, abbiamo, di nuovo, riunito le nostre menti per partorire una nuova puntata di “Carle vs” (la prima la trovate qui). Questa volta i mal capitati sono Lorenzo Palloni e Martoz, autori di Terranera edito da Feltrinelli Comics.

Estasiate da questo crudelissimo fumetto, incentrato sul racconto del capolarato e dello sfruttamento, abbiamo proposto agli autori un’intervista doppia: stesse domande a cui ci hanno risposto i giovani maestri del fumetto italiano. Qui troverete l’intervista a Martoz, mentre per conoscere le risposte di Lorenzo Palloni dovete spostarvi sul blog di Una banda di Cefali,qui.

Let’s go.

  • Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia fatica per noi  Carle al quadrato. Voi siete una “squadra fortissimi” (per inserire una citazione colta) e dopo Istantly Elsewhere è bello che abbiate deciso di lavorare ancora insieme. È nata prima l’idea della storia di Terranera o quella di una nuova collaborazione?


    Dopo il successo di Instantly (inaspettato, perlomeno nella forma in cui si è presentato), credo che avessimo ancora voglia di lavorare assieme, ma le due cose sono andate di pari passo. Quando abbiamo “deciso davvero” di fare subito un altro libro, Lorenzo aveva già in mente il germe di Terranera. Del resto io e Lorenzo siamo diventati grandi amici e ci stimiamo professionalmente, quindi temo (per lui!) che lavoreremo ancora assieme in futuro, anche se non nell’immediato.
  • Terranera è un fumetto quasi precursore dei tempi, visto che è uscito (neanche se aveste voluto farlo apposta) nell’anno delle polemiche per le misure di regolarizzazione dei braccianti e quello in cui il movimento del Black Lives Matter è tornato sotto ai riflettori. Come mai avete scelto di trattare un tema politico così scottante come la questione dei migranti e lo sfruttamento del capolarato? È un tema sempre attuale eppure, in particolare quello del capolarato, sempre un po’ bistrattato nella letteratura, visto che non se ne parla, né se ne scrive mai abbastanza.

    Siamo stati tristemente fortunati ma la verità è che si tratta di un macro-tema del nostro tempo. Quella contro il razzismo, le disuguaglianze e i privilegi è una lotta ancora lunga. In Italia, poi, il nostro fumetto è rimasto attuale, durante la lavorazione, perché la situazione è cambiata poco. Abbiamo deciso di trattare il tema della (mancata) integrazione perché durante il Conte 1, sotto un inaccettabile Salvinismo, eravamo particolarmente preoccupati ed arrabbiati per la piega che stavano prendendo le cose. 
  • Visto il tema di scottante attualità, ci si sarebbe aspettati una sorta di reportage/documentario a fumetti. Voi invece, contro ogni previsione, vi date alla “fiction”. Quali motivi vi hanno spinto ad utilizzare questa forma narrativa?

    La fiction è più efficace per trasmettere un messaggio, avendo l’arma dell’intrattenimento che può spingere, in un secondo momento, ad una riflessione. Inoltre, al di là dei dati, che sono fondamentali, anche una storia inventata può bastare ad accendere un dibattito sui problemi reali che vengono trattati. In certi contesti, penso ai più giovani, il fumetto può fare breccia più facilmente, rispetto all’informazione tradizionale, ed essere l’inizio di un’informazione sul tema. Regalate Terranera ai vostri figl*! 😀
  • All’inizio del fumetto vengono citati tre libri: Stoner di John Williams, Il signore delle mosche di William Golding e Ab Urbe Condita di Tito Livio. Sono libri diversi nel tempo, nello spazio, nella trama sia tra loro stessi che con Terranera. Qual è il legame che li unisce alla storia che vogliono raccontare e come mai avete scelto libri apparentemente così distanti per aprire il fumetto?

    Qui è giusto che risponda Lorenzo. Vi rimando all’altra metà dell’intervista!
  • Un’altra cosa che sembra estremamente distante è uno dei protagonisti, Babbo Natale, criminale, violento, volgare, razzista (e l’abbiamo trattato bene), ma che poi ascolta ed è fan di Peter Gabriel. Da dove nasce questa scelta? 

    Natale è un personaggio complesso. Non volevamo un Palpatine, ma che avesse un certo spessore psicologico. Per quanto sia inequivocabilmente negativo, Natale ha una sua cultura, un suo passato difficile e difetti umani come l’indolenza che non gli permette di cambiare la sua vita. È convinto di essere tediato dalla sfortuna ma la verità è che gestisce le cose in maniera approssimativa e caotica (fa troppe cazzate). Per certi versi è il personaggio più accattivante, sebbene non tifiamo mai per lui.
  • Viviamo alla stessa latitudine e conosciamo il disagio, soprattutto sentito dalle persone più anziane, di vedere un gatto nero e in ogni culla che si rispetti, nelle auto, attaccati a catenine, insomma da qualche parte ci deve essere il cornetto che ci protegge dal malocchio. Anche i personaggi di Terranera hanno cornetti, si preoccupano per i gatti neri e insomma sono estremamente superstiziosi. Qual è il vostro rapporto con la superstizione? Che ruolo svolge la superstizione nella storia di Terranera? 

    Ho sempre cercato di non essere superstizioso. Guardo anche con un certo fastidio, diciamo insofferenza, chi dimostra di esserlo parecchio. Temo, però, che una parte di noi sia soggetta ad una qualche forma di superstizione che non ci permette di essere spregiudicati fino in fondo. Nel caso di Natale, ripeto, è tutta una scusa. Il suo odio verso “la sfortuna” nasce dalla sua incapacità di prendere le redini del suo destino.
  • Una delle caratteristiche grafiche che ci ha maggiormente colpito è il campo di pomodori disegnato come fosse una trincea. I braccianti non possono uscire perché ne andrebbe delle loro vite, ma pur rimanendo al loro interno non sono al sicuro: le loro vite sono continuamente minacciate come se fossero in una guerra continua. Come è avvenuta la costruzione del fumetto? Come vi siete documentati e quali sono state le vostre referenze? 

    Quando abbiamo iniziato a lavorare al fumetto, era un altro “momento propizio” perché si parlava molto di discariche, Terra dei cuori (cit. Presidente Conte), e immigrazione. Tutti temi contenuti in Terranera. Abbiamo letto più che altro notizie di cronaca, visto documentari, analizzato mappe degli incendi, letto articoli o reportage dell’Espresso e di Internazionale. Per quanto riguarda il campo (di concentramento) di pomodori, volevamo esagerare per rendere più espressivo ed efficace il racconto. Ahimè, rispetto alla realtà, il nostro incipit si è rivelato ben poco distopico… forse la violenza che “noi” facciamo agli ultimi, in questo caso i migranti, assume forme diverse, a volte invisibili, psicologiche, a volte semplicemente nascoste.
  • I colori sono saturi ed in forte contrasto tra loro fatto che rende ancora più dinamica una storia fortemente propulsiva a scattante: sfondi gialli e personaggi verdi o viceversa, blu e rosa, verde e rosa, perché  questa scelta di colori che si alternano moltissimo in base alle situazioni narrate, senza “rispettare” i colori standard del giorno/notte, buio/luce, e i vari colori convenzionali degli oggetti e delle persone.

    Il colore è utilizzato in maniera strettamente narrativa per suddividere le scene e trasmettere sensazioni. Ci sono un paio di scene in cui ho utilizzato un “blu notturno” in maniera più tradizionale, ma per il resto era molto importante che i contrasti malati andassero a braccetto con i contenuti malati. C’è un’eccezione, nella scena più tremenda e disgustosa ho volutamente scelto un contrasto “zuccheroso” che rendesse la situazione ancora più inquietante (non posso fare spoiler).
  • Come si dice: non c’è due senza tre. È già in programma un nuovo lavoro insieme o saremo costrette a far partire una petizione online?

    Come ho già anticipato, lavoreremo ancora assieme. Su storie brevi nell’immediato e tra qualche tempo, magari, ad un terzo libro. credo che finché non tirerò le cuoia non mi libererò del mio amato Palloni ❤

Con questa dichiarazione d’amore, termina la nostra intervista. Se non l’avete già fatto vi invitiamo a leggere l’altra metà con Carla e Lorenzo.
Io ringrazio ancora moltissimo Martoz per essersi prestato a questa cosa e vi possiamo dire che le Carle al quadrato torneranno presto.

Faith, A. Bochicchio – M. Bianchi

“1 di 4, sono la prima del quarto sbarco,
tra poco tocca a me, ho paura di essere
arrestata di nuovo.”

Faith ha una speranza, ha passato il suo compleanno a desiderare qualcosa: migliorare la sua vita, per farlo deve lasciare la sua famiglia, andare lontano. La speranza si trasforma in paura, Faith da ragazzina pronta a nuove avventure deve affrontare il viaggio della speranza, che la porterà a Lampedusa, dove ad attenderla ci sarà la vita che proprio non si meritava di vivere.
La storia che descrivono Andreina Bochicchio con i suoi testi e Marta Bianchi con i disegni riesce a trasmettere tutta la crudeltà che Faith deve subire. Grazie allo sfondo nero, alle pennellate che sembrano quasi coltellate che trafiggono l’animo di Faith, emerge tutta la paura, l’ansia, che deve affrontare questa ragazzina a cui è stato strappato tutto.

“Conosco Marta Bianchi da diverso tempo – ci dice Rossella Calbi, curatrice del volime- è una delle protagoniste del progetto itinerante dedicato all’illustrazione al femminile, Graphiste, che curo e seguo da diversi anni. Ho voluto approfondire questa collaborazione cercando un tema da approfondire, sapevo che Marta era anche una psicologa, ma non sapevo nello specifico di cosa si occupasse. Marta lavora a Roma con le vittime di tratta sessuale, per me era il tema perfetto da analizzare e su cui costruire un progetto. A quel punto l’idea della mostra si è evoluta in un progetto editoriale: ed è stata Marta a presentarmi Andreina. Andreina lavora a Palermo, temevo per la distanza, ma è filato tutto liscio perché le intenzioni sono state chiarissime da subito: raccontare una storia che si basava su verità ma che fosse rappresentativa. Non esiste una sola Faith, ma migliaia di donne, anzi di ragazzine, la cui vicenda è similare. Andreina ha elaborato un racconto poetico sulle sensazioni basate sulle migliaia di storie che ha sentito e dovuto affrontare, abbiamo lavorato assieme sul testo e Marta ha costruito delle immagini che descrivono tutta l’angoscia di una realtà che può finire bene. Io sono onorata di aver costruito un progetto con due donne che lavorano perché le migliaia di Faith possano scrivere la loro nuova storia.”

Per approfondire la storia di questo volume e più in generale del lavoro su cui si sono concentrate le autrici, abbiamo fatto qualche domanda ad Andreina Bochicchio, che ci ha chiarito la genesi di Faith e anche il procedimento della scrittura, che racconta in modo nebuloso e sognante quanto successo alla protagonista.

  • Ciao Andreina, sicuramente attraverso il lavoro importantissimo e necessario che svolgi, sei entrata in contatto con molteplici storie, con i racconti tragici delle persone che hanno rinunciato a molto, troppo, per raggiungere un luogo che non li ha accolti nel modo in cui speravano, come mai, tra le tante esperienze con cui sei entrata in contatto hai voluto soffermarti sul racconto di Faith?

La protagonista del racconto, Faith, è un personaggio di fantasia, non è una specifica persona che ho incontrato, non avrei mai potuto raccontare una storia realmente accaduta a una donna e ancor di più a una ragazzina incontrata da me. Questo racconto ripercorre in maniera non esplicita, ma nella forma di un sogno onirico, il viaggio che molte donne hanno realmente compiuto. Si tratta di una rappresentazione di elementi reali ma non riferibili ad una persona in particolare.

  • Una caratteristica molto particolare di questo lavoro è il fatto che venga indagata la mente di Faith, la protagonista, che parla in prima persona, delle sue paure e delle sue esperienze, ma non di tutte, anzi non ricorda o non esprime i momenti più drammatici e duri che ha vissuto, come mai avete deciso di non essere espliciti in relazione agli abusi e alle violenze subite da Faith?

L’obiettivo che ha spinto sia me che Marta a realizzare questo progetto non era quello di descrivere un vissuto che conoscendo profondamente rispettiamo al punto di non voler raccontare, ma volevamo dare spazio ai pensieri e alle emozioni di chi ingannato si trova a compiere un viaggio verso l’ignoto. Da questo punto di vista non vi era la presunzione di indagare una mente che non è la nostra, ma il desiderio di tradurre su carta le emozioni che solo riuscendo a immedesimarsi una volta tanto con l’altro, si riesce a provare, oltrepassando l’assuefazione che scaturisce da un certo tipo di narrazione.

  • Il sentimento maggioritario che viene sottolineato di Faith è senz’altro la paura, paura di venire meno alle promesse, di essere presa, di essere rispedita a casa, ma alla fine riesce a liberarsi da questa paura, almeno per chiedere aiuto. Qui si interrompe la narrazione della vostra storia, ci piacerebbe che ci parlassi di cosa succede a questo punto alle vittime della tratta che riescono a chiedere aiuto. Qual è l’iter da seguire, le procedure adottate per liberarle.

Le misure predisposte per la protezione delle vittime di tratta sono regolate da un articolo di legge del testo Unico dell’immigrazione. L’articolo 18 prevede un doppio binario di protezione, uno giudiziario e l’altro sociale. La differenza che intercorre tra i due attiene alla possibilità o meno di sporgere denuncia nei riguardi dei propri trafficanti, che non è vincolante o obbligatoria, dal momento che in sua assenza si attiva il binario della protezione sociale. Entrambi tramite consenso della vittima, prevedono il suo inserimento all’interno di un programma di protezione per un minimo di sei mesi, ma può essere anche prorogato in presenza di specifiche esigenze e che si conclude con il rilascio di un titolo di soggiorno, fondamentale per determinare maggior forza nel sottrarsi ai condizionamenti della rete criminale.

  • Com’è stato lavorare a questo volume, rapportarsi con i disegni molto cupi e angoscianti, come la storia che avete deciso di raccontare, com’è avvenuto il sodalizio che ha poi portato a Faith?

Sia Marta che io conoscevamo sin da prima di questo progetto il nostro modo di esprimerci attraverso la scrittura e il disegno e sapevamo che tra i due esiste una connessione tale da determinare una fusione armonica. Abbiamo deciso che avrei prima realizzato io i testi e poi lei le illustrazioni che hanno rappresentato esattamente il cupo universo onirico in cui si sono mossi i pensieri e le parole del viaggio della protagonista.

  • In questo periodo in cui stiamo sopravvivendo ad una pandemia e tutti i settori e le vite stanno subendo delle grandissime trasformazioni, com’è cambiato il tuo lavoro e quali sono i principali cambiamenti avvenuti in questi mesi in merito all’immigrazione e alla tutela degli immigrati?

L’insorgenza dell’emergenza sanitaria ha senza dubbio sottolineato le criticità preesistenti relative ai diversi aspetti che compongono la migrazione. Dare una risposta sintetica ma esaustiva non è semplice, tuttavia posso dire che in merito ai richiedenti asilo, le misure restrittive relative alla prevenzione della trasmissione del Covid19, hanno determinato un’ulteriore restrizione di libertà di movimento sia per le persone in transito sia per quelle che hanno vissuto un isolamento all’interno di luoghi non idonei alla prevenzione del contagio. A questo si aggiungano inoltre una serie di difficoltà relative alla sospensione di procedure amministrative dalle quali dipende la loro condizione giuridica e che hanno comportato anche un’interruzione del mio lavoro. Infine per quanto invece riguarda i migranti sprovvisti di permesso di soggiorno, sebbene durante l’emergenza sanitaria si sia resa ancor più evidente l’imprescindibilità del loro ruolo nella filiera alimentare o in altri settori produttivi, non è ancora seguita una loro regolarizzazione che a mio parere è una misura assolutamente dovuta e necessaria al riconoscimento dei loro diritti fondamentali. 

Io ringrazio moltissimo Rossella e Andreina per averci dedicato il loro tempo, per aver presentato qui il loro lavoro ed aver risposto alle nostre domande, grazie anche ovviamente a Marta Bianchi, per aver creato questo intenso lavoro su un tema delicatissimo, che viene troppo poco spesso reso manifesto.
Se siete interessati ad approfondire la conoscenza su questo volume a questo link, troverete la presentazione online, fatta da Andreina e Marta in occasione del Fruit Exibition.

Blog su WordPress.com.

Su ↑