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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Interviste

Carle vs. Fulvio Risuleo e Antonio Pronostico

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Siamo ritornate più cariche che mai, potete leggerci ogni secondo giovedì del mese. Il prossimo appuntamento sarà a giugno!

Stavolta abbiamo chiesto di partecipare alla nostra rubrica a Fulvio Risuleo e Antonio Pronostico che avevamo già visto insieme come autori di Sniff. Ora abbiamo chiesto ai fumettisti di parlarci della loro ultima fatica: Tango, sempre edita da Coconino Press e che ha al centro come il lavoro precedente, una coppia sull’orlo di una crisi. In questo fumetto i protagonisti sono Miriam e Lele e le loro sorti sono in mano al lettore, che a ogni pagina può decidere come far proseguire la storia.
Qui su Tararabundidee troverete le risposte di Fulvio Risuleo, mentre per scoprire quelle del disegnatore Antonio Pronostico dovete navigare verso Una banda di cefali! Buona lettura!

Ciao Fulvio e benvenuto su Tararabundidee. La prima domanda della nostra intervista è ormai di rito. Dopo Sniff tu e Antonio Pronostico siete al vostro secondo lavoro a quattro mani. Com’è nata la vostra collaborazione e com’è lavorare insieme?

Siamo prima di tutto amici. Frequentavamo lo stesso quartiere di Roma, il Pigneto, e lo stesso giro di
artisti-fumettisti e per un periodo lo stesso studio. Un giorno, di ritorno da un festival di fumetto di
Bologna, abbiamo deciso di provare a lavorare a qualcosa insieme.

In Sniff, il vostro primo fumetto, avevate presentato una coppia sull’orlo di una rottura. Anche i protagonisti di Tango, Lele e Miriam, sono una coppia alle prese con le decisioni e le liti ordinarie. Perché avete deciso di raccontare nuovamente la vita di coppia?

Non so il perché, non c’è. Devo dire però che Antonio è un romantico, amante delle relazioni. Io sono
più chiuso su questo argomento, ne parlo per lo più con me stesso. È grazie a lui che sono riuscito a
esternare, seppure in un libro, alcune mie considerazioni sull’amore.

Lele e Miriam si trovano spesso di fronte a un bivio o a una decisione da prendere. Al lettore viene chiesto di decidere cosa accadrà e le sue scelte influenzeranno il futuro della coppia. Da dove nasce l’idea di conferire al lettore un ruolo così attivo e di mettere nelle sue mani le sorti della coppia? A cosa vi siete ispirati per trovare le varie opzioni?

Prima abbiamo trovato l’idea della coppia che litiga per tutto e nel frattempo vive. Poi ci siamo resi
conto che l’andamento narrativo non era lineare. Era una storia che andava raccontata in una maniera
del genere. Come molte altre idee di questo fumetto è venuta in mente nel corso della lavorazione, di
base non sono molto teorico come persona. Le idee mi vengono man mano.

Parlando di bivi ed immaginandoti lettore, qual è stata la tua prima decisione al bivio e perché?

Non ho seguito la linearità. Ho scritto in quattro dimensioni, se si può dire così. Ho accettato la
confusione creativa e ho surfato sull’ispirazione. Poi con Pronostico abbiamo dato un senso al tutto. La
‘forma-libro’ ci ha aiutato a dargli una solidità.

Non solo il fumetto lo avete fatto in due, ma ha anche tantissime varietà di scelta, come
mai avete deciso di complicarvi così tanto la vita?

Il mio sogno è di parlare, scrivere e pensare in maniera semplice. Soggetto, predicato e complemento;
come si insegna a scuola. Purtroppo non ci riesco mai e finisce che poi diventa tutto complicato.

Nella storia del cinema, della letteratura e dei fumetti in generale, quali sono le tue
coppie preferite? C’è qualche coppia in particolare che ti ha ispirato per Tango?

Per lo più ci siamo ispirati a coppie di amici, conoscenti o anche alla nostra vita. Dal cinema c’è un
riferimento alla Notte di Antonioni perché lo avevo visto mentre lavoravo al fumetto e avevo pensato
che potesse avere delle connessioni. Un coppia in crisi è naturalmente più interessante da raccontare
di una coppia felice.

Il tango è un ballo ad alto tasso di sensualità e complicità. Lele e Miriam, però, non sembrano sempre così tanto in sintonia tra loro. Come mai avete scelto proprio questo ballo come titolo del vostro fumetto?

Pronostico è l’esperto, lui mi ha raccontato un po’ come funziona il ballo e ha delle connessioni con la
storia, come si dice in un capitolo a un certo punto. TANGO suona bene ed è una bella parola, la gente
ci trova molti significati diversi e va abbastanza bene come indicizzazione su internet… è un buon titolo.

Anche l’ultima domanda è di rito: a cosa stai lavorando al momento? Altri progetti a quattro mani in cantiere?

Un noir.

Ringraziamo come sempre gli autori per essersi prestati alle nostre domande! Noi ci rivediamo con una nuova intervista doppia il mese prossimo.

Carle vs Colaone & De Santis

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Siamo ritornate più cariche che mai, potete leggerci ogni secondo giovedì del mese. Il prossimo appuntamento sarà infatti il 12 maggio!

Per questa intervista abbiamo scomodato Luca De Santis e Sara Colaone, affiatatissima accoppiata che abbiamo già visto insieme con Ariston e In Italia siamo tutti maschi, da poco è però uscito il loro ultimo lavoro Giorgia O’ Keeffe (Oblomov Edizioni), fumetto/biografia sulla più grande artista moderna. Gli autori hanno giocato con le linee e le riconoscibilissime opere di O’ Keefe per regalarci la storia di una donna che ha voluto a tutti i costi far emergere la sua arte e la sua visione del mondo, oltre il suo corpo, oltre lo sguardo tradizionalista, oltre il pregiudizio. Siamo rimaste estasiate da questo fumetto e abbiamo dato sfogo come sempre alle nostre curiosità nell’intervista, qui potete leggere le risposte di Sara Colaone, mentre su una banda di cefali troverete quelle di Luca De Santis.

  1. Ciao Sara e benvenuta su Tararabundidee! Dopo In Italia Sono Tutti Maschi, Ariston (Oblomov edizioni) e Leda (Coconino Press) tu e Luca De Santis siete giunti al vostro quarto fumetto insieme: Georgia O’Keeffe. Com’è nata questa proficua collaborazione e come strutturate solitamente il vostro lavoro?

L’incontro con Luca è avvenuto per caso, alla fine degli anni Novanta, fra i tavoli di una importantissima società italiana, dove la velocità della comunicazione era una delle cose più importanti. Condividendo da subito interessi e passioni nei ritagli di tempo, abbiamo capito presto che a noi interessavano più i contenuti e il modo di raccontare, che la velocità. Da questa semplice constatazione è nato un legame molto forte, basato sulla schiettezza, ma anche sul rispetto e sull’attenzione reciproca alla nostra sensibilità, che ci ha permesso di fare tanto insieme e ci permette di pensare al nostro futuro come qualcosa che ci serberà ancora tante sorprese.

  1. Un tema del vostro lavoro collettivo è sicuramente il racconto di una vita nella sua totalità. In In Italia sono tutti maschi avete raccontato il confino degli omosessuali durante il ventennio fascista attraverso i ricordi del personaggio di “Ninella; Ariston è invece una riflessione sul ruolo della donna all’interno della società italiana nel corso dei decenni attraverso la storia di tre donne mentre in Leda avete raccontato una donna anticonformista sempre in lotta con il proprio destino. Da dove nasce questo amore per le storie? Come scegliete le storie raccontare?

Dopo tanti lavori che hanno come comune denominatore delle figure capaci da fare scarti laterali, per sottrarsi a un modo comune di affrontare e la vita, e per tracciare la propria strada in modo assolutamente originale, mi sono convinta che siano i nostri personaggi a scegliere noi per far raccontare la propria storia e non viceversa. E me lo confermano il senso di profonda gratitudine e innamoramento che provo verso ogni personaggio quando terminiamo un progetto.

  1. Giorgia O’Keeffe è stata un’icona della scena artistica moderna. Negli Stati Uniti è una delle artiste più famose e quotate mentre qui in Europa è ancora poco conosciuta. Com’è nata l’idea di dedicarle un volume?

Giorgia O’Keeffe è stato un incontro meraviglioso, nato per volontà di uno dei nostri editori francesi Steinkis e del Centre Pompidou di Parigi, che ci hanno chiesto di realizzare la storia della vita della pittrice in occasione della grande retrospettiva inaugurata a settembre a Parigi, un mostra di eccezionale valore che ha riportato in Europa una selezione ricca di lavori. Da subito abbiamo raccolto la sfida di raccontare una figura così complessa e controversa, andando direttamente al centro della sua personalità spigolosa e mostrando tante delle sue opere e del suo modo di dipingere, integrandole nel fumetto.

  1. Quanto è stata lunga la fase di ricerca e di lavoro precedente alla stesura del fumetto e che impatto ha avuto sulla tua arte? E in generale cosa ti è rimasto dalla conoscenza di una personalità immensa come quella dell’artista? 

Io e Luca abbiamo lavorato molto in parallelo per circa otto mesi, lui sulla scrittura e io sull’immagine, ma scambiandoci continuamente impressioni e pareri, per riuscire a ricreare la ricchezza del mondo pittorico di O’Keeffe e restituire una vita in cui l’arte e la vita sono totalmente fuse. L’intensità di questa immersione mi ha lasciato un senso di distacco sereno e una capacità di osservare aspetti più profondi delle forme e dei colori.

  1. Georgia O’Keeffe è stata una personalità molto forte che non ha mai voluto essere raccontata e che non si è mai ritrovata nelle parole che gli altri usavano per descrivere lei e il suo lavoro. Quanto è stato difficile scegliere il modo giusto per raccontarla?

Un personaggio che non vuole farsi raccontare, ma che ci guarda da dietro una spalla invitandoci a seguirlo nel suo mondo. Georgia l’ho sempre vista così. Solo cedendo a questo invito si potrà avere accesso alle sfumature di un carattere, ai motivi di tante scelte. 

  1. La storia si articola attraverso flashback improvvisi in cui l’artista rivive (e racconta) momenti cruciali del suo passato e della sua storia donando al fumetto uno stampo molto cinematografico. Del resto anche la storia di Georgia O’Keeffe potrebbe tranquillamente essere protagonista di un film. Anche il grande formato del volume e la suddivisione delle tavole sembrano conferire al fumetto un tocco cinematografico. C’è una correlazione tra il cinema e questo fumetto? 

In questo romanzo ho lavorato soprattutto creando dei richiami con la superficie bidimensionale del quadro,  provando in alcuni casi a sfondare questa dimensione per creare dei giochi di profondità dell’immagine, in mondo da rendere vivo il passaggio di pensiero fra vita e sua rappresentazione. Uno dei riferimenti più espliciti al cinema è la doppia tavola in cui Georgia cammina per New York subito dopo il crollo della borsa del 1929. Nel disegno c’è la citazione di una notissima opera della fotografa Margareth Bourke-White, ma sul muro c’è la pubblicità di un “Talkies”,  i primi film parlati che segnarono la fine progressiva del cinema muto e l’ingresso in una nuova epoca dell’intrattenimento.

  1. A livello grafico sono stati inseriti moltissimi riferimenti alle opere della pittrice, come i suoi famosissimi fiori, come avete scelto le opere da integrare nel fumetto? 

Fiori, ma non solo, anche paesaggi, capanni, porte, ossa e pensieri astratti. Rispettare il mondo di Georgia e sottrarla alla banalizzazione, questa la parola d’ordine. La scelta delle opere è stata un’operazione di studio bellissima, in cui abbiamo avuto l’aiuto dei curatori della mostra di Parigi, che ci hanno fornito tutti i saggi e il catalogo in anteprima delle opere, oltre a una serie di cataloghi introvabili e di references iconografiche.

  1. Georgia O’Keeffe è passata dal ruolo di musa e oggetto dello sguardo maschile a quello di artista attiva protagonista del suo lavoro e delle sue opere. Stieglitz voleva lanciare un personaggio da cui lei ha cercato tutta la vita di distaccarsi, secondo i vostri studi legati alla personalità della pittrice, quando O’Keeffe è riuscita davvero a diventare lei e come viene percepita ora? 

Questo è uno dei punti più complessi e interessanti che abbiamo cercato di raccontare nel libro. Nonostante la si descriva spesso come una donna in balia della sua fama, Georgia ha sempre saputo molto bene chi era e cosa desiderava e lo testimoniano le persone che le sono state vicine sin da piccola. Sapeva anche per dedicarsi all’arte nel modo in cui voleva, ovvero l’unico modo possibile, totale e imprescindibile, avrebbe dovuto disciplinarsi costantemente, concentrarsi su un punto cruciale e… superare il vittimismo, e così ha fatto.

La Georgia che vediamo nella maturità è un essere risolto, senza rimpianti, libero di poter fare ciò che vuole, e in costante rinascita come nella sua pittura o come nel mito nativo della dea Estsanatlehi.

Ringraziamo come sempre * fumettist* che si sono prestati alla nostra incontenibile curiosità e non vediamo l’ora di leggere le loro prossime opere! Noi ci rivediamo a maggio su questi schermi.

Carle vs Filippelli & Canestrari

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Dopo qualche mese di pausa, siamo ritornate più cariche che mai. Potete leggerci ogni secondo giovedì del mese. Il prossimo appuntamento sarà infatti il 14 aprile!

Per la prima intervista del 2022 abbiamo fatto quattro chiacchiere con Samuele Canestrari e Luigi Filippelli, autori di Un corpo smembrato, uscito lo scorso novembre per Eris edizioni. Si tratta di un’opera in bianco e nero che racconta la storia di Marina: una ragazza divisa tra i turni al supermercato del piccolo paese di provincia dove vive e il suo desiderio di fare la scultrice ed essere libera. Un volume molto particolare, crudo e poetico al tempo stesso, insolito anche nell’allestimento: è infatti un libro smembrato anche di fatto poiché la copertina è stata strappata e sostituita con un poster, lasciando la rilegatura completamente libera e visibile. Qui potete leggere l’intervista a Luigi Filippelli, sceneggiatore del volume mentre per leggere le risposte di Samuele Canestrari dovete viaggiare su una banda di cefali!

  1. Ciao Luigi, benvenuto e grazie di aver accettato questa doppia intervista. Partiamo con una domanda per conoscerci meglio: come hai iniziato a fare fumetti e come è cominciato il sodalizio artistico con Samuele Canestrari?

Come molti ho iniziato da piccolo, disegnavo e scrivevo storie (e anche un’enciclopedia dei dinosauri). Leggevo molto: fumetti, romanzi, epica cavalleresca e manuali per diventare un inventore. Mi è sempre piaciuto esplorare il mondo attraverso i libri.
Ho conosciuto Samuele al festival Ratatà di Macerata, lui era lì con i suoi libri, io con MalEdizioni, la casa editrice che ho fondato insieme a Nadia Bordonali. Ci sono piaciute le sue pubblicazioni, così gli abbiamo proposto di coprodurre il suo libro successivo: Mosto.
In seguito Samuele ci ha inviato Il battesimo del porco, scritto da Marco Taddei, e lì abbiamo collaborato come autore ed editore. In Un corpo smembrato, invece, siamo entrambi autori… spero continueremo con questo trasformismo, provando sempre nuove combinazioni, perché mi sto divertendo molto.

  1. Un corpo smembrato, edito da Eris Edizioni, è un fumetto pervaso da un senso profondo di inquietudine ma anche da una perfetta sintonia tra sceneggiatura e disegni. Com’è stato lavorare con Samuele Canestrari? Vi siete trovati d’accordo nelle varie fasi di stesura?

Quando  ho iniziato a scrivere Un corpo smembrato volevo lo disegnasse Samuele, così ho pensato a una storia che potesse creare una connessione fra di noi, sia a livello di vissuto che di poetica, e che valorizzasse il suo modo di disegnare.
Da subito abbiamo considerato il libro come un oggetto organico e vivo, lavorando entrambi in modo fluido e mandandoci continui rimandi, suggestioni e idee. Frammentavamo la narrazione, spostavamo e modificavamo disegni e parti di testo.
Per poter trovare un equilibrio in questo modo di lavorare c’è bisogno di grande onestà e rispetto reciproco, sono felice che siamo riusciti nell’impresa.

  1. Un corpo smembrato racconta la storia di Marina, della sua vita in provincia e del suo immenso sogno di diventare un’artista, che però si scontra con la precarietà. Quanto c’è di tuo in Marina e in questo fumetto?

Per un breve periodo, intorno ai vent’anni, ho studiato e praticato la scultura, poi ho capito che non era il mio mezzo espressivo. Il vissuto di Marina riverbera con il me stesso dell’epoca, avevo abbandonato l’accademia di belle arti e non riuscivo a trovare una mia dimensione, né creativa né lavorativa. 

L’incubo che apre il libro, invece, è un sogno che ho fatto qualche anno fa a causa di una separazione molto dolorosa. Si tratta della prima sequenza che ho scritto, quella tristezza è stata la scintilla che ha permesso al libro di nascere.

  1. Le prime sequenze del fumetto mostrano un incubo. Qual è secondo te l’incubo più opprimente della protagonista?

Un corpo smembrato parla di perdita dell’innocenza attraverso la disgregazione dei sogni, dell’impatto che la vita adulta può avere con le speranze di una giovane donna.
In questo senso l’incubo più opprimente per Marina potrebbe essere legato all’assenza:
Marina non ha un luogo a cui appartenere, sia la città sia la provincia in qualche modo la rigettano, allo stesso tempo i rapporti con le persone che lei sceglie non funzionano, amanti e amori si rivelano fonte di instabilità e dolore. Il suo percorso artistico non è ancora definito, e non è chiaro se lo sarà in futuro.
Marina può solo sapere cosa manca, non ha un ruolo riconosciuto dal mondo esterno e, non potendosi vedere riflessa negli occhi degli altri, per lei è impossibile riuscire a trovare se stessa.

  1. Marina è costretta a lasciare la città e ritornare nella sua cittadina di provincia. Cosa rappresenta per te la provincia? Crescere in provincia è qualcosa di limitante o piuttosto il contrario?
    Io amo la provincia, soprattutto la bassa bresciana, ruvida e dolce allo stesso tempo, un po’ come tutta la pianura padana. Penso che la provincia possa essere un buon posto per muovere i primi passi, è certamente un ambiente dove si avverte una mancanza di alternative, quindi c’è spazio per portare contenuti e bellezza. Allo stesso tempo la provincia ti tiene ancorato con i piedi per terra, scardina le velleità artistiche, a volte anche in modo brutale.
    Penso che per immergersi nella realtà del nostro paese sia necessario attraversare la provincia, ma la provincia da sola non basta. Bisogna anche uscirne, andando alla ricerca di festival, connessioni con altri artisti, spazi culturali indipendenti, pensieri e culture diverse… tutto questo per poi tornare in provincia, portando con sé quanto si è appreso. 
  1. Come mai avete scelto di dare una forma insolita anche a livello materico, sconvolgendo il volume stesso? Quanto è stata complessa la realizzazione di questo smembramento dal punto di vista tecnico?

Il libro non ha una copertina, perché tutte le copertine sono state ricavate da fogli di recupero e strappate a mano, non si tratta di una scelta estetica ma di un gesto di smembramento, necessario al libro perché aggiunge un livello alla narrazione, facendola diventare fisica e tattile, proprio come le sculture di Marina.
La sovraccoperta che protegge il libro è come una pelle sottile, così come sono fragili le difese che possiede Marina nei confronti del mondo, un mondo che non riesce a capire e ad accettare.

  1. Il vostro fumetto è quasi totalmente privo di dialoghi e in generale le parti scritte sono veramente minime;  è stato difficile raccontare solo con le immagini?

Io sono abituato a vedere molto cinema giapponese, uno dei registi che mi ha influenzato maggiormente è Takeshi Kitano, attraverso i suoi film ho scoperto come raccontare utilizzando le immagini e gli ambienti. Penso in particolare al film Il silenzio sul mare, che è la storia di un giovane surfista sordomuto.

Penso che approcciarsi a un fumetto “silenzioso” sia più impegnativo per il lettore, bisogna leggere con attenzione le immagini perché non c’è la specificità della parola a guidarci. Dobbiamo capire le intenzioni dei personaggi dal contesto, dai piccoli gesti, dalle parole non dette.
Per quanto riguarda la scrittura, invece, per me è naturale pensare per immagini, anche quando scrivo racconti prima visualizzo le scene e le ambientazioni, poi le traduco in parole. 

  1. Un corpo smembrato parla anche di arte sotto vari aspetti. Sono molto belle le sequenze che ci mostrano il suo lato manuale, quello delle mani rovinate, degli scalpelli. Cos’è per te il processo artistico e la creatività? 

Io non credo nel talento, penso che l’idea di talento limiti molto le persone.
Pensare di non avere talento é una facile giustificazione se non si riescono a realizzare le proprie idee, allo stesso tempo riconoscere negli altri un dono crea una narrazione distorta, in cui il talentuoso è capace a prescindere, una narrazione in cui non vengono riconosciuti meriti e impegno.
Ovviamente ogni persona ha delle peculiarità e delle attitudini, ma per scrivere come per disegnare c’è bisogno di studio e pratica, poi bisogna avere un forte spirito critico e mettersi in discussione continuamente.
Per me il processo artistico passa attraverso una serie di errori, fallimenti e inciampamenti… bisogna sporcarsi le mani e sbagliare, per questo lo trovo affine al lavoro che potrebbe fare un meccanico.

  1. L’opera inizia con una citazione di Herman Hesse, tratta dall’antologia Sull’amore, che ci ricorda quanto sia fondamentale essere presenti a noi stessi e desiderare ciò che ci conduce nel nostro intimo e ci permette di rimanere connessi con il mondo. Cos’è che ti aiuta ad essere te stesso nel mondo che ci circonda?
    La citazione è stata scelta da Samuele e penso si sposi bene con il contenuto del libro, io probabilmente avrei inserito il testo di una canzone, forse Milano Circonvallazione Esterna degli Afterhours. Onestamente, avendo io un’attitudine punk malinconica, non so dirti se sono presente a me stesso e in connessione con il mondo… forse a me servono solo altri punk malinconici con cui condividere il tempo e le esperienze.
  1. Domanda finale di rito: a cosa stai lavorando al momento? Altri progetti in cantiere?
    Sto scrivendo la sceneggiatura per un fumetto che disegnerà Chiara Abastanotti, si tratta di una storia con elementi fantastici, nata pochi mesi prima di Un corpo smembrato.
    In un certo senso sono storie gemelle, affrontano entrambe il quotidiano, le relazioni e la distanza anche se con toni molto diversi. Se tutto procede per il meglio la potrete leggere già nel corso di quest’anno.

Ringraziamo come sempre gli autori che si sono prestati alla nostra incontenibile curiosità e non vediamo l’ora di leggere le loro prossime opere!

Intervista a Natalia Guerrieri – Hortus Mirabilis

In Hortus Mirabilis, l’ultima antologia di racconti weird e fantastici edita da Moscabianca Edizioni, ci sono 13 piante. Non si tratta di piante conosciute perché sono piante di mondi antichissimi o di tempi che ancora non sono stati vissuti, piante che infestano le storie di quattordici autrici e autori e che infesteranno anche i vostri pensieri. Tutti i racconti ruotano infatti intorno ad un elemento vegetale che talvolta ha delle proprietà soprannaturali, dona poteri, cresce in luoghi inusuali, per farlo figurare meglio a chi legge, ogni storia è corredata dalle tavole di Gabriele Operti che illustrano nel dettaglio i virgulti.

Le storie sono estremamente variegate, ambientate in posti esotici o in normali case, con piante che all’apparenza non hanno nulla di così strano. L’eterogeneità dei racconti rende questo bellissimo volume, sia internamente che esternamente (si tratta infatti di un oggetto davvero prezioso ed esteticamente pregevole), adatto a tuttз; chi ci conosce sa che non siamo grandi amanti dei racconti, ma questi sono veramente originali e tutta l’impostazione del volume è così fresca e innovativa che si trovano sicuramente elementi adatti alle proprie corde. Tra le storie che ci hanno profondamente conquistate ci sono:

  • “Il manuale di giardinaggio di Aubrey” di Ilaria Petrarca con la sua Radizpeca, Carapichea radizpeca.
  • “Il matrimonio” di Maria Gaia Belli con l’Albero madre, Salix nigra mater
  • “Scie nella neve” di Maurizio Ferrero con la Rotolacampo Gigante, Salsola arctica
  • “Il tè delle tigri” di Diletta Crudeli con la sua Radice delle case del tè, Gorgonide neofita

Quella che però abbiamo innalzato come nostra preferita è Skògur di Natalia Guerrieri, che ha dato vita al Þinur, Abies nigra borealis. Proprio lei è la protagonista di questa intervista, che abbiamo organizzato insieme a Moscabianca Edizioni come fatto già per il loro W. O. W. Ora però è arrivato il momento di lasciare la parola a Natalia, alla sua bellissima storia e ai retroscena della vita di scrittrice.

Innanzitutto benvenuta su Tararabundidee! Siamo liete di ospitarti qui a parlare della tua carriera e di Hortus Mirabilis. Rompiamo subito il ghiaccio raccontando ai nostri lettori e alle nostre lettrici: come e quando hai capito che la scrittura era la tua passione?

Per prima cosa ciao a tutt* e grazie per avermi proposto questa intervista. Ne ebbi il primo sospetto attorno ai cinque anni: non capivo proprio che razza di magia fosse quella che permetteva alle persone di tirare fuori le storie dai libri e non vedevo l’ora di diventarne capace anche io. Quando poi imparai a leggere, mio papà mi portava in biblioteca con sé il sabato mattina. Trascorrevo ore e ore nel settore dei libri per l’infanzia, sprofondata in una poltrona troppo grande e nel silenzio. Ogni tanto lanciavo un’occhiata attorno a me, verso gli scaffali: mi ripetevo che dovevo leggere più velocemente prima di diventare grande e venire esclusa da quella stanza. La mia passione per la scrittura nacque quindi dalla lettura. Poi, dopo aver scoperto Roald Dahl e Michael Ende non ebbi più alcun dubbio: da grande volevo fare la scrittrice. I miei genitori mi regalarono allora dei bellissimi quaderni che iniziai a riempire con le storie che inventavo. Avevo sette o otto anni.

Skògur è solo l’ultimo dei tuoi racconti. Ha scritto infatti per Quodlibet e su riviste letterarie come «inutile», «Tropismi», «Sulla quarta corda», «Malgrado le mosche» e «Nuova Tèchne». Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione del tuo primo racconto?

Durante l’università, partecipavo a un gruppo di scrittura. Ogni volta si stabiliva un tema, un genere o un dettaglio e bisognava produrre un racconto che lo rispettasse. Tra le persone che coordinavano e partecipavano a questa attività c’erano Maria Gaia Belli, Simone Marcelli, Adriano Pugno e altre, tutte ottime penne che vi consiglio di leggere. La prima volta però che ho pubblicato qualcosa per lettor* estern* è stato sulla raccolta Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti e utopie (Almanacco 2018), a cura di Ermanno Cavazzoni per Quodlibet. Si trattava di un racconto molto breve, intitolato “Gli ultimi giorni di Edilemà”, che si può ritrovare qui.
Nel frattempo, il mio amico Simone Marcelli continuava a consigliarmi di inviare qualche testo alle riviste letterarie che stavano fiorendo portando alla luce diverse penne esordienti. Se non sbaglio, il mio primo racconto pubblicato online è stato “Via Archirola” su inutile, che si può trovare qui.
La mia collaborazione con inutile, rivista che apprezzo tantissimo e che colgo l’occasione per ringraziare, è poi proseguita negli anni.

Scrivi per lo più racconti: qual è la scelta che ti ha portato verso questa forma narrativa? Hai in programma di testare anche forme più lunghe prossimamente, nel tuo percorso di scrittura?

Cercando il mio nome online oggi si trovano soprattutto racconti ma in realtà la maggior parte del mio tempo è impiegata nella scrittura di opere più lunghe. Una di queste, nonché il mio romanzo di esordio, uscirà il 10 giugno 2021 per Moscabianca Edizioni. Avevo inviato il dattiloscritto a pochi editori, selezionati con cura, e penso di aver fatto la scelta giusta. Mi sono trovata benissimo con Moscabianca, ho avuto l’occasione di approfondire il mio lavoro, crescere come autrice e confrontarmi con persone professionali e competenti come il mio editor, Andrea Viscusi, e Silvia La Posta. Questa casa editrice è stata per me una realtà ideale che ha saputo accogliere e valorizzare al meglio la mia voce. In più, mi è stata data la possibilità di scegliere la copertina e ho proposto l’incarico a Marino Neri. Attualmente sto lavorando al mio secondo romanzo ma ancora niente anticipazioni su questo… In più, sono autrice di cinema e teatro.

Non sei però solo autrice. Tra le varie passioni hai anche quella di occuparti di tutto ciò che è più invisibile nel mondo dell’editoria. Cos’è e come nasce This writing room?

Grazie per la domanda, mi fa piacere parlare anche di questo. This writing room è una realtà fondata da me e Chiara Arrigoni con la volontà di rendere il lavoro di noi autor* un po’ più simile agli altri lavori. Erroneamente si crede (soprattutto in Italia) che l’autor* scriva in cima a una rupe, in mezzo alle tempeste e in preda a una dionisiaca ispirazione. Niente di più falso. La scrittura è un lavoro. Un lavoro che senza passione è impossibile portare avanti, probabilmente, ma pur sempre un lavoro, che necessita preparazione, dedizione, impegno e tantissimo tempo. Ci tengo molto a dire e a ribadire questo. La falsa convinzione che la scrittura sia un passatempo, un hobby o uno sfogo a singhiozzo danneggia la categoria di chi scrive per mestiere e contribuisce a diffondere una grave ignoranza su chi siamo, cosa facciamo, quanto tempo dedichiamo al nostro lavoro e quanto meritiamo di essere riconosciut*, tutelat* e retribuit*. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Mi leggi una cosa? Mi butti giù due righe? Hai cinque minuti”? E mai una volta che fossero davvero due righe… o cinque minuti. Il problema del lavoro in Italia è gigantesco e nessun* ne parla mai. È come un elefante in una stanza dove tutt* scivolano contro le pareti facendo finta di non vederlo. Nelle discipline artistiche questo problema è forse ancora più radicato. L’approssimazione è la regola e tutto si basa su un continuo baratto che fa pensare alle fasi primordiali della nostra civiltà. This writing room vuole reagire a tutto questo, nasce come spazio di lavoro equo e sostenibile, dove gli autor* sono rispettat* e tutelat* per il lavoro che fanno e ai/alle client* viene garantita la massima professionalità. I servizi offerti riguardano la scrittura in tutte le sue forme: editing, coaching, ghostwriting, schede di lettura, traduzioni, produzione di contenuti per il web. Io e Chiara siamo le fondatrici e spesso seguiamo i progetti da vicino ma ci avvaliamo anche della professionalità di altr* autor* che stimiamo e che collaborano con noi.

Passiamo invece a Hortus Mirabilis, il tuo racconto è Skógur: da dov’è giunta l’ispirazione per questa fantastica storia, come nasce?

L’ispirazione per Skógur è nata in primo luogo da Silvia La Posta, che mi ha proposto di scrivere un racconto che riguardasse le piante. La prima immagine che mi è venuta allora in mente è stata quella di un bosco di abeti innevato. Sono ossessionata dalle Dolomiti, dalle montagne e dai boschi. Anche adesso, se mi chiedessi: “Dove vorresti essere?” saprei indicarti un punto preciso sulla cartina, in Val di Funes. Per me l’ambiente dolomitico rappresenta la bellezza assoluta, l’idillio. A questa prima immagine si è accostato un pensiero stridente: “E se tutto questo fosse un artificio che in realtà nasconde qualcosa di terribile?” Così è iniziata a nascere la storia. Un piccolo mondo innevato che cela un segreto. Non più le Dolomiti ma l’Islanda, un’Islanda del futuro, irriconoscibile e distorta (non c’è nulla del vero luogo geografico se non alcune parole). Un luogo molto a nord che è stato “l’ultimo a sopravvivere”. Ma a che prezzo? C’è una bambina senza nome, c’è una straniera, c’è un campanile spaventoso che diffonde un lugubre rintocco di campane. C’è un bosco molto particolare e tanta neve. Non voglio svelare di più.

La storia è ambientata in un futuro particolare perché si mescolano tratti profondamente tecnologici e innovativi a riti ancestrali e primordiali: perché questo mix? È così che immagini il futuro degli esseri viventi?

Volevo che il/la lettor* si immergesse in un’atmosfera per poi vedere le sue aspettative disattese, stravolte. In più, dal punto di vista stilistico, si è trattato per me di un esperimento interessante. Un mix, come dici tu, di elementi fra loro opposti. Infine ho scritto ciò che io stessa avrei voluto leggere. Di solito è un metodo che funziona. Per quanto riguarda la mia visione del futuro degli esseri viventi, o almeno degli esseri umani, penso che la scena finale del racconto la rappresenti abbastanza fedelmente.

Il tuo racconto ha una caratteristica particolare anche a livello stilistico, l’uso di altre due lingue: il norreno e l’islandese. Come mai questa scelta?

Sì, nel racconto ci sono alcune parole in islandese e in più un brano tratto dall’Edda Poetica che è scritto in norreno. Sono una grande appassionata di letterature e culture nordiche, fin dai tempi dell’Università, dove grazie al prof. Alessandro Zironi e alla prof.ssa Silvia Cosimini ho scoperto questo magnifico mondo che non conoscevo. Penso che la traduzione sia sempre una riscrittura e che quindi le parole, in quanto tali, siano uniche. Volevo quelle parole, non la loro traduzione o spiegazione. Volevo quei suoni, quella grafia. Chi legge può cercarne il significato ma a mio parere non è obbligatorio. C’è il contesto, c’è la forza evocativa di quelle parole… ma soprattutto c’è l’immaginazione del/della lettor*. Perché un testo si fa sempre in due.

Hortus Mirabilis è una raccolta di racconti in cui autrici e autori hanno anche dovuto inventare una specie vegetale nuova. Sei un’appassionata di piante, boschi e verde? Da dove arriva il tuo Abies nigra borealis?

Sì, come dicevo, sono una grande amante della montagna, in particolar modo del Trentino – Alto Adige. Ho avuto la fortuna di trascorrere in quei luoghi lunghi periodi della mia infanzia. Se non ci fossero alcune valide ragioni per restare a Modena, vivrei là. L’albero del mio racconto ricorda un abete però è nero, funereo, portatore di morte. Per la scelta del nome devo ringraziare ancora una volta Chiara Arrigoni, che essendo molto brava in latino mi ha aiutata a sceglierlo.

Quali sono le tue manie da scrittrice? Fai qualcosa di particolare mentre scrivi? Da cosa prendi l’ispirazione per le tue storie?

Accidenti, potrei scrivere un romanzo su questa domanda. Provo a riassumere: leggo moltissimo, più romanzi contemporaneamente, vivo la lettura come un vizio. Proibita, perditempo, gustosa, controcorrente rispetto al buon senso, all’ottimizzazione del tempo e all’imperativo della produttività. Cerco di scrivere ogni giorno. La scrittura è il momento in cui tutto il resto schizza via da me, milioni di anni luce lontano, è il momento in cui tutto acquista non dico un senso…. ma quasi… una forma, ecco. La scrittura è felicità ma è anche sforzo, fatica, insoddisfazione, angoscia, autocritica. La scrittura è vorace di tempo e di energie. Mentre scrivo mangio troppo e bevo troppi caffè. Accendo l’incenso dentro casa. Spengo il telefono. Mi piace scrivere al bar, c’è un posticino vicino casa mia dove sanno già cosa ordinerò e mi lasciano un tavolo, completamente indisturbata, per ore. Quando scrivo fuori casa, la vita scorre attorno a me come in un acquario ma io sono oltre al vetro. Poi ascolto musica, la stessa canzone a ripetizione per ore (altrimenti perdo la concentrazione). Spero prima o poi di avere un gatto vicino a me da poter accarezzare mentre cerco le parole giuste.

Moscabianca non è solamente la casa editrice che si è occupata di Skògur, ma è la casa editrice a cui hai scelto di affidare la tua prima opera in solitaria. Com’è avvenuto questo incontro?

Moscabianca, come dicevo, non è solo il mio editore per Hortus Mirabilis ma anche per il mio romanzo di esordio. L’ho conosciuta perché apprezzo le sue pubblicazioni e il modo in cui si distingue nel panorama letterario italiano. Finalmente in Italia si stanno affermando piccole e medie case editrici che si fanno notare per la qualità altissima delle pubblicazioni, per la cura editoriale e grafica, per il rapporto con l’autor* e con i/le lettor*. Soprattutto però, ciò che voglio ribadire è che tra questi cataloghi raramente trovo libri che non mi piacciono. Non ho più il vecchio problema di lasciare un libro a metà (o ancora prima). Alcune uscite mi appassionano di più, altre meno, per ragioni di gusto personale ma l’interesse da parte mia è quasi sempre alto o molto alto. Queste realtà si stanno assumendo il compito (non semplice) di portare avanti la ricerca letteraria, di garantire l’evoluzione della narrativa e la biodiversità delle pubblicazioni.

Ringraziamo moltissimo Natalia Guerrieri e Moscabianca Edizioni per questa intervista e a voi consigliamo di lasciarvi travolgere da questo splendido volume!

Carle vs Schiavone e Lacavalla

Iniziamo il 2021 con una nuova intervista doppia, sempre in collaborazione con la mia omonima Carla di Una banda di cefali. Stavolta i malcapitati sono Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, sceneggiatore e disegnatore di Alfabeto Simenon fumetto edito da Edizioni BD, che attraverso le 26 lettere dell’alfabeto, racconta le vicende del papà del Commissario Maigret, George Simenon.

In questa parte troverete le risposte del disegnatore, Maurizio Lacavalla, che ci racconterà il suo rapporto con Simenon, con il collega Schiavone e come ha costruito il fumetto.
Buona lettura!

Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia intervista. Sappiamo che questo fumetto è il primo che avete scritto e disegnato insieme, quindi vi chiediamo com’è nata la vostra collaborazione e com’è stato lavorare insieme per la prima volta?
Ricevo una chiamata da Edizioni BD con la proposta di disegnare un libro su Simenon (Alberto aveva già iniziato un lavoro di ricerca e stesura). Ho accettato senza pensarci. In quei giorni avevo per puro caso sul comodino “Il fondo della bottiglia” e ad ogni pagina letta pensavo a quanto avrei voluto disegnarne anche solo una. Alla fine si sa com’è andata, ne abbiamo fatte 200.

La vita di George Simenon è stata avvincente come un romanzo di finzione e forse una biografia a fumetti tradizionale non avrebbe reso giustizia alla complessità di questo personaggio. Com’è nata l’idea di raccontare Simeon attraverso un alfabeto in cui si mescolano episodi e personaggi della sua vita e dei suoi scritti?
L’idea parte da Alberto e io l’ho seguito felice, anzi, temevo il pensiero di affrontare un fumetto biografico con uno svolgimento lineare.

L’idea di una voce per ogni lettera restituisce in qualche modo la complessità del personaggio Simeon e offre un ritratto completo anche a chi lo conosce poco. Come sono nate le varie lettere?  È stato difficile trovare una voce per ciascuna?
A questa domanda sicuramente può rispondere meglio Alberto che è l’orologiaio dietro questo meccanismo di ventisei ingranaggi. Per me, disegnarli, è stata una grande avventura nel linguaggio, nella grammatica del fumetto: ho potuto spaziare da un approccio più illustrativo di certi capitoli a quello più tipicamente fumettistico di altri. Insieme abbiamo lavorato sull’andamento generale dell’opera, inteso davvero in senso musicale, lavorando sul peso dei testi, sull’alternanza di capitoli più snelli ad altri più letterari passando anche per l’assenza totale dei balloon.

Di tutte le 26 lettere dell’alfabeto Simeon, qual è quella a cui ti senti più legato?
I di Immaginazione. Un compendio di lezioni di scrittura utili a chiunque lavori nel campo della creatività. Ma anche un capitolo in cui Simenon, attraverso Alberto, rivela un lato fondamentale e comune a molti di questa professione: l’insoddisfazione.  I di Insoddisfazione.

Sicuramente Simenon ha rappresentato molto nella tua vita, tanto da dedicare a lui una tua opera, ma quando è stato il tuo primo incontro con George Simenon?
Sono un lettore di giovane data. Due anni fa, fine estate, il gesto quasi ozioso di comprare un giallo prima di salire sul treno del ritorno. “La locanda degli annegati”, una indagine del commissario Maigret.

Come è avvenuta la preparazione a questo fumetto? Sicuramente hai attinto alla produzione di Simenon, ma quali opere hai consultato maggiormente sia di Simenon che di altri autori che ti hanno aiutato a focalizzare il suo personaggio?
Ho lavorato molto soprattutto su quello che Alberto mi passava attraverso le sue sceneggiature: la sua passione, l’amore, l’affetto e il tempo dedicato nel corso degli anni ad uno scrittore gigantesco. Poter lavorare su questo materiale è stato una attestazione di fiducia e amicizia a priori: mi dovevo confrontare con Simenon ma anche con quello che rappresentava per Alberto. È stato bello e importante.
Per la mia parte, ho guardato tantissime fotografie d’epoca, cartoline trovate su internet ma soprattutto un libro di nautica incredibile trovato per caso a casa di mia nonna: immagini di viaggi, ghiacciai, canali, fiumi e ciminiere fumanti.
Poi ho attinto dalla mia esperienza: Amburgo e il suo cielo grigio, la sua nebbia, il porto di Barletta, di quella volta che sono andato a Istanbul.

A livello grafico il fumetto è costruito su un pesante grigio/nero, che dona un’atmosfera cupa e talvolta soffocante, più che sul classico bianco e nero, come mai questa scelta?
Un bianco e nero netto racconta certe luci, certi momenti del giorno, una certa atmosfera. Qui sentivo la necessità di avere questi grigi per raccontare l’umidità che sale dai canali, i fumi della pipa e della stufa. Poi guardo molto i film in bianco e nero e in realtà sono in nero e grigio.

Dopo questa prima volta, con uno spettacolare risultato, preparerete altre avventure insieme?
Fra le parole di Alberto mi sento a mio agio, un giorno se vorrà provare a rimettere piede in questo mondo maledetto diviso per vignette io ci sarò. Però avevamo in programma un viaggio a Liegi e spero sia quella la prossima avventura.

Carle vs Freschi e Urbinati

Siamo finalmente di nuovo pronte per presentarvi una nuovissima doppia intervista, Una banda di cefali ed io siamo felicissime di farvi conoscere Brian Freschi, sceneggiatore e Ilaria Urbinati, disegnatrice de Il mare verticale, una meravigliosa e delicatissima storia che parla di ansie e del combattimento, talvolta estenuante, contro gli attacchi di panico. La protagonista è un’insegnante e forse anche per questo, io e la mia omonima ci siamo un po’ sentite chiamate in causa, e pronte a scoprire di più su questo fumetto.

Con enorme piacere, qui leggerete l’intervista ad Ilaria Urbinati, per leggere invece di Brian Freschi dovete nuotare verso il blog della mia collega!

  • Ciao Ilaria, grazie per esserti prestata a questa doppia intervista. È la prima volta che lavori insieme a Brian eppure il vostro lavoro è in perfetta armonia. Com’è nata questa collaborazione?

Ciao a tutti e grazie a voi per averci invitato! La collaborazione è nata da un’email di Brian: conoscevo il suo lavoro, ma non lo avevo mai incontrato. Quando mi ha proposto di fare un fumetto insieme, il suo soggetto de “Il mare verticale” mi ha subito conquistata. Volevo lavorare da tempo a un graphic novel per adulti che parlasse proprio di queste tematiche, ma fino a quel momento non avevo trovato la storia giusta.

  • Com’è stato lavorare insieme? Come avete organizzato il lavoro e come siete riusciti a confrontarvi?

Lavorare con Brian è stato uno splendido viaggio. Io non sono un’illustratrice che tende a “eseguire”: amo confrontarmi con l’autore per arricchire la storia insieme. Io e Brian ci siamo sempre confrontati su tutto, creando un mondo in profondità, senza lasciare nulla al caso. Come abbiamo fatto, abitando in due città diverse? Telefonandoci tantissimo!

  • La figura della maestra elementare è spesso sottovalutata nel nostro paese eppure di fondamentale importanza per il futuro delle nuove generazioni. È nata prima la storia o India? Come avete sviluppato questo bellissimo personaggio?

India e la storia sono indissolubili l’una dall’altra. Volevamo creare un personaggio sfaccettato, lavorando su certi cliché per scardinarli uno ad uno: India è dolce con i bambini, ma allo stesso tempo è una donna complessa e in conflitto. Ci sembra che la figura dell’insegnante porti con sé, a volte, degli stereotipi o dei pregiudizi – sia nella società sia nella letteratura – come tutto quello che riguarda il rapporto donne/bimbi. India vuole confrontarsi in modo deciso con la realtà che la circonda, non ha paura di mostrarsi fragile e di lottare per se stessa e il suo lavoro.

  • India combatte mostri, draghi e a livello grafico questo è segnalato da figure immense, vortici, ma… la cosa più sorprendente è che India va addirittura in bagno, cosa che non abbiamo mai visto nei fumetti: come mai tanta “normalità”?

Per raccontare la vita di India con la sua complessità abbiamo unito tutto: i mostri, il mare scurissimo, la spesa, e lo sciacquone. Abbiamo mischiamo la fantasia più sfrenata e la normalità più quotidiana, perché fanno entrambe parte di India, un po’ come fa parte di noi autori: la vita è spesso costellata di “cose da cosare” che si alternano nella nostra giornata così come i sentimenti, i peggiori turbamenti e le più sfrenate rêverie.

  • Quando India racconta, si perde in uno spaventoso scenario bluastro e diventa Hava: avete creato una storia nella storia, com’è nata l’avventura di Hava e come mai avete scelto di creare un alter ego?

L’avventura della guerriera Hava ci ha permesso di esprimere le difficoltà di India in maniera molto più efficace ed evocativa. Chiunque si sia trovato in una situazione simile sa quanto è difficile esprimere a parole quello che gli accade, ma vedere un’onda buia nerissima e verticale rende perfettamente il concetto. Questa è una delle infinite potenzialità dei fumetti.

  • Avete mai sofferto di DAP e se sì, ricordate ancora il primo attacco di panico?

Non ho mai sofferto precisamente di DAP, ma come moltissime persone ho avuto anch’io a che fare col mio personalissimo “mare verticale”. Ricordo bene sia le difficoltà sia la consapevolezza, che mi ha poi aiutato a superare i momenti difficili. È molto importante continuare a parlare di questi argomenti.

  • Se doveste immaginare una colonna sonora che accompagna gli stati d’animo di India, quale sarebbe?

I London Grammar e Florence & the Machine sarebbero sicuramente i principali gruppi. Brian aveva creato una playlist condivisa da ascoltare mentre lavoravamo al libro e la mia canzone preferita era “Tonight we fly” dei Divine Comedy, che è liberatoria e leggera.

  • Com’è stato recepito il mare verticale dai lettori?

Molto bene! Spesso riceviamo mail e messaggi da chi lo ha letto e amato, il libro è stato apprezzato anche da diversi psicologi e questo ci fa davvero piacere!

  • State programmando un nuovo lavoro insieme?

Per ora stiamo un po’ rifiatando e lavorando ai progetti che sono venuti dopo questo! Però non lo escludiamo e anzi ci mancano un po’ le nostre telefonate-fiume.

Noi ringraziamo moltissimo Ilaria e Brian per aver partecipato alla nostra nuova doppia intervista e vi diamo appuntamento tra qualche tempo, perché già abbiamo in cantiere le nuove domande per la prossima!

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