Cerca

tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Categoria

Interviste

A. A. Autoproduzioni: Storie Brute.

Salve amiche e amici, ben ritrovati nel nuovo appuntamento mensile con le autoproduzioni a fumetti. Dopo il Collettivo Canederli e KumiShire oggi è arrivato il momento di conoscere Storie Brute!

Storie Brute, la compagnia dell’indie è un collettivo formato da Marika Michelazzi, Gianluca Girelli e Nastasia Kirchmayr. Quando li abbiamo incontrati e ci siamo fatti raccontare la loro nascita, avevano appena 7 mesi, la loro prima apparizione pubblica era stata Cartoomics 2019 e noi li abbiamo incontrati all’Arf, attratti tantissimo dai loro titoli.

Chiantishire, Longobardae, Black sand rimandano a tempi passati ed epici e loro appassionati di storia, si propongono con le proprie pubblicazioni proprio di indagare la Storia. Le storie sono appunto brute, perché si parla di barbari:
Longobardae è infatti un’avventurosa storia, muta, dell’arrivo dei longobardi, ma racconta in appendice, la storia di questo meraviglioso popolo (una tesi, quasi due che parlano di longobardi e normanni immaginate la nostra gioia) e i suoi protagonisti, corredati da testi e biografie e dai disegni di 8 artisti “ospiti”.
Black Sand racconta invece il periodo delle razzie vichinghe in Islanda e ci troviamo ancora, davanti ad un bellissimo fumetto muto.
Chiantishire è invece la storia di Valtha, nobildonna etrusca che ha raggiunto l’immortalità grazie ad un patto divino e che racconta la storia di questa donna nei suoi soli, ventisette secoli di vita.

“L’autoproduzione rispecchia ciò che manca nel panorama del fumetto italiano – ci racconta Nastasia – ad esempio quali sono le scuole di fumetto storico in Italia? Non esistono.” (E su questo siamo d’accordo anche noi, infatti per questo eravamo rimasti così entusiasti dei fumetti visti al loro stand, mai visti prima.)
Sopperire a questa mancanza è però quanto mai difficile, ci raccontano infatti che sviluppare fumetti legati alla storia e ai suoi personaggi non attrae particolarmente gli editori: “È difficile trovare qualcuno che creda nel nostro progetto, per questo abbiamo pensato di lanciarci nel mondo delle autoproduzioni, in cui ci sentiamo liberi di osare, di scrivere e di disegnare.”

Il target dei lettori di Storie Brute, è quello di appassionati di storia e di fantasy. L’elemento storico è infatti preponderante nelle loro produzioni, ma non è di certo l’unico tema ed è comunque sviluppato in modo da intrattenere ed interessare, dando comunque nozioni corrette, facendo dell’ottima divulgazione storica.
Siamo molto felici di aver conosciuto Storie Brute, che si occupa del nostro stesso campo, che è effettivamente un campo che nel fumetto non è mai molto sviluppato anche se, le tematiche da affrontare sono varie, interessanti ed avvincenti.


Aspettiamo con ansia i prossimi volumi del collettivo, nel frattempo voi recuperateli tutti.
Sito di Storie Brute: https://storiebrute.wordpress.com/
Marika Michelazzi: https://www.facebook.com/Nightfallpro/
Gianluca Girelli: https://www.facebook.com/gipi.pagano
https://www.instagram.com/gipi_pagano/
Nastasia Kirchmayr: https://www.instagram.com/n.ki_art/
https://www.facebook.com/nastasia.kirchmayr
http://nkiart.altervista.org/

Intervista a Davide La Rosa – Il libretto rosso del Trio Occhialuto Antifascista.

Nel Libretto rosso del Trio Occhialuto Antifascista, fumetto edito dalla nuova etichetta indipendente Fumetti di Cane (e ordinabile qui) Saragat, Nenni e Pertini devono vedersela in ogni episodio con Mussolini, che in modi più o meno subdoli tenta di riportare in auge il fascismo. Si parla di fascismo e di antifascismo, con ironia ed intelligenza. Il fascismo sembra dilagare ed insinuarsi nelle nostre vite, ancora nel 2019 e l’antifascismo deve essere la componente essenziale di ogni persona.

Abbiamo letto questo fumetto e ci è sembrato davvero geniale e siamo molto molto contenti di aver potuto fare qualche domanda all’autore, Davide La Rosa. Non è stato proprio facile, dobbiamo ammettere, parlare di un argomento così importante, per questo ci siamo avvalsi dell’aiuto di un collaboratore esterno, che ne sa un pochino più di noi e che ringraziamo. Detto questo è ora di lasciarvi all’intervista e di farvi capire meglio, di cosa tratta Il libretto rosso, direttamente dalle parole dell’autore:

✦ Come ti è venuta l’idea di questo fumetto? È stato un lampo di genio; un’esigenza, legata ai particolari tempi che stiamo vivendo; o è un modo per mettere in guardia il pubblico?
Vari autori si stanno infatti confrontando con il fascismo, con la figura di Mussolini e con l’epoca del ventennio, penso ad esempio a M di Scurati, ma anche Quando c’era LVI di Fabbri e Antonucci o per il confronto nei tempi attuali, le “frecciatine” di Tom Morello dei Rage Against The Machine, che si fa portavoce popolare contro Trump e la sua faccia arancione.

Per prima cosa ciao a tutti e grazie di ospitarmi qui da voi. 
Dunque. I miei fumetti sul “Trio Occhialuto Antifascista” nascono una decina di anni fa sul mio blog (Mulholland Dave).
Nacque per caso, non c’era un vero perché, in alternanza ai miei fumetti anticlericali. L’Antifascismo è sempre stato un tema a me caro. Santo cielo, dovrebbe essere caro a TUTTI, invece no, tocca specificare una cosa ovvia perché ora i fasci sono tornati. Correggo: la realtà è che non se ne sono mai andati. Il fascismo è una bestia orrenda che se ne sta nascosta e alla prima occasione, zac, salta fuori e si mangia tutto quello che non rientra nei suoi canoni disumani. Il fascismo discrimina, picchia, opprime e uccide.
Dice “Il fascismo lo fermi con la cultura”. Falso. Con la cultura puoi evitare che esca da dove si è rintanato ma, una volta fuori, la cultura non serve più a niente: loro i libri li bruciano e se provi a ragionarci prima ti danno del “Professorone” e poi ti riempiono di mazzate.
Il fatto che vari autori si stiano confrontando con questo argomento da una parte è un bene perché è sempre meglio ribadire certi concetti ma, dall’altra parte, è il segno che la situazione è preoccupante.

✦ Giuseppe Saragat, Sandro Pertini e Pietro Nenni compongono il trio occhialuto antifascista, come mai tra tutti gli antifascisti, hai scelto proprio loro come protagonisti?

Pertini è presto detto: è stato un grande antifascista e un grande Presidente della Repubblica (lottava contro il fascismo anche da anziano e dal Quirinale).
Saragat mi è sempre stato simpatico e poi nessuno (o quasi) lo ricorda mai (a parte per la battuta di Diego Abatantuono “Vade retro Saragat”… casualmente è anche la battuta migliore del noto comico milanese).
Nenni, boh, non lo so… credo per il fatto che è pelato. 
Comunque dobbiamo molto a tutti e tre (e non solo a loro, sia chiaro).

✦ Quello che emerge dal fumetto è che il fascismo può tornare, o meglio è tornato, sotto tantissime forme differenti: tra tutti i modi che utilizza il trio, qual è quello che possiamo utilizzare tutti, sempre, per combatterlo?

Il fascismo si combatte in tante maniere. Tre cose:

1) Applicare le leggi italiane contro l’apologia di fascismo.

2) Smetterla di dire “Sono antifascista MA anche loro hanno diritto di opinione”.
Punto primo, se dici “Sono antifascista MA”, non sei antifascista.
Secondo, non puoi collocare il fascismo nelle sfera delle “Opinioni” perché è un crimine. È come collocare la Mafia tra le opinioni. Pure con la Mafia, se inizi a dire che è un “Pensiero”, poi troverai gente che difende il loro “Diritto di espressione”.
Ma poi, a margine, a queste persone che vogliono dare libertà di parola ai fascisti, esattamente, cosa gli sta bene del fascismo? 

3) Iniziare a capire che l’antifascismo NON è una “Cosa di sinistra”. Oggigiorno pare che, a essere antifascisti, siamo solo noi di sinistra. L’antifascismo deve essere la base di TUTTI i partiti italiani, da destra a sinistra.  Questo è uno dei motivi per i quali, in questo periodo storico, è più importante che sia uno di destra a dirsi “Antifascista”.

✦ In un tempo in cui pare si faccia fatica a chiamare le cose con il loro nome, nel fumetto ci sono nomi e cognomi di chi da giornalista si trasforma in un semidio blastatore o da politico si evolve in Goku, sono state scelte coraggiose: c’è stato un momento in cui mentre scrivevi, pensavi a delle eventuali ripercussioni o che il gioco non valesse la candela?

Per i politici non è un problema: rientra nel diritto di satira. Poi non ho scritto nulla di così eccessivo, credo… chi non vorrebbe essere Goku? Renzi dovrebbe ringraziarmi (rido, con amarezza). 

Sul giornalista di cui parli, invece, la cosa è diversa, me ne rendo conto. Non volevo buttare il sasso e nascondere la mano. La storia a cui fai riferimento è “Maratona Mentana”, è l’episodio più lungo del libro e sono stato tanto preciso nel riportare le esatte parole dette da Mentana nella sede di Casapound (mi sono visto i video per non scrivere imprecisioni). Ciò che ha fatto Mentana è grave perché ha dato una vetrina a un “Partito” (si notino le virgolette) che fa del fascismo il suo punto di riferimento. Mentana lo ha legittimato. Questo non vuol dire che Mentana sia fascista (nella storia credo sia chiara questa cosa) ma ha, di fatto, aiutato un partito molto vicino al fascismo (non era sua intenzione? Me lo auguro, lo do per scontato e ne prendo atto ma, di fatto, lo ha aiutato). 

✦ Sei riuscito a trattare un argomento impossibile come il fascismo, portando il lettore alla risata, in alcuni casi amara. È stato difficile o scorrevole fare satira sulla figura di Mussolini e sul fascismo?

Mi viene automatico (ora pare che me la tiri ma non è così). Ho sempre fatto così e ho continuato con il mood che c’era nelle storie di dieci anni fa. Poi è successa una cosa che non mi aspettavo. Una cosa brutta. Mentre ero a tre quarti del libro mi sono accorto di un rischio: avevo paura di quello che io chiamo “Effetto Wile E. Coyote”.
“Cos’è?”, ti chiederai. Semplice: quando guardiamo Wile E. Coyote & Road Runner c’è chi alla fine (tipo il sottoscritto) inizia a fare il tifo per il Coyote. Lui è cattivo, sì, ma è pasticcione, buffo (un po’ come il Mussolini nelle mie storie) e ci dispiace per lui. Iniziamo a empatizzare con il cattivo.
Ecco, non volevo che alla fine la gente empatizzasse con un mostro disumano come Mussolini.

I fascisti puntano anche a questo, sono campioni mondiali di vittimismo, frignano e cercano di passare romantici incompresi… per poi distruggerci appena tornano al potere. 

Ecco a tre quarti del libro mi sono accorto di questa cosa e per un attimo volevo non portarlo a termine. Poi però ho capito come risolvere questa trappola nella quale stavo cadendo.

✦ La satira del Libretto Rosso, coinvolge moltissimi campi del nostro quotidiano: le serie, i videogiochi, l’amore, i supereroi, ma anche i fumetti con una critica alla critica stessa. È proprio vero che alle volte: “Chi fa le recensioni, giura di vedere cose inesistenti, per non passare da stupido?”

Fai riferimento a “Autunno Mastrolindo”. Storia complessa, sì.
È una storia che fa critica alla critica? No.
C’è una parte in cui faccio una critica alla critica? Nì. 
È una critica a un certo tipo di critica.
Non sono stupidi i critici, ci mancherebbe. La critica è una parte INDISPENSABILE di chi racconta storie (non solo a fumetti). Per chi fa il mio lavoro è vitale che, degli esperti, facciano notare agli autori cosa hanno sbagliato e cosa hanno fatto bene (io spesso ho notato errori in alcune mie storie grazie alle recensioni). ALCUNE (ho scritto “Alcune”) recensioni, delle volte, vedono cose che dentro la storia non ci sono. Non parlo del sottotesto (scovare i sottotesti può risultare interessante e stimolante) bensì mi riferisco a vere e proprie cose che l’autore dichiara ma che dentro non si trovano. Non so se mi sono spiegato bene.
Ti faccio un esempio: uno compra una scatola con sopra disegnato un trattore giocattolo, la apre e trova un’anatra.
Non puoi dire: “Che bel trattore che ho trovato” solo perché c’è il disegno sulla scatola di un trattore… devi dire: “Mi hanno promesso un trattore ma dentro c’è un’anatra”. 

Poi in realtà nella storia volevo parlare di due cose:

1) Di come sia facile scrivere a tavolino una storia intimista banale.

2) Di come Mussolini voglia far tornare il fascismo toccando, nel più banale dei modi, alcune corde che abbiamo tutti, cercando di diventare amato e intoccabile dal pubblico. Scrissi questa storia qualche mese fa, quando imbrattarono la statua di Montanelli. Scrissi un post dove dicevo che lo scandalo era che ci fosse una statua di Montanelli che, per sua stessa ammissione, aveva fatto cose orrende in Africa. Alcuni commentarono che ero ingiusto verso un uomo che era stato un grande giornalista e che, le cose di cui si era macchiato, erano sì spregevoli ma che tanto “All’epoca era prassi comune”. Trovai quella discussione preoccupante: uno scrive bene (o scrive cose che ci piacciono) e i suoi gesti ignobili passano in secondo piano.

✦ Secondo te le persone, sono pronte ad accogliere i suggerimenti del trio occhialuto, ad essere messe in guardia dalle trappole tese dal nuovo fascismo?

Me lo auguro ma vedo troppa gente dire “Ma dov’è il fascismo? Lo vedete solo voi SINISTRI”… forse è gente che se non vede gente vestita di nero non vede il fascismo. Il fascismo può mettersi vestiti di altri colori (tipo il verde, per dirne uno). 

Ho letto anche gente dire: “Gli antifascisti sperano nel fascismo così hanno una battaglia da combattere”. Io, senza il fascismo sto una favola e posso continuare tranquillamente a fare i miei libri contro la Chiesa. 
Ti chiederai: “Ma questo fa solo libri contro qualcosa?”. Sai cosa? Quando si scrive si va sempre contro qualcosa (a meno che non si stia scrivendo il manuale di istruzioni dei mobili IKEA).

Un ringraziamento a Davide, per aver risposto alle nostre domande e a voi per averle lette.

Grazie a te e un saluto a tutti i tuoi lettori.

A. A. Autoproduzioni: KumiShire.

Nel mese scorso, vi abbiamo rivelato il nostro nuovo intento e dopo il Collettivo Canederli siamo felici di farvi conoscere Kumishire. Anche lei incontrata nella sezione della SelfArf al’Arfestival.

KumiShire è una fumettista super appassionata di manga. Quando tutti andavano matti per le W.I.T.C.H, lei leggeva chili di manga. Ha iniziato pian piano a disegnare ed è riuscita a raggiungere il pubblico con una 24h comics dove disegnava quello che poi sarebbe stato il primo volume cartaceo, ottenuto grazie ad un crowfounding: Kitsune To Neko. È partito tutto come una scommessa e si è rivelata un’ottima scommessa.

KumiShire ha iniziato a disegnare praticamente da subito, fino ai 19 anni per conto suo prendendo spunto da varie tipologie di mangakapoi ha frequentato la Scuola di Comics di Firenze e 3 anni dopo ha sviluppato questo progetto.

“Ho iniziato a sperimentare, studiando i dipinti giapponesi e così ho cambiato anche il mio modo di disegnare, usando pennello e colori.”

Noi abbiamo letto proprio La Volpe e il Gatto ovvero Kitsune to Neko, un bellissimo fumetto ispirato come sempre al Giappone di cui Kumi è appassionatissima, è un volume unico perché, come dice l’autrice dà un po’ più di sicurezza al pubblico che non sa mai come e dove andranno a parare le autoproduzioni. Il fumetto è stato prima il test della 24h comics e ora si trova anche in cartaceo, racconta la storia di due donne o meglio di una donna e di un demone, in un mondo in cui demoni ed umani erano in continua lotta e c’era una misteriosa gatta da pelare.
Nello stesso universo è ambientato anche Yuki no Hitodama, fumetto scritto dalla sceneggiatrice MasaKoi, formando il team Ku•Koi – 久•恋 .
Il fumetto potete trovarlo qui e parla di Akari e della ricerca dei suoi fratelli. In questa ricerca conoscerà anche Kyōka, grandissimo musicista, la cui musica nasconde un enorme potere che potrebbe forse portare la pace nei mondi.

Il pubblico di Kumishire è soprattutto formato da donne e da adolescenti, ma è molto seguita anche dagli appassionati di manga e di Giappone.

È solo il primo anno che è all’Arf e ci ha parlato di come ha notato che oltre ad esserci una buona affluenza, c’è sempre gente veramente interessata, non solo addetti ai lavori ma anche appassionati che si fermano a parlare, vogliono informazioni e vogliono anche accarezzare il cane meraviglioso che sta buono sotto il tavolo!

Tra i prossimi lavori che potete trovare a Lucca Comics 2019 c’è:
Shunga, una raccolta di illustrazioni erotiche in cui compaiono anche Shinju e Hitomi (le due protagoniste di Kitsune To Neko), in un volume brossurato! 
Onryou, volume unico in cui fa la sua prima comparsa Izanami, la Dea della Vita e della Morte.
Su indiegogo potete aiutare l’autrice a completare l’obbiettivo e riuscire a stampare entrambi i volumi e ovviamente aiutarla a sostenere le spese del Lucca Comics!

Qui potete invece trovare le illustrazioni e i WIP dei fumetti di KumiShire e potete anche aiutare e sostenere questa giovane artista con il vostro contributo, diventando un Patreon.

Dopo che avete letto tutto e partecipato a tutte le cose fighissime che fa KumiShire, noi vi diamo appuntamento al prossimo mese con una nuova autoproduzione!

A. A. Autoproduzioni: Collettivo Canederli.

Salve amiche e amici, sì sì, lo sappiamo stiamo diventando altalenanti come non lo siamo mai stati, vi dobbiamo parlare di cose successe mesi fa, ma ancora non prendiamo la strada. Però abbiamo passato 10 giorni di isolamento – esperimento sociale in cui abbiamo lavorato per voi. Quindi niente chiacchiere e iniziamo.

Mesi or sono, siamo andati come ogni anno che si rispetti all’ARFestival (Festival romano del fumetto) e abbiamo passato un bel po’ di tempo nella SELF ARF, l’area dedicata alle autoproduzioni. Qui abbiamo fatto la conoscenza di tantissimi artisti che hanno dato vita a riviste, volumi, cose geniali e di certo non ce le possiamo tenere per noi. In quell’occasione abbiamo fatto qualche domanda a membri di vari collettivi così da poter farvi conoscere meglio cosa si nasconde nel vasto mondo delle autoproduzioni a fumetti italiane.

Iniziamo dal Collettivo Canederli, i primi con cui abbiamo avuto il piacere di parlare. Siamo stati particolarmente colpiti da un esile volumetto che aveva in copertina un coniglio su un pianeta: è Inaba di Asia Marianelli, la giovanissima illustratrice che abbiamo intervistato e che ci ha raccontato tutta la storia del gruppo di cui fa parte. Il suo libretto illustrato narra dello sfortunato Okoninushi e del Coniglio di Inaba, un mito tradizionale giapponese che Asia ha reinterpretato ed illustrato con delicatissimi disegni di una bellezza strabiliante. Innamorati e sorpresi dal tratto di Asia ci siamo lanciati con un po’ di questioni per capire chi fossero i Canederli.

Grazie ad Asia capiamo che il Collettivo è nato da un gruppo di studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Ora sono 7 di età variabile tra i 22 e i 26 anni. Il Collettivo ha suggellato un unione di persone e percorsi creativi diversi, ma che riescono a coesistere nello stesso ecosistema.

“Facciamo in modo che ognuno abbia lo spazio per descrivere la propria voce. È ovviamente una questione artistica, ma c’è da dire che stili diversi possono intercettar diverse tipologie di lettori ed anche questa è una cosa da tenere presente.”

Questi 7 giovani autori hanno già le idee chiare, se è vero che lo stile deve essere mantenuto quanto più originale e distinto possibile perché è funzionale a mantenere invariate le caratteristiche di ogni autore, è importante anche tenere un leitmotiv che sappia collegare le diverse mani. È anche per questo che è nato il primo antologico: Un anno che celebra il primo anno del collettivo, ed è stato anche il loro volume più venduto all’ARF. In questa rivista tutti gli autori con le loro personalità sono legati fra loro non solo dall’intento celebrativo, ma anche da una palette di colori stringente che guidasse il lettore, mantenendo un filo conduttore attraverso gli stili eterogenei.

Un anno è un documento che ci rappresenta tutti. Non solo perché attraverso di esso abbiamo festeggiato il primo anno del collettivo, ma anche perché contiene tutte le nostre espressioni e ci ha anche messo alla prova: per realizzarlo abbiamo dovuto fare un lavoro di coordinamento non solo tra di noi, ma anche tra i nostri impegni accademici: lauree, esami.”

Nonostante questo collettivo sia giovane, non solo per l’età media, ma anche per l’anno e mezzo di attività, vanta già molte fiere, oltre all’ARF di cui l’edizione 2019 rappresenta per il collettivo il secondo anno, hanno partecipato anche alla fiera di Bolzano, Lucca Comics, Fiera di Fano, Fruit Festivak di Bologna, Nerd Show.
Tra tutte le fiere si ritengono particolarmente soddisfatti dell’organizzazione dell’area Self di Lucca e dell’Arf. In particolare dell’Arf sono contenti della nuova postazione, ora all’interno dell’Ex Mattatoio che permette un collegamento più diretto con gli altri poli della fiera, ma che si mantiene comunque distinto, rispettando la diversità dell’ambito delle autoproduzioni. La nuova posizione inoltre permette di conoscere anche altri artisti, visto che la Galleria delle vasche, in cui si trova la SELF ARF ospita anche le mostre e l’ARFIST ALLEY, la zona adibita agli autori singoli.


Abbiamo lasciato Asia con l’ultima domanda, insomma l’autoproduzione serve ad esprimere tutta la propria arte quasi senza vincoli, ognuno è coordinatore ed editore di sé stesso, ma appunto: l’editoria come viene percepita?

“L’editoria è una vetta molto lontana. È praticamente impossibile iniziare a pubblicare subito le proprie storie con gli editori, abbiamo preferito l’autoproduzione per iniziare a pubblicare e portare in giro noi stessi i nostri prodotti. C’è un piccolo investimento iniziale, per le stampe e le fiere stesse, ma siamo soddisfatti.”

Ora visto che avete fatto la conoscenza con il Collettivo Canederli, non vi resta che andare a dare un’occhiata sui loro social per vedere anche quanto sono bravi. Vi lasciamo tutto qui sotto!

@artofadit
@ilosnellanebbia
@miriaorama
@ablueicecream
@eleosime
@usernamedelmanga
@f_y_asia
@collettivocanederli



Collettivo Canederli

Tararabundidee meets Melvina

Ciao a tutti amiche e amici, ritorniamo su questi schermi per parlarvi del bellissimo fumetto di Rachele Aragno: Melvina. Fumetto che parla di coraggio, quello di Melvina nell’affrontare il super cattivo della storia, di grandi speranze e delle responsabilità e delle difficoltà di diventare grandi. Grazie anche alle sedici pagine in più di contenuti extra inserite in occasione del decennale di BAO Publishing (contrassegnato da un logo dorato in copertina e sul dorso, presenti solo per la prima tiratura) si hanno tantissime notizie, ma noi siamo ancora molto curiosi, quindi… Diamo il via alle domande!

Ciao Rachele e benvenuta su Tararabundidee. Leggendo del curioso e intraprendente personaggio di Melvina ci sono subito venute in mente alcune domande su come è nato il personaggio e cosa rappresenta per te. Innanzitutto abbiamo capito che Melvina è il tuo alter ego che ti ha aiutata ad avere speranza in un momento particolarmente delicato e doloroso. Com’è stato mettere queste emozioni su carta insieme a Melvina, per questo libro?

Intanto grazie mille per avermi invitata qui, sono felicissima di poter rispondere alle tue domande…

Quindi non mi perdo in chiacchiere e ti dico subito che non è stato per niente facile! Le prime pagine si sono quasi scritte da sole, avevo già in testa l’intera storia in maniera chiara e avevo la sicurezza di saper dominare le emozioni. Quando però ho cominciato ad addentrami nel cuore del libro, sono affiorate tantissime sensazioni diverse che non mi hanno abbandonato fino al momento in cui ho affrontato il finale. Ricordo che le ultime pagine le ho disegnate con un senso di sollievo, ma anche di malinconia… lasciar andare i personaggi è stato terapeutico e triste allo stesso tempo.

Melvina è un personaggio assolutamente positivo: caparbia, spigliata, ma che riesce comunque a fare sempre la cosa giusta. Nella tua fantasia è nata per tirarti su in varie situazioni: come si fa a trovare la propria Melvina e quando tu hai trovato la forza di tirarla fuori?

Per natura sono una persona che odia autocommiserarsi e quindi cerco sempre di trovare soluzioni che mi aiutino ad affrontare un problema in maniera positiva e propositiva. Ovviamente quando un problema esiste ed è tangibile. In questo caso dovevo combattere con qualcosa che non vedevo ma che sentivo forte dentro di me, quindi ho creato una “eroina” che combattesse, come succede nelle favole, il mio “drago” personale. Siamo tutti capaci di salvare noi stessi e di trovare qualcosa che ci aiuti a stare meglio, basta solo provare.

Melvina ha un bel caratterino e lo si può notare dal tuo fumetto, quindi ci chiedevamo: com’è convivere con lei?

Divertente, ma anche complicato! Ad amici e parenti, scherzando, dico sempre che è stata lei a voler essere creata da me e che ha deciso lei stessa di essere una tipa tosta con molti problemi da affrontare. Mi somiglia sopratutto quando inizia a farsi paranoie inutili e domande a cui non è facile rispondere. Allo stesso tempo però siamo diverse, lei riesce ad avere una spensieratezza e una leggerezza nell’affrontare la quotidianità che io non ho. Spero di imparare da lei a essere meno complicata.

Melvina ha anche un look particolarissimo, com’è stata la sua evoluzione grafica (se c’è stata), e cambierà anch’essa nel tempo?

Non è cambiata moltissimo nel tempo, ci tenevo a conservare la prima idea che avevo avuto. Ho corretto solo l’età – era molto più piccola quando l’ho creata – e l’abbigliamento. Ma i suoi capelli rossi sono un must e rimarranno per sempre così, secondo me le danno un’aria sbarazzina irresistibile!

Sempre rimanendo nell’ambito della grafica, quale tecnica hai usato per disegnare Melvina? E con quali tecniche ti trovi più a tuo agio?

Pennino, inchiostro nero e acquerelli! È stato veramente bellissimo potermi cimentare in un romanzo grafico con le tecniche che amo di più, sicuramente non sono i mezzi più veloci che esistano, ma amo sporcarmi le mani e sentire l’odore della carta bagnata dalla china. Ho imparato l’acquerello da sola, studiando moltissimo e buttando un sacco di fogli pieni di errori ma ultimamente ho sviluppato un grande amore per il digitale: è un mondo inesplorato per me al momento, ma voglio assolutamente rimediare.

Abbiamo notato, leggendo il tuo fumetto, qualche richiamo ad altre opere: l’albero che si agita ci ha fatto pensare al Platano Picchiatore di Harry Potter, così come i pensieri che vengono evocati ci hanno subito portato alla memoria il Pensatoio di Silente. Ma anche il tavolo addobbato per il tè e i vari rimpicciolimenti e ingrandimenti ci hanno fatto pensare ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Ci sono state delle letture che ti sono rimaste particolarmente impresse e che ti hanno aiutata a creare Melvina e l’Aldiqua, dandoti spunti ed idee?

Tutto il mio background mi ha aiutato a scrivere questo libro. Fin da piccola ho sempre letto di tutto: da Roald Dahl a Edgar Allan Poe, da Frank Baum a Lewis Carroll, dai fumetti di Will Eisner a quelli di Moebius. E poi ovviamente anche Tolkien, Barker, Moore, Lovecraft… Non faccio mai una divisione tra fumetti o prosa, prendo quello che amo e l’ispirazione viene da sé. Quando si leggono cose belle, la creatività se ne nutre.

Melvina è un fumetto trasversale, tutti i lettori se ne possono innamorare, dai più piccoli ai più grandi, ma quando hai creato il personaggio e in particolare questa storia avevi in mente un tuo lettore tipo? Quale sarebbe il lettore ideale di Melvina?

Penso che Melvina possa essere letto davvero da tutti, dai bambini agli adulti senza distinzione. Per questo non ho mai pensato a un lettore tipo, ognuno lo può percepire in maniera diversa a seconda dell’età e trovare qualcosa che lo faccia sognare per qualche ora. 

Melvina si evolve con gli anni, come tutti noi: deve affrontare pensieri, problemi, preoccupazioni ma anche sogni e desideri sempre più grandi. Visto che l’ha già sconfitto nell’adolescenza, nessun cattivo potrà portarle via ciò che vorrebbe di più. Allo stato attuale, qual è il desiderio più grande di Melvina e qual è il sogno che si è avverato finora? E quelli di Rachele?

Melvina in questo momento ha voglia di capirsi meglio, di riuscire ad affrontare il futuro senza ansie e senza porsi troppe domande. Sta crescendo e quindi ha bisogno di sentirsi amata e compresa. Io credo di volere le stesse cose, anche se sono già cresciuta, ad eccezione di una: vorrei poter ancora raccontare mille altre storie e poter avere sempre qualcuno disposto a darmi fiducia e leggerle con amore.

Grazie! 

Traduzione: Intervista a Marta Rota Núñez

Come sapete marzo in casa #BBB è passato con gli amici di Edicola Edizioni. Abbiamo letto Kramp di Maria José Ferrada, un bellissimo romanzo che parla del rapporto di un padre con la figlia, di come questo possa essere intenso e totalizzante e di come può deteriorarsi.

Per conoscere qualcosa in più su Kramp vi rimandiamo alla recensione di Silvia de Il piacere della lettura, mentre noi vi lasciamo all’intervista che abbiamo fatto a Marta Rota Núñez, traduttrice del romanzo. È un’intervista davvero bellissima, perché Marta ci spiega con entusiasmo e passione il “viaggio” nel mondo della traduzione editoriale e quello nel mondo di Kramp!

Come si diventa traduttori/traduttrici? Qual è il percorso di studio e lavorativo che hai fatto per arrivare dove sei ora?

Il mondo della traduzione è estremamente vasto e comprende molti settori. Ho l’impressione che spesso, però, intorno a quello editoriale si crei un’aura d’impossibilità e mitizzazione, come se per diventare traduttori editoriali ci volessero una ricetta magica o una fortuna sfacciata. È un’idea che non mi piace, quindi direi che, come per ogni professione specializzata, traduttori si diventa prima di tutto studiando, formandosi in modo continuo e adeguato, e poi scegliendo con cura delle esperienze, lavorative e non, che aiutino a specializzarsi nel proprio ambito d’interesse e a costruirsi un percorso professionale. I miei studi sono stati molto mirati – ho frequentato la laurea triennale in Mediazione Linguistica e Interculturale e poi la magistrale in Traduzione Specializzata, entrambe all’Università di Bologna. Per perfezionarmi, ho proseguito con una specializzazione post-laurea in Traduzione Editoriale presso l’agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ho scelto di svolgere due stage all’interno della redazione di due case editrici, in modo da conoscere più da vicino questo mondo. Poi viene la frequentazione di fiere ed eventi del settore, le tante letture, il tempo speso a partecipare a concorsi, studiare le case editrici o elaborare proposte di traduzione. Bisogna avere determinazione, pazienza, passione e grande intraprendenza.

Com’è nato invece il sodalizio con Edicola Ediciones?

È stato un incontro fortunato. Avevo conosciuto Paolo nell’aprile del 2017, durante la Children’s Book Fair di Bologna. Era il responsabile della delegazione cilena e aveva organizzato la presentazione di Il segreto delle cose, il primo libro di María José Ferrada che ho tradotto come tesi di laurea ed è poi uscito per Topipittori. Quando María José ha scritto Kramp, entrambi l’abbiamo letto e ce ne siamo innamorati. Paolo e Alice volevano pubblicarlo in Italia, io volevo tradurlo ed ero alla ricerca di un editore. Ci siamo incontrati nel mezzo, direi. Ed è andata così bene che l’anno dopo ho deciso di provare a far incontrare altri due desideri, quello di conoscere il Cile e quello di fare un’esperienza all’interno di una casa editrice. Così ho mandato una mail a Edicola con oggetto: “Proposta (spero non troppo) indecente”. Un mese dopo ho fatto le valigie e li ho raggiunti a Santiago.

Sappiamo che hai avuto modo di vivere la casa editrice in Cile, com’è stata questa esperienza? Hai potuto conoscere l’autrice (María José Ferrada) di Kramp, libro che hai tradotto per Edicola?

L’esperienza in Cile con Edicola è stata un concentrato di meraviglia, scoperta e apprendimento su tutti i fronti. Sperimentare il lavoro di una casa editrice dall’interno è utilissimo per un traduttore: si impara che cosa significa stare “dall’altro lato”, qual è il modo di lavorare dell’editore, quali sono le sue esigenze, i suoi tempi, come funziona una revisione, ecc. Farlo in Cile, poi, è stata la ciliegina sulla torta: ho potuto esplorare un panorama editoriale del tutto nuovo, vivere sulla mia pelle un’altra cultura, prendere confidenza con una diversa varietà dello spagnolo… Difficilmente avrei potuto fare un’esperienza più completa. Per quanto riguarda María José, ci eravamo già conosciute a Bologna qualche anno fa, ma a Santiago ci siamo viste spesso, abbiamo lavorato fianco a fianco alla traduzione di un suo nuovo libro autobiografico e fatto un viaggio insieme nella regione dell’Araucania, in cui è ambientato Kramp. Un momento davvero unico e prezioso.

Com’è il rapporto tra traduttore ed autore, se ce n’è uno? O tutto il lavoro è filtrato dalla casa editrice?

Come per ogni rapporto umano, dipende dalle singole persone. Ci sono casi in cui è del tutto inesistente, perché non ce n’è bisogno e nessuno dei due lo cerca; o, nei casi più sfortunati, perché l’autore non è disposto a collaborare. A me finora non è mai successo. Direi che quando è necessario per esigenze lavorative, la prassi è che ci sia uno scambio di mail diretto tra traduttore e autore, in cui talvolta s’introduce anche l’editore e/o revisore. Se tutti collaborano, il confronto può essere molto costruttivo. E poi ci sono i casi più fortunati, in cui il piacere di conoscersi al di là della sfera lavorativa è reciproco e può nascere una bella amicizia.

Soffermandoci su Kramp, di cui hai appunto curato la traduzione, è un romanzo molto breve, ma veramente intenso che ha un linguaggio particolarmente evocativo e musicale. Quanto a livello tempistico ci è voluto per concludere la traduzione di questo romanzo e come hai reso questo aspetto musicale della lingua?

È vero, la forza di Kramp sta proprio nella musicalità della lingua e nella potenza delle immagini. In romanzi di questo tipo, il tempo è un fattore chiave, perché richiedono un lungo lavoro di limatura. Io ho avuto la fortuna di avere a disposizione circa tre/quattro mesi, perché il piano editoriale di Edicola lo permetteva. Quindi ho potuto fare quello che, idealmente, bisognerebbe fare sempre: lasciar “riposare” la traduzione, abbandonarla fino quasi a dimenticarla, e rivederla in un secondo momento. L’ho riletta moltissime volte, spesso anche ad alta voce, fino a trovare l’atmosfera e il ritmo giusto. Ricordo che ho persino mandato una registrazione del primo capitolo a María José, per farle sentire come “suonava” il suo Kramp italiano… La ricerca di quella musicalità è stata centrale.

Ci sono state parti del romanzo particolarmente ostiche da rendere in italiano? O al contrario parti che venivano naturali anche nella nostra lingua?

Parti vere e proprie no, non che io ricordi. Direi che ci sono state due difficoltà principali. La prima, nel lavoro di analisi precedente alla traduzione. Nei testi di María José ci sono immagini, strutture, parole che ricorrono; chi conosce la sua intera opera ne può percepire il peso, l’importanza. Perché tutto ciò non si perda nella traduzione, è necessario essere molto meticolosi: notare – e annotare – i continui riferimenti intratestuali, e mantenerli anche nella lingua di arrivo. La seconda difficoltà riguardava l’ultima fase, ovvero il lavoro sul testo di arrivo. La ricerca della poesia nell’essenzialità. In questo caso, l’affinità tra italiano e spagnolo mi è stata d’aiuto, perché anche la nostra bella lingua, proprio come lo spagnolo, permette di ottenere una musicalità di questo tipo.

Ci sono delle attività che compi sempre durante il tuo lavoro? Creare un’atmosfera particolare, guardare determinati film o ascoltare della musica in relazione a quello che traduci? Hai fatto qualcosa di particolare per calarti meglio nel mondo descritto in Kramp?

Una cosa che cerco di fare sempre è conoscere il più possibile l’autore, sia attraverso la sua opera che la sua autobiografia. È incredibile quante cose “tornino” di colpo, quando si capisce da dove vengono. Per il resto, dipende molto dai libri: alcuni necessitano di ricerche specifiche su un argomento, o di calarsi in un contesto storico o in un gergo particolare, altri invece no. Prima di tradurre Kramp, ho letto molti altri libri di María José. Sono quasi tutti libri di poesia per bambini, tutt’altro genere rispetto a Kramp, eppure sono stati fondamentali per appropriarsi del suo ritmo, entrare in quell’immaginario, comprendere il modo in cui M, la piccola protagonista del romanzo, vede il mondo. E poi ho guardato il film che viene citato in apertura: Paper Moon, di Peter Bogdanovich. Un film ambientato in Kansas negli anni Trenta, per calarmi in un romanzo che parla del Cile degli anni Settanta… Può sembrare un paradosso, ma ci sono storie che non hanno tempo né geografia, e credo che Kramp sia proprio una di queste.

Come non è ancora finito marzo, non abbiamo ancora finito del tutto di parlarvi di questa casa editrice. Su Book Bloggers Blabbering vi terremo ancora compagnia parlando di Edicola!

Noi ringraziamo tantissimo gli editori di Edicola, Alice e Paolo e Marta che ci ha aiutato a capire meglio come funziona questo oscuro mondo della traduzione e ci ha fatto immergere ancora di più nel magico romanzo Kramp!

Blog su WordPress.com.

Su ↑