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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Autore

Carla

26. Ho mal di testa e di universo. Medievista disoccupata. Generalmente parlo di libri e fumetti, dopo averli letti.

Letture Arcane, Luglio.

Abbiamo fatto riposare il corpo, abbiamo azionato la mente e abbiamo concretizzato alcuni dei nostri desideri o almeno, siamo sulla buona strada per farlo. Quel momento di stasi che avevamo iniziato nel 2021 è terminato, le carte che ci hanno accompagnato in questi ultimi mesi hanno parlato di azione fisica e mentale, dopo un enorme e costretto break.
Cosa ci riserva luglio?

La Forza

La Forza è una donna sicura di sé, cosciente delle sue capacità e del suo potere. È ancorata alla terra, salda e ferma con i piedi a terra, tutto in lei si concentra nel rapporto con l’animale, di cui apre le fauci, temeraria, senza la minima paura. La Forza apre la strada all’energia inconscia, è l’accordo tra corpo e mente. Dopo aver pensato a cosa fare di concreto nel mese scorso, dopo aver preso le redini di noi stessз ed aver gettato le basi per il nostro governo; è ora anche per il corpo di seguire la mente. La Forza indica un completo accordo tra le parti dell’individuo, è simbolo di creatività, illuminazione, di una scintilla. L’anima è in fiamme, emerge, rinasce e si veste di nuova pelle: quella del leone. La dama non ha allora più paura di esporsi, di esplicare i suoi sogni. La Forza simboleggia l’eroismo, la donna della carta è come una nuova Ercole, che lotta contro il Leone di Nemea e trae beneficio dalla sua pelle. Si fida ciecamente di sé stessa, anche nei momenti di crisi. Sa che l’unica fonte della sua felicità è la sua forza.

Qual è la mia forza? A cosa faccio ricorso nella sessualità?

È il momento di nuovi incontri, la fiducia in noi stessз, la forza, la creatività, la sicurezza, ci rende splendidз ai nostri occhi e anche a quelli deз altrз. È il momento di agire anche dal punto di vista sessuale, è il momento di spogliarsi e rivelare la propria natura: la Forza è anche simbolo dell’orgasmo. In Psychological Tarots di Michela Principe con le illustrazioni di Evelyn, il potere orgasmico della Forza è così descritto:

Questo cammino di liberazione che attraversa anche le inibizioni e le paure sessuali, termina con un orgasmo, un orgasmo emozionale, dell’anima, anche a prescindere dal sesso stesso, poiché l’energia quando fluisce senza
resistenza è già di per sé orgasmica e genera una beatitudine globale sconfinata alla totalità del corpo. Sia nel donarlo che riceverlo, ogni volta che accade l’orgasmo dell’anima è come un ‘parto’ del proprio sé, una vera rinascita.

Circondiamoci allora di persone che sappiano valorizzarci e che sappiano portarci a provare le vette del piacere. Dopo aver scalato una montagna di sofferenze, stasi, crisi, è il momento di riconoscere i nostri sacrifici. Non ci chiudiamo nelle nostre fragilità, non è questo il momento di avere dubbi su sé stessз, lasciamoci piuttosto illuminare dalla nostra stessa luce.

La Forza è pura energia, mai dissipata. È fiera e tranquilla, governa addirittura un leone. La Forza interiore che spinge la dama a dominare e a dominarsi è simbolo di una leader, che sa quale sia il bene più grande per sé e per il suo popolo. Il coraggio, la fiducia in sé stessз e la determinazione di questa carta sono le qualità più grandi anche del suo corrispettivo astrologico: La Forza è infatti associata al segno del Leone. Non dimentichiamo che il Sole farà il suo ingresso nel segno a fine luglio, attualmente nel cielo altri due pianeti sono già nel segno: Marte e Venere, due pianeti che portano beneficio e passione travolgente, ci rendono irresistibilз.

Cosa leggere per essere sicurз come la dama?

La femminilità, una trappola, Scritti inediti 1927-1983, Simone de Beauvoir, traduzione di Elena Cappellini, Beatrice Carvisiglia, Camilla Diez, Claudia Romagnuolo, Elena Vozzi, L’Orma Editore.

Essere sicure di sé stesse, sovvertire l’ordine costituito, non aver paura di aprire le fauci del leone, chi meglio di Simone de Beauvoir può infondere sicurezza? Una serie di articoli inediti in italiano, arrivano nelle librerie, portando le idee (per l’epoca) dirompenti dell’icona femminista. Sempre ferma nelle proprie idee, determinata a cambiare il mondo e le sue insulse regole, ha cercato in tutti i modi di dominare l’animale patriarcale, ancora oggi la sua voce può essere uno spunto di riflessione per impostare la nostra lotta.

Non muoiono le api, Natalia Guerrieri, Moscabianca Edizioni.

Anna è una delle protagoniste del romanzo d’esordio di Natalia Guerrieri, è costretta a liberarsi della sua vita perfetta per far fronte a qualcosa di enormemente nuovo. La sua famiglia meravigliosa si frantuma, lei deve mettere su un esercito e può contare solo sulla sua forza. La forza di non dimenticare, di non lasciarsi andare, di rimanere ferma e ancorata al mondo che sta cambiando, mantenendo attive fin dall’inizio una serie di tradizioni e stravaganze che nel mondo immaginato da Guerrieri risultano inusuali e pericolose.

Robbe grosse sull’erotismo, Giambattista Basile

Dopo l’ultima puntata, un po’ di tempo fa, su Foscolo, torniamo su questi schermi per parlarvi di erotismo. Il protagonista di oggi è un autore che non è conosciutissimo. Purtroppo non è inserito neanche nei programmi scolastici, ma per il nostro tema è perfetto.
Chi è Giambattista Basile? È un nobile napoletano vissuto tra Cinquecento e Seicento, secoli che diciamoci la verità, sono abbastanza poveri dal punto di vista della nostra letteratura. Basile è un messo politico quindi gira tutta la Campania, proprio grazie a questo le sue opere hanno un’enorme vivacità linguistica, pregne di forme dialettali miste, che ci rendiamo conto, possono essere forse poco comprensibili al di fuori dei confini campani.

Potremmo tranquillamente parlare di erotismo analizzando Le avventurose disavventure (1611) dedicato al principe Luigi Carafa, ma anche le Egloghe amorose e lugubri (1612) e varie altre opere della sua produzione, ma ci vogliamo soffermare sulla sua opera più importante: “il più antico, il più artistico e il più ricco fra tutti i libri di fiabe popolari” come diceva Benedetto Croce, Lo cunto de li cunti overo Lo Trattenemiento de’ Peccerille (1634). Si tratta di un’opera uscita postuma, divisa in cinque parti, ciascuna delle quali divisa in 5 giorni in cui si narrano 5 cunti, questa ripetizione del numero 5 ha fatto sì che l’opera sia conosciuta anche con il nome di Pentamerone. Questo nome ovviamente, come la stessa struttura dell’opera è strettamente legato al Decameron di Boccaccio, usato da Basile infatti come canovaccio” per il suo lavoro.

Il primo cunto è quello di Zoza ed è una novella – cornice che fornisce il pretesto per la raccolta stessa. Zoza è una principessa malinconica che non ride mai. Scoppia a ridere quando una vecchia si scopre la pancia per insultare un fante. Questa risata però non andrà per niente giù alla vecchia, che fa un incantesimo a Zoza: non potrà trovare marito finché non rianima il principe di Camporotondo, riempendo di lacrime un vaso posto ai suoi piedi, al risveglio lui sarà il suo sposo. Zoza parte alla ricerca e conquista i favori di tre fate buone che le donano una noce, una castagna e una nocciola. Dopo aver ricevuto i tre regali giunge dal principe, comincia subito a riempire il vaso, ma arrivata quasi alla fine dell’impresa la principessa si addormenta, ed è allora che una schiava prende il suo posto colmando facilmente la breve misura rimasta e sposandosi con l’ambito principe Tadeo. Immaginate a questo punto la povera Zoza, già non rideva mai, figuriamoci adesso! Però non si dà per vinta, si piazza di fronte al castello e aspetta l’occasione per vendicarsi. Ovviamente Zoza è anche una gran figa e questo non è che sfugga a Tadeo, che se ne innamora, ma la moglie, che nel frattempo è rimasta incinta lo minaccia ripetutamente di procurarsi un aborto. Zoza si rende conto però che ha ancora i doni da usare, sbem! Prende la noce da cui esce un pupazzo canterino. La schiava Lucia, vedendo il giocattolo ovviamente lo desidera ardentemente e forza il marito ad andarlo a chiedere alla vicina, la quale glielo cede. Dopo quattro giorni, Zoza apre anche la castagna, dalla quale escono una chioccia e i suoi dodici pulcini d’oro. Lucia li vede e se ne invaghisce, così minaccia nuovamente Tadeo e gli impone di procurarsi la fonte delle sue brame. Tocca infine alla nocciola, che rivela una bambola che fila dell’oro e vabbè sappiamo già che va a finire come con i giochi precedenti, ma stavolta appena la donna stringe al petto la sua conquista, inizia a sentire l’incontrollabile desiderio di ascoltare raccontare delle storie e ovviamente minaccia il marito. Ecco quindi il pretesto per la cornice: Tadeo, preoccupato per il nascituro, fa un bando, convocando «tutte le femmene de chillo paese» e vengono scelte dieci donne, le più brave narratrici.

L’universo di Basile, soprattutto ne Lo cunto de li cunti è costellato da donne, dalle narratrici alle protagoniste, dalle spalle alle cattive. E già questa introduzione/cornice ci catapulta in quella che sarà il leitmotiv dell’opera, in cui ad emergere saranno più personaggi femminili. Vediamo che anche qui infatti, Tadeo è un burattino nelle mani della moglie, non ha nessun guizzo e non è il grande eroe duro e puro a cui la letteratura e la cultura stessa ci hanno abituato. Questa nuova linfa femminile, che scorre in quest’opera è ovviamente data dal fatto che si tratta di una raccolta di leggende popolari create per l’intrattenimento dei piccoli. Chi mai allora poteva creare queste meravigliose fiabe, se non le donne, le uniche d’altronde a svolgere il lavoro di cura e accudimento necessario alla crescita dei bambini, ed allora almeno nelle storie fantastiche le donne si riappropriano di spazi che ovviamente erano a loro negati.
Ma qui parliamo soprattutto di erotismo e di sessualità, cose che ne Lo cunto de li cunti non mancano, anche per il motivo citato sopra. Pensate che il ‘500 sia stato meglio dei secoli precedenti? Più libertino? Assolutamente no. È stato proprio in questo secolo che la donna ha visto la totale chiusura di ogni possibilità legata al suo essere donna, figuriamoci come stavano messe con la sua sessualità, manco mo stiamo poi così bene, quindi non è difficile immaginarlo; e allora si sono dovuti trovare degli escamotage per esprimere voglie e desideri.

Tra le varie storie che parlano di erotismo, quelle che ci piacciono di più abbiamo:

  • Lo cuorvo
  • L’orsa
  • Penta
  • La vecchia scorticata
  • La superbia castigata
  • Mortella
  • Sapia Liccarda
  • Sole, Luna e Talia

Lo cuorvo è contenuta nella IV giornata, narrata da Ciommetella e tratta del desiderio sessuale del protagonista Milluccio, che vedendo un corvo morto nella neve, viene colpito da questo contrasto e desidera ardentemente una donna bianchissima con le guance rosse. Milluccio, grazie al fratello Iennarello trova questa giovane: Liviella, ma l’unione è contrastata da una serie di elementi magici, come il padre di lei che poi attuerà un escamotage per fare in modo che la figlia non se ne vada di casa, questo non ferma Milluccio dall’avere però subito atti sessuali con la bellissima Liviella. È ovvio che il sangue, inserito in un contesto simile, può simboleggiare le mestruazioni e anche la fertilità, le guance rosse ovviamente sono il simbolo della “fatica” dopo l’atto sessuale. Il problema è che quello che ha Milluccio è un «capriccio de femmena prena» e vorrebbe trovare una donna come l’immagine che ha in testa, ma le immagini lasciamole dove sono, poi il suo desiderio impellente è fare sesso e mettere incinta qualcuno, insomma proprio carino Milly.

Il desiderio invece è la pulsione che porta il vedovo re di Roccaspra in l’Orsa a voler sposare la figlia. Il topos dell’incesto non è una novità, ma dobbiamo ricordarci di collocare questi eventi. Da poco c’era stata la Controriforma, iniziata con il Concilio di Trento nel 1545, capiamo bene che ci troviamo in un periodo ben più buio e restrittivo di quanto potesse essere il Medioevo, ma fortunatamente Basile si trova nel Regno di Napoli, che è leggermente più tollerante per il tempo e quindi anche l’incesto poteva essere inserito nelle narrazioni, poi è comunque un grande a parlarne quindi. Tornando alla nostra storia, perché il re vuole sposare la figlia? Perché è la persona più simile alla moglie defunta, alla quale aveva promesso di non risposarsi a meno che non trovasse una bellezza almeno pari alla sua. Ovviamente la povera fanciulla è inorridita dalla proposta e riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di una vecchia che la trasforma in orsa.

L’incesto è anche presente nella seconda favola della terza giornata, dove un altro re, stavolta quello di Pretasecca, anche lui rimasto vedovo, vuole sposare Penta, la propria sorella, perché conoscendola è sicuro di poter avere un legame duraturo. La donna si dimostra subito indignata di fronte a questa proposta e pensa che il fratello sia impazzito, ma ovviamente lui non demorde, continua anzi ad insistere. La povera Penta è costretta a sacrificarsi e si fa tagliare le mani per rendersi meno desiderabile, il re allora persa la passione la fa gettare in mare.

Queste due storie sottolineano lo stereotipo, ancora attuale, dell’uomo incontrollabile, preso da una smania immensa di passione che non riesce a discernere il bene e il male e la donna, che invece per sopravvivere e per non sentirsi violata deve sacrificarsi. Sia l’Orsa che Penta compiono un sacrificio estremo, abbandonano alcuni dei loro connotati per cercare di sottrarsi alla furia rabbiosa e insistente degli uomini. È questo ciò che le donne hanno imparato a fare praticamente sempre ed è l’insegnamento che le donne stesse tramandavano alle generazioni successive: la donna deve stare sempre in guardia, essere pronta anche a sommi sacrifici, mentre l’uomo ha come unico obbiettivo il raggiungimento dei propri desideri, senza pensare alle conseguenze che questi possono avere su altrз.

Ne La vecchia scorticata è presente invece il tema della lussuria. Le due vecchie protagoniste vedono un gran gnocco, che è il principe della città e cercano in tutti i modi di riuscire a conquistarlo. Con un escamotage, una delle due sorelle riesce a catturare l’attenzione del principe, questo grazie a un ringiovanimento che la fa apparire meravigliosa. Ovviamente si guarda bene dal svelare alla sorella il trucco e le fa credere che è riuscita a diventare così fregna togliendosi la pelle calante e la spinge così a morire sotto le lame del barbiere che la scortica viva. Anche Sapia Liccarda si basa sul desiderio sessuale femminile. tranne quello della protagonista, Sapia che invece è ferma e non si lascia abbindolare dai bellimbusti.

Sole, Luna e Talia è la fiaba che è alla base de La bella addormentata. La fiaba è molto simile a quella più conosciuta, ma presenta delle caratteristiche diverse. Talia è il nome della bella addormentata che a causa di un sortilegio, pungendosi con un fuso, cade addormentata per sempre. Un re di passaggio dal castello, si ferma e scorge questa meravigliosa fanciulla addormentata, ma non la sveglia con un bacio. Il re la stupra. Lei sta dormendo e pur consapevole del fatto che la fanciulla non è cosciente il re continua il suo intento.

«Ma, non revenenno pe quanto facesse e gridasse e pigliato de caudo de chelle bellezze, portatola de pesole a no lietto ne couze li frutte d’ammore e, lassatola corcata, se ne tornaie a lo regno suio, dove non se allecordaie pe no piezzo de chesto che l’era socciesso.»

Addirittura lui la dimentica, completamente. Fino a che non ritorna, ovviamente di passaggio da quel castello e scopre che quello stupro ha portato ad una gravidanza che ha dato vita a due gemelli: Sole e Luna, che hanno salvato Talia, succhiandole il dito ed estraendone la “lisca” di lino che l’aveva uccisa. Dopo varie peripezie, perché c’è da dire che il re era anche sposato, Talia e il sovrano si sposano. Anche in questo caso viene sottolineato il comportamento maschile come incontrollabile, totalmente privo di raziocinio. Il re avvinto dalla bellezza di Talia, decide di stuprarla, poi va via. Ricordiamo che le narratrici, le protagoniste, le aiutanti, le antagoniste in queste storie sono tutte donne e queste storie erano tramandate tra le donne stesse per mettersi in guardia. Altro che lisca di lino, il pericolo più grande per una donna sono gli uomini. Inoltre c’è da dire che a differenza della fiaba che conosciamo maggiormente in cui è il bacio del principe a risvegliare e salvare la principessa, quindi l’uomo ha questo connotato di eroe salvifico; nella versione di Basile non è assolutamente così. Il bacio e poi lo stupro senza il “risultato” del risveglio non sono altro che un indice della limitazione del potere maschile sulle donne. Non è quello a salvare Talia e nulla può l’invincibilità del membro maschile, nè la maternità, nè il parto, visto che Talia si risveglia molto dopo aver dato alla luce i suoi figli.

Arriviamo dopo stupri, incesti e quant’altro alla fiaba che secondo me è la più erotica del Pentamerone: Mortella. Questa fiaba parla di una gravidanza fuori dal comune. La moglie del contadino partorisce una frasca di mortella, invece dei figli che tanto stava aspettando. Fino al parto, la donna aveva avuto una gravidanza normale, di nove mesi, ma poi qualcosa è andato storto. La mortella diventa anche simbolo di una certa sacralità, non può essere distrutta, pena una maledizione fatata.
La nascita vegetale dal ventre di una donna, non è un’invenzione basiliana, la troviamo anzi in tanti miti di fondazione e di passaggio ed ha ovviamente come scopo quello di fertilizzare la terra. La mortella diventa in questo caso la pianta fertilizzante, che riesce a far avverare i desideri di maternità se ci si prende cura di lei. Dopo la moglie del contadino che aveva curato con amore questa pianta, passa un principe che vede questa frasca e decide che deve essere sua. Il principe si prenderà cura effettivamente della mortella innaffiandola puntualmente. Solo dopo questa prova di pazienza mista all’amore, avviene la seconda nascita: dalla mortella alla Venere della mortella. Si ritorna quindi ai motivi della fertilità e soprattutto del desiderio. Il tema della fertilità si trova strettamente collegato a quello del ciclo naturale che si ripete, il ramo di mortella dà origine ad una donna che è simbolo personificato dell’amore e della vita e nemmeno la morte materiale può fermarlo.
Il principe ovviamente è avvinto dalla bellezza di questa Venere e il gioco di giacere insieme e poi svanire della fata, ricorda molto quello di Amore in Amore e Psiche. Questa fiaba ha però un’altra particolarità quella di descrivere la vagina e la descrive come:

«maraviglia delle femmine, lo specchio,
l’ovetto dipinto di Venere, il cosino bello di Amore»

«toccando si accorse che era roba liscia e mentre pensava di palpare spine d’istrice trovò una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più bastosa e cedevole della coda di una martora, più delicata e lieve del piumaggio di un cardellino»

È la prima volta che viene descritta una vagina in questo modo, in modo allusivo, ma non troppo. Viene espressa come una meraviglia, delicata, morbida, accogliente. Sono parole e similitudini molto più auliche di quelle che si riservano normalmente al membro. I genitali femminili sono anche associati alle piante, non è un caso che la descrizione più realistica sia comunque creata in una storia in cui la protagonista in realtà è lei stessa una pianta. Il Pentamerone è pieno di metafore e allegorie che vengono usate per descrivere l’erotico.

Il coito si riduce a una serie di azioni che sono proprie dell’agricoltura o comunque afferiscono a questa sfera semantica: seminare il campo, raccogliere fiori, lavorare il terreno d’amore. La virilità maschile viene poi associata alla sfera animale principalmente usatissima è la similitudine con gli aucielli. Anche le metafore sessuali riprendono la dualità comune, stando sempre sulla separazione tra uomo attivo e donna ricettiva. Altre metafore che troviamo nel Pentamerone per il coito sono quelle belliche o anche metafore culinarie in cui l’atto sessuale è visto come un pasto dolce e delizioso, ma essendo un pasto è anche impellente e necessario, in cui comunque la donna è vista come la preda, la cacciagione che è pronta per essere mangiata.

Le allusioni sessuali e in realtà tutti gli atti sessuali descritti nell’opera basiliana non lo rendono di certo un libro adatto a innocenti infanti. Effettivamente non si tratta di fiabe o di favole come le intendiamo noi, ma sono appunto cunti. Basile ha scritto parte della sua opera nell’avellinese, ed è stato ospite nel castello di Montemarano. Questa caratteristica ha influito ovviamente sulla lingua, che non è un puro napoletano, per questo mi sento ulteriormente privilegiata per riuscire a capire l’opera senza bisogno di intermediari e per questo vi posso dire che cunto non è sinonimo di fiaba. Durante la vendemmia, pregavo sempre mio nonno Bruno, dicendogli “Nò, nò, me faj nu cunto?”. Il cunto è un racconto di vita reale, la narrazione di un fatto quotidiano, ma straordinario, generalmente tragicomico, spesso a lieto fine, non sono solamente storie di vita vissuta, ma storie tramandate di generazione in generazione e non dovete prendere come totalmente fantasy, la presenza di streghe, maghi, trasformazioni, creature, mentre si parla di vita reale come fosse qualcosa appena accaduta, io anche ho sentito cunti su lupi mannari, folletti, malocchio e streghe. Quando entriamo nel mondo di Basile dobbiamo uscire fuori da quello che per noi è realtà e abbracciare ciò che è realtà per un gruppo diverso in un’epoca diversa (manco troppo lontana visto che gli anziani e le anziane dell’entroterra campano ancora credono veritiere queste storie).

Quello che ha fatto Basile non è stato inventare da zero delle narrazioni, ma collezionare i cunti dei luoghi che ha visitato, raccoglierli e portarli alle corti napoletane, sfoderando questi racconti durante i banchetti. È molto importante l’erotismo nell’opera di Basile ed è presente in un modo meno poetico rispetto ai precedenti autori esaminati in questa sede, meno poetico perché l’atto sessuale non è protagonista, né è protagonista la bellezza della donna, è visto come necessario non solo per la procreazione, ma anche per un proprio appagamento, è più realistico potremmo dire. Le narratrici, le protagoniste, le eroine sono tutte donne, l’universo del Pentamerone è dominato da donne e Basile cerca di mantenere il punto di vista femminile anche nella narrazione dell’erotico, dando quindi enorme importanza agli atti sessuali, al piacere e ovviamente anche alle gravidanze, ma guardandole da un punto di vista più popolare, senza sublimarli. È un’opera meravigliosa, sicuramente vicinissima al Decameron, ma che ha moltissimo del folklore meridionale. Non dimentichiamo inoltre di dare un grande merito a Basile, quello di aver portato alla creazione delle fiabe che tuttз amiamo, ma che in realtà conosciamo grazie ad altre versioni, dove le donne sono spesso solamente delle fragili anime da salvare e non sono protagoniste come nel Pentamerone. Da Lo cunto de li cunti derivano tra le varie fiabe: Cenerentola, La bella addormentata, Il gatto con gli stivali, Hansel e Gretel, Raperonzolo. Attualmente si trovano tranquillamente in italiano con il testo a fronte, quindi leggete!


Bibliografia

A. Gasparini, C. Chellini, Setole e spine. La crescita segreta del maschile e del femminile, Erikson, Roma, 2019.

A. Vespaziani, Favoloso diritto: metafore del potere ne “Lo Cunto de li Cunti”, Anamorphosis: Revista Internacional de Direito e Literatura, Vol. 6, Nº. 1, 2020.

A. E. Zanotto, I personaggi femminili ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di studi linguistici e letterari, 2016.

G. Basile, Lo cunto de li cunti, L’Isola dei Ragazzi, Napoli, 2014.

G. Carrascón, C. Simbolotti (a cura di), I novellieri italiani e la loro presenza nella cultura europea: rizomi e palinsesti, Accademia University Press, Torino, 2020.

M. Forlino, Esoterico, erotico, esotico: la “cuntaminazione” del Pentamerone, Graduate School-New Brunswick
Rutgers, New Brunswick, New Jersey, 2015.

Letture Arcane, Giugno.

Dopo aver esplorato una piccola parte degli Arcani Minori, si torna tra i Trionfi con la carta di questo mese. Posso dire che non è tra le mie carte preferite, ma si sposa bene con il clima pesante di oggi. È vero che Giugno è il mese in cui inizia l’estate e almeno mentalmente siamo più prontз a lasciarci andare verso le vacanze. Le vacanze stesse però quest’anno sono ancora limitate e questo mese è un’ulteriore prova di sopportazione per il nostro animo. Giugno è sicuramente un mese in cui ci si mette alla prova, proprio in vista di ferie e vacanze iniziano a doverci essere lavori da chiudere, per chi studia è un mese di sprint assoluto perché inizia il tempo degli esami, tra l’altro per tutti i gradi d’istruzione.

L’Imperatore

Disciplina, ecco cosa ci dice questa carta. L’Imperatore è calmo e sereno, sa perfettamente cosa vuole e dove deve andare, è padrone del suo corpo e del territorio che lo circonda, rappresenta una forza consapevole, che viene esercitata con costanza e autorità, seguendo le regole. L’Imperatore è comunque un despota e nella sua azione, esercita un potere patriarcale ed è per questo che non è una delle carte che amo. Ma noi siamo qui per dare altre letture, per decostruire in ogni ambito il patriarcato, infatti non vedo l’Imperatore (così come il Papa, il Mago, il Carro etc.) come una carta che descriva un uomo, ma più accuratamente è una carta che descrive una persona decisa che deve assolutamente prendersi le proprie responsabilità.

Come vivo il mio lavoro? Cosa sto costruendo?

È a questo a cui dobbiamo pensare quando ci troviamo di fronte a questa carta, che raffigura un personaggio impettito e che scruta l’orizzonte, perché le sue immediate vicinanze le tiene strettamente sotto controllo. È sicuramente una carta pratica, che ci fa riflettere su ciò che materialmente stiamo costruendo. L’imperatore è la persona che riesce a fabbricare la sua fortuna a sua immagine. Questo perché ha estrema sicurezza nelle proprie capacità, l’imperatore comanda, ma comanda specialmente le sue passioni, le sue ansie, i suoi dubbi rendendoli innocui e superandoli con destrezza. L’Imperatore è maturo, ha dalla sua parte anche l’esperienza, gli errori fatti in precedenza e mai perseverati. La carta può indicare anche un partner, una figura importante nella nostra vita che raffiguri un punto fermo, che sia d’aiuto o rappresenta il nostro guerriero interiore che non riesce ad emergere. Questa carta è associata al segno dell’Ariete, segno impulsivo e irascibile, ma che ha grandi doti di leadership che di certo non mancano al protagonista di questo mese, quindi per costruire dobbiamo impegnarci e avere un po’ del piglio arietino.

Tutto quello che abbiamo fatto fin’ora ci è servito a diventare chi siamo, sicurз delle nostre conoscenze ed esperienze, possiamo andare avanti nel mondo, seguendo uno schema che abbiamo creato noi stessз e che funzioni perfettamente per raggiungere desideri e ambizioni. Non lasciamoci trasportare da ansie e paure, l’Imperatore non ha spazio per questo: i tempi sono maturi per gettare le basi per costruire il nostro regno in cui siamo noi i sovrani. Facciamoci forza e aiutatз da persone positive e propositive istituiamo il governo di cui abbiamo bisogno nella nostra individualità, ma soprattutto nella collettività.

Quindi, cosa leggere per favorire la concretezza?

Margaret Doody, Aristotele e la Montagna d’Oro, Traduzione di Rosalia Coci, Sellerio Editore.

L’Imperatore è saggio, quale protagonista migliore per le nostre letture se non Aristotele? Nel 323 a. C. data della morte di Alessandro Magno, Aristotele è ormai anziano, il clima ad Atene non è più a lui congeniale, è tempo di lasciare l’eredità costruita e partire. La meta prescelta è Filippi, lì il maestro potrà ricostruire la sua scuola e il suo animo, ma prima dovrà ricostruire una serie di sospetti e deviazioni che lo porteranno a scoprire chi e cosa si nasconde dietro la morte del suo pupillo.

Sara Colaone, D. Quellat – Guyot, A. Quella – Villéger, Evase dall’Harem, Oblomov Edizioni

Anche questa è una storia di fuga, in cui si scappa per riprendere in mano le redini della propria vita e diventare padrone di sé stesse. Le protagoniste sono Zennur e Nuryé, che hanno passato la vita segregate nell’harem, sanno che si meritano di più, che la vita non è solo essere prigioniere. Escogitano allora la fuga da Costantinopoli alla Francia, ma una volta qui saranno trattate principalmente come personaggi di feuilleton che descrivono la loro avventura scandalosa.

Intervista a Natalia Guerrieri – Hortus Mirabilis

In Hortus Mirabilis, l’ultima antologia di racconti weird e fantastici edita da Moscabianca Edizioni, ci sono 13 piante. Non si tratta di piante conosciute perché sono piante di mondi antichissimi o di tempi che ancora non sono stati vissuti, piante che infestano le storie di quattordici autrici e autori e che infesteranno anche i vostri pensieri. Tutti i racconti ruotano infatti intorno ad un elemento vegetale che talvolta ha delle proprietà soprannaturali, dona poteri, cresce in luoghi inusuali, per farlo figurare meglio a chi legge, ogni storia è corredata dalle tavole di Gabriele Operti che illustrano nel dettaglio i virgulti.

Le storie sono estremamente variegate, ambientate in posti esotici o in normali case, con piante che all’apparenza non hanno nulla di così strano. L’eterogeneità dei racconti rende questo bellissimo volume, sia internamente che esternamente (si tratta infatti di un oggetto davvero prezioso ed esteticamente pregevole), adatto a tuttз; chi ci conosce sa che non siamo grandi amanti dei racconti, ma questi sono veramente originali e tutta l’impostazione del volume è così fresca e innovativa che si trovano sicuramente elementi adatti alle proprie corde. Tra le storie che ci hanno profondamente conquistate ci sono:

  • “Il manuale di giardinaggio di Aubrey” di Ilaria Petrarca con la sua Radizpeca, Carapichea radizpeca.
  • “Il matrimonio” di Maria Gaia Belli con l’Albero madre, Salix nigra mater
  • “Scie nella neve” di Maurizio Ferrero con la Rotolacampo Gigante, Salsola arctica
  • “Il tè delle tigri” di Diletta Crudeli con la sua Radice delle case del tè, Gorgonide neofita

Quella che però abbiamo innalzato come nostra preferita è Skògur di Natalia Guerrieri, che ha dato vita al Þinur, Abies nigra borealis. Proprio lei è la protagonista di questa intervista, che abbiamo organizzato insieme a Moscabianca Edizioni come fatto già per il loro W. O. W. Ora però è arrivato il momento di lasciare la parola a Natalia, alla sua bellissima storia e ai retroscena della vita di scrittrice.

Innanzitutto benvenuta su Tararabundidee! Siamo liete di ospitarti qui a parlare della tua carriera e di Hortus Mirabilis. Rompiamo subito il ghiaccio raccontando ai nostri lettori e alle nostre lettrici: come e quando hai capito che la scrittura era la tua passione?

Per prima cosa ciao a tutt* e grazie per avermi proposto questa intervista. Ne ebbi il primo sospetto attorno ai cinque anni: non capivo proprio che razza di magia fosse quella che permetteva alle persone di tirare fuori le storie dai libri e non vedevo l’ora di diventarne capace anche io. Quando poi imparai a leggere, mio papà mi portava in biblioteca con sé il sabato mattina. Trascorrevo ore e ore nel settore dei libri per l’infanzia, sprofondata in una poltrona troppo grande e nel silenzio. Ogni tanto lanciavo un’occhiata attorno a me, verso gli scaffali: mi ripetevo che dovevo leggere più velocemente prima di diventare grande e venire esclusa da quella stanza. La mia passione per la scrittura nacque quindi dalla lettura. Poi, dopo aver scoperto Roald Dahl e Michael Ende non ebbi più alcun dubbio: da grande volevo fare la scrittrice. I miei genitori mi regalarono allora dei bellissimi quaderni che iniziai a riempire con le storie che inventavo. Avevo sette o otto anni.

Skògur è solo l’ultimo dei tuoi racconti. Ha scritto infatti per Quodlibet e su riviste letterarie come «inutile», «Tropismi», «Sulla quarta corda», «Malgrado le mosche» e «Nuova Tèchne». Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione del tuo primo racconto?

Durante l’università, partecipavo a un gruppo di scrittura. Ogni volta si stabiliva un tema, un genere o un dettaglio e bisognava produrre un racconto che lo rispettasse. Tra le persone che coordinavano e partecipavano a questa attività c’erano Maria Gaia Belli, Simone Marcelli, Adriano Pugno e altre, tutte ottime penne che vi consiglio di leggere. La prima volta però che ho pubblicato qualcosa per lettor* estern* è stato sulla raccolta Rivoluzioni, ribellioni, cambiamenti e utopie (Almanacco 2018), a cura di Ermanno Cavazzoni per Quodlibet. Si trattava di un racconto molto breve, intitolato “Gli ultimi giorni di Edilemà”, che si può ritrovare qui.
Nel frattempo, il mio amico Simone Marcelli continuava a consigliarmi di inviare qualche testo alle riviste letterarie che stavano fiorendo portando alla luce diverse penne esordienti. Se non sbaglio, il mio primo racconto pubblicato online è stato “Via Archirola” su inutile, che si può trovare qui.
La mia collaborazione con inutile, rivista che apprezzo tantissimo e che colgo l’occasione per ringraziare, è poi proseguita negli anni.

Scrivi per lo più racconti: qual è la scelta che ti ha portato verso questa forma narrativa? Hai in programma di testare anche forme più lunghe prossimamente, nel tuo percorso di scrittura?

Cercando il mio nome online oggi si trovano soprattutto racconti ma in realtà la maggior parte del mio tempo è impiegata nella scrittura di opere più lunghe. Una di queste, nonché il mio romanzo di esordio, uscirà il 10 giugno 2021 per Moscabianca Edizioni. Avevo inviato il dattiloscritto a pochi editori, selezionati con cura, e penso di aver fatto la scelta giusta. Mi sono trovata benissimo con Moscabianca, ho avuto l’occasione di approfondire il mio lavoro, crescere come autrice e confrontarmi con persone professionali e competenti come il mio editor, Andrea Viscusi, e Silvia La Posta. Questa casa editrice è stata per me una realtà ideale che ha saputo accogliere e valorizzare al meglio la mia voce. In più, mi è stata data la possibilità di scegliere la copertina e ho proposto l’incarico a Marino Neri. Attualmente sto lavorando al mio secondo romanzo ma ancora niente anticipazioni su questo… In più, sono autrice di cinema e teatro.

Non sei però solo autrice. Tra le varie passioni hai anche quella di occuparti di tutto ciò che è più invisibile nel mondo dell’editoria. Cos’è e come nasce This writing room?

Grazie per la domanda, mi fa piacere parlare anche di questo. This writing room è una realtà fondata da me e Chiara Arrigoni con la volontà di rendere il lavoro di noi autor* un po’ più simile agli altri lavori. Erroneamente si crede (soprattutto in Italia) che l’autor* scriva in cima a una rupe, in mezzo alle tempeste e in preda a una dionisiaca ispirazione. Niente di più falso. La scrittura è un lavoro. Un lavoro che senza passione è impossibile portare avanti, probabilmente, ma pur sempre un lavoro, che necessita preparazione, dedizione, impegno e tantissimo tempo. Ci tengo molto a dire e a ribadire questo. La falsa convinzione che la scrittura sia un passatempo, un hobby o uno sfogo a singhiozzo danneggia la categoria di chi scrive per mestiere e contribuisce a diffondere una grave ignoranza su chi siamo, cosa facciamo, quanto tempo dedichiamo al nostro lavoro e quanto meritiamo di essere riconosciut*, tutelat* e retribuit*. Quante volte mi sono sentita chiedere: “Mi leggi una cosa? Mi butti giù due righe? Hai cinque minuti”? E mai una volta che fossero davvero due righe… o cinque minuti. Il problema del lavoro in Italia è gigantesco e nessun* ne parla mai. È come un elefante in una stanza dove tutt* scivolano contro le pareti facendo finta di non vederlo. Nelle discipline artistiche questo problema è forse ancora più radicato. L’approssimazione è la regola e tutto si basa su un continuo baratto che fa pensare alle fasi primordiali della nostra civiltà. This writing room vuole reagire a tutto questo, nasce come spazio di lavoro equo e sostenibile, dove gli autor* sono rispettat* e tutelat* per il lavoro che fanno e ai/alle client* viene garantita la massima professionalità. I servizi offerti riguardano la scrittura in tutte le sue forme: editing, coaching, ghostwriting, schede di lettura, traduzioni, produzione di contenuti per il web. Io e Chiara siamo le fondatrici e spesso seguiamo i progetti da vicino ma ci avvaliamo anche della professionalità di altr* autor* che stimiamo e che collaborano con noi.

Passiamo invece a Hortus Mirabilis, il tuo racconto è Skógur: da dov’è giunta l’ispirazione per questa fantastica storia, come nasce?

L’ispirazione per Skógur è nata in primo luogo da Silvia La Posta, che mi ha proposto di scrivere un racconto che riguardasse le piante. La prima immagine che mi è venuta allora in mente è stata quella di un bosco di abeti innevato. Sono ossessionata dalle Dolomiti, dalle montagne e dai boschi. Anche adesso, se mi chiedessi: “Dove vorresti essere?” saprei indicarti un punto preciso sulla cartina, in Val di Funes. Per me l’ambiente dolomitico rappresenta la bellezza assoluta, l’idillio. A questa prima immagine si è accostato un pensiero stridente: “E se tutto questo fosse un artificio che in realtà nasconde qualcosa di terribile?” Così è iniziata a nascere la storia. Un piccolo mondo innevato che cela un segreto. Non più le Dolomiti ma l’Islanda, un’Islanda del futuro, irriconoscibile e distorta (non c’è nulla del vero luogo geografico se non alcune parole). Un luogo molto a nord che è stato “l’ultimo a sopravvivere”. Ma a che prezzo? C’è una bambina senza nome, c’è una straniera, c’è un campanile spaventoso che diffonde un lugubre rintocco di campane. C’è un bosco molto particolare e tanta neve. Non voglio svelare di più.

La storia è ambientata in un futuro particolare perché si mescolano tratti profondamente tecnologici e innovativi a riti ancestrali e primordiali: perché questo mix? È così che immagini il futuro degli esseri viventi?

Volevo che il/la lettor* si immergesse in un’atmosfera per poi vedere le sue aspettative disattese, stravolte. In più, dal punto di vista stilistico, si è trattato per me di un esperimento interessante. Un mix, come dici tu, di elementi fra loro opposti. Infine ho scritto ciò che io stessa avrei voluto leggere. Di solito è un metodo che funziona. Per quanto riguarda la mia visione del futuro degli esseri viventi, o almeno degli esseri umani, penso che la scena finale del racconto la rappresenti abbastanza fedelmente.

Il tuo racconto ha una caratteristica particolare anche a livello stilistico, l’uso di altre due lingue: il norreno e l’islandese. Come mai questa scelta?

Sì, nel racconto ci sono alcune parole in islandese e in più un brano tratto dall’Edda Poetica che è scritto in norreno. Sono una grande appassionata di letterature e culture nordiche, fin dai tempi dell’Università, dove grazie al prof. Alessandro Zironi e alla prof.ssa Silvia Cosimini ho scoperto questo magnifico mondo che non conoscevo. Penso che la traduzione sia sempre una riscrittura e che quindi le parole, in quanto tali, siano uniche. Volevo quelle parole, non la loro traduzione o spiegazione. Volevo quei suoni, quella grafia. Chi legge può cercarne il significato ma a mio parere non è obbligatorio. C’è il contesto, c’è la forza evocativa di quelle parole… ma soprattutto c’è l’immaginazione del/della lettor*. Perché un testo si fa sempre in due.

Hortus Mirabilis è una raccolta di racconti in cui autrici e autori hanno anche dovuto inventare una specie vegetale nuova. Sei un’appassionata di piante, boschi e verde? Da dove arriva il tuo Abies nigra borealis?

Sì, come dicevo, sono una grande amante della montagna, in particolar modo del Trentino – Alto Adige. Ho avuto la fortuna di trascorrere in quei luoghi lunghi periodi della mia infanzia. Se non ci fossero alcune valide ragioni per restare a Modena, vivrei là. L’albero del mio racconto ricorda un abete però è nero, funereo, portatore di morte. Per la scelta del nome devo ringraziare ancora una volta Chiara Arrigoni, che essendo molto brava in latino mi ha aiutata a sceglierlo.

Quali sono le tue manie da scrittrice? Fai qualcosa di particolare mentre scrivi? Da cosa prendi l’ispirazione per le tue storie?

Accidenti, potrei scrivere un romanzo su questa domanda. Provo a riassumere: leggo moltissimo, più romanzi contemporaneamente, vivo la lettura come un vizio. Proibita, perditempo, gustosa, controcorrente rispetto al buon senso, all’ottimizzazione del tempo e all’imperativo della produttività. Cerco di scrivere ogni giorno. La scrittura è il momento in cui tutto il resto schizza via da me, milioni di anni luce lontano, è il momento in cui tutto acquista non dico un senso…. ma quasi… una forma, ecco. La scrittura è felicità ma è anche sforzo, fatica, insoddisfazione, angoscia, autocritica. La scrittura è vorace di tempo e di energie. Mentre scrivo mangio troppo e bevo troppi caffè. Accendo l’incenso dentro casa. Spengo il telefono. Mi piace scrivere al bar, c’è un posticino vicino casa mia dove sanno già cosa ordinerò e mi lasciano un tavolo, completamente indisturbata, per ore. Quando scrivo fuori casa, la vita scorre attorno a me come in un acquario ma io sono oltre al vetro. Poi ascolto musica, la stessa canzone a ripetizione per ore (altrimenti perdo la concentrazione). Spero prima o poi di avere un gatto vicino a me da poter accarezzare mentre cerco le parole giuste.

Moscabianca non è solamente la casa editrice che si è occupata di Skògur, ma è la casa editrice a cui hai scelto di affidare la tua prima opera in solitaria. Com’è avvenuto questo incontro?

Moscabianca, come dicevo, non è solo il mio editore per Hortus Mirabilis ma anche per il mio romanzo di esordio. L’ho conosciuta perché apprezzo le sue pubblicazioni e il modo in cui si distingue nel panorama letterario italiano. Finalmente in Italia si stanno affermando piccole e medie case editrici che si fanno notare per la qualità altissima delle pubblicazioni, per la cura editoriale e grafica, per il rapporto con l’autor* e con i/le lettor*. Soprattutto però, ciò che voglio ribadire è che tra questi cataloghi raramente trovo libri che non mi piacciono. Non ho più il vecchio problema di lasciare un libro a metà (o ancora prima). Alcune uscite mi appassionano di più, altre meno, per ragioni di gusto personale ma l’interesse da parte mia è quasi sempre alto o molto alto. Queste realtà si stanno assumendo il compito (non semplice) di portare avanti la ricerca letteraria, di garantire l’evoluzione della narrativa e la biodiversità delle pubblicazioni.

Ringraziamo moltissimo Natalia Guerrieri e Moscabianca Edizioni per questa intervista e a voi consigliamo di lasciarvi travolgere da questo splendido volume!

Letture Arcane, Maggio.

Il mese di Aprile è stato caratterizzato dal seme delle Coppe, avevamo appena capito di dover intraprendere un viaggio, più interiore che di piacere, non lasciando nulla alle nostre spalle.
Il mese di Maggio si svolge invece all’insegna del seme delle Spade. Aria, mente, conoscenza. Le Spade rappresentano l‘attività celebrale, sono idealiste, si battono per la Giustizia e rendono tutto razionale. A differenza delle Coppe, le Spade sono un seme attivo: esigono movimento, innesco, soprattutto scelta.

Quattro di Spade

Quattro spade pendono dal soffitto sulla figura della carta che è sdraiata. Le spade, come quella famosa di Damocle, rappresentano insicurezze, pressioni, responsabilità, scelte. Abbiamo detto che le Spade sono attive e in questa carta l’attività richiesta è tutta progettuale. Mentre il nostro corpo si riposa, la nostra mente deve cercare di risolvere tutte le questioni lasciate in sospeso, per ripartire con nuovo vigore. È il momento giusto per riflettere e contemplare, senza ansie. La nostra mente deve prendersi una pausa da tutto ciò che succede fuori per riuscire davvero a trovare soluzioni.

Le idee, i sogni, i bisogni si stabilizzano e mettono le basi per farsi concreti. Non c’è tempo per pensare agli imprevisti, ai devertissement, la mente e lo spirito devono farsi pratici, programmare, organizzare.

Il quattro è la carta della stabilità ed è proprio quello, ciò che dobbiamo cercare. Ovviamente questo periodo di stasi e di recupero prelude a un futuro in cui ci si alzi dal letto e si può affrontare l’esterno. L’isolamento finisce e si ritorna nel secolo e questo speriamo che accada non solo a livello individuale. Siamo prontз per affrontare le insidie del mondo, abbiamo pensato abbastanza a come risolvere ciò che ci affligge? Abbiamo 31 giorni per accoccolarci e pensare, ma facciamo in modo che siano costruttivi. Non ci abbandoniamo a idee ristagnanti e ansie inutili, dobbiamo stringere i denti e provare a cercare soluzioni, a darci nuove possibilità anche se non si vede niente di nuovo sul fronte Occidentale.

Il Quattro di Spade è associato all’Arcano Maggiore della Temperanza (oltre che a quello dell’Imperatore) e chiama disciplina ed equilibrio che dobbiamo imporci per affrontare al meglio il futuro. Non alziamoci di scatto lasciandoci trafiggere dalle Spade, calcoliamo ogni mossa nei minimi particolari e cerchiamo di affrontare le difficoltà nel migliore dei modi.

Cosa leggiamo per far passare più velocemente questo mese di pensieri?

Last Taxi Driver, Lee Durkee, trad. Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee

Lou Bishoff è un tassista di mezz’età, che fa la spola tra le rive del Mississippi. In realtà Bishoff non voleva proprio fare il tassista, voleva scrivere, ma dopo il suo brillante esordio ha avuto un blocco epocale. Il blocco però non è rappresentato solo dalle pagine bianche che non riesce a riempire, ma anche dal progressivo sorpasso della sua professione e di una relazione che non sta andando proprio come dovrebbe. Come reagire a tutto questo? Con molta sagacia e una bella dose di cazzimma, perché solo questo può permetterci di cambiare le regole del gioco.

The Prism, vol. 1 Burn!, Matteo De Longis, Bao Publishing

Cosa fare quando la Terra è minacciata da una forma iper aggressiva di inquinamento sonoro? Bisogna organizzarsi, fermarsi a pensare e procedere in modo estremamente attento per scongiurare il disastro. Si pensa allora a sconfiggere il fenomeno con la sua stessa materia: il suono. Una band viene infatti mandata nello spazio per registrare un album con l’intenzione di contrastare la S.O.T.W. (Smoke On The Water) e mettere in salvo l’umanità. Riusciranno i nostri eroi…?

Ragazza, donna, altro – B. Evaristo.

«Stasera lo spettacolo di Amma, L’ultima amazzone del Dahomey, debutta al National Theatre».

Questo l’evento che dà il via alla narrazione di Ragazza, donna, altro di Bernandine Evaristo, vincitore del Man Booker Prize 2019 (insieme a I Testamenti di Margaret Atwood) e tradotto per Sur da Martina Testa.

Ha su di sé la spada di Damocle di essere stato un libro divisivo portando a un grande dibattito nella comunità di lettori e lettrici, tra chi lo ha amato e chi non lo ha sopportato, sia per i temi che per la struttura, senza punteggiatura e molte andate a capo. 

Si tratta di un’opera mista: potrebbe essere definita una raccolta di autobiografie, dodici come le donne che raccontano la loro vita e le loro esperienze, ma anche un romanzo sui generis dato che le protagoniste non sono slegate tra loro ma hanno almeno un legame una con l’altra, un filo invisibile che le unisce, in alcuni casi anche inconsapevolmente. Così troviamo Amma, la drammaturga che si ritrova divisa tra l’espressione indipendente delle sue idee e la probabile svolta “borghese” che subirebbe la sua opera in determinati contesti; qui appunto il centro del racconto e delle connessioni, dalla figlia Yazz e i suoi perenni interrogativi nel mondo aperto dell’università, all’amica Dominique, intrappolata in una relazione tossica con la “ultrafemminista” Nzinga; e così via, in una matassa di relazioni da dipanare durante la lettura e che porta il lettore a interrogarsi continuamente e a unire i puntini di questo percorso. 

C’è un’unione data anche da una certa settorialità perché, per volere dell’autrice, è rappresentato il mondo delle donne nere britanniche, con tutte le loro sfide: sicuramente quelle subite a causa del colore della loro pelle, a cui si sommano soprattutto quelle legate al genere e alla sessualità, argomenti intersecati tra loro. Così vengono trattati i temi del razzismo, delle seconde generazioni, del femminismo (e del femminile) e del ruolo della donna all’interno della società, tra episodi di marginalizzazione ma anche di rivalsa. Dai limiti che si impone Evaristo, però, emergono altre voci, che si intersecano a quelle principali e allargano il raggio d’azione: molto particolare il dialogo tra Yazz e la compagna di università Courtney in cui avviene uno scambio d’opinione sulla concezione personale (e riconosciuta) di privilegio: 

«Courtney ha risposto che essendo Yazz la figlia di un professore universitario e di una regista teatrale molto nota non può certo dirsi svantaggiata, mentre lei, Courtney, viene da un ambiente molto povero dove è normale lavorare in fabbrica a sedici anni ed essere una ragazza madre a diciassette, e la fattoria di suo padre è di fatto proprietà della banca
sì ma io sono nera, Court, e questo mi rende più oppressa di tutti quelli che non lo sono, tranne Waris che è la più oppressa di tutti (ma tu questo non glielo dire)

in base a cinque categorie: nera, musulmana, donna, povera e col velo».

Ci sono molte riflessioni sull’autorappresentazione, specialmente per chi fa parte della sfera LGBTQ: molte di queste sono enunciate dal personaggio di Megan/Morgan che, oltre a combattere “con diverse parti di sé” – «Megan era in parte etiope, in parte afroamericana, in parte del Malawi e in parte inglese

che a suddividerla così suonava strano perché di base era semplicemente un essere umano tutto intero» – si ritrova dal fronteggiare una rivoluzione silenziosa presso le mura domestiche a diventare una voce importante da ascoltare e tramandare. Proprio durante uno dei suoi incontri all’università dirà: «io posso rappresentare solo me […] io non faccio da portavoce a nessuno e non sono a capo di un movimento transgender, sono qui solo per raccontare il mio specifico percorso individuale verso l’identità non binaria».

Le protagoniste hanno personalità molto fisse, come se fossero degli archetipi che si presentano sul palcoscenico di un teatro e, come moderne amazzoni, si raccontano al pubblico che è all’ascolto: non sono sempre donne gradevoli o facili da apprezzare – alcune sono persino insopportabili – ma è anche nelle fragilità o nei difetti che il lettore può provare a empatizzare con loro.

E gli uomini, in questo scenario, dove vanno a collocarsi? Sono presenti e interagiscono con le ragazzedonnealtro della storia ma sono più che semplici decorazioni sul muro, la scenografia su cui ci si trova ad agire e anche a subire: le loro azioni non hanno sempre una spiegazione, soprattutto quelle più inusuali, e talvolta è mostrata solo la parte peggiore, quella più animalesca e violenta, votata solo alla soddisfazione di un desiderio, qualunque esso sia. Solo Roland, il padre di Yazz, ha diritto a un suo flusso di pensieri: forse perché essendo omosessuale è anche lui “altro”? 

Nonostante la sua funzione politica, ovviamente non è un libro considerabile di approfondimento: sarebbe stato interessante avere una sorta di nota bibliografica su molti aspetti storici e culturali, sia passati che presenti, che sicuramente sarebbero stonati in un prodotto diventato “pop”: tuttavia è un testo scorrevole e godibile, che fornisce durante la lettura diversi spunti su cui riflettere – e, in un secondo momento, anche approfondire – e su cui è veramente difficile non trovare degli argomenti di discussione. 

Maria Chiara Paone

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