Ricerca

tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Tag

sesso

Robbe grosse sull’erotismo, Giambattista Basile

Dopo l’ultima puntata, un po’ di tempo fa, su Foscolo, torniamo su questi schermi per parlarvi di erotismo. Il protagonista di oggi è un autore che non è conosciutissimo. Purtroppo non è inserito neanche nei programmi scolastici, ma per il nostro tema è perfetto.
Chi è Giambattista Basile? È un nobile napoletano vissuto tra Cinquecento e Seicento, secoli che diciamoci la verità, sono abbastanza poveri dal punto di vista della nostra letteratura. Basile è un messo politico quindi gira tutta la Campania, proprio grazie a questo le sue opere hanno un’enorme vivacità linguistica, pregne di forme dialettali miste, che ci rendiamo conto, possono essere forse poco comprensibili al di fuori dei confini campani.

Potremmo tranquillamente parlare di erotismo analizzando Le avventurose disavventure (1611) dedicato al principe Luigi Carafa, ma anche le Egloghe amorose e lugubri (1612) e varie altre opere della sua produzione, ma ci vogliamo soffermare sulla sua opera più importante: “il più antico, il più artistico e il più ricco fra tutti i libri di fiabe popolari” come diceva Benedetto Croce, Lo cunto de li cunti overo Lo Trattenemiento de’ Peccerille (1634). Si tratta di un’opera uscita postuma, divisa in cinque parti, ciascuna delle quali divisa in 5 giorni in cui si narrano 5 cunti, questa ripetizione del numero 5 ha fatto sì che l’opera sia conosciuta anche con il nome di Pentamerone. Questo nome ovviamente, come la stessa struttura dell’opera è strettamente legato al Decameron di Boccaccio, usato da Basile infatti come canovaccio” per il suo lavoro.

Il primo cunto è quello di Zoza ed è una novella – cornice che fornisce il pretesto per la raccolta stessa. Zoza è una principessa malinconica che non ride mai. Scoppia a ridere quando una vecchia si scopre la pancia per insultare un fante. Questa risata però non andrà per niente giù alla vecchia, che fa un incantesimo a Zoza: non potrà trovare marito finché non rianima il principe di Camporotondo, riempendo di lacrime un vaso posto ai suoi piedi, al risveglio lui sarà il suo sposo. Zoza parte alla ricerca e conquista i favori di tre fate buone che le donano una noce, una castagna e una nocciola. Dopo aver ricevuto i tre regali giunge dal principe, comincia subito a riempire il vaso, ma arrivata quasi alla fine dell’impresa la principessa si addormenta, ed è allora che una schiava prende il suo posto colmando facilmente la breve misura rimasta e sposandosi con l’ambito principe Tadeo. Immaginate a questo punto la povera Zoza, già non rideva mai, figuriamoci adesso! Però non si dà per vinta, si piazza di fronte al castello e aspetta l’occasione per vendicarsi. Ovviamente Zoza è anche una gran figa e questo non è che sfugga a Tadeo, che se ne innamora, ma la moglie, che nel frattempo è rimasta incinta lo minaccia ripetutamente di procurarsi un aborto. Zoza si rende conto però che ha ancora i doni da usare, sbem! Prende la noce da cui esce un pupazzo canterino. La schiava Lucia, vedendo il giocattolo ovviamente lo desidera ardentemente e forza il marito ad andarlo a chiedere alla vicina, la quale glielo cede. Dopo quattro giorni, Zoza apre anche la castagna, dalla quale escono una chioccia e i suoi dodici pulcini d’oro. Lucia li vede e se ne invaghisce, così minaccia nuovamente Tadeo e gli impone di procurarsi la fonte delle sue brame. Tocca infine alla nocciola, che rivela una bambola che fila dell’oro e vabbè sappiamo già che va a finire come con i giochi precedenti, ma stavolta appena la donna stringe al petto la sua conquista, inizia a sentire l’incontrollabile desiderio di ascoltare raccontare delle storie e ovviamente minaccia il marito. Ecco quindi il pretesto per la cornice: Tadeo, preoccupato per il nascituro, fa un bando, convocando «tutte le femmene de chillo paese» e vengono scelte dieci donne, le più brave narratrici.

L’universo di Basile, soprattutto ne Lo cunto de li cunti è costellato da donne, dalle narratrici alle protagoniste, dalle spalle alle cattive. E già questa introduzione/cornice ci catapulta in quella che sarà il leitmotiv dell’opera, in cui ad emergere saranno più personaggi femminili. Vediamo che anche qui infatti, Tadeo è un burattino nelle mani della moglie, non ha nessun guizzo e non è il grande eroe duro e puro a cui la letteratura e la cultura stessa ci hanno abituato. Questa nuova linfa femminile, che scorre in quest’opera è ovviamente data dal fatto che si tratta di una raccolta di leggende popolari create per l’intrattenimento dei piccoli. Chi mai allora poteva creare queste meravigliose fiabe, se non le donne, le uniche d’altronde a svolgere il lavoro di cura e accudimento necessario alla crescita dei bambini, ed allora almeno nelle storie fantastiche le donne si riappropriano di spazi che ovviamente erano a loro negati.
Ma qui parliamo soprattutto di erotismo e di sessualità, cose che ne Lo cunto de li cunti non mancano, anche per il motivo citato sopra. Pensate che il ‘500 sia stato meglio dei secoli precedenti? Più libertino? Assolutamente no. È stato proprio in questo secolo che la donna ha visto la totale chiusura di ogni possibilità legata al suo essere donna, figuriamoci come stavano messe con la sua sessualità, manco mo stiamo poi così bene, quindi non è difficile immaginarlo; e allora si sono dovuti trovare degli escamotage per esprimere voglie e desideri.

Tra le varie storie che parlano di erotismo, quelle che ci piacciono di più abbiamo:

  • Lo cuorvo
  • L’orsa
  • Penta
  • La vecchia scorticata
  • La superbia castigata
  • Mortella
  • Sapia Liccarda
  • Sole, Luna e Talia

Lo cuorvo è contenuta nella IV giornata, narrata da Ciommetella e tratta del desiderio sessuale del protagonista Milluccio, che vedendo un corvo morto nella neve, viene colpito da questo contrasto e desidera ardentemente una donna bianchissima con le guance rosse. Milluccio, grazie al fratello Iennarello trova questa giovane: Liviella, ma l’unione è contrastata da una serie di elementi magici, come il padre di lei che poi attuerà un escamotage per fare in modo che la figlia non se ne vada di casa, questo non ferma Milluccio dall’avere però subito atti sessuali con la bellissima Liviella. È ovvio che il sangue, inserito in un contesto simile, può simboleggiare le mestruazioni e anche la fertilità, le guance rosse ovviamente sono il simbolo della “fatica” dopo l’atto sessuale. Il problema è che quello che ha Milluccio è un «capriccio de femmena prena» e vorrebbe trovare una donna come l’immagine che ha in testa, ma le immagini lasciamole dove sono, poi il suo desiderio impellente è fare sesso e mettere incinta qualcuno, insomma proprio carino Milly.

Il desiderio invece è la pulsione che porta il vedovo re di Roccaspra in l’Orsa a voler sposare la figlia. Il topos dell’incesto non è una novità, ma dobbiamo ricordarci di collocare questi eventi. Da poco c’era stata la Controriforma, iniziata con il Concilio di Trento nel 1545, capiamo bene che ci troviamo in un periodo ben più buio e restrittivo di quanto potesse essere il Medioevo, ma fortunatamente Basile si trova nel Regno di Napoli, che è leggermente più tollerante per il tempo e quindi anche l’incesto poteva essere inserito nelle narrazioni, poi è comunque un grande a parlarne quindi. Tornando alla nostra storia, perché il re vuole sposare la figlia? Perché è la persona più simile alla moglie defunta, alla quale aveva promesso di non risposarsi a meno che non trovasse una bellezza almeno pari alla sua. Ovviamente la povera fanciulla è inorridita dalla proposta e riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di una vecchia che la trasforma in orsa.

L’incesto è anche presente nella seconda favola della terza giornata, dove un altro re, stavolta quello di Pretasecca, anche lui rimasto vedovo, vuole sposare Penta, la propria sorella, perché conoscendola è sicuro di poter avere un legame duraturo. La donna si dimostra subito indignata di fronte a questa proposta e pensa che il fratello sia impazzito, ma ovviamente lui non demorde, continua anzi ad insistere. La povera Penta è costretta a sacrificarsi e si fa tagliare le mani per rendersi meno desiderabile, il re allora persa la passione la fa gettare in mare.

Queste due storie sottolineano lo stereotipo, ancora attuale, dell’uomo incontrollabile, preso da una smania immensa di passione che non riesce a discernere il bene e il male e la donna, che invece per sopravvivere e per non sentirsi violata deve sacrificarsi. Sia l’Orsa che Penta compiono un sacrificio estremo, abbandonano alcuni dei loro connotati per cercare di sottrarsi alla furia rabbiosa e insistente degli uomini. È questo ciò che le donne hanno imparato a fare praticamente sempre ed è l’insegnamento che le donne stesse tramandavano alle generazioni successive: la donna deve stare sempre in guardia, essere pronta anche a sommi sacrifici, mentre l’uomo ha come unico obbiettivo il raggiungimento dei propri desideri, senza pensare alle conseguenze che questi possono avere su altrз.

Ne La vecchia scorticata è presente invece il tema della lussuria. Le due vecchie protagoniste vedono un gran gnocco, che è il principe della città e cercano in tutti i modi di riuscire a conquistarlo. Con un escamotage, una delle due sorelle riesce a catturare l’attenzione del principe, questo grazie a un ringiovanimento che la fa apparire meravigliosa. Ovviamente si guarda bene dal svelare alla sorella il trucco e le fa credere che è riuscita a diventare così fregna togliendosi la pelle calante e la spinge così a morire sotto le lame del barbiere che la scortica viva. Anche Sapia Liccarda si basa sul desiderio sessuale femminile. tranne quello della protagonista, Sapia che invece è ferma e non si lascia abbindolare dai bellimbusti.

Sole, Luna e Talia è la fiaba che è alla base de La bella addormentata. La fiaba è molto simile a quella più conosciuta, ma presenta delle caratteristiche diverse. Talia è il nome della bella addormentata che a causa di un sortilegio, pungendosi con un fuso, cade addormentata per sempre. Un re di passaggio dal castello, si ferma e scorge questa meravigliosa fanciulla addormentata, ma non la sveglia con un bacio. Il re la stupra. Lei sta dormendo e pur consapevole del fatto che la fanciulla non è cosciente il re continua il suo intento.

«Ma, non revenenno pe quanto facesse e gridasse e pigliato de caudo de chelle bellezze, portatola de pesole a no lietto ne couze li frutte d’ammore e, lassatola corcata, se ne tornaie a lo regno suio, dove non se allecordaie pe no piezzo de chesto che l’era socciesso.»

Addirittura lui la dimentica, completamente. Fino a che non ritorna, ovviamente di passaggio da quel castello e scopre che quello stupro ha portato ad una gravidanza che ha dato vita a due gemelli: Sole e Luna, che hanno salvato Talia, succhiandole il dito ed estraendone la “lisca” di lino che l’aveva uccisa. Dopo varie peripezie, perché c’è da dire che il re era anche sposato, Talia e il sovrano si sposano. Anche in questo caso viene sottolineato il comportamento maschile come incontrollabile, totalmente privo di raziocinio. Il re avvinto dalla bellezza di Talia, decide di stuprarla, poi va via. Ricordiamo che le narratrici, le protagoniste, le aiutanti, le antagoniste in queste storie sono tutte donne e queste storie erano tramandate tra le donne stesse per mettersi in guardia. Altro che lisca di lino, il pericolo più grande per una donna sono gli uomini. Inoltre c’è da dire che a differenza della fiaba che conosciamo maggiormente in cui è il bacio del principe a risvegliare e salvare la principessa, quindi l’uomo ha questo connotato di eroe salvifico; nella versione di Basile non è assolutamente così. Il bacio e poi lo stupro senza il “risultato” del risveglio non sono altro che un indice della limitazione del potere maschile sulle donne. Non è quello a salvare Talia e nulla può l’invincibilità del membro maschile, nè la maternità, nè il parto, visto che Talia si risveglia molto dopo aver dato alla luce i suoi figli.

Arriviamo dopo stupri, incesti e quant’altro alla fiaba che secondo me è la più erotica del Pentamerone: Mortella. Questa fiaba parla di una gravidanza fuori dal comune. La moglie del contadino partorisce una frasca di mortella, invece dei figli che tanto stava aspettando. Fino al parto, la donna aveva avuto una gravidanza normale, di nove mesi, ma poi qualcosa è andato storto. La mortella diventa anche simbolo di una certa sacralità, non può essere distrutta, pena una maledizione fatata.
La nascita vegetale dal ventre di una donna, non è un’invenzione basiliana, la troviamo anzi in tanti miti di fondazione e di passaggio ed ha ovviamente come scopo quello di fertilizzare la terra. La mortella diventa in questo caso la pianta fertilizzante, che riesce a far avverare i desideri di maternità se ci si prende cura di lei. Dopo la moglie del contadino che aveva curato con amore questa pianta, passa un principe che vede questa frasca e decide che deve essere sua. Il principe si prenderà cura effettivamente della mortella innaffiandola puntualmente. Solo dopo questa prova di pazienza mista all’amore, avviene la seconda nascita: dalla mortella alla Venere della mortella. Si ritorna quindi ai motivi della fertilità e soprattutto del desiderio. Il tema della fertilità si trova strettamente collegato a quello del ciclo naturale che si ripete, il ramo di mortella dà origine ad una donna che è simbolo personificato dell’amore e della vita e nemmeno la morte materiale può fermarlo.
Il principe ovviamente è avvinto dalla bellezza di questa Venere e il gioco di giacere insieme e poi svanire della fata, ricorda molto quello di Amore in Amore e Psiche. Questa fiaba ha però un’altra particolarità quella di descrivere la vagina e la descrive come:

«maraviglia delle femmine, lo specchio,
l’ovetto dipinto di Venere, il cosino bello di Amore»

«toccando si accorse che era roba liscia e mentre pensava di palpare spine d’istrice trovò una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più bastosa e cedevole della coda di una martora, più delicata e lieve del piumaggio di un cardellino»

È la prima volta che viene descritta una vagina in questo modo, in modo allusivo, ma non troppo. Viene espressa come una meraviglia, delicata, morbida, accogliente. Sono parole e similitudini molto più auliche di quelle che si riservano normalmente al membro. I genitali femminili sono anche associati alle piante, non è un caso che la descrizione più realistica sia comunque creata in una storia in cui la protagonista in realtà è lei stessa una pianta. Il Pentamerone è pieno di metafore e allegorie che vengono usate per descrivere l’erotico.

Il coito si riduce a una serie di azioni che sono proprie dell’agricoltura o comunque afferiscono a questa sfera semantica: seminare il campo, raccogliere fiori, lavorare il terreno d’amore. La virilità maschile viene poi associata alla sfera animale principalmente usatissima è la similitudine con gli aucielli. Anche le metafore sessuali riprendono la dualità comune, stando sempre sulla separazione tra uomo attivo e donna ricettiva. Altre metafore che troviamo nel Pentamerone per il coito sono quelle belliche o anche metafore culinarie in cui l’atto sessuale è visto come un pasto dolce e delizioso, ma essendo un pasto è anche impellente e necessario, in cui comunque la donna è vista come la preda, la cacciagione che è pronta per essere mangiata.

Le allusioni sessuali e in realtà tutti gli atti sessuali descritti nell’opera basiliana non lo rendono di certo un libro adatto a innocenti infanti. Effettivamente non si tratta di fiabe o di favole come le intendiamo noi, ma sono appunto cunti. Basile ha scritto parte della sua opera nell’avellinese, ed è stato ospite nel castello di Montemarano. Questa caratteristica ha influito ovviamente sulla lingua, che non è un puro napoletano, per questo mi sento ulteriormente privilegiata per riuscire a capire l’opera senza bisogno di intermediari e per questo vi posso dire che cunto non è sinonimo di fiaba. Durante la vendemmia, pregavo sempre mio nonno Bruno, dicendogli “Nò, nò, me faj nu cunto?”. Il cunto è un racconto di vita reale, la narrazione di un fatto quotidiano, ma straordinario, generalmente tragicomico, spesso a lieto fine, non sono solamente storie di vita vissuta, ma storie tramandate di generazione in generazione e non dovete prendere come totalmente fantasy, la presenza di streghe, maghi, trasformazioni, creature, mentre si parla di vita reale come fosse qualcosa appena accaduta, io anche ho sentito cunti su lupi mannari, folletti, malocchio e streghe. Quando entriamo nel mondo di Basile dobbiamo uscire fuori da quello che per noi è realtà e abbracciare ciò che è realtà per un gruppo diverso in un’epoca diversa (manco troppo lontana visto che gli anziani e le anziane dell’entroterra campano ancora credono veritiere queste storie).

Quello che ha fatto Basile non è stato inventare da zero delle narrazioni, ma collezionare i cunti dei luoghi che ha visitato, raccoglierli e portarli alle corti napoletane, sfoderando questi racconti durante i banchetti. È molto importante l’erotismo nell’opera di Basile ed è presente in un modo meno poetico rispetto ai precedenti autori esaminati in questa sede, meno poetico perché l’atto sessuale non è protagonista, né è protagonista la bellezza della donna, è visto come necessario non solo per la procreazione, ma anche per un proprio appagamento, è più realistico potremmo dire. Le narratrici, le protagoniste, le eroine sono tutte donne, l’universo del Pentamerone è dominato da donne e Basile cerca di mantenere il punto di vista femminile anche nella narrazione dell’erotico, dando quindi enorme importanza agli atti sessuali, al piacere e ovviamente anche alle gravidanze, ma guardandole da un punto di vista più popolare, senza sublimarli. È un’opera meravigliosa, sicuramente vicinissima al Decameron, ma che ha moltissimo del folklore meridionale. Non dimentichiamo inoltre di dare un grande merito a Basile, quello di aver portato alla creazione delle fiabe che tuttз amiamo, ma che in realtà conosciamo grazie ad altre versioni, dove le donne sono spesso solamente delle fragili anime da salvare e non sono protagoniste come nel Pentamerone. Da Lo cunto de li cunti derivano tra le varie fiabe: Cenerentola, La bella addormentata, Il gatto con gli stivali, Hansel e Gretel, Raperonzolo. Attualmente si trovano tranquillamente in italiano con il testo a fronte, quindi leggete!


Bibliografia

A. Gasparini, C. Chellini, Setole e spine. La crescita segreta del maschile e del femminile, Erikson, Roma, 2019.

A. Vespaziani, Favoloso diritto: metafore del potere ne “Lo Cunto de li Cunti”, Anamorphosis: Revista Internacional de Direito e Literatura, Vol. 6, Nº. 1, 2020.

A. E. Zanotto, I personaggi femminili ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di studi linguistici e letterari, 2016.

G. Basile, Lo cunto de li cunti, L’Isola dei Ragazzi, Napoli, 2014.

G. Carrascón, C. Simbolotti (a cura di), I novellieri italiani e la loro presenza nella cultura europea: rizomi e palinsesti, Accademia University Press, Torino, 2020.

M. Forlino, Esoterico, erotico, esotico: la “cuntaminazione” del Pentamerone, Graduate School-New Brunswick
Rutgers, New Brunswick, New Jersey, 2015.

Il pene del Senpai, Yoichi Abe.

Prima o poi tutti ci ritroviamo alle prese con una cotta. Una cotta magari passeggera, con tranquillità svanisce subito, ma ci sono quelle che sono alimentate da una serie di ambiguità e dolcezze che per chi le fa sono semplici gentilezze… ma per chi le riceve: incontrastabili conferme di un interesse profondissimo. Allora ci fissiamo, stiamo male, ma soprattutto desideriamo ardentemente proprio quella persona. Una persona a cui noi pensiamo intensamente, che oscura ogni altra possibilità, insomma quella persona che vogliamo a tutti i costi e che magari anche noi stessi depistiamo per non esporci troppo, parlandole di altri, arretrando quando si avvicina, insomma… tira e molla a parte, la cotta rimane e sarebbe così bello poter avere quella persona anche per poco, ma se ci fosse la possibilità di avere almeno una sua parte?

È più o meno così che inizia Il pene del Senpai di Yoichi Abe, un brillantissimo manga che descrive un mondo in cui si può tranquillamente tagliare il pene dagli uomini, senza che loro provino particolare dolore, ma soprattutto senza che l’appendice stessa ne risenta particolarmente. Insomma questa ragazza perdutamente cotta di un bellissimo ragazzo è proprio risoluta ad avere con sé almeno una parte di lui… quindi perché non il pene, visto che tagliarlo non ha grandi ripercussioni?

Il concetto base del manga è assolutamente geniale, i disegni sono kawaii, infatti pur parlando di peni l’erotismo è quasi del tutto assente. Non è sull’aspetto sessuale che Yoichi Abe si sofferma, ma più che altro va a delineare i rapporti che le ragazze hanno con i peni e con l’altro sesso in generale. Si parla di questo in 7 piccole storie che hanno come protagoniste ragazze diverse che si rapportano a questo “potere eviratore senza sforzo“. Si parla di coppie, della difficoltà di trovare una persona che piaccia completamente, della difficoltà di rimanere in una relazione, dei tradimenti, insomma di quello che capita tutti i giorni in ogni coppia: non sarebbe quindi meglio fare a meno del pacchetto relazione e usufruire solo del pene? Che tra l’altro non dà grossi disturbi, è relativamente docile, mangia anguria, deve essere un minimo controllato visto che tende a volersi riunire con la restante parte del corpo, ma tutto sommato meglio di fare la conoscenza con tutti gli amici, delle gelosie etc. etc.

Non essendo pratica della nomenclatura giapponese ero fermamente convinta che a scrivere questo originalissimo manga fosse stata una donna. A parte alcune scene creepy: tipo un pene che viene frullato e che quindi per una sensibilità verso il proprio corpo, pensavo non potesse uscire fuori da un uomo, in questo fumetto i personaggi maschili escono veramente a pezzi. Questo mi aveva fatto propendere su un’autrice donna, che va a riequilibrare una situazione in cui generalmente è la donna ad essere sessualizzata, utilizzata e soprattutto è sempre il corpo della donna ad essere particolarmente esposto. Qui abbiamo il contrario, l’uomo viene pensato non solo in quanto uomo ma soprattutto come portatore di pene. La personalità dei personaggi maschili non esiste a parte in una storia, tutto si muove solamente in relazione alla loro appendice. Questa spersonalizzazione degli uomini va a tutto vantaggio di una personificazione del pene. La cosa più bella è che comunque, come abbiamo riferito prima, non ci sono delle forti componenti sessuali quindi in realtà il pene non è solo soggetto del desiderio sessuale femminile, ma diventa il soggetto di una relazione a discapito dell’uomo stesso. Questo capovolgimento degli infelici standard e stereotipi a cui siamo sottoposte è molto intrigante e lo è ancora di più se a farlo è un uomo. Spazio ha ovviamente il piacere femminile, anche se non è manifestato molto a livello visivo, si parla molto del sesso per piacere e non come manifestazione più alta del sentimento amoroso, come viene dipinto sempre l’atto sessuale per le donne. Le donne provano piacere e non ci deve essere per forza un sentimento dietro e come dimostra questo fumetto, non ci deve essere dietro neanche necessariamente una persona. Ho trovato intelligentissima la linea narrativa di questo fumetto anche perché si lega alla masturbazione femminile che è sempre e comunque un tabù. Non solo appaiono peni recisi che saltellano dai corpi da cui sono stati tagliati, ma ci sono anche vibratori e altri strumenti di piacere, ma soprattutto il piacere femminile è al centro della narrazione. Il pene sostituisce l’uomo perché dà il piacere che serve senza tutto il resto e aiuta la donna a raggiungere un piacere disinteressato: quello che succede con la masturbazione, no? [Ora io non vorrei dilungarmi tanto su questo argomento, ma posso rimandarvi a chi di queste cose ne tratta sempre e soprattutto molto molto meglio di me, quindi se volete conoscere qualche opinione in più QUESTA è la cosa giusta da leggere! (E direi che potete anche seguire sessolopotessi su ig!)]

Posso dire che ho riso tantissimo mentre leggevo questo fumetto, alcune scelte grafiche e narrative sono così originali e surreali che veramente sono divertentissime. Nonostante questo lascia spazio alla riflessione perché anche se si parla in fondo di qualcosa di impossibile, riesce a far trasparire una vivida visione della quotidianità femminile che altri prodotti più realistici non trasmettono.

Concludo con un ringraziamento al signor Yoichi Abe che oltre a farci crepare dal ridere è anche riuscito a descrivere le donne non solo come amanti dell’amore, pulitine, senza il minimo briciolo di desiderio, ma come persone che hanno pulsioni, che fanno delle battute grevi, insomma, come siamo davvero.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑