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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Brevemente risplendiamo sulla terra – O. Vuong

È lento, poi veloce, accelera portandoti al culmine di una situazione, poi ti lascia andare. Annaspi, cercando di capire, ma forse questo non è un libro che deve essere capito. Brevemente risplendiamo sulla terra, esordio (nel romanzo) di Ocean Vuong, La nave di Teseo, è un libro che deve essere sentito. Fino a che non entriamo nell’ottica dell’autore, fino a che non carpiamo il ritmo, l’andamento con cui proseguire nella storia, è come se non stessimo leggendo davvero.

“Ehi”, ha chiesto mezzo addormentato, “chi eri tu prima di incontrarmi?”
“Una persona che stava affogando, mi sa.”
Una pausa. “E adesso?” ha sussurrato, già pronto a scomparire.
Ci ho pensato un secondo: “Adesso sono l’acqua.”

Ocean Vuong nasce come poeta e questo lo si nota dalla prima parola. Un linguaggio prezioso e opulento avvolge piccoli quadri della vita di casa Vuong. “Quella volta che…” e parte, ricordando screzi, scaramucce, fatterelli insignificanti, accanto a enormi prove della vita, accanto all’amore, alla violenza, è tutto insieme, amalgamato in una strana lettera poetica.

Little Dog, scrive a sua madre. Le scrive una lettera lunghissima e frastagliata in cui è contenuto tutto: ricordi, rivelazioni, segreti, tormenti. Little Dog scrive con la consapevolezza che sua madre non leggerà la lettera. Non potrebbe, è analfabeta, le scrive in inglese a posta per rendere le cose più complesse. Little Dog è il figlio di Rose, una donna vietnamita, che insieme alla madre si è stabilita in America, porta con sé profondi disturbi legati alla guerra. Anche la vita di Little Dog è una guerra, descrive piccole esplosioni, fa detonare informazioni enormi che non riesce più a contenere che vorrebbe condividere, ma non fino in fondo perché li lascia custodire alla scrittura, alle parole che non leggerà nessuno.

“Chi si perderà nella storia che raccontiamo a noi stessi? Chi si perderà dentro di noi? Dopotutto raccontare una storia è come ingoiare. Aprire la bocca per parlare significa lasciare solo le ossa, che restano non dette.”

Dall’inizio alla fine, vediamo che la scrittura per Little Dog è catarsi, liberazione, un modo per scaricare fardelli, per sfogarsi finalmente dopo tanta sofferenza. La vita domestica di Little Dog è controllata dalle donne: sua madre e l’odore di centro estetico che si porta dietro e sua nonna, anziana e protettiva, ma la vita privata è caratterizzata da uomini, a partire dai compagni di scuola e poi…Trevor. Porta con sé il segreto di un amore, ma anche il dolore di una vita sentita diversa dagli altri.

“Quel giorno ho imparato quanto può essere pericoloso un colore. Che un ragazzino poteva essere spazzato via da quella sfumatura e costretto a prendere atto della sua violazione. Anche se il colore non è niente senza che la luce lo riveli, quel niente ha delle leggi, e un bambino su una bicicletta rosa deve sapere sopra ogni cosa come funziona la legge di gravità.”

Non è una lettura semplice. Né per il ritmo, né per il linguaggio, né per la trama. Ma è sicuramente una lettura intensa, emozionante, rinfrancante soprattutto a livello stilistico. I giri di parole, la costruzione complessa delle frasi, il lessico ricercatissimo rendono questo romanzo un vero gioiello. Anche il più semplice dei fatti diventa prezioso grazie alle parole forgiate da Vuong. In qualche modo o per la storia travagliata o per il mix di generi a cui il romanzo attinge o per lo stile, questo libro vi travolgerà.

Sono a pezzi, diceva il messaggio. A pezzi, era l’unica cosa che riuscivo a trattenere, lì sulla mia sedia, perdere una persona ci rende più di quello che siamo, divide noi vivi in tanti frammenti.”

Il giardino delle delizie, J. C. Oates

Carleton Oates era il nonno della scrittrice Joyce Calor Oates, che con Il giardino delle delizie inaugura l’Epopoea Americana, una quadrilogia di romanzi (tutti pubblicati in Italia dal Saggiatore) in cui vengono descritti americani alle prese con il loro essere cittadini e con le conquiste delle loro epoche e vite. Il sogno americano e il suo mito sono al centro della narrazione dell’Epopea, che viene raccontata nei vari volumi, dal punto di vista di personaggi e classi sociali differenti. Carleton Oates era un alcolizzato, un proletario, un appartenente al white trash ed è colui che dà il nome al personaggio che anima la prima parte del romanzo: Carleton Walpole, che è un po’ come il nonno della Oates.

Sono testardi i Walpole, uomini di parola, forti, intelligenti. Carleton, la moglie Pearl e i suoi figli viaggiano su un pullman insieme ad altri braccianti, si spostano di continuo in base alla stagione, in tutti i luoghi d’America, per raccogliere fagiolini, arance, fragole, pomodori. Hanno delle capanne o piccoli fabbricati in ogni posto, nessuna casa, nessun luogo stabile. Carleton è fermo, serioso, ma perde le staffe facilmente quando beve e di questo farà le spese sua figlia Clara. Anche se il romanzo è diviso in tre parti che hanno il nome di tre uomini: Carleton, Lowry e Swan, la protagonista indiscussa è Clara, che con la sua presenza massiccia irrompe, cambia, deforma, si appropria delle vite di tutti coloro che attraversano la sua esistenza.

Clara è figlia di Carleton, amante di Lowry e madre di Swan. Nel libro è rappresentata e raccontata in tutte le sue sfaccettature: da bambinetta innamorata di suo padre, a sboccata adolescente pronta a tutto pur di abbandonare la feccia bianca di cui lei stessa fa parte, fino a diventare dipendente dall’amore per Lowry e madre apprensiva nei confronti di Swan. Tutto il suo pesante vissuto, i soprusi, le violenze, non fanno desistere Clara dal sognare una vita migliore, dal diventare quello che i suoi familiari e antenati non sono mai stati. Ad ogni costo lei deve raggiungere il sogno americano: la ricchezza, i vestiti, una casa grande, un porto sicuro.

Nonostante attraverso sacrifici e sotterfugi riuscirà ad ottenere molto di ciò che vuole, Clara è manchevole di una cosa: l’istruzione. Questo la porterà a proiettare sul figlio nuovi desideri, nuove speranze e tutto ciò che lei, nonostante si sia innalzata da semplice feccia a Signora Revere, non ha mai avuto. Swan si fa carico così dei desideri della madre, delle necessità del padre, del peso che si porta dietro dopo quello che è successo ai suoi fratelli, sarà un fardello enorme, che non lo farà arrivare mai a raggiungere il suo di sogno americano.

Non sono d’accordo con chi dice che il sogno americano proiettato nel romanzo da Joyce Carol Oates, sia semplicemente l’arricchimento, senza scrupoli e senza fatica. Clara ha faticato moltissimo, da bambina lavorava insieme a tutta la sua famiglia come bracciante, non ha ricevuto alcun tipo di educazione, sapeva solo come andava il mondo dei suoi simili. Si è ingegnata, ha mentito, è stata poco corretta, ma non si può dire che sia una persona totalmente senza scrupoli. Ha pianificato tutto, nei minimi dettagli, rischiando moltissimo, ma facendo in modo che nessuno si facesse male, che il mondo squallido e terrificante che aveva lasciato non venisse più a fare visita né a lei né alle nuove persone che ora fanno parte della sua vita. Ha lasciato la violenza, la brutalità, la bestialità di quello che conosceva per abbracciare una nuova vita, ricca certo, ma anche serena.

Clara ha anche lasciato l’amore della sua vita, si è allontanata dalla sua famiglia, dal padre che tanto amava. Il raggiungimento del nuovo status e della ricchezza non è stato facile e privo di sofferenza. La sofferenza è il reale protagonista di questo libro, anche quando Clara si reputa felice, anche quando sposa Revere, quando ha una casa immensa e talmente tanti soldi che non sa che farne. C’è un’ombra, una patina di tristezza che la segue sempre e dovunque, fino alla fine, fino a quando Swan…

Ninna Nanna, Leila Slimani.

Suspense.

In prima pagina viene spiattellato un crimine, uno spietato, efferato, crudelissimo omicidio.
Sono due bambini ad essere stati uccisi e quando si parla di piccoli umani è come se tutto diventasse più partecipato. Il lettore è già attivo, già dentro, pieno di dolore al ritrovamento di questi corpicini quando li vede, nello stesso momento della madre, Miriam, che emette un grido così formidabilmente ben descritto che abbiamo ancora l’eco nelle orecchie.

Dopo due pagine di descrizione della scena del delitto, tutto finisce.
La truculenza in cui il lettore è stato gettato si stempera, tutto diventa calmo e tranquillo, quasi banale. Vengono descritte le vite di Miriam e Paul, i loro lavori, la nascita dei figli, la ricerca di una tata. Ah, la tata, ma quanto è brava, come cucina bene, quanto vuole bene ai bambini, così biondina, carina, bambolina.
Pure la tata ha qualche problemino eh, debitucci, lutti, ma niente di preoccupante. Sembrano la famiglia della mulino bianco, tutto aggraziato.

Il problema è che il lettore sa, sa che c’è un omicidio e sembra invece che la cara Leila Slimani se ne sia dimenticata!
Si diverte così tanto lei a costruire i suoi personaggi così realistici e complessi, costruisce i lavori e pure i problemi di lavoro, la maternità e la depressione, i colleghi e le colleghe. Poi sullo sfondo si diletta anche a darci qualche pennellata dell’habitat di questa famiglia, una Parigi un po’ sbiadita, fatta di supermercati e di parchetti per i bimbi, tanto Parigi nell’immaginario ce l’abbiamo non c’è neanche bisogno di darle importanza più di tanto.

Sì ma… ma l’omicidio? Possibile che si gira pagina ancora e ancora è solo che ancora viene descritta la vita della famiglia! Addirittura le vacanze, pure i loro pranzi e cene!
È inammissibile! Vorreste sapere di più su quelle prime pagine. Sì, potreste smettere, ma è difficilissimo: la Slimani è così brava a prendervi in giro, ha scritto questo libro in un modo così ipnotico che è difficile staccarsene.
Prima o poi girerete pagina in mezzo a queste vite così ben tratteggiate e questa scrittura che vi sta distruggendo vi dirà qualcosa, sapremo com’è andata? Chi ha ucciso? Perché?

Oh, ecco ecco, forse ci siamo…

Ovviamente la musica di accompagnamento deve essere altrettanto ricca di suspense, ansia, con qualche guizzo di dolore e allora ci viene in aiuto il caro Wolfgang Amadeus Evergreen Mozart con la Messa di requiem in Re minore K 626, opera rimasta incompiuta come parrebbe essere il finale di questo libro. In particolare suggerisco la Lacrimosa, VI brano della II Sequentia, dalla partitura molto complessa grazie al coro che imita un pianto dolorississimo, vi farà immedesimare bene.

Tararabundidee feat. Tra le righe, ep. 15: La Maschera

Carnevale quest’anno è arrivato ai primi di marzo. È una festa sicuramente divertente, gioiosa, ma è anche la festa in cui da sempre è avvenuto un capovolgimento, si dà vita a un particolare gioco delle parti e per quei giorni tutti possono essere quello che vogliono. Non ci sono ruoli, né regole, si può fare tutto. In molti casi però le maschere servono anche per nascondersi, per non far vedere chi si è e per agire indisturbati.

Insomma, il tema della maschera è da sempre legato a quello dell’identità ed è stato sfruttato ed utilizzato in tutti in modi possibili nella letteratura e ovviamente nel teatro. Abbiamo chiesto alla nostra libraia di Tra le righe, per il libro di marzo, di parlare di qualcosa che avesse a che fare proprio con la maschera e Paola ci parla infatti di Transiti. Secondo libro della trilogia di Rachel Cusk. Il primo libro si intitola Resoconto, ma anche se la protagonista rimane la stessa non è necessario leggerli in ordine.

Rachel Cusk, Transiti, Einaudi 2019 (trad. Anna Nadotti)

«… qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato.»

La letteratura è costellata di interrogativi su chi siamo veramente noi, come appariamo, come vogliamo mostrarci agli altri: un continuo gioco di specchi tra la nostra vera identità e la maschera che ci hanno chiesto di indossare o la parte che ci siamo imposti di recitare. Ed ecco che Carla mi chiede di pensare a un libro su un tale tema, complesso e molto trattato: la scelta è scivolata su un romanzo fresco di stampa, ma anche fresco nella sua originalità di scrittura, piana e profonda. La storia principale – quella di una scrittrice da poco trasferitasi a Londra con i suoi due figli, “in transito” verso una nuova dimensione dopo una separazione – ne contiene molte altre: la protagonista incontra tanti personaggi diversissimi tra loro, con i quali instaura un dialogo talmente intenso da risultare quasi una sorta di seduta psicoterapeutica. Alla fine di ogni racconto o microstoria il personaggio ha gettato la maschera, o almeno ha svelato una parte di sé che rimaneva nascosta e inespressa. Quasi senza volerlo, mossa solo da una curiosità che nasce senz’altro dalla sua professione di cercatrice e narratrice di storie, la protagonista incalza con delicatezza i suoi interlocutori, o viene semplicemente scelta per ascoltare lo svolgersi dei fatti e dei ricordi, le molteplici narrazioni di sé che ognuno di loro decide di raccontare. Che si tratti di un impresario edile, di un ex fidanzato, o di persone che ruotano intorno al mondo della scrittura, tutti aprono squarci di vita passata, spesso dolente, davanti agli occhi della donna, e nel parlare riflettono sui propri comportamenti, raccontano di abbandoni e durezze, ma mostrano anche lati sgradevoli, poco chiari della loro stessa esistenza. Rachel Cusk, attraverso il suo alter ego scrittrice, nota tutto con grande capacità evocativa, uno sguardo, un taglio di capelli, un modo di sedersi o di alzare un sopracciglio. E nello stesso tempo non è mai superficiale, affonda il coltello nelle vite vere delle persone e ci restituisce un quadro composito, inevitabilmente ponendoci domande altrettanto incalzanti su di noi, chi siamo e cosa vogliamo essere.

Paola Mastrobuoni

Qui potete trovare le scorse puntate, noi ci sentiamo il mese prossimo con un nuovo tema per il libro di aprile! Ah… dimenticavo, il libro sul tema che consigliamo l’avvocato ed io è La notte non vuole venire di Alessio Arena, in cui la protagonista Gilda Mignonette, sotto una maschera di fama, bellezza e lustrini nasconde un animo fragile e delicato, mentre la cara Esterina che sembra così anonima e buona darà del filo da torcere alla protagonista.

Tararabundidee feat. Tra le righe, ep. 14: VELOCITÀ.

Febbraio è un mese che passa in fretta. Non solo perché ha 28 giorni di solito ed è quindi per forza di cose il più piccolo dei mesi, ma anche perché forse per sua sfortuna capita dopo gennaio: mese del nuovo inizio, delle nuove cose, delle nuove responsabilità e quindi interminabile.

Abbiamo scelto per questo quattordicesimo episodio del sodalizio che ci lega alle libraie di Tra le righe, la velocità. Qualcosa di breve e fulminante, ma che lasci il segno, un po’ come febbraio. Prima di lasciarvi ai consigli delle libraie, vi lasciamo con una poesia che si sposa bene con questo tema, del poeta turco Nazim Hikmet, Ho vissuto alla velocità dei sogni.

Ho vissuto alla velocità dei sogni
Tra sfavillanti scintille
Ho piantato un albero di susine
Ne hanno assaggiato i frutti

Meno male che ho amato la tristezza
Soprattutto la tristezza che c’è nell’occhio delle pietre
Del mare dell’essere umano
E ho amato la gioia improvvisa

Meno male che ho amato la pioggia
Meno male che sono stato in carcere
Ho amato l’irraggiungibile
In tutte le mie nostalgie

Meno male che ho amato il ritorno.

Il tema per la recensione che ci richiede la nostra amica blogger
questo mese è la velocità. Me lo scrive una notte, Vale, scusa
l’orario, per febbraio direi qualcosa su un romanzo breve, una
raccolta di racconti, insomma, qualcosa che abbia a che vedere con la
velocità. Eh già, febbraio è breve, ti fa patire il freddo, il vento,
i malanni, ma poi passa, passa più velocemente degli altri. E così il
tempo per scegliere un libro e scrivere la recensione è poco, ma lo
sguardo inciampa sulla copertina viola e rosa di un volume della Rive
Gauche, la splendida collana dedicata alla narrativa americana diretta
da Tiziana Lo Porto per le Edizioni Clichy (Rive Gauche è un omaggio
alla libreria Shakerspeare&co.). Clessidra. Meglio la sabbia che
scivola nel vetro piuttosto che il ticchettio di un orologio per
misurare il tempo.

Breve, è breve, e Clessidra sia.
È un memoir, della scrittrice e giornalista americana Dani Shapiro.
Ripercorre gli anni del suo matrimonio con l’amato M., giornalista e
scrittore, avanti e indietro, regalandoci anche momenti dell’infanzia
gioiosa, l’adolescenza infelice che emerge dai diari dell’epoca, il
percorso accidentato verso una maggiore consapevolezza, percorso che
non ha fine mai. Riflessioni, illuminazioni. Il tempo. Il tempo
trascorso a capire se stessi, lunghissimo, frastagliato, contrapposto
alle certezze immediate di quando eravamo bambini, quello che ci
piaceva e che non ci piaceva, le passioni sicure e ferme, repentine.
Il tempo che serve a capire che siamo di fronte ad una persona che ci
resterà vicino, un attimo, e quello che trascorre nel confermarlo, una
vita. Il tempo impiegato tenacemente ad allontanarci da noi stessi,
che si srotola come un infinito gomitolo di lana, e l’attimo in cui ce
ne rendiamo conto, veloce come la forbice che recide la lana. Dani
Shapiro ci fa dono, attraverso la sua esperienza e la sua delicata e
nitida capacità di scrittura di un libro che nella sua brevità è denso
di suggestioni, considerazioni che lasciano l’eco fino a diventare
nostre, spunti per rivolgere quello sguardo dalle sue parole alle
nostre, a quelle che dobbiamo utilizzare per raccontare la nostra
storia, per capire se siamo sulla strada dove dovremmo essere. E, quel
che sembra emergere da questo bellissimo memoir, è che se la strada
non ci risparmia angoli bui, brecciolino dove sbucciarsi le ginocchia,
rami divelti da evitare, ma anche paesaggi dove lo sguardo, a tratti,
trovi pace e meraviglia, allora la strada è quella giusta. Dani
Shapiro cita Wendell Barry, poeta e ambientalista: “Il torrente
ostacolato è quello che canta”
. Certo, bisogna esercitare un orecchio
musicale per saperlo ascoltare, ma è un esercizio alla portata di
tutti, basta solo volerlo fare.

Valentina Mogetta

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