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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Nerdopoli, a cura Eleonora C. Caruso.

“A volte i nerd hanno problemi di amore, ahiloro, ma mai di innamoramento. È una vita fatta di passioni totalizzanti. E di una certa generosità, non richiesta, nel condividerle. Qui sta una contraddizione, però. Il nerd, da una parte, vorrebbe che tutti partecipassero al suo innamoramento. Tuttavia, quando ciò comincia a succedere, e un culto diventa mainstream, il nerd si sente tradito e si disamora. O forse, più generosamente, pensa che quello che doveva fare ormai lo ha fatto, e adesso è tempo di contaminare il mondo con un’altra ossessione, nuova di zecca. Oppure più d’una.
Ai miei tempi, i nerd erano monotematici. Oggi i nerd hanno tante passioni. Cosa di musica, fumetti, serie televisive, cinema, libri… da nerd, appunto.”

E proprio di alcune delle cinquanta sfumature del nerd, tratta Nerdopoli, Espressioni di una comunità in evoluzione, saggio a cura di Eleonora C. Caruso, edito da effequ. Indagando dagli shonen, alle fanfiction, dai gdl a Lost, questo libro attraverso le voci di Susanna Scrivo, Eleonora C. Caruso, Alice Cuchetti, Arianna Buttarelli, Simone Laudiero, Matteo Grilli e Aligi Comandini esplora come si è evoluto il mondo nerd dagli albori ad oggi, quando tutto è diventato più “semplice” ed immediato grazie ad internet e alla quantità enorme di informazioni e di materiale condiviso tra le genti.

Io non so che vita sia quella di un non nerd sinceramente, la mia vita è stata ed è ancora costellata da fisse su fisse, quella più longeva, sempre presente è quella per il fumetto, ma… anche quella per Sailor Moon, che continuo a rivedere ad intervalli regolari (l’immagine in basso è stata la mia icon su whatsapp per anni, le cover dei miei cellulari sono tutte di Sailor Moon et. etc. etc). Adesso ad esempio ho la fissa delle serie coreane, con cui rompo l’anima a tutte le persone che mi conoscono, sicuramente tra qualche tempo prenderò chissà quale strana mania, e per me è sempre stato così. Davvero si può vivere senza appassionarsi totalmente alle cose, parlarne in continuazione e poi cambiare soggetto e partire di nuovo dall’inizio tutto il processo?

Per me questo saggio è stata una grande conferma, la conferma che siamo tantissimi a fare delle nostre passioni il perno su cui gira gran parte del nostro tempo. Nerdopoli è un continuo andirivieni tra presente e passato, tra cose che hanno catturato il mondo di oggi, come GOT, cioè ma ci rendiamo conto dell’hype che ha generato questa serie? Per mesi non si è parlato di altro e ancora oggi per fare una scrematura delle persone di cui fidarsi basta chiedere chi sono i tuoi personaggi preferiti di GOT e ti è piaciuto il finale? (Voglio subito dire che io ho adorato il finale, perché dalla prima scena ho tifato solo e solamente per Bran, quindi ora potete smettere di seguirmi, perché so che non siete d’accordo!)
Senza dimenticare fumetti, videogiochi, anime e serie che hanno conquistato le generazioni precedenti, pensiamo a Star Trek, che mia madre adorava e che quindi ha fatto parte della mia infanzia, o Lost. Grazie o forse devo dire per colpa di Alice Cuchetti ho scoperto anche che “Hurley non dice mica “coso”, ma “dude”, e io che lo identificavo come “cosocosi” la mia vita basata su una menzogna. Perché nel suo Big Damn Heroes parla anche di come la televisione italiana abbia tradotto, malamente, molte serie e anche di come le ha piazzate, sempre malamente, nel palinsesto televisivo.

Uno degli interventi più divertenti ed interessanti è sicuramente quello di Eleonora C. Caruso, che tratta del fenomeno delle fanfiction, dicendo che le fanfiction sono nate effettivamente ben prima di quanto ci immaginiamo:

“Adesso proviamo a essere ancora più precisi, andando ancora più indietro, fino al 1562, quando venne pubblicato un poema narrativo a opera di Arthur Booke dal titolo La tragica storia di Romeo e Giulietta. Si trattava di un cautionary tale, una di quelle noiose storie scritte per mettere in guardia i giovani dal rischio di fare di testa propria. Senonché un certo drammaturgo inglese ebbe l’idea di scriverne una sua versione, stavolta dal punto di vista dei giovani.
L’opera più famosa di William Shakespeare è, insomma, una fanfiction. Ha scritto una fanfiction Ludovico Ariosto quando si è inventato il seguito – critico e parodico – dell’Orlando Innamorato di Boiardo, e ha scritto una fanfiction Virgilio con l’Eneide.”

Estremamente interessante è la storia della fanfiction moderna e la sua evoluzione di pari passo con l’evoluzione e l’accessibilità sempre maggiore di internet. Effettivamente non avevo mai pensato a quanto potesse essere faticoso gestire un sito di un fandom, in cui approvare i commenti uno per uno, leggere e caricare una alla volta ogni fanfiction e così via, una mole di lavoro che noi nati dopo, quando internet era ormai progredito al massimo non abbiamo mai sperimentato, ora abbiamo tutto bell’è pronto e possiamo leggere fanfiction su wattpad, senza che nessuno le abbia selezionate precdentemente.

Nella comunità nerd c’è però anche qualche ombra e ne parla Aligi Comandini nell’ultimo articolo “Tu non puoi passare”, che si sofferma sul fenomeno del gatekeeping cioè “il comportamento di qualcuno che si fa carico del fardello di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di far parte di una comunità o un’identità.” Avete presente quanto sostenete di essere fan di qualcosa, che sia un gruppo musicale, un manga, un anime, un videogioco e vedete che inizia a crearsi troppo interesse, o troppo seguito e quindi si inizia a vedere male chi è nuovo ed entra nella cerchia perché “eh ma tu non c’eri quando è successo x”, “io c’ero da prima”, “tu non puoi essere un vero nerd perché io da bambino mi rifugiavo nella mia passione per sfuggire a (inserire qui qualsiasi causa di disagio) e tu invece avevi una vita serena.” Siete davvero fortunati se non avete mai incontrato persone che la pensano così, che vogliono tenersi la loro passione per la loro cerchia ristretta e sicura, come se gli altri “estranei” potessero trasformare in chissà che modo l’oggetto della mania, perché più c’è seguito, più c’è il rischio che quella determinata cosa diventi commerciale, mainstream, che perde la scintilla che ci aveva catturati, ma come spiega egregiamente Comandini, dietro ogni oggetto del piacere che sia un libro, un fumetto, un videogioco, un film, c’è sempre un’azienda che lo ha prodotto, il cui intento è vendere e arrivare a quante più persone possibili, quindi il fenomeno del gatekeeping oltre ad essere un fatto discriminatorio, è anche un po’ una sorta di scollamento dalla realtà.

Comunque, sia che vogliate saperne di più di alcuni fenomeni, sia che volete ridere sulla stramba programmazione televisiva italiana o che volete riassaporare quel momento perfetto della vita in cui Lady Oscar era l’idolo supremo, dovete leggere Nerdopoli, che scorre velocissimamente portandovi in un turbinio di ricordi e bellissimi sentimenti, potrebbe anche avvicinarvi a qualche nuova mania, io ad esempio mi sono appuntata una serie di boy’s love grazie al primo articolo di Susanna Scrivo.

Beastars

Per chi ha nostalgia di Bojack Horseman o del più “candido” Zootropolis la soluzione potrebbe essere fare un bel binge-watching della prima stagione di Beastars, anime della Orange Production tratto dal manga omonimo di Paru Itagaki e che fa parte del catalogo di Netflix

Infatti i temi principali della serie richiamano una sorta di legame con le opere citate, che non sembrano avere niente in comune tra loro: un universo di soli animali antropomorfi – gli umani si affiancano a essi solo in Bojack – i rapporti tra le diverse specie e la difficile convivenza tra la classe dei carnivori e quella degli erbivori. Il tutto è mixato nell’atmosfera giapponese dei tipici anime adolescenziali, divise scolastiche, situazioni adolescenziali e un po’ di patemi amorosi. 

La storia è ambientata principalmente nell’istituto privato Cherryton, all’alba di un evento tragico: l’omicidio di un alpaca di nome Tem. Inizia così a farsi strada, ancora una volta, la diffidenza degli erbivori della scuola verso i compagni carnivori, fortemente discriminati per la loro natura aggressiva. 

Uno di questi è Legoshi, un lupo grigio in possesso di un’innata sensibilità con cui cerca di limitare sé stesso mostrandosi schivo e mansueto. Le cose cambieranno a causa (oppure per merito?) di un particolare incontro con la coniglietta Haru che lo metterà di fronte ai suoi istinti, facilmente interscambiabili: la vede come oggetto di desiderio o come preda?

Con i suoi dodici episodi (e una seconda stagione in arrivo) Beastars riesce a catturare, anche grazie ai cliffhanger e al clima di tensione generale che si ricrea anche nelle varie dinamiche: una tra tutte quella tra Legoshi e la star del club di teatro, il cervo rosso Louis che cerca di farsi spazio nel mondo grazie alla sua popolarità e alla sua ambizione, ma non riesce ad accettare la sua condizione di erbivoro – che lo rende certo più debole – e disprezzando chi, come Legoshi, non sa essere fiero della propria superiorità fisica, del suo status di predatore. Chi vedrà la serie doppiata riconoscerà subito nella sua voce il grande Flavio Aquilone, che sembra dare vita a un Light Yagami versione animale (le caratteristiche per ora sembra averle tutte!). 

Spesso viene dato spazio ai vari personaggi secondari, concedendoci di entrare nei loro pensieri: i più divertenti e ricchi di “empowering” sono decisamente quelli della gallina Legom e della sua missione di vita.  

Per quanto sembri un classico anime adolescenziale di amoretti, ci sono molti elementi che lo rendono differente. C’è molta tridimensionalità nei personaggi che evitano di sembrare scontati: tutte le specie, carnivori ed erbivori, hanno i loro pregi e difetti anzi, quelli che ne pagano di più il prezzo sono stranamente quelli considerati più forti, che subiscono attacchi di bullismo e di isolamento a causa del pregiudizio. Sorprendentemente anche il personaggio di Haru vive una sorta di dualità del suo essere, che la rende oggetto di pettegolezzi e derisioni ma spinta da una motivazione forte, fuori dalla semplice apparenza. La tridimensionalità si avverte anche nelle ambientazioni, che si estendono al di là della scuola: i ragazzi visitano la città e scoprono a loro spese il prezzo che ha il compromesso della convivenza pacifica.

Un’ultima nota è da dedicare alla sigla, stravagante e meravigliosa, realizzata mediante lo stop motion in cui Haru e Legoshi si muovono tra il giorno e la notte, sempre sul filo del rasoio riguardo al loro rapporto e al modo in cui viverlo. 

Maria Chiara Paone

A. A. Autoproduzioni: KumiShire.

Nel mese scorso, vi abbiamo rivelato il nostro nuovo intento e dopo il Collettivo Canederli siamo felici di farvi conoscere Kumishire. Anche lei incontrata nella sezione della SelfArf al’Arfestival.

KumiShire è una fumettista super appassionata di manga. Quando tutti andavano matti per le W.I.T.C.H, lei leggeva chili di manga. Ha iniziato pian piano a disegnare ed è riuscita a raggiungere il pubblico con una 24h comics dove disegnava quello che poi sarebbe stato il primo volume cartaceo, ottenuto grazie ad un crowfounding: Kitsune To Neko. È partito tutto come una scommessa e si è rivelata un’ottima scommessa.

KumiShire ha iniziato a disegnare praticamente da subito, fino ai 19 anni per conto suo prendendo spunto da varie tipologie di mangakapoi ha frequentato la Scuola di Comics di Firenze e 3 anni dopo ha sviluppato questo progetto.

“Ho iniziato a sperimentare, studiando i dipinti giapponesi e così ho cambiato anche il mio modo di disegnare, usando pennello e colori.”

Noi abbiamo letto proprio La Volpe e il Gatto ovvero Kitsune to Neko, un bellissimo fumetto ispirato come sempre al Giappone di cui Kumi è appassionatissima, è un volume unico perché, come dice l’autrice dà un po’ più di sicurezza al pubblico che non sa mai come e dove andranno a parare le autoproduzioni. Il fumetto è stato prima il test della 24h comics e ora si trova anche in cartaceo, racconta la storia di due donne o meglio di una donna e di un demone, in un mondo in cui demoni ed umani erano in continua lotta e c’era una misteriosa gatta da pelare.
Nello stesso universo è ambientato anche Yuki no Hitodama, fumetto scritto dalla sceneggiatrice MasaKoi, formando il team Ku•Koi – 久•恋 .
Il fumetto potete trovarlo qui e parla di Akari e della ricerca dei suoi fratelli. In questa ricerca conoscerà anche Kyōka, grandissimo musicista, la cui musica nasconde un enorme potere che potrebbe forse portare la pace nei mondi.

Il pubblico di Kumishire è soprattutto formato da donne e da adolescenti, ma è molto seguita anche dagli appassionati di manga e di Giappone.

È solo il primo anno che è all’Arf e ci ha parlato di come ha notato che oltre ad esserci una buona affluenza, c’è sempre gente veramente interessata, non solo addetti ai lavori ma anche appassionati che si fermano a parlare, vogliono informazioni e vogliono anche accarezzare il cane meraviglioso che sta buono sotto il tavolo!

Tra i prossimi lavori che potete trovare a Lucca Comics 2019 c’è:
Shunga, una raccolta di illustrazioni erotiche in cui compaiono anche Shinju e Hitomi (le due protagoniste di Kitsune To Neko), in un volume brossurato! 
Onryou, volume unico in cui fa la sua prima comparsa Izanami, la Dea della Vita e della Morte.
Su indiegogo potete aiutare l’autrice a completare l’obbiettivo e riuscire a stampare entrambi i volumi e ovviamente aiutarla a sostenere le spese del Lucca Comics!

Qui potete invece trovare le illustrazioni e i WIP dei fumetti di KumiShire e potete anche aiutare e sostenere questa giovane artista con il vostro contributo, diventando un Patreon.

Dopo che avete letto tutto e partecipato a tutte le cose fighissime che fa KumiShire, noi vi diamo appuntamento al prossimo mese con una nuova autoproduzione!

Il pene del Senpai, Yoichi Abe.

Prima o poi tutti ci ritroviamo alle prese con una cotta. Una cotta magari passeggera, con tranquillità svanisce subito, ma ci sono quelle che sono alimentate da una serie di ambiguità e dolcezze che per chi le fa sono semplici gentilezze… ma per chi le riceve: incontrastabili conferme di un interesse profondissimo. Allora ci fissiamo, stiamo male, ma soprattutto desideriamo ardentemente proprio quella persona. Una persona a cui noi pensiamo intensamente, che oscura ogni altra possibilità, insomma quella persona che vogliamo a tutti i costi e che magari anche noi stessi depistiamo per non esporci troppo, parlandole di altri, arretrando quando si avvicina, insomma… tira e molla a parte, la cotta rimane e sarebbe così bello poter avere quella persona anche per poco, ma se ci fosse la possibilità di avere almeno una sua parte?

È più o meno così che inizia Il pene del Senpai di Yoichi Abe, un brillantissimo manga che descrive un mondo in cui si può tranquillamente tagliare il pene dagli uomini, senza che loro provino particolare dolore, ma soprattutto senza che l’appendice stessa ne risenta particolarmente. Insomma questa ragazza perdutamente cotta di un bellissimo ragazzo è proprio risoluta ad avere con sé almeno una parte di lui… quindi perché non il pene, visto che tagliarlo non ha grandi ripercussioni?

Il concetto base del manga è assolutamente geniale, i disegni sono kawaii, infatti pur parlando di peni l’erotismo è quasi del tutto assente. Non è sull’aspetto sessuale che Yoichi Abe si sofferma, ma più che altro va a delineare i rapporti che le ragazze hanno con i peni e con l’altro sesso in generale. Si parla di questo in 7 piccole storie che hanno come protagoniste ragazze diverse che si rapportano a questo “potere eviratore senza sforzo“. Si parla di coppie, della difficoltà di trovare una persona che piaccia completamente, della difficoltà di rimanere in una relazione, dei tradimenti, insomma di quello che capita tutti i giorni in ogni coppia: non sarebbe quindi meglio fare a meno del pacchetto relazione e usufruire solo del pene? Che tra l’altro non dà grossi disturbi, è relativamente docile, mangia anguria, deve essere un minimo controllato visto che tende a volersi riunire con la restante parte del corpo, ma tutto sommato meglio di fare la conoscenza con tutti gli amici, delle gelosie etc. etc.

Non essendo pratica della nomenclatura giapponese ero fermamente convinta che a scrivere questo originalissimo manga fosse stata una donna. A parte alcune scene creepy: tipo un pene che viene frullato e che quindi per una sensibilità verso il proprio corpo, pensavo non potesse uscire fuori da un uomo, in questo fumetto i personaggi maschili escono veramente a pezzi. Questo mi aveva fatto propendere su un’autrice donna, che va a riequilibrare una situazione in cui generalmente è la donna ad essere sessualizzata, utilizzata e soprattutto è sempre il corpo della donna ad essere particolarmente esposto. Qui abbiamo il contrario, l’uomo viene pensato non solo in quanto uomo ma soprattutto come portatore di pene. La personalità dei personaggi maschili non esiste a parte in una storia, tutto si muove solamente in relazione alla loro appendice. Questa spersonalizzazione degli uomini va a tutto vantaggio di una personificazione del pene. La cosa più bella è che comunque, come abbiamo riferito prima, non ci sono delle forti componenti sessuali quindi in realtà il pene non è solo soggetto del desiderio sessuale femminile, ma diventa il soggetto di una relazione a discapito dell’uomo stesso. Questo capovolgimento degli infelici standard e stereotipi a cui siamo sottoposte è molto intrigante e lo è ancora di più se a farlo è un uomo. Spazio ha ovviamente il piacere femminile, anche se non è manifestato molto a livello visivo, si parla molto del sesso per piacere e non come manifestazione più alta del sentimento amoroso, come viene dipinto sempre l’atto sessuale per le donne. Le donne provano piacere e non ci deve essere per forza un sentimento dietro e come dimostra questo fumetto, non ci deve essere dietro neanche necessariamente una persona. Ho trovato intelligentissima la linea narrativa di questo fumetto anche perché si lega alla masturbazione femminile che è sempre e comunque un tabù. Non solo appaiono peni recisi che saltellano dai corpi da cui sono stati tagliati, ma ci sono anche vibratori e altri strumenti di piacere, ma soprattutto il piacere femminile è al centro della narrazione. Il pene sostituisce l’uomo perché dà il piacere che serve senza tutto il resto e aiuta la donna a raggiungere un piacere disinteressato: quello che succede con la masturbazione, no? [Ora io non vorrei dilungarmi tanto su questo argomento, ma posso rimandarvi a chi di queste cose ne tratta sempre e soprattutto molto molto meglio di me, quindi se volete conoscere qualche opinione in più QUESTA è la cosa giusta da leggere! (E direi che potete anche seguire sessolopotessi su ig!)]

Posso dire che ho riso tantissimo mentre leggevo questo fumetto, alcune scelte grafiche e narrative sono così originali e surreali che veramente sono divertentissime. Nonostante questo lascia spazio alla riflessione perché anche se si parla in fondo di qualcosa di impossibile, riesce a far trasparire una vivida visione della quotidianità femminile che altri prodotti più realistici non trasmettono.

Concludo con un ringraziamento al signor Yoichi Abe che oltre a farci crepare dal ridere è anche riuscito a descrivere le donne non solo come amanti dell’amore, pulitine, senza il minimo briciolo di desiderio, ma come persone che hanno pulsioni, che fanno delle battute grevi, insomma, come siamo davvero.

Aggretsuko, Sanrio – Netflix

Con i termini Generazione Y, Millennial Generation, Generation Next o Net Generation si indica la generazione che, nel mondo occidentale o primo mondo, ha seguito la Generazione X. Coloro che vi fanno parte – detti Millennial o Echo Boomer – sono nati fra i primi anni Ottanta e Il 2000.”
Tutti i nati tra gli anni ’80 e il 2000 sono inseriti in un unico insieme, sono, anzi siamo tantissimi e dividiamo giorno dopo giorno la stessa sorte. Questo grande e complesso agglomerato può essere raccontato efficacemente da un cartone animato in sole 10 puntate?

SPOILER: SÌ.

Aggretsuko o Aggressive Retsuko è una serie animata, ultimamente approdata su Netflix. La protagonista è Retsuko ideata da “Yeti“ per la Sanrio (conosciuta principalmente per l’iconica Hello Kitty). Retsuko è una panda rossa di 25 anni, che lavora in un ufficio contabile e che in 15 minuti, per 10 episodi ci racconta il suo mondo, che è un po’ anche il nostro.

aggDietro una grafica tenera e graziosi personaggi animali, si raccontano i sogni della generazione Y, sogni che vengono puntualmente infranti, dopo duri scontri con la realtà. Il lavoro in ufficio che sembrava la soluzione a tutti i problemi diventa una trappola mortale: colleghi pessimi, soprusi, clima soffocante e opprimente. Si potrebbe cambiare lavoro allora, mettersi in proprio, gestire tutto dalla A alla Z, senza padroni, ma quanto è alto il rischio di perdere tutto?

Sono questi alcuni dei problemi che Retsuko affronta quotidianamente, problemi che forse ci sembrano familiari.

La scelta degli autori di parlare orizzontalmente di una intera generazione in un modo apparentemente carino e coccoloso, si scontra con le tematiche attuali e in alcuni casi anche pesanti che la serie affronta. Ho particolarmente apprezzato anche il fatto di scegliere come protagonisti degli animali. Animali diversissimi tra loro: panda, gatti, ippopotami, gorilla, maiali, elefanti che vivono e si muovono nello stesso contesto appianando completamente ogni tipo di differenza, almeno quelle di specie. In realtà con ironia e leggerezza, il cartone calca la mano sulla differenza di genere. La povera Retsuko in vari momenti viene osteggiata e umiliata dal capoufficio (che non a caso è rappresentato da un maiale, animale che da Orwell ai Pink Floyd è caratterizzato negativamente) in quanto femmina. La cara Retsuko sembra inizialmente accettare tutto di buon grado, è solo un piccolo elemento dell’azienda, una nullità, come può ribellarsi senza perdere il lavoro?

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I colori pop e pastello di tutta la scenografia iniziano a cambiare, uno sfondo dai toni caldissimi e carichi si proietterà sul vostro schermo, al centro una sola parola: RABBIA. La piccola, docile, adorabile Restuko ha gli occhi iniettati di sangue, si agita in uno scenario fiammeggiante, gridando, quasi ululando e scaricando tutta la tensione, tutto il rancore in una sala di karaoke. Il rifugio/scappatoia dalle pesanti giornate di angherie, routine e profonda insoddisfazione è l’heavy metal. Con una voce cavernosa e profondissima, Retsuko si sfoga, reagendo e scaricando tutto in una piccola stanza chiusa, dove nessuno può vederla.

 

Serie assolutamente consigliata, che con velocità e pur non avendo una trama originalissima riesce ad arrivare al punto e a fare una narrazione diretta e scanzonata della nostra amara condizione. L’originalità è tutta data dal contesto e dalla grafica che fa un po’ a pugni con la drammaticità di quello che viene raccontato, ma attira anche per questo. Le avventure della pora Retsuko non sono finite, è stata infatti da pochissimo annunciata anche una seconda stagione.

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