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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Robbe grosse sull’erotismo: Jack London.

Che è succiess? Che sono ‘ste robbe grosse?
Siamo lieti di presentarvi una serie di articoli che sono legati (come avrete capito visto la vostra perspicacia) dall’erotismo, erotismo che si evince però da tipi e tipe insospettabili.
Come v’è venuto in mente?
Ma perché ci piace nciuciare, è ovvio. E ci piace capovolgere l’idea comune su personaggi, romanzi, poesie, autori, facendovi scoprire magari qualche lato nascosto. E iniziamo va, che è lungo il fatto.

John Griffith Chaney London, per gli amici semplicemente Jack London è l’autore di Zanna Bianca e questo lo sapete, perché di quella colossale pall… ehm di quel libro meraviglioso sicuramente avrete 3 – 4 copie a casa.
Ma il caro John o il caro Jack, non è stato “solo” un autore, era un dandy e ha sperimentato tutti i lavori del mondo: strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, lavandaio, cacciatore di foche, corrispondente di guerra.
A un certo punto della sua vita inizia a scrivere racconti per mantenersi, infatti non farà mai mistero del fatto che scriveva per soldi. La scrittura è un lavoro, non è che arriva all’improvviso con l’ispirazione, deve essere praticata quotidianamente.

“Bisogna mettersi alla scrivania e scrivere almeno 1000 parole al giorno, bisogna essere allenati per fare della scrittura un mestiere.”

I consigli di scrittura, o meglio i consigli di lavoro di Jack London sono raccolti in Pronto soccorso per scrittori esordienti, edito da Minimum Fax. Ma cerchiamo di andare quasi con ordine.

Era il 1903 quando viene pubblicato Il richiamo della foresta, Jack aveva 27 anni. In questo libro descrive la terribile esistenza di Buck: cane con l’aspetto di un lupo che si troverà a superare millemila soprusi, prima di sentire finalmente il richiamo della foresta e darsi beatamente ad una vita nella natura, dove non c’è traccia di umani.
Libro speculare è il nostro amatissimo Zanna Bianca, in cui il lupocane dopo una serie di terribili atti che gli uomini gli fanno per incattivirlo e renderlo invincibile nei combattimenti, trova finalmente il senso della pace e dell’amore tra le braccia di Walter Scott.

Nel 1908 è la volta de Il tallone di ferro. Dopo aver dato voce alla coscienza animale, dopo aver denunciato la situazione di sfruttamento degli animali del Klondike, dove ovviamente Jack è stato eh, passa ad un altro tipo di denuncia. È in questo romanzo che si manifesta il lato più politico di London, fautore del socialismo ma anche legatissimo alle teorie di Herbert Spencer.
Il tallone di ferro considerata la prima distopia moderna, ha per protagonista una donna (non è una novità per London che nel 1902 aveva scritto La figlia delle nevi, ma di lei parleremo abbondantemente in seguito): Avis Everhard che si innamora di Ernest un giovane filosofo, rivoluzionario che le fa aprire gli occhi, facendole capire quale fosse la reale situazione politica e sociale del tempo che stavano vivendo. È così che lei si rende conto di quello che è davvero il mondo, governato da una macchina invisibile che si regge sullo sfruttamento umano. Il libro sarebbe il manoscritto redatto da Avis, non ha un finale chiuso ed è quindi facilmente applicabile ad ogni momento storico. Pare che il personaggio di Ernest abbia ispirato i genitori del Che, che lo avrebbero chiamato Ernesto proprio dal romanzo di London.


Di stesso stampo è anche La Valle della Luna, la storia di Saxon e Billy che cercano disperatamente di raggiungere La Valle della Luna, una sorta di terra dei sogni, in cui poter iniziare una vita nuova e ricca. Anche questo romanzo è ricchissimo di denuncia sociale e contiene molto dell’ideologia socialista, in particolare viene denunciato il trattamento che subiscono le classi più povere e l’alienazione dei lavoratori.

Lo sappiamo: il tema di cui vi dovevamo parlare non è né la coscienza animale, né il socialismo. Di erotismo fino a qui non c’è traccia e avete pensato che siamo dei pazzoidi, perché Jack London è sinonimo di avventura, freddo, lotte sanguinose, quale erotismo! Ma…

Nel 1902 London pubblica il suo primo romanzo: La figlia delle nevi. Ambientato nel Klondike, racconta dell’impervio paesaggio dell’asperrima Alaska e della corsa all’oro. Una vita durissima, assolutamente non a misura d’uomo e infatti la protagonista è una donna, Frona Wells, coraggiosa, forte, spiritosa, sempre in grado di fare la scelta giusta.

Potremmo citare Teocrito, Virgilio, Keats, Pascoli, D’Annunzio, in tutti come anche in questa pagina di London, il mondo vegetale è partecipe del topos erotico. La rugiada, l’umidità, i liquidi effluvi da sempre sono utilizzati in letteratura per dare l’idea della sensualità poiché si richiamano ai liquidi emessi durante l’atto sessuale. Altro leitmotiv della letteratura erotica è la vegetazione che frusta il corpo: già nel I d. C. verghette, fruste, giunchi flessuosi, rametti di ibisco vengono utilizzati per giochi erotici. Non ci siamo inventati nulla nel nostro tempo.
E poi c’è l’amore appassionato di Frona, che compare in questo passo per la prima volta, ma che viene ripreso in più occasioni nella narrazione. L’aspetto sorprendente dei momenti erotici descritti da London è che riguardano molto spesso le donne, i loro desideri, la loro sessualità, l’eccitazione, senza alcun tipo di moralismo, frecciatine o bigottismo. Non dimentichiamo che siamo nel 1902, ancora oggi abbiamo difficoltà a leggere/scrivere/parlare dell’eccitazione, della sessualità femminile senza giudizi che mettono la donna sotto chissà quale perversa e satanica luce.
Più avanti nel romanzo si parla degli Indiani, London dice che le donne americane erano attratte dai bellissimi pellerossa e non vedevano l’ora di consumare le proprie voglie, esattamente come gli uomini, e basta, nessun giudizio ulteriore.
Anche quando viene descritto l’uomo ideale di Frona viene sottolineato l’aspetto fisico oltre che la gentilezza e l’intelligenza, perché Frona come tutte le donne ha bisogno anche di avere un’attrazione sessuale verso l’uomo che starà con lei per la vita, infatti si pone molto l’accento sulla possanza fisica, cosa che ritroviamo anche in Martin Eden.

Martin Eden è un romanzo del 1909, romanzo di una bellezza indicibile che racconta l’evoluzione di Martin, giovane marinaio di S. Francisco che per amore di Ruth, ricca e istruita signorina, si getta a capofitto nella conoscenza. Deve conoscere quanto più è possibile, deve innalzare il suo spirito per essere degno dell’amore di Ruth, ma deve anche guadagnare di più, essere più presentabile. Ad un certo punto però la conoscenza lo divora: non può fare a meno di conoscere ancora di più, di scrivere, non lavora, non mangia, si nutre letteralmente di cultura.
Martin Eden è una sorta di autobiografia, un romanzo dalla prosa elegantissima, magistrale, bellissimo com’è bello Martin, muscoloso, dal colorito ambrato e sano, con quel collo possente su cui Ruth vuole assolutamente mettere le mani. Si frena Ruth, con difficoltà. Vorrebbe sempre toccarlo, posare le mani su quel collo e sulle spalle, neanche lei sa perché, è la prima volta che prova un desiderio del genere.
Mentre l’amore di Martin Eden verso Ruth è delicatissimo e mentale più che fisico, di una purezza e una delicatezza tale da farlo cambiare radicalmente, quello di Ruth sembrerebbe essere un’attrazione più fisica che mentale. Nonostante tutti gli sforzi di Martin, la cosa che attira sempre l’attenzione della signorina è la sua bellezza. Ma come nello stile di London anche se viene sottolineata l’attrazione sessuale che provano Ruth e le altre donne, si parla sempre di questo desiderio senza il minimo giudizio.
Si può dire che tutte queste siano prove tecniche sul piacere femminile, che vengono condensate nell’ultima opera di London.

La piccola signora della grande casa (1913) è Paula che vive tranquilla nel Klondike con il marito Dick, solo che Dick pare amare più il ranch che Paula che soffre d’insonnia, non può avere figli, insomma ha una serie di problemi. Paula non è soddisfatta della sua vita sentimentale, ma ama suo marito. Il problema vero si ha quando arriva Graham: Paula è sopraffatta dalla passione e dal desiderio verso quest’uomo amico e somigliante al marito, ma che ricambia i suoi sentimenti. La relazione, la passione, il sesso, diventano totalizzanti per Paula, ma lo è anche l’amore verso il marito. Cosa fare allora? Come scegliere?
Per sottrarsi dall’empasse e per non creare ulteriori dispiaceri agli uomini che ama di più al mondo, Paula si suicida.
London descrive questo libro come un libro praticamente sessuale:

“It is all sex from start to finish.”

La protagonista questa volta non osserva compiaciuta begli uomini, non emerge sensualmente dalla natura incontaminata e non vuole semplicemente mettere le mani su bei colli. Paula è consumata dal desiderio. La sua voglia la sovrasta, la sua sete di passione la divora un po’ come la sete di conoscenza che ha Martin Eden.

In vari romanzi di Jack London, la donna ha un ruolo primario e lo hanno anche i suoi desideri. Una donna che avanza pretese sessuali ha sempre qualche problema, questi malsani desideri sono sinonimo di lussuria, di malvagità, di vizio inguaribile, non in London. La cara Ruth, che è uno dei personaggi più “banali” emersi dal genio di London, pur provando pulsioni sessuali viene sempre descritta nella sua verginea purezza, come una donna eterea ed irraggiungibile, una presenza meravigliosamente alta, non con altri aggettivi denigratori, pieni di giudizi stupidi e misogini.

Bravi!
Coraggiosamente siete giunti fino a qui, avete tutta la nostra gratitudine, ma soprattutto speriamo di avervi incuriosito e di avervi dimostrato quanto possa essere sfaccettato un autore.
Jack London in soli 40 anni ha scritto romanzi, racconti, saggi, si tratta di più di un centinaio di opere; capite dunque che questo papiello seppur gigantesco sia incompleto e imparziale e soprattutto senza alcuna pretesa, avremmo potuto includere Tre Cuori, Il coraggio delle donne e un’altra infinità di cose, ma ci siamo soffermati principalmente sulle opere che abbiamo letto o che conoscevamo meglio.
Speriamo di essere riusciti nell’intento, ma questo ce lo potete dire solo voi, attendiamo vostre, alle prossime robbe grosse.

Settembre 1972, I. Oravecz

Che cosa abbiamo appena letto in verità non lo sappiamo, Settembre 1972 di Imre Oravecz, Edizioni Anfora, è senza dubbio un’opera particolare. Sembrerebbe un diario, una costellazione di ricordi in prosa, ma potrebbe tranquillamente trattarsi di una raccolta di poesie in versi sciolti. A livello stilistico il linguaggio dell’autore ungherese è estremamente poetico: ricchissimo, complesso, pieno di figure retoriche; enumerazioni, ossimori, metafore, il testo non è composto in endecasillabi e settenari, ma funzionerebbe comunque anche se non fosse in prosa.

Ma di che parla questo strano libro? Di amore.

Oravecz racconta il suo amore, dalla nascita casuale alla sua evoluzione, dalla pulsione sessuale al suo spegnimento, dalla serenità gioiosa ai momenti estremamente bui. L’amore di cui si parla è totalizzante, a tratti la descrizione puntuale dei sentimenti, delle situazioni e in particolare della mancanza dell’amata risulta anche stucchevole.

Non sappiamo se quello che viene raccontato nelle 99 istantanee sia un solo amore, potrebbe essere uno solo sviscerato in 99 episodi, 99 amori catturati in un unico preciso istante. Quello di cui siamo certi è che chi scrive è un uomo, assolutamente bisognoso d’amore, di calore, di una presenza che lo supporti e lo ami. Quello di cui non siamo assolutamente certi è chi sia questa donna o queste donne di cui il protagonista s’innamora. Sono quasi dei manichini, senza nome, senza storia, proiettate solo in quella distinta occasione.

La figura femminile risulta quasi appiattita dalla forza enorme dei sentimenti di chi scrive, è lì ferma sullo sfondo a sbagliare, vestirsi, svestirsi, amare. La donna dà amore, è descritta nel suo abbigliamento, nella sua fisicità, ma non sappiamo quasi nulla di ciò che pensa, di quali sono i suoi reali sentimenti, di come vive la storia d’amore, per questo potrebbe essere la storia di uno o di diversi amori, la Lei è così poco approfondita che è tranquillamente interscambiabile.

Pur essendo l’amore un incontro tra due persone, un insieme, un accordo, qui abbiamo una visione parziale di questo sentimento: unilaterale. Un unico attore, un unico sentimento immenso, l’ambiente esterno fumoso e quasi irreale. Siamo sicuri che da qualche parte nella città di P. o di H. ci siano i 99 racconti d’amore della controparte, che ci permetteranno di ricostruire meticolosamente il quadro di questa vita d’amore di Imre Oravecz.

Il consiglio dell’avvocato

È da molto che io, George Hautecourt non viaggio su questi schermi, consigliandovi l’ascolto perfetto per accompagnare le vostre letture, ma stavolta non potevo assolutamente mancare all’appuntamento. C’è un accoppiamento perfetto.

Sarà per il sentimento totalizzante, forse per il fatto che a descrivere questa esperienza sentimentale si tenga conto solo dell’uomo, che c’è una Lei di cui sappiamo poco o nulla, ma che:

Se non fosse per te

Sarei niente, lo sai

Perché senza te io non vivo

E mi manca il respiro

Se tu te ne vai.

Quando sono con te

Chiudo gli occhi e già volo,

D’improvviso la malinconia se ne va

Dai pensieri miei cade un velo

E ritrovo con te l’unica verità.

Solamente tu sai

Anche senza parole

Dirmi quello che voglio sentire da te.

Io non ti lascerò

Fino a quando vivrò:

Tutto quello che un uomo può fare

Stavolta per te lo farò.

Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo

Tararabundidee feat. Tra Le Righe – Ep. 16: Parigi in fiamme.

Nel mese appena passato ci sono stati tantissimi avvenimenti, ma più di tutti ci ha colpito l’incendio alla cattedrale di Notre Dame. Abbiamo allora pensato di dedicare il tema da proporre alle nostre libraie proprio qualcosa che avesse a che fare con incendi, fuochi e Parigi. All’appello ha risposto Claudia, la new entry del sodalizio che ci lega alla libreria Tra le righe.

Lei ci parla di un autore classico francese, Zola, con L’Assommoir.

“Parigi, tutt’intorno, dispiegava il suo fosco manto, immenso, azzurrastro all’orizzonte, e i suoi profondi avvallamenti, dove ondeggiava una marea di tetti; un’atmosfera d’angoscia, dense nuvole color dame adombravano tutta la Rive Droite; e dal bordo di queste nuvole, dalle loro frange d’oro, balenava un raggio di sole, che rischiarava le mille finestre della Rive Gauche in un’esplosione di scintille…”

Quando pochi giorni fa gli schermi dei nostri televisori e le prime pagine dei giornali hanno riportato le immagini della cattedrale di Notre-Dame in fiamme, siamo rimasti tutti sconvolti; il simbolo di una delle più importanti capitali europee, Parigi, divorato dal fuoco, sembra quasi voler dire che nella nostra società l’arte e la cultura non sono più considerate un bene prezioso per l’umanità.

Parigi è stata per anni, nei secoli passati, patria e rifugio di innumerevoli letterati, pittori e pensatori: lì hanno visto la luce opere straordinarie  come Guernica, i romanzi di Hemingway e i versi dei poeti maledetti. Ma non è di questa Parigi che voglio parlare oggi: lontano dagli Champs élysées e dai Grands Boulevards, alla periferia nord della città, c’è un piccolo quartiere, la Goutte d’Or, che ha ispirato uno dei più bei romanzi della letteratura francese: L’assommoir, di Emile Zola. Qui, tra i marciapiedi fangosi di boulevard Poissonière e le grida delle lavandaie in boulevard de la Chapelle, vive Gervaise, una ragazza di ventidue anni appena, con già due figli da accudire e un marito fannullone. Si trova a Parigi da poco tempo ma il suo sogno di lasciarsi alle spalle la miseria della provincia si è già infranto, ben presto il marito la abbandona per un’altra donna e lei è costretta a spaccarsi la schiena facendo la lavandaia, le mani rosse e gonfie per l’acqua gelata. Gervaise non si dà per vinta, finalmente incontra Coupeau, un uomo onesto, perbene, così diverso dal padre dei suoi figli e dagli altri uomini che vanno a bersi lo stipendio all’Assommoir, la bettola della Goutte. Dopo il matrimonio con Coupeau finalmente la vita va per il verso giusto e Gervaise corona il suo sogno: avere la sicurezza di un tetto sopra la testa e un piatto caldo che la aspetti la sera; dopo anni di stenti apre una lavanderia tutta sua, non ha più padroni e si gode la vita.  Ma la vera natura dell’uomo, animale corruttibile e vizioso fa prepotentemente capolino quando Coupeau s’infortuna e dopo aver perso il lavoro inizia a passare le giornate all’assommoir, inebetito dall’alcol.

“Lo scannatoio si era riempito. Sbraitavano, cacciando certe urla che squarciavano il gracchio catarroso delle voci rauche. Ogni tanto qualche pugno sul bancone faceva tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi, con le mani incrociate sulla pancia o serrate dietro la schiena, i bevitori facevano drappello, ammassati gli uni sugli altri; diversi gruppi, vicino alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d’ora prima di farsi servire da Colombe.”

Da qui in poi la famiglia di Gervaise scivola sempre più nel degrado e nella disperazione, nessuno viene risparmiato, neanche Nana la piccina della famiglia (protagonista di un successivo romanzo di Zola), che vediamo battere i marciapiedi e tornare a casa solo per rubare i pochi spiccioli della madre. Non c’è mai stata speranza di salvezza per questa famiglia, chi nasce nel fango, muore nel fango. Il libro è un affresco dettagliato della miseria dei sobborghi parigini della metà del 19esimo secolo, all’occhio osservatore di Zola non sfugge niente e cosi come lo vede ce lo racconta in ogni terribile dettaglio.

Comparso per la prima volta come romanzo a puntate nel 1876 , l’Assommoir viene accolto negativamente dalla critica e dal pubblico per il modo dissacrante in cui viene trattato il problema dell’alcolismo nella classe operaia francese e per l’uso dell’argot, il dialetto parigino, nei dialoghi. La risposta di Zola alle critiche è lapidaria ed attuale : Chiudete le bettole, aprite le scuole. L’alcool divora il popolo. L’uomo che saprà eliminare la piaga dell’alcolismo, farà per la Francia più di Carlo Magno o di Napoleone

Un romanzo tremendamente meraviglioso che entra dritto nel cuore di chi lo legge, a mio parere è uno dei più grandi capolavori della letteratura francese.

Questo è il consiglio di Claudia Fanelli estremamente azzeccato, noi vi proponiamo la lettura di Eroi e Meraviglie del Medioevo di LeGoff. Che c’entra direte voi: c’è un bellissimo spazio dedicato alle cattedrali, ovviamente a Notre Dame e in molti casi è citata Parigi… tanto le fiamme ce le hanno messe gli altri.

Cucinare un orso – M. Niemi

Nel Nord più a Nord della Svezia a Kengis, nella metà del 1800 operava Lars Levi Læstadius pastore luterano, botanico, “risvegliato” di origine sami. Laestadius è uno dei protagonisti di Cucinare un orso ultimo romanzo dello scrittore svedese (anzi più precisamente di Pajala cioè là, vicino vicino a Kengis) Mikael Niemi. Niemi ha rilasciato varie interviste in cui racconta la genesi del suo romanzo. Da tempo l’autore raccoglieva informazioni su Laestadius, l’uomo più famoso della sua terra, ma voleva cercare di raccontare la vita del pastore in modo nuovo, presentare questa celebrità della botanica da un punto di vista diversa, visto che molto si è scritto su di lui.

Uno degli intenti dell’autore è quello di creare un personaggio reale, molto spesso ci si dimentica che dietro studiosi, nomi importanti, vip, ci siano persone normali, che come ci racconta Niemi nel suo romanzo fanno la sauna, mangiano patate rallegrandosi della loro bontà e cose simili.

È inutile negarlo. Noi Cucinare un orso lo abbiamo comprato perché veniva associato a Il nome della rosa. A ragione. Il libro è infatti ispirato al capolavoro di Umberto Eco. Lo si riconosce dall’impostazione, c’è l’investigazione, una serie di omicidi, ampio spazio alla divulgazione scientifica, alle diatribe religiose. Anche qui abbiamo un maestro che è Laestadius e un Adso, l’apprendista che è Jussi, ma siamo comunque in ambiti diversi, in fondo la storia è diversa. Chiaro che c’è molto de Il nome della rosa, ma non possiamo dire che sia un libro bellissimo solo per questo.

Di cosa parla? In questo piccolo paese scandinavo ci sono una serie di morti, tutte giovani fanciulle. Prima si parla di orsi assassini, poi di suicidi insomma, ogni soluzione è buona per negare la verità: si tratta di femminicidi. Le donne sono uccise da uomini, uno o più, che non riescono a controllarsi, che non ammettono rifiuti. Questo il pastore e Jussi lo comprendono immediatamente, la vera sfida è farlo capire a tutto il resto della popolazione che non fa altro che negare l’evidenza, dando la colpa alle vittime, che comunque sia avrebbero dovuto stare più attente, che non erano state educate bene, che avevano permesso tutto ciò, insomma: dal 1853 ad oggi ad ogni latitudine non è che l’evoluzione abbia fatto passi da gigante nell’analizzare e nel parlare di femminicidio.

Il romanzo ruota intorno a questi femminicidi e ai progressi che i due investigatori fanno intorno ad essi. Durante le analisi, le indagini etc. Niemi ci descrive la formazione e l’evoluzione di Jussi. Jussi è un giovane sami, scappato da una famiglia che non lo voleva e viene accolto, anzi adottato dal pastore, che avendo perso suo figlio a causa del morbillo vede in Jussi una nuova possibilità. Il pastore conscio del dolore provato dalla perdita del suo amatissimo bambino, cerca in ogni modo di proteggere il piccolo sami e di educarlo nel migliore dei modi. Gli insegna a leggere, a scrivere e vorrebbe insegnargli a predicare, ad ammaliare le persone con la voce e la retorica. Jussi s’impegna con tutto sé stesso, non solo per non deludere il pastore ma anche perché scopre quanto sia meraviglioso il mondo della cultura. S’innamora dei libri e delle storie in essi contenute. Delle proprietà della letteratura e della narrazione che attraverso le parole possono fermare il tempo, dilatarlo, restringerlo. Attraverso i libri e le lettere si può fare qualsiasi cosa. Questo potere incommensurabile è la vera scoperta di Jussi, qualcosa che lo ammalia immensamente ma che lo spaventa anche. Che strumento potentissimo è la parola? Che strumento potentissimo sono i libri? E se questo strumento venisse usato non per creare bellezza, per sconfiggere i limiti dell’umano, ma per servire il male?

“Nella libreria del pastore vedo file e file di copertine, una accanto all’altra, e tutte contengono tempi di tipo diverso. Il tempo che ci è voluto a scrivere il libro, il tempo in cui si svolge la storia, il tempo che ci vuole per leggerla. E mi manca la terra sotto i piedi quando mi rendo conto che in un misero pezzetto di scaffale è racchiuso più tempo di quanto possa contenere una vita intera. Le esperienze descritte sono così vaste che nessun individuo potrà mai comprenderle tutte dentro di sé, i pensieri così numerosi che nessuna mente riuscirà mai a formularli tutti nel corso di una sola esistenza, nemmeno se passassimo ogni singolo giorno della nostra vita a divorare libri. M’immagino grandi case piene zeppe di libri, così tanti che nessuno riuscirebbe mai a leggerli tutti, e al solo pensiero mi vengono le vertigini.”

Una delle cose più belle di questo libro è senza dubbio come viene presentata la passione di Jussi. Appassionato lettore, piccolo investigatore, apprendista botanico. Ma per Jussi anche se è il protetto del pastore, di questo uomo severo e rispettato, la vita non è facile. Una delle cose che Niemi mette in chiaro nel suo romanzo è l’asperità nei confronti di Jussi in quanto sami. Un accento diverso, tratti più marcati, carnagione più scura fanno di Jussi un ragazzo da cui scappare, a nulla serve la protezione del pastore contro uno spietato e feroce razzismo.

In 500 pagine il mistero delle giovani fanciulle uccise si risolve, e viene sottolineato un quadro della Svezia del Nord del 1800 molto realistico. Uomini e donne che vivono di agricoltura, piagati dall’acquavite che riscalda ma rende gli animi flemmi, offuscati, nel freddo dell’estremo Nord. Nonostante le difficoltà e la povertà il romanzo dimostra bene come ci sia sempre una grande sensibilità nei confronti delle arti e della cultura. Quando si può i bambini vengono mandati nelle scuole parrocchiali, si promuovono e si tengono in grande considerazione gli studiosi e gli artisti, nonostante le difficoltà, l’amore per la cultura viene dimostrata in ogni pagina, ma non basta questo. Come abbiamo visto la cattiveria, la malignità degli uomini anche se sono sensibili alla bellezza della cultura, rimangono.

In un romanzo storico e giallo insieme, dove tutto sembra fiction anche se parla di persone in parte realmente esistite, il modo di Niemi di collocare degli episodi che possono tranquillamente essere di attualità fanno riflettere. Com’è possibile che di fronte a una serie di omicidi di donne, indifese, torturate nessuno pensa che siano state vittime. E anche se loro sono morte alla fine, comunque la colpa è stata loro sia se è stato un orso ad ucciderle (sono uscite da sole, dovevano stare più attente) se è stato un uomo poi, insomma perché avrebbe dovuto? Questa ipotesi pare inammissibile. È più o meno la stessa retorica che ancora oggi, praticamente 200 anni dopo si usa ancora per giustificare. Giustificare cosa poi…

Ugualmente tragica è la posizione di Jussi. Le continue vessazioni dei compaesani lo fanno sentire inadatto, in colpa per essere un sami. Per quello non parla con nessuno, cerca di rendersi invisibile e sarà la prima persona ad essere incolpata dalla folla quando ci sarà bisogno di trovare un colpevole. Jussi è sempre frenato, ogni piccolo slancio è ponderato, limitato. C’è un disagio costante che accompagna il piccolo apprendista del pastore e che lo tormenterà fino all’ultima pagina.

E anche questo in 200 anni non l’abbiamo imparato.

Quando avete tempo, recuperate questo libro. Scorrevole e particolare, fila liscissimo ma riesce a dare importantissimi spunti, quelli di cui vi abbiamo parlato sono solo alcuni.

Tararabundidee feat. Tra le righe, ep. 15: La Maschera

Carnevale quest’anno è arrivato ai primi di marzo. È una festa sicuramente divertente, gioiosa, ma è anche la festa in cui da sempre è avvenuto un capovolgimento, si dà vita a un particolare gioco delle parti e per quei giorni tutti possono essere quello che vogliono. Non ci sono ruoli, né regole, si può fare tutto. In molti casi però le maschere servono anche per nascondersi, per non far vedere chi si è e per agire indisturbati.

Insomma, il tema della maschera è da sempre legato a quello dell’identità ed è stato sfruttato ed utilizzato in tutti in modi possibili nella letteratura e ovviamente nel teatro. Abbiamo chiesto alla nostra libraia di Tra le righe, per il libro di marzo, di parlare di qualcosa che avesse a che fare proprio con la maschera e Paola ci parla infatti di Transiti. Secondo libro della trilogia di Rachel Cusk. Il primo libro si intitola Resoconto, ma anche se la protagonista rimane la stessa non è necessario leggerli in ordine.

Rachel Cusk, Transiti, Einaudi 2019 (trad. Anna Nadotti)

«… qualunque cosa vogliamo pensare di noi stessi, non siamo che il risultato di come gli altri ci hanno trattato.»

La letteratura è costellata di interrogativi su chi siamo veramente noi, come appariamo, come vogliamo mostrarci agli altri: un continuo gioco di specchi tra la nostra vera identità e la maschera che ci hanno chiesto di indossare o la parte che ci siamo imposti di recitare. Ed ecco che Carla mi chiede di pensare a un libro su un tale tema, complesso e molto trattato: la scelta è scivolata su un romanzo fresco di stampa, ma anche fresco nella sua originalità di scrittura, piana e profonda. La storia principale – quella di una scrittrice da poco trasferitasi a Londra con i suoi due figli, “in transito” verso una nuova dimensione dopo una separazione – ne contiene molte altre: la protagonista incontra tanti personaggi diversissimi tra loro, con i quali instaura un dialogo talmente intenso da risultare quasi una sorta di seduta psicoterapeutica. Alla fine di ogni racconto o microstoria il personaggio ha gettato la maschera, o almeno ha svelato una parte di sé che rimaneva nascosta e inespressa. Quasi senza volerlo, mossa solo da una curiosità che nasce senz’altro dalla sua professione di cercatrice e narratrice di storie, la protagonista incalza con delicatezza i suoi interlocutori, o viene semplicemente scelta per ascoltare lo svolgersi dei fatti e dei ricordi, le molteplici narrazioni di sé che ognuno di loro decide di raccontare. Che si tratti di un impresario edile, di un ex fidanzato, o di persone che ruotano intorno al mondo della scrittura, tutti aprono squarci di vita passata, spesso dolente, davanti agli occhi della donna, e nel parlare riflettono sui propri comportamenti, raccontano di abbandoni e durezze, ma mostrano anche lati sgradevoli, poco chiari della loro stessa esistenza. Rachel Cusk, attraverso il suo alter ego scrittrice, nota tutto con grande capacità evocativa, uno sguardo, un taglio di capelli, un modo di sedersi o di alzare un sopracciglio. E nello stesso tempo non è mai superficiale, affonda il coltello nelle vite vere delle persone e ci restituisce un quadro composito, inevitabilmente ponendoci domande altrettanto incalzanti su di noi, chi siamo e cosa vogliamo essere.

Paola Mastrobuoni

Qui potete trovare le scorse puntate, noi ci sentiamo il mese prossimo con un nuovo tema per il libro di aprile! Ah… dimenticavo, il libro sul tema che consigliamo l’avvocato ed io è La notte non vuole venire di Alessio Arena, in cui la protagonista Gilda Mignonette, sotto una maschera di fama, bellezza e lustrini nasconde un animo fragile e delicato, mentre la cara Esterina che sembra così anonima e buona darà del filo da torcere alla protagonista.

Intervista ad Alice e Paolo di Edicola Ediciones.

Grazie all’Indie BBB Cafè, questa volta cari lettori vi portiamo in viaggio in Cile! Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alice e Paolo editori della casa editrice Edicola, di cui vi abbiamo parlato qui. Nel ringraziare i due editori per la pazienza e per la disponibilità vi lascio alle loro parole, attraverso cui potete scoprire ed amare questa meravigliosa casa editrice ed anche avere la percezione di come si muove il mondo dell’editoria all’estero!

Innanzitutto: come e quando nasce Edicola Ediciones? E come vi è venuto in mente di entrare nel magico e strano mondo dell’editoria?

  • Paolo Primavera:“Edicola nasce a Gennaio 2013: da quel momento siamo a scuola, con i nostri grembiuli e quaderni, pronti per iniziare a leggere e prendere appunti. Nasce dalla difficoltà di incontrare libri in Italiano a Santiago e quindi ci siamo detti: “Facciamoli noi!” L’idea nasce dalla mia tesi al Master in Editoria Pompeu Fabra Barcelona y Diego Portales e si è materializzata nel progetto di due persone che hanno scelto di pubblicare libri per accorciare le distanze e avvicinare i due mondi in cui vivono. Nasce dal nostro sogno nascosto di lettori e, per fortuna, continua a crescergli attorno.”

Anche i lettori hanno dei pregiudizi: si pensa ad esempio che la letteratura tedesca sia tendenzialmente molto pensosa e filosofica, che quella francese sia invece intimista, quella americana attenta alla costruzione di trame accattivanti e che giochino sui colpi di scena. Muovendovi tra due paesi diversi, come definireste la letteratura italiana e come quella cilena?

  • Alice Rifelli: “La definirei letteratura e basta, quando è il caso. Ovviamente ci sono fili che uniscono diversi autori, libri che possono essere letti come tasselli della stessa trama (penso ad esempio alla literatura de los hijos dove autori come Nona Fernández, Alejandra Costamagna, Alejandro Zambra o Alia Trabucco condividono il fatto di aver vissuto la propria adolescenza nel periodo della post-dittattura di Pinochet, in Cile) ma trovo difficile e pericoloso generalizzare. Bruno Arpaia dice che la letteratura latinoamericana non esiste. In effetti, pensare che un continente così grande e variegato possa condividere una stessa idea di letteratura ha più che vedere con la nostra pigrizia mentale che con la realtà. Credo che lo stesso pensiero possa estendersi a qualsiasi contesto geografico. Ma è pur vero che le associazioni tra un determinato paese e un certo tipo di letteratura accadono. L’editore può scegliere se assecondarle o sfidarle, nel tentativo di dare di quel paese l’immagine più articolata possibile.”

Abbiamo assodato che la vostra casa editrice è praticamente doppia e bilingue: pubblicate in italiano e in spagnolo, come scegliete i libri per il pubblico italiano e come per quello cileno?

  • Alice Rifelli: “Scegliamo – principalmente dal panorama contemporaneo – le voci che ci sembrano più autentiche e originali, le storie che hanno aperto, in noi per primi, uno spazio di riflessione, i libri che ci rimangono appiccicati addosso. Scegliamo testi che si fanno portatori di un messaggio che riteniamo importante, urgente, talvolta scomodo ma necessario, libri che si inseriscono nei diversi percorsi di lettura che via via costruiamo e immaginiamo per i nostri lettori. A volte il salto da un libro a un altro è tutt’altro che scontato, ma è lì che si percepisce se l’editore è stato capace di conquistare davvero la fiducia del lettore.”

La varietà della vostra produzione non è data solamente dal bilinguismo, ma anche da pubblicazioni molto variegate. Le vostre collane dai nomi molto particolari (Al tiro, Disciplina Antigua, Grigio18, Illustrati, Lo Stivale, Media Hora), contengono narrativa, poesie, illustrati. Non è una scelta scontata per una piccola casa editrice pubblicare la narrazione in tutte le sue forme, come mai voi avete deciso di farlo

  • Alice Rifelli: “Il catalogo di un editore è quanto di più intimo e al tempo stesso pubblico ci possa essere. È lì, sotto gli occhi di tutti, a rivelarne spudoratamente gusti, follie e ambizioni. Edicola è un editore giovane, che si permette ancora il lusso di rischiare e di spaziare, mescolando forme diverse di narrazioni. Pubblichiamo romanzi, racconti, poesie, graphic novel, libri illustrati per bambini e ragazzi. A maggio uscirà un libro che rappresenta una nuova sfida e, almeno per noi, una forma di sperimentazione e del quale siamo particolarmente orgogliosi: Paradiso Italia, un reportage nel quale il fotografo e illustratore Mirko Orlando racconta la vita dei migranti in Italia attraverso il duplice linguaggio della fotografia e del fumetto. Chi ha apprezzato le nostre graphic novel Gli anni di Allende e A sud dell’Alameda ritroverà in Paradiso Italia la stessa capacità critica di raccontare la realtà con amore e passione.”

In tutta questa varietà, avete intercettato il lettore tipo di Edicola?

  • Alice Rifelli: “Se è vero che esistono diversi punti d’accesso al nostro catalogo, allora è plausibile che esistano anche diversi lettori di Edicola. Il nostro sforzo quotidiano è indirizzato a far in modo che ognuno di loro, una volta entrato, si senta a casa, si guardi curiosamente intorno e scelga il prossimo libro da leggere.”

Facendo esperienze in Italia e in Cile, vedendo anche come ultimamente l’Italia faccia difficoltà a promuovere politiche editoriali, a creare possibilità importanti per i piccoli e medi editori e ad avvantaggiare lettori ed editori, com’è la vostra esperienza? È più facile essere editori in Italia o in Cile, o anche nel Sud America ci sono gli stessi problemi che coinvolgono l’editoria?

  • Paolo Primavera: “In Sud America c’è il vantaggio di una lingua che unifica i territori e regala sfumature di letteratura praticamente infinite. Il rovescio della medaglia è la distanza tra i vari paesi, una distanza che rende più complessa la circolazione dei contenuti. Per ovviare, grazie alla lungimiranza di editori amici di altre nazioni, ricorriamo alla co-edizione, abbattendo i costi del trasporto ed esplorando nuovi mercati. Siamo contenti e orgogliosi del fatto che grazie a questo meccanismo, alcuni nostri libri, dal Cile sono arrivati in Messico e tra poco in Colombia. In Cile, a fronte delle difficoltà di un mercato molto piccolo, sono state sviluppate politiche di finanziamento all’editoria che riguardano aspetti quali la traduzione, l’acquisto da parte dello Stato di libri per scuole e biblioteche e l’internazionalizzazione del contenuto. Credo che essere editori sia un atto d’incoscienza necessario, un lavoro ugualmente difficile e importante di qua e di là dall’Oceano.

Siete ospiti di un collettivo di blogger, com’è il vostro rapporto con i blog letterari e con il web? Quanto “spende” Edicola nella comunicazione in rete e quanto percepite diversa la promozione sul web e la diffusione dei blog letterari nei due Paesi in cui operate?

  • Alice Rifelli: “I blogger sono spesso i nostri primi lettori, con alcuni si è costruito nel tempo un bellissimo rapporto di fiducia. Chiediamo loro consigli, leggiamo con attenzione i loro giudizio sui nostri libri, quando possibile li coinvolgiamo in iniziative dentro e fuori dalla rete. Sia in Italia che in Cile la promozione passa sempre di più attraverso il web e noi ne siamo contenti perché si tratta di uno spazio ancora democratico.”

Siamo ancora all’inizio del 2019. Cosa ci dobbiamo aspettare da Edicola per quest’anno, quali saranno le prossime uscite?

  • Alice Rifelli: “Lo diciamo? Ok, lo diciamo! A fine maggio pubblicheremo la traduzione italiana di Di perle e cicatrici di Pedro Lemebel, scrittore e artista cileno, personaggio icona della critica sociale, che Bolaño ha definito il “miglior poeta della sua generazione”. Di perle e cicatrici, tradotto da Silvia Falorni, è una raccolta di cronache che racconta con ironia e malinconia il Cile post dittatura. È un libro commovente e spregiudicato, in armonioso bilico tra letteratura e giornalismo. Uno dei nostri libri più rivoluzionari.”

In primavera ci saranno le principali fiere del libro in Italia, parteciperete? Possiamo venirvi a trovare?

  • Alice Rifelli: “La prima occasione per venire a salutarci è il Book Pride di Milano, che inizierà tra pochi giorni e dove domenica 17 presenteremo Ultima Esperanza, romanzo storico ambientato nella Patagonia di fine Ottocento. Durante i primi giorni di aprile, in concomitanza con la fiera Children’s Book Fair, accompagneremo Lola Larra e Vicente Reinamontes in una serie di incontri tra librerie, scuole e biblioteche per un laboratorio ispirato al loro libro A sud dell’Alamameda, durante il quale i più giovani troveranno spazio e strumenti per esprimere il proprio pensiero critico con consapevolezza e creatività. A maggio ci trovate al Salone di Torino e in tour con María José Ferrada, che verrà dal Cile per presentare il suo romanzo Kramp, una meravigliosa storia sospesa tra l’immaginario della piccola protagonista e la feroce realtà di un paese in dittatura. E per tutti gli appuntamenti estivi che stiamo preparando vi invitiamo a iscrivervi alla nostra newsletter e a seguirci sulle nostre pagine social.”

Dopo queste domandine siete ormai pronti per addentrarvi nella lettura dei titoli di Edicola, noi del Book Bloggers Blabbering vi daremo qualche consiglio di lettura grazie ad alcune recensioni e a nuove interviste che troverete sul nostro sito!

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