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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Robbe grosse sull’erotismo, Giambattista Basile

Dopo l’ultima puntata, un po’ di tempo fa, su Foscolo, torniamo su questi schermi per parlarvi di erotismo. Il protagonista di oggi è un autore che non è conosciutissimo. Purtroppo non è inserito neanche nei programmi scolastici, ma per il nostro tema è perfetto.
Chi è Giambattista Basile? È un nobile napoletano vissuto tra Cinquecento e Seicento, secoli che diciamoci la verità, sono abbastanza poveri dal punto di vista della nostra letteratura. Basile è un messo politico quindi gira tutta la Campania, proprio grazie a questo le sue opere hanno un’enorme vivacità linguistica, pregne di forme dialettali miste, che ci rendiamo conto, possono essere forse poco comprensibili al di fuori dei confini campani.

Potremmo tranquillamente parlare di erotismo analizzando Le avventurose disavventure (1611) dedicato al principe Luigi Carafa, ma anche le Egloghe amorose e lugubri (1612) e varie altre opere della sua produzione, ma ci vogliamo soffermare sulla sua opera più importante: “il più antico, il più artistico e il più ricco fra tutti i libri di fiabe popolari” come diceva Benedetto Croce, Lo cunto de li cunti overo Lo Trattenemiento de’ Peccerille (1634). Si tratta di un’opera uscita postuma, divisa in cinque parti, ciascuna delle quali divisa in 5 giorni in cui si narrano 5 cunti, questa ripetizione del numero 5 ha fatto sì che l’opera sia conosciuta anche con il nome di Pentamerone. Questo nome ovviamente, come la stessa struttura dell’opera è strettamente legato al Decameron di Boccaccio, usato da Basile infatti come canovaccio” per il suo lavoro.

Il primo cunto è quello di Zoza ed è una novella – cornice che fornisce il pretesto per la raccolta stessa. Zoza è una principessa malinconica che non ride mai. Scoppia a ridere quando una vecchia si scopre la pancia per insultare un fante. Questa risata però non andrà per niente giù alla vecchia, che fa un incantesimo a Zoza: non potrà trovare marito finché non rianima il principe di Camporotondo, riempendo di lacrime un vaso posto ai suoi piedi, al risveglio lui sarà il suo sposo. Zoza parte alla ricerca e conquista i favori di tre fate buone che le donano una noce, una castagna e una nocciola. Dopo aver ricevuto i tre regali giunge dal principe, comincia subito a riempire il vaso, ma arrivata quasi alla fine dell’impresa la principessa si addormenta, ed è allora che una schiava prende il suo posto colmando facilmente la breve misura rimasta e sposandosi con l’ambito principe Tadeo. Immaginate a questo punto la povera Zoza, già non rideva mai, figuriamoci adesso! Però non si dà per vinta, si piazza di fronte al castello e aspetta l’occasione per vendicarsi. Ovviamente Zoza è anche una gran figa e questo non è che sfugga a Tadeo, che se ne innamora, ma la moglie, che nel frattempo è rimasta incinta lo minaccia ripetutamente di procurarsi un aborto. Zoza si rende conto però che ha ancora i doni da usare, sbem! Prende la noce da cui esce un pupazzo canterino. La schiava Lucia, vedendo il giocattolo ovviamente lo desidera ardentemente e forza il marito ad andarlo a chiedere alla vicina, la quale glielo cede. Dopo quattro giorni, Zoza apre anche la castagna, dalla quale escono una chioccia e i suoi dodici pulcini d’oro. Lucia li vede e se ne invaghisce, così minaccia nuovamente Tadeo e gli impone di procurarsi la fonte delle sue brame. Tocca infine alla nocciola, che rivela una bambola che fila dell’oro e vabbè sappiamo già che va a finire come con i giochi precedenti, ma stavolta appena la donna stringe al petto la sua conquista, inizia a sentire l’incontrollabile desiderio di ascoltare raccontare delle storie e ovviamente minaccia il marito. Ecco quindi il pretesto per la cornice: Tadeo, preoccupato per il nascituro, fa un bando, convocando «tutte le femmene de chillo paese» e vengono scelte dieci donne, le più brave narratrici.

L’universo di Basile, soprattutto ne Lo cunto de li cunti è costellato da donne, dalle narratrici alle protagoniste, dalle spalle alle cattive. E già questa introduzione/cornice ci catapulta in quella che sarà il leitmotiv dell’opera, in cui ad emergere saranno più personaggi femminili. Vediamo che anche qui infatti, Tadeo è un burattino nelle mani della moglie, non ha nessun guizzo e non è il grande eroe duro e puro a cui la letteratura e la cultura stessa ci hanno abituato. Questa nuova linfa femminile, che scorre in quest’opera è ovviamente data dal fatto che si tratta di una raccolta di leggende popolari create per l’intrattenimento dei piccoli. Chi mai allora poteva creare queste meravigliose fiabe, se non le donne, le uniche d’altronde a svolgere il lavoro di cura e accudimento necessario alla crescita dei bambini, ed allora almeno nelle storie fantastiche le donne si riappropriano di spazi che ovviamente erano a loro negati.
Ma qui parliamo soprattutto di erotismo e di sessualità, cose che ne Lo cunto de li cunti non mancano, anche per il motivo citato sopra. Pensate che il ‘500 sia stato meglio dei secoli precedenti? Più libertino? Assolutamente no. È stato proprio in questo secolo che la donna ha visto la totale chiusura di ogni possibilità legata al suo essere donna, figuriamoci come stavano messe con la sua sessualità, manco mo stiamo poi così bene, quindi non è difficile immaginarlo; e allora si sono dovuti trovare degli escamotage per esprimere voglie e desideri.

Tra le varie storie che parlano di erotismo, quelle che ci piacciono di più abbiamo:

  • Lo cuorvo
  • L’orsa
  • Penta
  • La vecchia scorticata
  • La superbia castigata
  • Mortella
  • Sapia Liccarda
  • Sole, Luna e Talia

Lo cuorvo è contenuta nella IV giornata, narrata da Ciommetella e tratta del desiderio sessuale del protagonista Milluccio, che vedendo un corvo morto nella neve, viene colpito da questo contrasto e desidera ardentemente una donna bianchissima con le guance rosse. Milluccio, grazie al fratello Iennarello trova questa giovane: Liviella, ma l’unione è contrastata da una serie di elementi magici, come il padre di lei che poi attuerà un escamotage per fare in modo che la figlia non se ne vada di casa, questo non ferma Milluccio dall’avere però subito atti sessuali con la bellissima Liviella. È ovvio che il sangue, inserito in un contesto simile, può simboleggiare le mestruazioni e anche la fertilità, le guance rosse ovviamente sono il simbolo della “fatica” dopo l’atto sessuale. Il problema è che quello che ha Milluccio è un «capriccio de femmena prena» e vorrebbe trovare una donna come l’immagine che ha in testa, ma le immagini lasciamole dove sono, poi il suo desiderio impellente è fare sesso e mettere incinta qualcuno, insomma proprio carino Milly.

Il desiderio invece è la pulsione che porta il vedovo re di Roccaspra in l’Orsa a voler sposare la figlia. Il topos dell’incesto non è una novità, ma dobbiamo ricordarci di collocare questi eventi. Da poco c’era stata la Controriforma, iniziata con il Concilio di Trento nel 1545, capiamo bene che ci troviamo in un periodo ben più buio e restrittivo di quanto potesse essere il Medioevo, ma fortunatamente Basile si trova nel Regno di Napoli, che è leggermente più tollerante per il tempo e quindi anche l’incesto poteva essere inserito nelle narrazioni, poi è comunque un grande a parlarne quindi. Tornando alla nostra storia, perché il re vuole sposare la figlia? Perché è la persona più simile alla moglie defunta, alla quale aveva promesso di non risposarsi a meno che non trovasse una bellezza almeno pari alla sua. Ovviamente la povera fanciulla è inorridita dalla proposta e riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di una vecchia che la trasforma in orsa.

L’incesto è anche presente nella seconda favola della terza giornata, dove un altro re, stavolta quello di Pretasecca, anche lui rimasto vedovo, vuole sposare Penta, la propria sorella, perché conoscendola è sicuro di poter avere un legame duraturo. La donna si dimostra subito indignata di fronte a questa proposta e pensa che il fratello sia impazzito, ma ovviamente lui non demorde, continua anzi ad insistere. La povera Penta è costretta a sacrificarsi e si fa tagliare le mani per rendersi meno desiderabile, il re allora persa la passione la fa gettare in mare.

Queste due storie sottolineano lo stereotipo, ancora attuale, dell’uomo incontrollabile, preso da una smania immensa di passione che non riesce a discernere il bene e il male e la donna, che invece per sopravvivere e per non sentirsi violata deve sacrificarsi. Sia l’Orsa che Penta compiono un sacrificio estremo, abbandonano alcuni dei loro connotati per cercare di sottrarsi alla furia rabbiosa e insistente degli uomini. È questo ciò che le donne hanno imparato a fare praticamente sempre ed è l’insegnamento che le donne stesse tramandavano alle generazioni successive: la donna deve stare sempre in guardia, essere pronta anche a sommi sacrifici, mentre l’uomo ha come unico obbiettivo il raggiungimento dei propri desideri, senza pensare alle conseguenze che questi possono avere su altrз.

Ne La vecchia scorticata è presente invece il tema della lussuria. Le due vecchie protagoniste vedono un gran gnocco, che è il principe della città e cercano in tutti i modi di riuscire a conquistarlo. Con un escamotage, una delle due sorelle riesce a catturare l’attenzione del principe, questo grazie a un ringiovanimento che la fa apparire meravigliosa. Ovviamente si guarda bene dal svelare alla sorella il trucco e le fa credere che è riuscita a diventare così fregna togliendosi la pelle calante e la spinge così a morire sotto le lame del barbiere che la scortica viva. Anche Sapia Liccarda si basa sul desiderio sessuale femminile. tranne quello della protagonista, Sapia che invece è ferma e non si lascia abbindolare dai bellimbusti.

Sole, Luna e Talia è la fiaba che è alla base de La bella addormentata. La fiaba è molto simile a quella più conosciuta, ma presenta delle caratteristiche diverse. Talia è il nome della bella addormentata che a causa di un sortilegio, pungendosi con un fuso, cade addormentata per sempre. Un re di passaggio dal castello, si ferma e scorge questa meravigliosa fanciulla addormentata, ma non la sveglia con un bacio. Il re la stupra. Lei sta dormendo e pur consapevole del fatto che la fanciulla non è cosciente il re continua il suo intento.

«Ma, non revenenno pe quanto facesse e gridasse e pigliato de caudo de chelle bellezze, portatola de pesole a no lietto ne couze li frutte d’ammore e, lassatola corcata, se ne tornaie a lo regno suio, dove non se allecordaie pe no piezzo de chesto che l’era socciesso.»

Addirittura lui la dimentica, completamente. Fino a che non ritorna, ovviamente di passaggio da quel castello e scopre che quello stupro ha portato ad una gravidanza che ha dato vita a due gemelli: Sole e Luna, che hanno salvato Talia, succhiandole il dito ed estraendone la “lisca” di lino che l’aveva uccisa. Dopo varie peripezie, perché c’è da dire che il re era anche sposato, Talia e il sovrano si sposano. Anche in questo caso viene sottolineato il comportamento maschile come incontrollabile, totalmente privo di raziocinio. Il re avvinto dalla bellezza di Talia, decide di stuprarla, poi va via. Ricordiamo che le narratrici, le protagoniste, le aiutanti, le antagoniste in queste storie sono tutte donne e queste storie erano tramandate tra le donne stesse per mettersi in guardia. Altro che lisca di lino, il pericolo più grande per una donna sono gli uomini. Inoltre c’è da dire che a differenza della fiaba che conosciamo maggiormente in cui è il bacio del principe a risvegliare e salvare la principessa, quindi l’uomo ha questo connotato di eroe salvifico; nella versione di Basile non è assolutamente così. Il bacio e poi lo stupro senza il “risultato” del risveglio non sono altro che un indice della limitazione del potere maschile sulle donne. Non è quello a salvare Talia e nulla può l’invincibilità del membro maschile, nè la maternità, nè il parto, visto che Talia si risveglia molto dopo aver dato alla luce i suoi figli.

Arriviamo dopo stupri, incesti e quant’altro alla fiaba che secondo me è la più erotica del Pentamerone: Mortella. Questa fiaba parla di una gravidanza fuori dal comune. La moglie del contadino partorisce una frasca di mortella, invece dei figli che tanto stava aspettando. Fino al parto, la donna aveva avuto una gravidanza normale, di nove mesi, ma poi qualcosa è andato storto. La mortella diventa anche simbolo di una certa sacralità, non può essere distrutta, pena una maledizione fatata.
La nascita vegetale dal ventre di una donna, non è un’invenzione basiliana, la troviamo anzi in tanti miti di fondazione e di passaggio ed ha ovviamente come scopo quello di fertilizzare la terra. La mortella diventa in questo caso la pianta fertilizzante, che riesce a far avverare i desideri di maternità se ci si prende cura di lei. Dopo la moglie del contadino che aveva curato con amore questa pianta, passa un principe che vede questa frasca e decide che deve essere sua. Il principe si prenderà cura effettivamente della mortella innaffiandola puntualmente. Solo dopo questa prova di pazienza mista all’amore, avviene la seconda nascita: dalla mortella alla Venere della mortella. Si ritorna quindi ai motivi della fertilità e soprattutto del desiderio. Il tema della fertilità si trova strettamente collegato a quello del ciclo naturale che si ripete, il ramo di mortella dà origine ad una donna che è simbolo personificato dell’amore e della vita e nemmeno la morte materiale può fermarlo.
Il principe ovviamente è avvinto dalla bellezza di questa Venere e il gioco di giacere insieme e poi svanire della fata, ricorda molto quello di Amore in Amore e Psiche. Questa fiaba ha però un’altra particolarità quella di descrivere la vagina e la descrive come:

«maraviglia delle femmine, lo specchio,
l’ovetto dipinto di Venere, il cosino bello di Amore»

«toccando si accorse che era roba liscia e mentre pensava di palpare spine d’istrice trovò una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più bastosa e cedevole della coda di una martora, più delicata e lieve del piumaggio di un cardellino»

È la prima volta che viene descritta una vagina in questo modo, in modo allusivo, ma non troppo. Viene espressa come una meraviglia, delicata, morbida, accogliente. Sono parole e similitudini molto più auliche di quelle che si riservano normalmente al membro. I genitali femminili sono anche associati alle piante, non è un caso che la descrizione più realistica sia comunque creata in una storia in cui la protagonista in realtà è lei stessa una pianta. Il Pentamerone è pieno di metafore e allegorie che vengono usate per descrivere l’erotico.

Il coito si riduce a una serie di azioni che sono proprie dell’agricoltura o comunque afferiscono a questa sfera semantica: seminare il campo, raccogliere fiori, lavorare il terreno d’amore. La virilità maschile viene poi associata alla sfera animale principalmente usatissima è la similitudine con gli aucielli. Anche le metafore sessuali riprendono la dualità comune, stando sempre sulla separazione tra uomo attivo e donna ricettiva. Altre metafore che troviamo nel Pentamerone per il coito sono quelle belliche o anche metafore culinarie in cui l’atto sessuale è visto come un pasto dolce e delizioso, ma essendo un pasto è anche impellente e necessario, in cui comunque la donna è vista come la preda, la cacciagione che è pronta per essere mangiata.

Le allusioni sessuali e in realtà tutti gli atti sessuali descritti nell’opera basiliana non lo rendono di certo un libro adatto a innocenti infanti. Effettivamente non si tratta di fiabe o di favole come le intendiamo noi, ma sono appunto cunti. Basile ha scritto parte della sua opera nell’avellinese, ed è stato ospite nel castello di Montemarano. Questa caratteristica ha influito ovviamente sulla lingua, che non è un puro napoletano, per questo mi sento ulteriormente privilegiata per riuscire a capire l’opera senza bisogno di intermediari e per questo vi posso dire che cunto non è sinonimo di fiaba. Durante la vendemmia, pregavo sempre mio nonno Bruno, dicendogli “Nò, nò, me faj nu cunto?”. Il cunto è un racconto di vita reale, la narrazione di un fatto quotidiano, ma straordinario, generalmente tragicomico, spesso a lieto fine, non sono solamente storie di vita vissuta, ma storie tramandate di generazione in generazione e non dovete prendere come totalmente fantasy, la presenza di streghe, maghi, trasformazioni, creature, mentre si parla di vita reale come fosse qualcosa appena accaduta, io anche ho sentito cunti su lupi mannari, folletti, malocchio e streghe. Quando entriamo nel mondo di Basile dobbiamo uscire fuori da quello che per noi è realtà e abbracciare ciò che è realtà per un gruppo diverso in un’epoca diversa (manco troppo lontana visto che gli anziani e le anziane dell’entroterra campano ancora credono veritiere queste storie).

Quello che ha fatto Basile non è stato inventare da zero delle narrazioni, ma collezionare i cunti dei luoghi che ha visitato, raccoglierli e portarli alle corti napoletane, sfoderando questi racconti durante i banchetti. È molto importante l’erotismo nell’opera di Basile ed è presente in un modo meno poetico rispetto ai precedenti autori esaminati in questa sede, meno poetico perché l’atto sessuale non è protagonista, né è protagonista la bellezza della donna, è visto come necessario non solo per la procreazione, ma anche per un proprio appagamento, è più realistico potremmo dire. Le narratrici, le protagoniste, le eroine sono tutte donne, l’universo del Pentamerone è dominato da donne e Basile cerca di mantenere il punto di vista femminile anche nella narrazione dell’erotico, dando quindi enorme importanza agli atti sessuali, al piacere e ovviamente anche alle gravidanze, ma guardandole da un punto di vista più popolare, senza sublimarli. È un’opera meravigliosa, sicuramente vicinissima al Decameron, ma che ha moltissimo del folklore meridionale. Non dimentichiamo inoltre di dare un grande merito a Basile, quello di aver portato alla creazione delle fiabe che tuttз amiamo, ma che in realtà conosciamo grazie ad altre versioni, dove le donne sono spesso solamente delle fragili anime da salvare e non sono protagoniste come nel Pentamerone. Da Lo cunto de li cunti derivano tra le varie fiabe: Cenerentola, La bella addormentata, Il gatto con gli stivali, Hansel e Gretel, Raperonzolo. Attualmente si trovano tranquillamente in italiano con il testo a fronte, quindi leggete!


Bibliografia

A. Gasparini, C. Chellini, Setole e spine. La crescita segreta del maschile e del femminile, Erikson, Roma, 2019.

A. Vespaziani, Favoloso diritto: metafore del potere ne “Lo Cunto de li Cunti”, Anamorphosis: Revista Internacional de Direito e Literatura, Vol. 6, Nº. 1, 2020.

A. E. Zanotto, I personaggi femminili ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di studi linguistici e letterari, 2016.

G. Basile, Lo cunto de li cunti, L’Isola dei Ragazzi, Napoli, 2014.

G. Carrascón, C. Simbolotti (a cura di), I novellieri italiani e la loro presenza nella cultura europea: rizomi e palinsesti, Accademia University Press, Torino, 2020.

M. Forlino, Esoterico, erotico, esotico: la “cuntaminazione” del Pentamerone, Graduate School-New Brunswick
Rutgers, New Brunswick, New Jersey, 2015.

Robbe Grosse sull’erotismo – Ovidio pt. 1

Condividere è la cosa che amiamo di più e siamo davvero onoratissimi di aver condiviso questo piccolo progetto con Sotto la Copertina. Lucrezia e Ornella infatti sono piene di idee e inventiva e abbiamo parlato molto durante questa quarantena, captando i nostri punti in comune e gettando le basi per una meravigliosa collaborazione. Il nostro sodalizio inizia ufficialmente ora, con la “delega” della rubrica che amo di più a Lucrezia, che vi parlerà in due puntate di Ovidio, il mio autore latino preferito, dopo Apuleio.


Se vuoi sapere di me, cantore di teneri amori, tu che mi leggi, ascolta, o posterità. La mia patria è Sulmona, ricca di fresche acque, che dista da Roma nove volte, dieci miglia. 

Ovidio, poeta cittadino – della Città per antonomasia.
Seppure originario di Sulmona, col corpus delle sue opere Publio Ovidio Nasone sembra essere stato per la Roma dell’età augustea quello che Baudelaire era per la Parigi dell’Ottocento. Ne canta gli usi e i costumi, ne racconta i vizi. E, a distanza di secoli, li tramanda fino a noi. 

Nella capitale Ovidio arriva giovanissimo, e ne fa presto casa propria. Si dedica prima alla retorica, poi alla poesia e con grande fortuna: entrato a far parte del circolo di Messalla, colleziona una serie di conoscenze illustri, tra cui Properzio e Orazio; soprattutto, si guadagna un posto alla corte di Augusto, guadagnandosi la preferenza del pubblico della Roma bene.

 In quegli anni frequentai e adorai i poeti, star loro accanto era essere accanto agli dèi.


La sua giovinezza è brillante: tra un matrimonio e l’altro (ne contrae ben tre, nemmeno molti per l’epoca), presto comincia a farsi un nome, prima con la tragedia Medea e poi con gli Amores; il successo arriva però con la rivoluzionaria Ars amatoria, che lo rende a tutti gli effetti il più ammirato e chiacchierato poeta del suo tempo tra l’alta società romana. Rapidamente seguono Remedia amoris e De medicamine faciei; ma i suoi capolavori risalgono ai primi anni dopo Cristo: Fasti e Metamorfosi.

Ero appena un ragazzo, quando mi dettero moglie: una donna indegna e inutile, che stette poco con me. A lei successe un’altra destinata anch’essa a restare per poco nel mio letto, sebbene senza sua colpa. Ultima, accanto a me fino ai suoi tardi anni, quella che ha dovuto soffrire d’esser sposa d’un esule.

Una carriera inarrestabile – se non fosse che, nell’8 d.C., lo troviamo bruscamente e irrevocabilmente relegato a Tomi (probabilmente l’odierna Costanza), in Scizia, per volontà dello stesso Augusto. In esilio, nonostante le suppliche al suo successore Tiberio, passa il resto della vita.

Non per questo la sua opera viene dimenticata; anzi, a distanza di centinaia di anni mantiene tutto il suo potere sovversivo. Basti pensare che troviamo l’Ars amatoria e gli Amores tra i bersagli favoriti del domenicano Girolamo Savonarola nella Firenze dei falò delle vanità, Anno Domini 1497; e, se non viene data in pasto alle fiamme, l’edizione inglese del suo primo grande successo è confiscata alla dogana americana ancora fino al 1930. 

Per non parlare dell’influenza delle Mefamorfosi sull’immaginario letterario nel corso dei secoli. Guardando solo agli anni Novanta, ecco Tales from Ovid, di Ted Huges; la sua Sibilla viene reinterpretata da Margaret Atwood nella poesia A sybil, mentre Joyce Carol Oates si concentra sul mito di Atteone nel racconto breve The Sons of Angus McElster; ritroviamo echi del mito di Fetonte in Cees Nooteboom e quello di Aracne in A.S. Byatt. 

Io canto amori certi e furti leciti, nessun delitto toccherà il mio carme. 

Ars amatoria, Metamorfosi. Ad accomunarle, l’approccio franco a due degli argomenti che da sempre fanno girare il mondo: amore e sesso. 

Se ne è già occupato negli Amores, originariamente composto da cinque libri poi ridotti a tre, scritti tra il 23 a.C. e il 14. a.C. Al centro, l’esperienza sessuale. L’interesse della voce narrante, il Poeta, verso la figura femminile poco definita che sporadicamente appare, Corinna, è soprattutto fisico: vengono descritti episodi intimi (tra cui spicca una celebre scena di post-coito pomeridiano), ma, più inaspettatamente, si accenna al tema della violenza domestica (il Poeta schiaffeggia Corinna e se ne pente amaramente) e dell’aborto (Corinna, rimasta incinta, ha scelto autonomamente di terminare la gravidanza). Vi ritroviamo anche un’argomentazione familiare a sfavore della pratica: «se tua madre avesse fatto lo stesso con te, non saresti qui». Non mancano l’impotenza né l’adulterio: Corinna viene a sapere che il Poeta la tradisce con la sua schiava; e se l’uomo giura e spergiura la propria innocenza, di seguito si rivolge alla schiava stessa, domandandole come diavolo abbia fatto la padrona a scoprire della tresca.

Tradimento, aborto, violenza, impotenza, castità forzata: più che a una narrazione autobiografica sembra ci troviamo davanti a uno sguardo a tutto tondo sui meccanismi che regolano le relazioni sessuali, così comuni (e così aspramente combattute dall’establishment augusteo) tra i membri della buona società romana. 
In questo, gli Amores diventano degni antesignani della più controversa Ars amatoria, l’opera che, di fatto, ha determinato la caduta di Ovidio dal suo stato di grazia. 

Due crimini insieme mi persero, un carme e il traviamento: e la colpa del secondo debbo tacere.

Dedicarsi alla composizione di un manuale di sesso e seduzione proprio negli anni in cui Augusto è intento a mettere deciso freno alle abitudini di una società promiscua e dissennata può non sembrare una grande idea, in effetti. Durante la composizione delle Heroides (lettere di eroine mitologiche perlopiù sedotte e abbandonate da guerrieri semidivini) e, appunto, dell’Ars amatoria, vengono promulgate leggi severe contro l’adulterio e a favore del matrimonio. 

La lex Iulia de adulteriis rende l’uomo passibile di esilio e confisca di metà dei beni e la donna di metà della dote e un terzo del patrimonio (certo un passo avanti rispetto alle leggi precedenti, che permettevano al marito tradito di uccidere l’amante e disconoscere la moglie fedifraga). In questo, c’è qualcosa di rivoluzionario: per la prima volta, anche le abitudini sessuali dell’uomo sono oggetto di regolamentazione da parte dello Stato. 

La lex Iulia de maritandis ordinibis (entrambi i provvedimenti risalgono al 18 a.C.) vieta il celibato tra i venticinque e i sessant’anni e il nubilato tra i venti e i cinquanta; scoraggiata la vedovanza anche per le donne, in precedenza celebrate se univire (se sceglievano, cioè, di non riprendere marito dopo le prime nozze): non sposarsi comporta la perdita del diritto di lasciare i propri beni in eredità ai famigliari. Sarebbero invece finiti nelle casse dello Stato. 

Unioni, in un mondo in cui il matrimonio è strumento di alleanze potenzialmente pericolose (lo sa bene Augusto, lui stesso grande tessitore di complesse ragnatele nuziali tra i parenti più prossimi), non solo monogame ma anche fruttuose: provvedimenti vengono presi per garantire ai padri di una prole adeguatamente numerosa agevolazioni nella carriera politica, e altri privilegi.

Incitare all’amore libero con più di un partner – con tutte le conseguenze del caso, comprese le gravidanze indesiderate – dunque, sembra essere in aperta sfida con la nuova politica augustea. Ma la realtà sembra essere ben diversa da quella auspicata da Augusto; Ovidio afferma in apertura all’Ars amatoria di non essere ispirato da Apollo o dalla Musa, bensì dall’esperienza diretta.

Non io, o Apollo, mentirò, dicendo che tu m’ispiri; non mi detta il canto voce d’aerei uccelli, né mai vidi, seguendo il gregge, Clio e le sorelle nelle tue valli, o Ascra! A dirmi il carme è l’esperienza. Seguitate dunque il vate esperto.

La città in cui vive, l’esistenza che conduce. Le compagnie che frequenta.

L’Ars amatoria non si rivolge a un pubblico universale, ma a un target ben preciso: quello della buona società (maschile) che già inizia a idolatrarlo come poeta amoroso. Maschile, perché le donne sposate sembrano escluse dal suo pubblico di riferimento. Sennonché, si fa riferimento a mariti gelosi nelle cui ire è meglio non incorrere. 

Una contraddizione che è stata interpretata in diversi modi: se gli studenti uomini sono sicuramente esponenti dell’alta società, le donne potrebbero essere tanto le liberte (di status inferiore e dunque più libero delle nobili matrone) quanto le cortigiane – il che spiegherebbe l’insistenza sulla consumazione del rapporto, piuttosto che sul lato sentimentale del legame. 

Roma è il punto focale di ogni liason, e i suoi luoghi di incontro (il circo, il teatro, ad esempio: incidentalmente, la lex Iulia de maritandis ordinibis proibiva di visitarli agli uomini celibi) diventano protagonisti quando si tratta di enumerare per i suoi studenti le giuste riserve della caccia amorosa.

Passeggia sotto i portici ombrosi di Pompeo, quando cavalca il sole sopra il dorso dell’erculeo Leone, o dove aggiunse la madre i doni ai doni del figliolo, ricco lavoro di stranieri marmi; rècati sotto i portici, adornati di antichi quadri, quelli che da Livia che li ordinò prendono il nome, o quelli dove con le Belidi, che ai cugini prepararono morte, sta feroce con snudata la spada il padre loro. Né trascurare Adone che da Venere ebbe onore di pianto, o dei Giudei le cerimonie ad ogni sette giorni, né i templi egizi e la giovenca adorna di puro lino: ella fa sì che molte si mutino in ciò ch’ella fu di Giove. Persino il Foro (e chi potrebbe crederlo?) è propizio ad Amor: più d’una fiamma nel rumoroso Foro alta riarse. Presso il tempio marmoreo di Venere, dove all’aperto un getto la ninfa Appia fa irromper d’acqua, spesso l’avvocato cade in braccio d’amore: nonché d’altri, spesso si scorda di curar se stesso. […] Ma i teatri, siano riservati alle tue cacce: ce n’è da soddisfare ogni capriccio. Tutto vi troverai: amore e scherzo, quella che ti godrai solo una volta, quella che val la pena mantenere. 

Ovidio consiglia di tenersi buoni schiavi e schiave della donna desiderata; anche le parrucchiere possono pavimentate la via che porta alla consumazione amorosa. 

Un amore soprattutto fisico, al massimo un’infatuazione poco seria. Non un sentimento duraturo, ma un costrutto sociale e un’attività ricreativa; per questo è perfettamente accettabile avere più donne – così come (in un guizzo di parità di genere) l’uomo deve essere consapevole che sarà tradito. 

E quando in sul mattino la sua schiava le scioglierà col pettine i capelli, ne ravvivi la pena astutamente, dia vele e remi all’opra; e sospirando, dica tra sé, sommessa: “Ahimè, ho paura che non potrai così farlo soffrire come tu soffri!”. E poi parli di te, e aggiunga parolette persuadenti e giuri che per lei muori d’amore. 

Rapidamente il guizzo si spegne man mano che si ammucchiano i consigli. La donna da corteggiare non si sceglie per affinità, ma per tutta una serie di caratteristiche che la rendono una piacevole e disponibile compagna di sollazzi amorosi. Si sceglie come la merce al mercato. Ad esempio, meglio una donna coi primi capelli grigi (trentacinque anni è l’età giusta), che sarà più disposta a cedere perché meno ambita; conosce sicuramente i giochi amorosi e ci sono forti possibilità che sia esperta a letto. Desiderabile è anche la donna abbandonata dall’amante che, vulnerabile a nuove attenzioni, cederà più facilmente a un nuovo corteggiatore.

Parlando di rapporti basati sull’attrazione fisica, l’uomo non deve trascurare la propria immagine: ma è sottile la linea tra incuria ed “effemminatezza”. Non bisogna arricciarsi i capelli o radersi i peli delle gambe, ad esempio, ma è fortemente consigliato indossare abiti puliti e tagliarsi capelli, unghie e peli del naso; un alito fresco e delle ascelle profumate sono punti a favore altrettanto validi di un bell’aspetto, un eloquio forbito, un perpetuo buonumore e la giusta quantità di regali (acquistati al minimo prezzo e presentati con un po’ di astuzia).

Quando il campo è ricco e sotto il peso piegano le fronde, rechi un ragazzo a lei, dentro un cestello, rustici doni. Potrai sempre dirle: “Sono del mio podere suburbano”, anche se li hai comprati per Via Sacra.

L’igiene fa più magie degli incantesimi, che Ovidio ritiene inefficaci; ma riconosce che cipolle, miele, uova e pinoli fanno miracoli per la libido maschile. 

Sbaglia chi fa ricorso alla magìa dell’arte emonia e dona ciò che tolse dalla fronte di giovane polledro. Non dà vita all’amor l’erba medea né la nenia dei Marsi, mescolata con magiche canzoni. Avrebbe allora la femmina di Faso il suo Giasone ben trattenuto a sé, e Ulisse Circe, se vita i carmi dessero all’amore. Non gioveranno mai pallidi filtri a piegar donna; turbano la mente e scatenano i filtri la follia. Via dunque i malefìci.

Allo stesso tempo, Ovidio sconsiglia approcci troppo brutali: il sesso, e in questo c’è una piccola rivoluzione, va (generalmente) goduto in due. Generalmente. Ma ne riparleremo. 

Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che, resistendo, essere vinta insieme. Bada soltanto di non farle male, di non ferire le sue molli labbra quando i baci le rubi, e che non possa dire che sono i tuoi rozzi e maldestri.

Per ora, una premessa va fatta: la cultura romana vede la donna non solo come il sesso debole, ma anche come intellettualmente inferiore e proprietà prima del padre e spesso, poi, del marito. A letto, una donna che dia segno di apprezzare le attenzioni, persino del coniuge, mette in questione la propria rispettabilità. Il sesso, per la donna, è tradizionalmente una questione riproduttiva. 

Per questo, ancor più rivoluzionario è il fatto che l’ultimo libro dell’opera, il terzo, si rivolga a un diverso tipo di studenti: le donne. 

Ma se a prima vista, i consigli sembrano sulla stessa lunghezza d’onda di quelli offerti agli uomini, il ruolo della donna nella relazione, a uno sguardo più approfondito, emerge come marcatamente passivo. La donna attira, non conquista. La donna manipola: attraverso l’aspetto fisico, il trucco, l’artificio nelle parole e nei modi. 

Così pure tu, mentre hai cura di te, fai che l’amante ti pensi a letto addormentata e sola; più bella apparirai, uscita allora dall’ultimo ritocco, E perché, dimmi, dovrei sapere donde alla tua bocca derivi lo splendore? Chiudi, sbarra la porta alla tua stanza. Non mostrarmi l’opera ancora rozza ed imperfetta. L’uomo deve ignorare molte cose; le più l’offenderebbero nel gusto. Celagli sempre gl’intimi segreti. 

Una donna dovrebbe sempre tenere a bada la peluria superflua; non trascurare il trucco, ma senza esagerare e nella privacy della sua stanza; nascondere i difetti assumendo le posizioni più consone ad altezza e corporatura; camminare nel modo giusto, cantare e suonare discretamente; recitare poesie, danzare e conoscere le attività ricreative in voga. 

Al bando la timidezza: la donna desiderabile è quella che si concede –  ma faccia attenzione ai latin lover approfittatori; se però un uomo le fa un dono che apprezza, il minimo che possa fare è andarci a letto. 

Se non riesce ad avere un orgasmo, che finga, e finga bene (Ovidio consiglia di rivoltare gli occhi all’indietro, per rendere credibile la performance). Che stia attenta a come mangia –  e a quanto beve, soprattutto. 

È orribile veder donna giacere sozza di vino: non meriterebbe che d’esser preda al primo sconosciuto. E non crollare mai addormentata sopra la mensa: non è mai sicuro. Ti possono accadere, mentre dormi, càpita spesso, vergognosi guai. 

Una donna ubriaca è una visione rivoltante e chi ne approfitta non le fa torto. Non è il solo passaggio in cui lo stupro è considerato una delle vie verso la soddisfazione sessuale. Nel passo più controverso dell’Ars amatoria, Ovidio afferma che l’uso della forza non solo sia legittimo, ma anche apprezzato dalla donna, che potrà così concedersi senza perdere la propria onestà.

Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! Ciò che piace a loro è dar per forza ciò che voglion dare. Colei che assalì in impeto d’amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; se la lasci intatta ancor quando potevi averla, simulerà col volto una sua gioia, ma avrà dispetto in cuore. 

E di stupro nell’opera ovidiana parleremo nella seconda e ultima parte di questo focus, per il ciclo a tema eros e letteratura latina a cui sono stata invitata a partecipare da Carla, che ringrazio ancora moltissimo per l’opportunità! 

Emma, J. Austen.

“Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e una felice disposizione d’animo, pareva riunire in sé alcuni dei maggiori vantaggi dell’esistenza; ed era vissuta in questo mondo per quasi ventun anni con pochissimi motivi di angustia e di irritazione.
Era la minore delle due figlie di un padre affettuosissimo e indulgente e, in seguito al matrimonio della sorella, aveva assunto assai presto il ruolo di padrona di casa. Da troppo anni perché lei potesse ricordarne poco più che vagamente le carezze le era morta la madre e il suo posto era stato occupato, in qualità di governante, da una donna eccellente, il cui affetto era stato di ben poco inferiore a quello di una madre.”

Elif Sakalli

Emma ha tutte le grazie del creato, donzella meravigliosa vive insieme ai suoi gioviali amici e familiari in una tenuta grandiosa e la sua unica occupazione è andare a far visita alle amichette e fare gradevoli feste danzanti. Emma è un personaggio molto particolare, soprattutto se la caliamo nella sua epoca: l’Ottocento. Ho letto tante cose su Emma, tanti pareri che io non condivido, ho letto che viene definita come l’anti eroina della Austen, e che paragonata agli altri personaggi creati dalla spettacolare penna dell’autrice inglese non brilli così tanto, anche che suscita antipatie. No ma dico, stiamo scherzando? Emma è FAVOLOSA e forse la amo così tanto perché mi rispecchio in lei in una maniera spaventosa.

È una ragazza sicura, non di quelle fanciullette tutte tramortite dal mal di nervi e con le emicranie perenni e quella malinconia, che diciamocelo, investe ogni campo dell’esistenza; è vanitosa, lei è la migliore della sua specie: non c’è donna che possa competere con lei, non c’è uomo che possa ambire a soddisfarla. Vive nella sua casa, prendendosi cura del padre e spettegolando, spettegolando su tutti e tutte, creando matrimoni, favorendo unioni, insomma una vita come quella di Emma io non la cambierei per nessuna esistenza tutta amorevole di qualche sorella Bennet.

Emma e Mr. Knightley by Jenna Paddey

Ovvio che non ha fatto pratica con le nciucesse giuste la nostra cara Emma, perché addò vere e addò ceca, insomma la dote di scovare gossip e di auscultare unioni sentimentali deve essere un po’ raffinata, perché purtroppo in alcuni casi prende delle cantonate, ma l’arte dell’inciucio è così: ci vuole tempo per esprimerla al meglio. Emma è sicuramente sulla buona strada. Credo che la Austen con Emma abbia dato prova di grandissima modernità. Quello che le altre protagoniste dei suoi libri, ma in generale dei libri ottocenteschi non hanno è la forte indipendenza e sicurezza. Emma non si lascia abbindolare da sentimentalismi, ha la sua idea, il suo stile di vita e quello è dall’inizio alla fine. Mentre tutti intorno a lei si sposano, procreano e intraprendono un cammino di coppia, lei stoicamente continua nel suo proposito di non sposare nessuno: lei sta benissimo così, un uomo non le serve, ha tutte le qualità che una persona può desiderare, è pure ricca, ma che cosa se ne farà mai di un imbecille che le mette i bastoni tra le ruote, la stressa e non la lascia libera di fare quello che vuole. Soprattutto sa che sposandosi dovrebbe necessariamente cambiare casa, abbandonare suo padre e questo proprio non riesce ad accettarlo, ha le sue condizioni e se non può sposarsi alle sue regole, allora niente. La sua volontà di vivere e di rimanere indipendente è la chiave per comprendere la modernità di questo libro, che forse è più frivolo degli altri prodotti della Austen: ci sono capitoli interi sulle mele ottimali per la torta o per la calligrafia di uomini e donne, possiamo anche definirlo un divertissement, che però lascia una grande impronta.

Mo mi verrete a dire che Emma non è coerente con sé stessa fino alla fine, perché poi succede il fattaccio con Mr. Knightley e allora tradisce tutti i suoi propositi. No, non tradisce proprio nulla, perché anche se l’amore è imprevedibile e colpisce dove capita, Emma che non si rende conto di quanto il sentimento verso Giorgino sia maturato in lei e sia diventato importante, comunque non si mette nelle mani dell’amato, ma è sempre lei a gestire l’unione, il legame e infine il matrimonio e poi, riflettete su una cosa: dove va a vivere Mr. Knightley? Quindi chi è che ha mantenuto quello che voleva fino alla fine?

Emma, Mr. Knightley e Frank Churchill by Margana

Io vi consiglio assolutamente la lettura di Emma, che sicuramente nella prima metà del libro procede un po’ lenta, anche perché viene evidenziato molto il legame che Emma ha con Harriet e tutto ciò che ne deriva, però nella seconda metà si va spediti verso un finale comunque sorprendente, vi consiglio inoltre la visione dello splendido adattamento cinematografico uscito quest’anno. La regia di Autumn de Wilde insieme alla fotografia eccezionale di Christopher Blauvelt rende profonda giustizia a questo meraviglioso romanzo, tutto è rispettato, ci sono anzi delle battute riprese dalle parole della Austen e tutta la prima parte che vi dicevo essere più lenta è molto velocizzata. Emma è come la immaginavo, interpretata dalla bravissima Anya Taylor-Joy, sono rimasta molto colpita positivamente in realtà dalla scelta degli attori (ho amato Callum Turner nel ruolo di Frank Churchill, conosciuto grazie alla sua performance come Anatole in Guerra e Pace), unico neo la scelta di Mr. Knightley, che mi sono immaginata molto diverso dall’attore che lo interpretava, ma vabbè non si può avere tutto.

Dopo aver detto questo possiamo pure litigare, tra quello che ho detto su Emma e poi su Mr. Knightley sono pronta a difendere le mie posizioni.

Robbe grosse sull’erotismo – Eugenio Montale.

Quando la poesia di Montale esplose, lo si avvicinò alla produzione di Saba e Ungaretti, a voler formare una nuova triade, moderna e innovativa, in sostituzione alla precedente, che aveva dato enorme lustro alla poesia italiana: Carducci – Pascoli – D’Annunzio. L’opera di Montale però si andò via via caratterizzando in forme e modi tali da non poter essere accostato a nessun altro poeta del suo tempo (ma neanche di altri tempi eh!). Lui stesso affermava che le sue intuizioni fossero originali, non condizionate da nessun avvenimento: personale, politico, sociale. In realtà alcuni componimenti si legano fin troppo alla storia che Montale viveva, come ad esempio La primavera hitleriana, contenuta in La bufera e altro (1956), ma non solo, il nostro Eugenio è riconosciuto come il cantore della solitudine dell’uomo moderno, quindi testimone del suo tempo; oltre che della frammentazione dell’animo, del Meriggiare pallido e assorto (Ossi di seppia, 1925).

La vita di Montale è stata però ricchissima e passionale, non era proprio un uomo solitario che rimuginava solo sul male di vivere. Anche se viene studiato e conosciuto soprattutto per il suo pessimismo e per la visione tendenzialmente malinconica e dolorosa della vita, il ruolo della donna e dell’amore è assolutamente centrale nella poesia montaliana. Egli stesso infatti dice che uno dei temi portanti della sua poesia sia: «l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le solite intermittenze del cuore […] e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico».

La donna ha uno spazio immenso nell’opera del poeta, fino a diventare dominante. Lei è la portatrice di salvezza, descritta con attributi eccezionali: dal biancore di una luce intensissima, alla fissità di uno sguardo sovrumano, fino al freddo glaciale, è qualcosa di estraneo alla normalità e alla consuetudine, ed è in coppia con la verità, cosa che non si può scorgere nel quotidiano, che in Montale appare sempre come limitato, chiuso (descritto con mura, orti, recinti, cocci di bottiglia).
Il tu, l’interlocutore principale nelle poesie di Montale, sarebbe dovuto essere secondo il poeta: «Un tu istituzionale, l’antagonista che bisognerebbe inventare, se non esistesse».
La realtà è un po’ diversa. I critici non si sono accontentati della fredda descrizione di Eugenio, avevano scorto qualcosa in più, nascosto sotto il riserbo del poeta. Infatti quel tu non è altro che l’interlocutore preferito dell’io lirico, il femminino, incarnato da molte donne diverse che hanno attraversato la vita del poeta, tutte trasfigurate da altri nomi, simboleggiate da animali o da parole che ne esprimessero le caratteristiche. Allora abbiamo tra le tante: Anna degli Uberti –Arletta/Annetta, Paola Bonacina Nicoli – Crisalide, Drusilla Tanzi Marangoni – Mosca, Maria Rosa Solari – la peruviana, Irma Brandeis – Clizia, Maria Luisa Spaziani – Volpe.
C’è molto materiale tra cui scegliere, ma io come al solito mi soffermo su due componimenti, entrambi contenuti ne La bufera e altro (1956), il secondo fa parte della sesta sezione: Madrigali privati.

L’anguilla ha un ritmo avvolgente, perturbante, quasi ad imitare i sinuosi movimenti del pesce. Innanzitutto, siamo in acqua (avete già abbondantemente imparato quanto l’acqua sia importante in contesti erotici, se non ve lo ricordate, date un’occhiata qui, qui o qui.) Subito al primo verso abbiamo un termine importantissimo, che richiama mitologicamente misteri ed erotismo: sirena. L’anguilla, un animale che, diciamoci la verità non ha una grande presenza letteraria e non è che sia poi tutta questa poesia, viene nobilitato e accostato ad una delle figure più sensuali dell’immaginario, cioè la sirena: donna metà umana e metà pesce, o metà uccello metà umana, dipende a quale mito fate riferimento, ma comunque in grado di ammaliare e attirare ogni uomo.
L’anguilla non si accosta solamente alla figura della sirena, evoca molto altro.
Diventa una torcia, per illuminare, figura che porta la verità, diventa frusta oggetto che da sempre è collegato ai giochi erotici e all’atto sessuale, freccia d’Amore ossia lo strumento di Eros per eccellenza, quello che colpisce il cuore per far esplodere l’amore.
Ci sono altri due termini molto importanti: guizzo e scintilla entrambi sottolineano qualcosa di subitaneo, esplosivo, dirompente, l’anguilla attraverso il guizzo accende l’acquamorta, è scintilla che riporta la vita dove tutto si è incarbonito; è ciò che porta ai paradisi di fecondazione. Al completamento dell’atto sessuale, dopo una serie infinita di avversità, dimostrando coraggio e dedizione. Sono gli ultimi cinque versi in cui si compie però la perfetta associazione di anguilla e donna. L‘iride breve denota ancora una volta la luce, attributo concreto in cui si rivela la salvezza ed è una caratteristica tanto dell’animale quanto della donna. Anche in mezzo alla più completa bassezza, la melma e il fango, l’anguilla e la donna riescono ad emergere e a brillare e a compiere l’atto sessuale che li porterà al paradiso: procreeranno.

Fun fact. La lirica è basata sul paragone tra donna e anguilla, entrambe votate a perseguire un destino di fecondazione (sappiate perdonare e contestualizzare, purtroppo, siamo nel 1956), ma Montale è moooooolto impreciso sul piano ittiologico. I cigli migratori dell’anguilla la portano a discendere i fiumi di tutta Europa per raggiungere l’Atlantico. Lì le femmine muoiono dopo aver deposto le uova, da esse nascono i leptocefali che, in circa tre anni, fanno tutto il percorso inverso per arrivare ai nostri mari, ma non fanno come i salmoni a cui forse sta pensando il nostro Eugenio. Per fecondare le anguille usano delle pozze stagnanti molto vicine al mare, quindi in realtà i paradisi di fecondazione oltre a non essere dei veri e propri paradisi, non sono neanche conquistati attraverso lotte, risalite ed atti eroici.

I Madrigali Privati, sono dedicati alla donna contraddistinta dal senhal animale di volpe: Maria Luisa Spaziani, che Montale conobbe nel ’49. La Volpe è una protagonista più carnale, non ha le altezze siderali e cosmiche di Clizia contraddistinta come la donna assente, lontana. Volpe non è solo un angelo, né solo salvatrice è anche corruttrice.

Tutta al passato la prima strofa, un ricordo, indelebile nella mente del poeta. Poeta assassinato come Apollinaire, o meglio la sua opera Le Poète Assassiné (1916) a cui ruba l’idea dell’acrostico, nel racconto infatti un fattorino d’albergo scrive un acrostico che compone in nome MARIA. In realtà Guilleme Apollinaire, nel 1899 aveva scritto lo stesso acrostico, poi revisionato ed inserito nel racconto, per Maria Doubois. Lo vede da voi, l’acrostico che invece costituisce Montale in questa poesia.
Grotta: gli antri, le tane, le grotte, i luoghi in cui ci si nasconde, sono sempre stati utilizzati nella letteratura erotica come i luoghi in cui si consuma l’atto sessuale. In questo caso, c’è anche la tana, quella della volpe, dove lei aspetta e attira il poeta, dove raggiungono l’orgasmo, quella fine, invocata, illuminata da un falò, non da un semplice fuoco, ma da un’enorme bruciante passione, che rende il noccioleto raso. La grotta è un chiaro riferimento anche all’opera di Anatole France, la Taide, pubblicata nel 1890, tratta del monaco Pafnuzio che si deve recare ad Alessandria, per convertire la cortigiana Thais, sorprendentemente ci riesce, ma il ricordo di una donna così meravigliosa, conturbante e affascinante non lo lascerà mai e sarà costretto a rinunciare alla santa vita condotta fino ad allora.

«Di fronte alla “volpe” mi sono paragonato a Pafnuzio, il frate che va per convertire Thais ma ne è conquistato. Vicino a lei mi sono sentito un uomo astratto vicino a una donna concreta: lei viveva con tutti i pori della pelle. Ma anch’io ne ricevevo un senso di freschezza, il senso soprattutto d’essere ancora vivo.»

Il primo incontro di Pafnuzio e Thais avviene in una grotta.
Il fuoco, è presente anche nella seconda strofa. Il falò, quindi fuoco enorme seppure contenuto, divampa, non si trattiene, diventa incendio, facendo scappare un’anatra, facendosi spazio tra tutto e tutti, per entrare ancora una volta nel solco pulsante, di eccitazione ovviamente, nella pista arroventata segnalata dalle tracce dell’amata. Il ricordo dell’amplesso diventa nuovo e presente amplesso, ancora piombo dice Montale, e quell’ancora perpetra nel tempo l’atto sessuale.

Forse questa è fino ad ora la poesia più erotica che abbiamo analizzato. Con immagine vive e reali dell’atto sessuale, non più solamente allusioni. Quella fine che viene attesa per esplodere e soprattutto il solco, evidentissimo riferimento alla vagina, non sono termini che abbiamo incontrato fino ad ora e non sono così facilmente rintracciabili nella letteratura. Ovviamente il nostro caro Eugenio questo lo sa bene, infatti descrivendo Da un lago svizzero alla stessa Maria Luisa dirà che è:

«La poesia più erotica che conosca (in senso lato). […] Non credo esista (in Italia) una poesia erotica così sublimata, coi simboli altrettanto spontanei e puri, ma carnali, non stilnovistici».

Speriamo di trovare adesso un autore che riesca a fronteggiare il caro Montale.

Bibliografia:

Mauro Bersani, Maria Braschi, Viaggio nel ‘900, Come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Arnoldo Mondadori Editore, 1984.
Anna Bordoni, Il femminino nel mondo poetico di Montale, in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Numero 121, aprile 2013.
Francesco Giusti, I Madrigali privati, la Volpe e una narrazione diffusa, in Otto/Novecento: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria. Anno XXXI – N. 3 -settembre/dicembre, 2007.
Mario Santoro, Disegno storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

Il meglio degli anni ’10, Indie Edition.

Ci risiamo.
Una lista sola non bastava per sintetizzare le migliori letture di questo decennio, quindi eccoci qui, dopo ore e ore di ripensamenti, discussioni, litigi tra me e l’avvocato, abbiamo finalmente i titoli che ci hanno più entusiasmato, che a distanza di mesi, anni, dalla loro lettura ancora ci portiamo dentro, tutti editi da brillantissime case editrici indipendenti.
Se volete sapere la mia top ten personalissima è qui; ma visto che George si è sentito escluso, ho dovuto subito ritrattare e farne un’altra, stavolta a quattro mani.

Signore e signori:

Gli Anni, A. Ernaux, 2015, L’Orma Editore.

Iniziamo benissimo, con questo titolo che ha portato la grandissima autrice francese ad essere conosciuta qui in Italia. Un libro autobiografico, che racconta gli anni del dopoguerra, il ’68, la globalizzazione, l’11 settembre dalla lente di una ragazza, poi donna, che vive in prima persona i cambiamenti epocali del mondo occidentale. Guarda il mondo che corre, un mutare incessante e guarda il suo corpo che cambia, il suo continuo divenire altro, le sue continue trasformazioni, psicologiche, lavorative, fisiche; guarda le facce, i volti, di tutti quelli che passano nella sua vita. Racconta sé stessa, ma racconta collettivamente una generazione lanciata nel folle flipper che ha portato l’Occidente ad essere così come lo conosciamo.

La saggezza delle pietre, T. Gilbert, 2017, Diabolo Edizioni.

Primo fumetto di questa lunga lista, Gilbert ci ha colpito tantissimo con la sua storia in cui uomo e natura s’intrecciano, in un’avventura corporale e drammatica. In tinte bianche, nere e rosse, Gilbert racconta il progressivo avvicinarsi di una donna alla crudele natura, fino quasi a sovrapporsi ad essa, esperienza che la porterà a capire cosa si porta dentro. Un finale assolutamente d’effetto, che lascia spazio a numerose interpretazioni vi farà capire quanto può essere polivalente questo fumetto. Seguite la volpe e poi sappiateci dire di cosa si parla davvero.

Amore di lontano, Martoz, 2016, Canicola.

Un continuo andirivieni nel tempo: Medioevo – Contemporaneità, circonda la storia del cavaliere Antares e di Jaf e delle loro ricerche. Un santo Graal particolare, una profonda e inarrivabile storia d’amore è ciò che racconta Martoz in questo fumetto, dove cambia il tempo in continuazione, ma gli obbiettivi degli uomini rimangono immutati e l’unica cosa che conta alla fine è raggiungere Lei.

Il peso del legno, A. Tarabbia, 2018, NN edizioni.

Ogni vita è un po’ una croce, ma quanti significati e soprattutto come si è evoluto nel tempo il significato di croce? Un po’ saggio, un po’ romanzo, questo libro spiega proprio l’evoluzione del termine croce, partendo ovviamente dal Vangelo fino ad arrivare a Bulgakov, Camus, Weil e tantissimi altri autori. Spunti bibliografici, curiosità linguistiche e una scrittura chiara ed eccellente, hanno messo subito d’accordo me e l’avvocato, assolutamente uno dei best del nostro decennio.

Storia della Santa Russia, G. Dorè, 2019, Eris Edizioni.

Un’edizione raffinatissima, riporta ai lettori un classico dell’illustrazione: la Storia pittoresca, drammatica e caricaturale della Santa Russia. Un francese (e che francese) illustra e descrive la storia della Russia dagli albori fino a che lui può, ovvero la Guerra di Crimea. Tra rivoluzioni, zar che muoiono di problemi ai reni, corti scapestrate e lussuriose, un meraviglioso e ironico spaccato della Russia di qualche tempo fa, corredato da illustrazioni che di certo non vi dobbiamo dire noi quanto siano pazzesche.

Verso il mare in ogni caso

Verso il mare in ogni caso, C. Zambotti, 2017, Gorilla Sapiens Edizioni.

Brevissimi racconti evanescenti, ci portano a conoscere la vicenda dei protagonisti, un bambino e una bambina, poi adolescenti, poi adulti che ad ogni episodio si incontrano, delle volte parlano, delle volte si guardano, delle volte si sfiorano, più che altro ricordano, immaginano, inventano. Un libro delicatissimo che preme proprio sulla capacità infinita di immaginare.

Famiglie ombra, M. Alvar, 2017, Racconti Edizioni.

Da quando è entrata nelle nostre vite, rimane tuttora la migliore raccolta di racconti che abbiamo letto. L’autrice filippina racconta in modo magistrale, nove famiglie, diversissime, nove esperienze di integrazione e di distanza. Tutti suoi connazionali i protagonisti e le protagoniste dei racconti, ma tutti sparsi per il mondo, nella continua ricerca di ricongiungersi con i propri affetti e di conquistare un posto nei nuovi spazi in cui sono dovuti arrivare. Una Storia delle Filippine filtrata dalle vicende di chi le Filippine se l’è portate dietro nella propria diaspora personale.

Da quassù la Terra è bellissima, T. Bruno, 2016, Bao Publishing.

Guerra Fredda, URSS – USA. Ispirata da Gagarin e dalle sue spaziali vicende, Da quassù la Terra è bellissima racconta di Akim Smirnov, l’eroe, che deve mantenere questo status di eroe a tutti i costi: rappresenta l’avanguardia, il progresso, la tecnologia, rappresenta tutta la Russia, ma questo ruolo è estremamente difficile da ricoprire, dopo un terribile trauma che forse, solo un americano fuggito in Russia per evitare il servizio militare, tale Frank Jones, può aiutare a superare.

Led Zeppelin ’71, Giovanni Rossi, 2014, Tsunami Edizioni.

Amori musicali, incontrano libri spettacolari. Giovanni Rossi racconta in questo libro non solo la notte del Vigorelli di quel lontano 5 luglio 1971, quando i Led Zeppelin in Italia per chiudere l’edizione di quell’anno del Cantagiro, avrebbero dovuto fare un concerto, ma…
Ma posiziona in maniera impeccabile gli eventi del Vigorelli e cosa rappresentano i Led Zeppelin nella temperie politica e culturale di quegli anni in Italia. Un racconto storico completo, degli anni dal ’68 al ’71, che culminano con il racconto di quella drammatica notte, dopo cui i Led Zeppelin hanno dichiarato guerra all’Italia.

King Kong Theory, Despentes, 2019, Fandango Editore.

Ve ne parleremo approfonditamente in seguito, è stata una lettura illuminante, luminosa, assolutamente necessaria per decodificare alcune delle pratiche patriarcali che ancora oggi cerchiamo di combattere. La Despentes riesce a mutuare dalla sua esperienza e dalle sue vicende il racconto del femminismo di questi anni, le conquiste, ma soprattutto le sconfitte di chi è o si sente donna. In assoluto uno dei libri migliori, che è finalmente arrivato in Italia, che racconta senza edulcorazioni quello che vive ogni giorno una donna.

I consigli sono conclusi, buona fine decennio e speriamo che nella prossima decade ci accompagnino libri altrettanto meravigliosi.

Robbe grosse sull’erotismo: Giovanni Pascoli.

Scusa mo che c’entra il fanciullino con l’erotismo? Cioè: il fanciullino, la cavallina storna, il nido, la poesia della casa, le piccole cose, le humiles myricae.
Tutto bello, tutto giusto, ma il nostro caro Pascoli ha avuto un rapporto molto particolare con l’erotismo che si evince da alcuni suoi componimenti, che ci hanno molto incuriosito, non parleremo della Cavallina Storna, di X Agosto o La mia sera.

La pagina sul fanciullino pubblicata sulla rivista Il Marzocco nel 1897 può far tendere i lettori di Pascoli verso una poetica ingenua, buona, solcata sempre da un’inguaribile fanciullagine.
Ma, ma, ma… quella del fanciullino non è solo la voce del poeta capace di sorprendersi come un bambino, è anche la voce che rivendica una facoltà poetica innata e non soffocata dal razionalismo dell’età adulta.

Il fanciullino: “ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere… che alla luce sogna o crede di sognare, ricordando cose non vedute mai. […] Il poeta percepisce, forse, non so quali raggi x che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate.”

Pascoli è un poeta – medium che dall’osservanza delle piccole cose, tenendo presente sempre le sue esperienze dolorose, crea immagini universali, immettendo tutta la sua vita in poesia.

Era il 1867 quando il padre di Pascoli viene ucciso, questo lutto (il primo grande lutto della sua vita) lo segnerà in maniera indelebile e farà crescere in lui la tendenza a voler tenere unito il resto della famiglia ad ogni costo. Grazie a questo intento si viene a creare così il nido, elemento essenziale della poesia pascoliana; da cui però vola subito via la sorella Ida, che Giovannino bello non perdonerà mai, perché lei ha tradito la nuova e ricompattata formazione a cui aveva dato vita.

Si potrebbe parlare del signor Giovanni all’infinito, ma abbiamo un tema da portare avanti. L’erotismo in Pascoli c’è, non tantissimo, ma c’è. È soprattutto trattato in modo quanto mai casto ed allusivo, come se Pascoli ne avesse in qualche modo paura, ma ne fosse attratto. Al sesso, all’esperienza del piacere e alla lussuria imputava in parte il tradimento della sorella Ida e lui cercava di rifuggire da questo elemento che poteva allontanarlo dal nido, ma sapeva che così facendo si stava perdendo qualcosa.

Tutto questo sentimento ossimorico viene esplicato in Digitale Purpurea, componimento uscito su Il Marzocco nel 1898 ed è ispirato al racconto che gli fece la sorella Maria di un fiore che al collegio era proibito toccare, la Digitalis che diventa il simbolo dell’eros proibito.
Le protagoniste sono Maria e Rachele, tentate dal profumo inebriante emanate da questo fiore, ma siamo in un collegio conventuale votato alla purezza e alla castità, proprio come il nido. Dietro Maria si nasconde l’omonima sorella e dietro Rachele che non riesce a resistere alla tentazione del fiore c’è senza dubbio Ida, che ha osato macchiare la castità del nido, abbandonandolo per abbandonarsi all’amore carnale.
In molte poesie di Pascoli l‘oggetto erotico è rappresentato da un fiore (ma sappiamo benissimo che l’elemento vegetale è una prerogativa del topos erotico, lo abbiamo imparato qui, ricordate?), in questo caso descritto come:

“Una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane.”

Il nome digitale viene infatti dalla caratteristica tubolare di questi fiori che ricordano le dita, ma le dita umane e la spruzzolata di sangue fa anche riferimento alla deflorazione, dettaglio un po’ creepy ma tutto sommato realistico. Comunque legandoci al discorso sui liquidi e sugli effluvi che facevamo la volta scorsa, ecco:

“Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria: un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblio dolce e crudele.”

L’ossimoro in chiusura del verso descrive il piacere carnale, dietro la cui bellezza si cela il male e il peccato. Il piacere che viene promesso dal fiore è tanto misterioso, quanto conturbante e immediato: l’umidità che da sempre contrassegna la simbologia erotica bagna portando al culmine del piacere, ma… consumando Rachele/Ida che la tocca. È un’insidia, ed è l’iniziazione alla vita sessuale che ha portato la sorella all’allontanamento. Il pensiero e la pulsione sessuale vengono anche sottolineati in quest’altro punto, che sottolinea il turbamento del sogno e del piacere erotico:

Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.”

In questo primo poemetto si nota la distanza che Pascoli pone tra sé e l’eros, attribuendo a quest’ultimo la colpa di un grande turbamento psichico e fisico.
Nei Nuovi Poemetti, viene pubblicato anche I Filugelli, altra poesia erotica, dove Pascoli sembra prenderla un po’ più easy ma senza esagerare. Il poeta dialoga con la bella Rosa e dice:

“Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.”

Abbiamo visto come al nostro Giovanni, piace mettere insieme eros e vegetazione e infatti qui la natura è quasi viva: mentre Rosa si slaccia il corsetto, sembrerebbe davanti agli occhi del poeta, si sparge odore di fiori dal petto della donna stessa, a voler smorzare quasi l’erotismo della scena con una soavissima immagine. Fanno poi la loro comparsa i colombi, simbolo di Venere, contraddistinti dalla lussuria di tubare e amarsi in continuazione (ve lo ricordate Dante, nella Divina Commedia dove colloca i colombi? Nel V canto!), ma i colombi sono poi stati presi in prestito dal Cristianesimo come simbolo di pace e di purezza contraddistinti dal loro candore. Comunque sia a un certo punto, mentre sembra tutto ok, Giovanni chiede di lasciare tutto come prima, perché è già bello così, insomma: allegro ma non troppo.

La Tessitrice è una poesia contenuta nei Canti di Castelvecchio, e vi viene descritto l’incontro con una donna amata dal poeta.

“E piange, e piange – mio dolce amore,
non t’hanno detto? Non lo sai tu?”

Se sperate di trovare una descrizione dell’amore e dell’eros tranquilla e beata, cambiate autore che Pascoli non ve la dà. Gli elementi di turbamento ci sono sempre e infatti, quello che a noi comuni mortali ne La Tessitrice può sembrare un dialogo semi tranquillo, è in realtà un monologo: il poeta parla alla sua amata di un tempo ma in realtà lei non c’è, è un fantasma, una presenza impalpabile che ripete le espressioni del poeta stesso.

“Morta, sì morta! Se tèsso, tèsso
per te soltanto; come non so.”

Insomma, niente, per Pascoli nessuna speranza, neanche nella poesia che forse tutti conoscono come la più audace dell’autore: Il gelsomino notturno, anch’essa pubblicata nei Canti di Castelvecchio.
In realtà Il gelsomino notturno dovrebbe essere una festosa lirica per festeggiare le nozze dell’amico Gabriele Briganti di Lucca, ma visto che si parla comunque di sessualità, Pascoli non ci risparmia i suoi tormenti in merito.
Ancora una volta la tensione erotica è mitigata dall’innocenza simbolica floreale. In questa poesia non c’è proprio proprio il solito turbamento sessuale, perché più che al mero piacere ci si dedica alla riproduzione. Giovanni infatti è un po’ più tranquillo e sembra tutto molto più accogliente:

“Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.”

Abbiamo addirittura un invito all’amore, i calici sono aperti: così come i calici dei fiori accolgono gli insetti che si occupano della fecondazione, così fa la donna l’uomo, ma l’erotismo finisce qui, perché subito dopo si parla di api, chiocce, dell’amore materno: il sesso è finito, basta.
Tutta la lirica è una trama di analogie e corrispondenze: la sera vede l’aprirsi dei gelsomini e nella sera gli sposi si aprono alla gioia dell’amore, descritta con grandissimo riserbo: per tutta la notte c’è un lume che fa capire che le attività sono ancora in corso, poi luci spente, tutti a nanna. Fino a qui però tutto nella norma, direte voi, eh no. Nell’ultima strofa ci sono “i petali un poco gualciti”, provati dall’attività degli insetti sui petali, come l’attività sessuale consumata durante la notte ha fiaccato i corpi degli amanti. Niente, non c’è verso: piacere per il piacere con Giovanni non si può, l’attività sessuale ci può stare solo se è finalizzata alla riproduzione, ma pure in quel caso è una faticaccia ‘sto sesso.

Fino ad ora abbiamo parlato di due opposti: Jack London che tranquillamente parla del sesso e del piacere ed anzi, è anche molto moderno nella sua trattazione e poi abbiamo Giovanni Pascoli che invece ha paura di consumarsi se si abbandona al piacere.
Chi sarà il prossimo?

Abbiamo fatto ovviamente tanta nostra interpretazione, ma se volete verificare le nostre notizie perché pensate che diciamo sciocchezze,
Bibliografia:
– Dizionario critico della letteratura italiana, Giorgio Barberi Squarotti, Utet, Torino, 1973.
– Pagine di letteratura italiana ed europea. Profilo storico e antologia. Carmelo Sambugar, Doretta Ermini, La Nuova Italia, Scandicci, 1994.
– Storia della letteratura con saggi critici. Riccardo Bruscagli, Lanfranco Caretti, Giorgio Luti, Edizioni A.P.E. Mursia, Milano, 1980.
– Storia e testi della letteratura italiana. G. Langella, P. Frare, U. Motta, Mondadori, Milano, 2012.
– Viaggio nel ‘900. M. Bersani, M. Braschi, M. Corti, Mondadori, Milano, 1984.

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