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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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letteratura

Il meglio degli anni ’10, Indie Edition.

Ci risiamo.
Una lista sola non bastava per sintetizzare le migliori letture di questo decennio, quindi eccoci qui, dopo ore e ore di ripensamenti, discussioni, litigi tra me e l’avvocato, abbiamo finalmente i titoli che ci hanno più entusiasmato, che a distanza di mesi, anni, dalla loro lettura ancora ci portiamo dentro, tutti editi da brillantissime case editrici indipendenti.
Se volete sapere la mia top ten personalissima è qui; ma visto che George si è sentito escluso, ho dovuto subito ritrattare e farne un’altra, stavolta a quattro mani.

Signore e signori:

Gli Anni, A. Ernaux, 2015, L’Orma Editore.

Iniziamo benissimo, con questo titolo che ha portato la grandissima autrice francese ad essere conosciuta qui in Italia. Un libro autobiografico, che racconta gli anni del dopoguerra, il ’68, la globalizzazione, l’11 settembre dalla lente di una ragazza, poi donna, che vive in prima persona i cambiamenti epocali del mondo occidentale. Guarda il mondo che corre, un mutare incessante e guarda il suo corpo che cambia, il suo continuo divenire altro, le sue continue trasformazioni, psicologiche, lavorative, fisiche; guarda le facce, i volti, di tutti quelli che passano nella sua vita. Racconta sé stessa, ma racconta collettivamente una generazione lanciata nel folle flipper che ha portato l’Occidente ad essere così come lo conosciamo.

La saggezza delle pietre, T. Gilbert, 2017, Diabolo Edizioni.

Primo fumetto di questa lunga lista, Gilbert ci ha colpito tantissimo con la sua storia in cui uomo e natura s’intrecciano, in un’avventura corporale e drammatica. In tinte bianche, nere e rosse, Gilbert racconta il progressivo avvicinarsi di una donna alla crudele natura, fino quasi a sovrapporsi ad essa, esperienza che la porterà a capire cosa si porta dentro. Un finale assolutamente d’effetto, che lascia spazio a numerose interpretazioni vi farà capire quanto può essere polivalente questo fumetto. Seguite la volpe e poi sappiateci dire di cosa si parla davvero.

Amore di lontano, Martoz, 2016, Canicola.

Un continuo andirivieni nel tempo: Medioevo – Contemporaneità, circonda la storia del cavaliere Antares e di Jaf e delle loro ricerche. Un santo Graal particolare, una profonda e inarrivabile storia d’amore è ciò che racconta Martoz in questo fumetto, dove cambia il tempo in continuazione, ma gli obbiettivi degli uomini rimangono immutati e l’unica cosa che conta alla fine è raggiungere Lei.

Il peso del legno, A. Tarabbia, 2018, NN edizioni.

Ogni vita è un po’ una croce, ma quanti significati e soprattutto come si è evoluto nel tempo il significato di croce? Un po’ saggio, un po’ romanzo, questo libro spiega proprio l’evoluzione del termine croce, partendo ovviamente dal Vangelo fino ad arrivare a Bulgakov, Camus, Weil e tantissimi altri autori. Spunti bibliografici, curiosità linguistiche e una scrittura chiara ed eccellente, hanno messo subito d’accordo me e l’avvocato, assolutamente uno dei best del nostro decennio.

Storia della Santa Russia, G. Dorè, 2019, Eris Edizioni.

Un’edizione raffinatissima, riporta ai lettori un classico dell’illustrazione: la Storia pittoresca, drammatica e caricaturale della Santa Russia. Un francese (e che francese) illustra e descrive la storia della Russia dagli albori fino a che lui può, ovvero la Guerra di Crimea. Tra rivoluzioni, zar che muoiono di problemi ai reni, corti scapestrate e lussuriose, un meraviglioso e ironico spaccato della Russia di qualche tempo fa, corredato da illustrazioni che di certo non vi dobbiamo dire noi quanto siano pazzesche.

Verso il mare in ogni caso

Verso il mare in ogni caso, C. Zambotti, 2017, Gorilla Sapiens Edizioni.

Brevissimi racconti evanescenti, ci portano a conoscere la vicenda dei protagonisti, un bambino e una bambina, poi adolescenti, poi adulti che ad ogni episodio si incontrano, delle volte parlano, delle volte si guardano, delle volte si sfiorano, più che altro ricordano, immaginano, inventano. Un libro delicatissimo che preme proprio sulla capacità infinita di immaginare.

Famiglie ombra, M. Alvar, 2017, Racconti Edizioni.

Da quando è entrata nelle nostre vite, rimane tuttora la migliore raccolta di racconti che abbiamo letto. L’autrice filippina racconta in modo magistrale, nove famiglie, diversissime, nove esperienze di integrazione e di distanza. Tutti suoi connazionali i protagonisti e le protagoniste dei racconti, ma tutti sparsi per il mondo, nella continua ricerca di ricongiungersi con i propri affetti e di conquistare un posto nei nuovi spazi in cui sono dovuti arrivare. Una Storia delle Filippine filtrata dalle vicende di chi le Filippine se l’è portate dietro nella propria diaspora personale.

Da quassù la Terra è bellissima, T. Bruno, 2016, Bao Publishing.

Guerra Fredda, URSS – USA. Ispirata da Gagarin e dalle sue spaziali vicende, Da quassù la Terra è bellissima racconta di Akim Smirnov, l’eroe, che deve mantenere questo status di eroe a tutti i costi: rappresenta l’avanguardia, il progresso, la tecnologia, rappresenta tutta la Russia, ma questo ruolo è estremamente difficile da ricoprire, dopo un terribile trauma che forse, solo un americano fuggito in Russia per evitare il servizio militare, tale Frank Jones, può aiutare a superare.

Led Zeppelin ’71, Giovanni Rossi, 2014, Tsunami Edizioni.

Amori musicali, incontrano libri spettacolari. Giovanni Rossi racconta in questo libro non solo la notte del Vigorelli di quel lontano 5 luglio 1971, quando i Led Zeppelin in Italia per chiudere l’edizione di quell’anno del Cantagiro, avrebbero dovuto fare un concerto, ma…
Ma posiziona in maniera impeccabile gli eventi del Vigorelli e cosa rappresentano i Led Zeppelin nella temperie politica e culturale di quegli anni in Italia. Un racconto storico completo, degli anni dal ’68 al ’71, che culminano con il racconto di quella drammatica notte, dopo cui i Led Zeppelin hanno dichiarato guerra all’Italia.

King Kong Theory, Despentes, 2019, Fandango Editore.

Ve ne parleremo approfonditamente in seguito, è stata una lettura illuminante, luminosa, assolutamente necessaria per decodificare alcune delle pratiche patriarcali che ancora oggi cerchiamo di combattere. La Despentes riesce a mutuare dalla sua esperienza e dalle sue vicende il racconto del femminismo di questi anni, le conquiste, ma soprattutto le sconfitte di chi è o si sente donna. In assoluto uno dei libri migliori, che è finalmente arrivato in Italia, che racconta senza edulcorazioni quello che vive ogni giorno una donna.

I consigli sono conclusi, buona fine decennio e speriamo che nella prossima decade ci accompagnino libri altrettanto meravigliosi.

Robbe grosse sull’erotismo: Giovanni Pascoli.

Scusa mo che c’entra il fanciullino con l’erotismo? Cioè: il fanciullino, la cavallina storna, il nido, la poesia della casa, le piccole cose, le humiles myricae.
Tutto bello, tutto giusto, ma il nostro caro Pascoli ha avuto un rapporto molto particolare con l’erotismo che si evince da alcuni suoi componimenti, che ci ha molto incuriosito, non parleremo della Cavallina Storna, di X Agosto o La mia sera.

La pagina sul fanciullino pubblicata sulla rivista Il Marzocco nel 1897 può far tendere i lettori di Pascoli verso una poetica ingenua, buona, solcata sempre da un’inguaribile fanciullagine.
Ma, ma, ma… quella del fanciullino non è solo la voce del poeta capace di sorprendersi come un bambino, è anche la voce che rivendica una facoltà poetica innata e non soffocata dal razionalismo dell’età adulta.

Il fanciullino: “ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere… che alla luce sogna o crede di sognare, ricordando cose non vedute mai. […] Il poeta percepisce, forse, non so quali raggi x che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate.”

Pascoli è un poeta – medium che dall’osservanza delle piccole cose, tenendo presente sempre le sue esperienze dolorose, crea immagini universali, immettendo tutta la sua vita in poesia.

Era il 1867 quando il padre di Pascoli viene ucciso, questo lutto (il primo grande lutto della sua vita) lo segnerà in maniera indelebile e farà crescere in lui la tendenza a voler tenere unito il resto della famiglia ad ogni costo. Grazie a questo intento si viene a creare così il nido, elemento essenziale della poesia pascoliana; da cui però vola subito via la sorella Ida, che Giovannino bello non perdonerà mai, perché lei ha tradito la nuova e ricompattata formazione a cui aveva dato vita.

Si potrebbe parlare del signor Giovanni all’infinito, ma abbiamo un tema da portare avanti. L’erotismo in Pascoli c’è, non tantissimo, ma c’è. È soprattutto trattato in modo quanto mai casto ed allusivo, come se Pascoli ne avesse in qualche modo paura, ma ne fosse attratto. Al sesso, all’esperienza del piacere e alla lussuria imputava in parte il tradimento della sorella Ida e lui cercava di rifuggire da questo elemento che poteva allontanarlo dal nido, ma sapeva che così facendo si stava perdendo qualcosa.

Tutto questo sentimento ossimorico viene esplicato in Digitale Purpurea, componimento uscito su Il Marzocco nel 1898 ed è ispirato al racconto che gli fece la sorella Maria di un fiore che al collegio era proibito toccare, la Digitalis che diventa il simbolo dell’eros proibito.
Le protagoniste sono Maria e Rachele, tentate dal profumo inebriante emanate da questo fiore, ma siamo in un collegio conventuale votato alla purezza e alla castità, proprio come il nido. Dietro Maria si nasconde l’omonima sorella e dietro Rachele che non riesce a resistere alla tentazione del fiore c’è senza dubbio Ida, che ha osato macchiare la castità del nido, abbandonandolo per abbandonarsi all’amore carnale.
In molte poesie di Pascoli l‘oggetto erotico è rappresentato da un fiore (ma sappiamo benissimo che l’elemento vegetale è una prerogativa del topos erotico, lo abbiamo imparato qui, ricordate?), in questo caso descritto come:

“Una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane.”

Il nome digitale viene infatti dalla caratteristica tubolare di questi fiori che ricordano le dita, ma le dita umane e la spruzzolata di sangue fa anche riferimento alla deflorazione, dettaglio un po’ creepy ma tutto sommato realistico. Comunque legandoci al discorso sui liquidi e sugli effluvi che facevamo la volta scorsa, ecco:

“Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria: un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblio dolce e crudele.”

L’ossimoro in chiusura del verso descrive il piacere carnale, dietro la cui bellezza si cela il male e il peccato. Il piacere che viene promesso dal fiore è misterioso, ma quanto conturbante e immediato: l’umidità che da sempre contrassegna la simbologia erotica bagna portando al culmine del piacere, ma… consumando Rachele/Ida che la tocca. È un’insidia, ed è l’iniziazione alla vita sessuale che ha portato la sorella all’allontanamento. Il pensiero e la pulsione sessuale vengono anche sottolineati in quest’altro punto, che sottolinea il turbamento del sogno e del piacere erotico:

Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.”

In questo primo poemetto si nota la distanza che Pascoli pone tra sé e l’eros, attribuendo a quest’ultimo la colpa di un grande turbamento psichico e fisico.
Nei Nuovi Poemetti, viene pubblicato anche I Filugelli, altra poesia erotica, dove Pascoli sembra prenderla un po’ più easy ma senza esagerare. Il poeta dialoga con la bella Rosa e dice:

“Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.”

Abbiamo visto come al nostro Giovanni, piace mettere insieme eros e vegetazione e infatti qui la natura è quasi viva: mentre Rosa si slaccia il corsetto, sembrerebbe davanti agli occhi del poeta, si sparge odore di fiori dal petto della donna stessa, a voler smorzare quasi l’erotismo della scena con una soavissima immagine. Fanno poi la loro comparsa i colombi, simbolo di Venere, contraddistinti dalla lussuria di tubare e amarsi in continuazione (ve lo ricordate Dante, nella Divina Commedia dove colloca i colombi? Nel V canto!) , ma i colombi sono poi stati presi in prestito dal Cristianesimo come simbolo di pace e contraddistinti dal loro candore, di purezza. Comunque sia a un certo punto, mentre sembra tutto ok, Giovanni chiede di lasciare come prima, perché è già bello così, insomma: allegro ma non troppo.

La Tessitrice è una poesia contenuta nei Canti di Castelvecchio, e vi viene descritto l’incontro con una donna amata dal poeta.

“E piange, e piange – mio dolce amore,
non t’hanno detto? Non lo sai tu?”

Se sperate di trovare una descrizione dell’amore e dell’eros tranquilla e beata, cambiate autore che Pascoli non ve la dà. Gli elementi di turbamento ci sono sempre e infatti, quello che a noi comuni mortali ne La Tessitrice può sembrare un dialogo semi tranquillo, è in realtà un monologo: il poeta parla alla sua amata di un tempo ma in realtà lei non c’è, è un fantasma, una presenza impalpabile che ripete le espressioni del poeta stesso.

“Morta, sì morta! Se tèsso, tèsso
per te soltanto; come non so.”

Insomma, niente, per Pascoli nessuna speranza, neanche nella poesia che forse tutti conoscono come la più audace dell’autore: Il gelsomino notturno, anch’essa pubblicata nei Canti di Castelvecchio.
In realtà Il gelsomino notturno dovrebbe essere una festosa lirica per festeggiare le nozze dell’amico Gabriele Briganti di Lucca, ma visto che si parla comunque di sessualità, Pascoli non ci risparmia i suoi tormenti in merito.
Ancora una volta la tensione erotica è mitigata dall’innocenza simbolica floreale. In questa poesia non c’è proprio proprio il solito turbamento sessuale, perché più che al mero piacere ci si dedica alla riproduzione. Giovanni infatti è un po’ più tranquillo e sembra tutto molto più accogliente:

“Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.”

Abbiamo addirittura un invito all’amore, i calici sono aperti: così come i calici dei fiori accolgono gli insetti che si occupano della fecondazione, così la donna l’uomo, ma l’erotismo finisce qui, perché subito dopo si parla di api, chiocce, dell’amore materno: il sesso è finito basta.
Tutta la lirica è una trama di analogie e corrispondenze: la sera vede l’aprirsi dei gelsomini e nella sera gli sposi si aprono alla gioia dell’amore, descritte con grandissimo riserbo: per tutta la notte c’è un lume che fa capire che le attività sono ancora in corso, poi luci spente, tutti a nanna. Fino a qui però tutto nella norma, direte voi, eh no. Nell’ultima strofa ci sono “i petali un poco gualciti”, provati dall’attività degli insetti sui petali, come l’attività sessuale consumata durante la notte ha fiaccato i corpi degli amanti. Niente, non c’è verso: piacere per il piacere con Giovanni non si può, l’attività sessuale ci può stare solo se è finalizzata alla riproduzione, ma pure in quel caso è una faticaccia ‘sto sesso.

Fino ad ora abbiamo parlato di due opposti: Jack London che tranquillamente parla del sesso e del piacere ed anzi, è anche molto moderno nella sua trattazione e poi abbiamo Giovanni Pascoli che invece ha paura di consumarsi se si abbandona al piacere.
Chi sarà il prossimo?

Abbiamo fatto ovviamente tanta nostra interpretazione, ma se volete verificare le nostre notizie perché pensate che diciamo sciocchezze,
Bibliografia:
– Dizionario critico della letteratura italiana, Giorgio Barberi Squarotti, Utet, Torino, 1973.
– Pagine di letteratura italiana ed europea. Profilo storico e antologia. Carmelo Sambugar, Doretta Ermini, La Nuova Italia, Scandicci, 1994.
– Storia della letteratura con saggi critici. Riccardo Bruscagli, Lanfranco Caretti, Giorgio Luti, Edizioni A.P.E. Mursia, Milano, 1980.
– Storia e testi della letteratura italiana. G. Langella, P. Frare, U. Motta, Mondadori, Milano, 2012.
– Viaggio nel ‘900. M. Bersani, M. Braschi, M. Corti, Mondadori, Milano, 1984.

Robbe grosse sull’erotismo: Jack London.

Che è succiess? Che sono ‘ste robbe grosse?
Siamo lieti di presentarvi una serie di articoli che sono legati (come avrete capito visto la vostra perspicacia) dall’erotismo, erotismo che si evince però da tipi e tipe insospettabili.
Come v’è venuto in mente?
Ma perché ci piace nciuciare, è ovvio. E ci piace capovolgere l’idea comune su personaggi, romanzi, poesie, autori, facendovi scoprire magari qualche lato nascosto. E iniziamo va, che è lungo il fatto.

John Griffith Chaney London, per gli amici semplicemente Jack London è l’autore di Zanna Bianca e questo lo sapete, perché di quella colossale pall… ehm di quel libro meraviglioso sicuramente avrete 3 – 4 copie a casa.
Ma il caro John o il caro Jack, non è stato “solo” un autore, era un dandy e ha sperimentato tutti i lavori del mondo: strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, lavandaio, cacciatore di foche, corrispondente di guerra.
A un certo punto della sua vita inizia a scrivere racconti per mantenersi, infatti non farà mai mistero del fatto che scriveva per soldi. La scrittura è un lavoro, non è che arriva all’improvviso con l’ispirazione, deve essere praticata quotidianamente.

“Bisogna mettersi alla scrivania e scrivere almeno 1000 parole al giorno, bisogna essere allenati per fare della scrittura un mestiere.”

I consigli di scrittura, o meglio i consigli di lavoro di Jack London sono raccolti in Pronto soccorso per scrittori esordienti, edito da Minimum Fax. Ma cerchiamo di andare quasi con ordine.

Era il 1903 quando viene pubblicato Il richiamo della foresta, Jack aveva 27 anni. In questo libro descrive la terribile esistenza di Buck: cane con l’aspetto di un lupo che si troverà a superare millemila soprusi, prima di sentire finalmente il richiamo della foresta e darsi beatamente ad una vita nella natura, dove non c’è traccia di umani.
Libro speculare è il nostro amatissimo Zanna Bianca, in cui il lupocane dopo una serie di terribili atti che gli uomini gli fanno per incattivirlo e renderlo invincibile nei combattimenti, trova finalmente il senso della pace e dell’amore tra le braccia di Walter Scott.

Nel 1908 è la volta de Il tallone di ferro. Dopo aver dato voce alla coscienza animale, dopo aver denunciato la situazione di sfruttamento degli animali del Klondike, dove ovviamente Jack è stato eh, passa ad un altro tipo di denuncia. È in questo romanzo che si manifesta il lato più politico di London, fautore del socialismo ma anche legatissimo alle teorie di Herbert Spencer.
Il tallone di ferro considerata la prima distopia moderna, ha per protagonista una donna (non è una novità per London che nel 1902 aveva scritto La figlia delle nevi, ma di lei parleremo abbondantemente in seguito): Avis Everhard che si innamora di Ernest un giovane filosofo, rivoluzionario che le fa aprire gli occhi, facendole capire quale fosse la reale situazione politica e sociale del tempo che stavano vivendo. È così che lei si rende conto di quello che è davvero il mondo, governato da una macchina invisibile che si regge sullo sfruttamento umano. Il libro sarebbe il manoscritto redatto da Avis, non ha un finale chiuso ed è quindi facilmente applicabile ad ogni momento storico. Pare che il personaggio di Ernest abbia ispirato i genitori del Che, che lo avrebbero chiamato Ernesto proprio dal romanzo di London.


Di stesso stampo è anche La Valle della Luna, la storia di Saxon e Billy che cercano disperatamente di raggiungere La Valle della Luna, una sorta di terra dei sogni, in cui poter iniziare una vita nuova e ricca. Anche questo romanzo è ricchissimo di denuncia sociale e contiene molto dell’ideologia socialista, in particolare viene denunciato il trattamento che subiscono le classi più povere e l’alienazione dei lavoratori.

Lo sappiamo: il tema di cui vi dovevamo parlare non è né la coscienza animale, né il socialismo. Di erotismo fino a qui non c’è traccia e avete pensato che siamo dei pazzoidi, perché Jack London è sinonimo di avventura, freddo, lotte sanguinose, quale erotismo! Ma…

Nel 1902 London pubblica il suo primo romanzo: La figlia delle nevi. Ambientato nel Klondike, racconta dell’impervio paesaggio dell’asperrima Alaska e della corsa all’oro. Una vita durissima, assolutamente non a misura d’uomo e infatti la protagonista è una donna, Frona Wells, coraggiosa, forte, spiritosa, sempre in grado di fare la scelta giusta.

Potremmo citare Teocrito, Virgilio, Keats, Pascoli, D’Annunzio, in tutti come anche in questa pagina di London, il mondo vegetale è partecipe del topos erotico. La rugiada, l’umidità, i liquidi effluvi da sempre sono utilizzati in letteratura per dare l’idea della sensualità poiché si richiamano ai liquidi emessi durante l’atto sessuale. Altro leitmotiv della letteratura erotica è la vegetazione che frusta il corpo: già nel I d. C. verghette, fruste, giunchi flessuosi, rametti di ibisco vengono utilizzati per giochi erotici. Non ci siamo inventati nulla nel nostro tempo.
E poi c’è l’amore appassionato di Frona, che compare in questo passo per la prima volta, ma che viene ripreso in più occasioni nella narrazione. L’aspetto sorprendente dei momenti erotici descritti da London è che riguardano molto spesso le donne, i loro desideri, la loro sessualità, l’eccitazione, senza alcun tipo di moralismo, frecciatine o bigottismo. Non dimentichiamo che siamo nel 1902, ancora oggi abbiamo difficoltà a leggere/scrivere/parlare dell’eccitazione, della sessualità femminile senza giudizi che mettono la donna sotto chissà quale perversa e satanica luce.
Più avanti nel romanzo si parla degli Indiani, London dice che le donne americane erano attratte dai bellissimi pellerossa e non vedevano l’ora di consumare le proprie voglie, esattamente come gli uomini, e basta, nessun giudizio ulteriore.
Anche quando viene descritto l’uomo ideale di Frona viene sottolineato l’aspetto fisico oltre che la gentilezza e l’intelligenza, perché Frona come tutte le donne ha bisogno anche di avere un’attrazione sessuale verso l’uomo che starà con lei per la vita, infatti si pone molto l’accento sulla possanza fisica, cosa che ritroviamo anche in Martin Eden.

Martin Eden è un romanzo del 1909, romanzo di una bellezza indicibile che racconta l’evoluzione di Martin, giovane marinaio di S. Francisco che per amore di Ruth, ricca e istruita signorina, si getta a capofitto nella conoscenza. Deve conoscere quanto più è possibile, deve innalzare il suo spirito per essere degno dell’amore di Ruth, ma deve anche guadagnare di più, essere più presentabile. Ad un certo punto però la conoscenza lo divora: non può fare a meno di conoscere ancora di più, di scrivere, non lavora, non mangia, si nutre letteralmente di cultura.
Martin Eden è una sorta di autobiografia, un romanzo dalla prosa elegantissima, magistrale, bellissimo com’è bello Martin, muscoloso, dal colorito ambrato e sano, con quel collo possente su cui Ruth vuole assolutamente mettere le mani. Si frena Ruth, con difficoltà. Vorrebbe sempre toccarlo, posare le mani su quel collo e sulle spalle, neanche lei sa perché, è la prima volta che prova un desiderio del genere.
Mentre l’amore di Martin Eden verso Ruth è delicatissimo e mentale più che fisico, di una purezza e una delicatezza tale da farlo cambiare radicalmente, quello di Ruth sembrerebbe essere un’attrazione più fisica che mentale. Nonostante tutti gli sforzi di Martin, la cosa che attira sempre l’attenzione della signorina è la sua bellezza. Ma come nello stile di London anche se viene sottolineata l’attrazione sessuale che provano Ruth e le altre donne, si parla sempre di questo desiderio senza il minimo giudizio.
Si può dire che tutte queste siano prove tecniche sul piacere femminile, che vengono condensate nell’ultima opera di London.

La piccola signora della grande casa (1913) è Paula che vive tranquilla nel Klondike con il marito Dick, solo che Dick pare amare più il ranch che Paula che soffre d’insonnia, non può avere figli, insomma ha una serie di problemi. Paula non è soddisfatta della sua vita sentimentale, ma ama suo marito. Il problema vero si ha quando arriva Graham: Paula è sopraffatta dalla passione e dal desiderio verso quest’uomo amico e somigliante al marito, ma che ricambia i suoi sentimenti. La relazione, la passione, il sesso, diventano totalizzanti per Paula, ma lo è anche l’amore verso il marito. Cosa fare allora? Come scegliere?
Per sottrarsi dall’empasse e per non creare ulteriori dispiaceri agli uomini che ama di più al mondo, Paula si suicida.
London descrive questo libro come un libro praticamente sessuale:

“It is all sex from start to finish.”

La protagonista questa volta non osserva compiaciuta begli uomini, non emerge sensualmente dalla natura incontaminata e non vuole semplicemente mettere le mani su bei colli. Paula è consumata dal desiderio. La sua voglia la sovrasta, la sua sete di passione la divora un po’ come la sete di conoscenza che ha Martin Eden.

In vari romanzi di Jack London, la donna ha un ruolo primario e lo hanno anche i suoi desideri. Una donna che avanza pretese sessuali ha sempre qualche problema, questi malsani desideri sono sinonimo di lussuria, di malvagità, di vizio inguaribile, non in London. La cara Ruth, che è uno dei personaggi più “banali” emersi dal genio di London, pur provando pulsioni sessuali viene sempre descritta nella sua verginea purezza, come una donna eterea ed irraggiungibile, una presenza meravigliosamente alta, non con altri aggettivi denigratori, pieni di giudizi stupidi e misogini.

Bravi!
Coraggiosamente siete giunti fino a qui, avete tutta la nostra gratitudine, ma soprattutto speriamo di avervi incuriosito e di avervi dimostrato quanto possa essere sfaccettato un autore.
Jack London in soli 40 anni ha scritto romanzi, racconti, saggi, si tratta di più di un centinaio di opere; capite dunque che questo papiello seppur gigantesco sia incompleto e imparziale e soprattutto senza alcuna pretesa, avremmo potuto includere Tre Cuori, Il coraggio delle donne e un’altra infinità di cose, ma ci siamo soffermati principalmente sulle opere che abbiamo letto o che conoscevamo meglio.
Speriamo di essere riusciti nell’intento, ma questo ce lo potete dire solo voi, attendiamo vostre, alle prossime robbe grosse.

Settembre 1972, I. Oravecz

Che cosa abbiamo appena letto in verità non lo sappiamo, Settembre 1972 di Imre Oravecz, Edizioni Anfora, è senza dubbio un’opera particolare. Sembrerebbe un diario, una costellazione di ricordi in prosa, ma potrebbe tranquillamente trattarsi di una raccolta di poesie in versi sciolti. A livello stilistico il linguaggio dell’autore ungherese è estremamente poetico: ricchissimo, complesso, pieno di figure retoriche; enumerazioni, ossimori, metafore, il testo non è composto in endecasillabi e settenari, ma funzionerebbe comunque anche se non fosse in prosa.

Ma di che parla questo strano libro? Di amore.

Oravecz racconta il suo amore, dalla nascita casuale alla sua evoluzione, dalla pulsione sessuale al suo spegnimento, dalla serenità gioiosa ai momenti estremamente bui. L’amore di cui si parla è totalizzante, a tratti la descrizione puntuale dei sentimenti, delle situazioni e in particolare della mancanza dell’amata risulta anche stucchevole.

Non sappiamo se quello che viene raccontato nelle 99 istantanee sia un solo amore, potrebbe essere uno solo sviscerato in 99 episodi, 99 amori catturati in un unico preciso istante. Quello di cui siamo certi è che chi scrive è un uomo, assolutamente bisognoso d’amore, di calore, di una presenza che lo supporti e lo ami. Quello di cui non siamo assolutamente certi è chi sia questa donna o queste donne di cui il protagonista s’innamora. Sono quasi dei manichini, senza nome, senza storia, proiettate solo in quella distinta occasione.

La figura femminile risulta quasi appiattita dalla forza enorme dei sentimenti di chi scrive, è lì ferma sullo sfondo a sbagliare, vestirsi, svestirsi, amare. La donna dà amore, è descritta nel suo abbigliamento, nella sua fisicità, ma non sappiamo quasi nulla di ciò che pensa, di quali sono i suoi reali sentimenti, di come vive la storia d’amore, per questo potrebbe essere la storia di uno o di diversi amori, la Lei è così poco approfondita che è tranquillamente interscambiabile.

Pur essendo l’amore un incontro tra due persone, un insieme, un accordo, qui abbiamo una visione parziale di questo sentimento: unilaterale. Un unico attore, un unico sentimento immenso, l’ambiente esterno fumoso e quasi irreale. Siamo sicuri che da qualche parte nella città di P. o di H. ci siano i 99 racconti d’amore della controparte, che ci permetteranno di ricostruire meticolosamente il quadro di questa vita d’amore di Imre Oravecz.

Il consiglio dell’avvocato

È da molto che io, George Hautecourt non viaggio su questi schermi, consigliandovi l’ascolto perfetto per accompagnare le vostre letture, ma stavolta non potevo assolutamente mancare all’appuntamento. C’è un accoppiamento perfetto.

Sarà per il sentimento totalizzante, forse per il fatto che a descrivere questa esperienza sentimentale si tenga conto solo dell’uomo, che c’è una Lei di cui sappiamo poco o nulla, ma che:

Se non fosse per te

Sarei niente, lo sai

Perché senza te io non vivo

E mi manca il respiro

Se tu te ne vai.

Quando sono con te

Chiudo gli occhi e già volo,

D’improvviso la malinconia se ne va

Dai pensieri miei cade un velo

E ritrovo con te l’unica verità.

Solamente tu sai

Anche senza parole

Dirmi quello che voglio sentire da te.

Io non ti lascerò

Fino a quando vivrò:

Tutto quello che un uomo può fare

Stavolta per te lo farò.

Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo

Tararabundidee feat. Tra Le Righe – Ep. 16: Parigi in fiamme.

Nel mese appena passato ci sono stati tantissimi avvenimenti, ma più di tutti ci ha colpito l’incendio alla cattedrale di Notre Dame. Abbiamo allora pensato di dedicare il tema da proporre alle nostre libraie proprio qualcosa che avesse a che fare con incendi, fuochi e Parigi. All’appello ha risposto Claudia, la new entry del sodalizio che ci lega alla libreria Tra le righe.

Lei ci parla di un autore classico francese, Zola, con L’Assommoir.

“Parigi, tutt’intorno, dispiegava il suo fosco manto, immenso, azzurrastro all’orizzonte, e i suoi profondi avvallamenti, dove ondeggiava una marea di tetti; un’atmosfera d’angoscia, dense nuvole color dame adombravano tutta la Rive Droite; e dal bordo di queste nuvole, dalle loro frange d’oro, balenava un raggio di sole, che rischiarava le mille finestre della Rive Gauche in un’esplosione di scintille…”

Quando pochi giorni fa gli schermi dei nostri televisori e le prime pagine dei giornali hanno riportato le immagini della cattedrale di Notre-Dame in fiamme, siamo rimasti tutti sconvolti; il simbolo di una delle più importanti capitali europee, Parigi, divorato dal fuoco, sembra quasi voler dire che nella nostra società l’arte e la cultura non sono più considerate un bene prezioso per l’umanità.

Parigi è stata per anni, nei secoli passati, patria e rifugio di innumerevoli letterati, pittori e pensatori: lì hanno visto la luce opere straordinarie  come Guernica, i romanzi di Hemingway e i versi dei poeti maledetti. Ma non è di questa Parigi che voglio parlare oggi: lontano dagli Champs élysées e dai Grands Boulevards, alla periferia nord della città, c’è un piccolo quartiere, la Goutte d’Or, che ha ispirato uno dei più bei romanzi della letteratura francese: L’assommoir, di Emile Zola. Qui, tra i marciapiedi fangosi di boulevard Poissonière e le grida delle lavandaie in boulevard de la Chapelle, vive Gervaise, una ragazza di ventidue anni appena, con già due figli da accudire e un marito fannullone. Si trova a Parigi da poco tempo ma il suo sogno di lasciarsi alle spalle la miseria della provincia si è già infranto, ben presto il marito la abbandona per un’altra donna e lei è costretta a spaccarsi la schiena facendo la lavandaia, le mani rosse e gonfie per l’acqua gelata. Gervaise non si dà per vinta, finalmente incontra Coupeau, un uomo onesto, perbene, così diverso dal padre dei suoi figli e dagli altri uomini che vanno a bersi lo stipendio all’Assommoir, la bettola della Goutte. Dopo il matrimonio con Coupeau finalmente la vita va per il verso giusto e Gervaise corona il suo sogno: avere la sicurezza di un tetto sopra la testa e un piatto caldo che la aspetti la sera; dopo anni di stenti apre una lavanderia tutta sua, non ha più padroni e si gode la vita.  Ma la vera natura dell’uomo, animale corruttibile e vizioso fa prepotentemente capolino quando Coupeau s’infortuna e dopo aver perso il lavoro inizia a passare le giornate all’assommoir, inebetito dall’alcol.

“Lo scannatoio si era riempito. Sbraitavano, cacciando certe urla che squarciavano il gracchio catarroso delle voci rauche. Ogni tanto qualche pugno sul bancone faceva tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi, con le mani incrociate sulla pancia o serrate dietro la schiena, i bevitori facevano drappello, ammassati gli uni sugli altri; diversi gruppi, vicino alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d’ora prima di farsi servire da Colombe.”

Da qui in poi la famiglia di Gervaise scivola sempre più nel degrado e nella disperazione, nessuno viene risparmiato, neanche Nana la piccina della famiglia (protagonista di un successivo romanzo di Zola), che vediamo battere i marciapiedi e tornare a casa solo per rubare i pochi spiccioli della madre. Non c’è mai stata speranza di salvezza per questa famiglia, chi nasce nel fango, muore nel fango. Il libro è un affresco dettagliato della miseria dei sobborghi parigini della metà del 19esimo secolo, all’occhio osservatore di Zola non sfugge niente e cosi come lo vede ce lo racconta in ogni terribile dettaglio.

Comparso per la prima volta come romanzo a puntate nel 1876 , l’Assommoir viene accolto negativamente dalla critica e dal pubblico per il modo dissacrante in cui viene trattato il problema dell’alcolismo nella classe operaia francese e per l’uso dell’argot, il dialetto parigino, nei dialoghi. La risposta di Zola alle critiche è lapidaria ed attuale : Chiudete le bettole, aprite le scuole. L’alcool divora il popolo. L’uomo che saprà eliminare la piaga dell’alcolismo, farà per la Francia più di Carlo Magno o di Napoleone

Un romanzo tremendamente meraviglioso che entra dritto nel cuore di chi lo legge, a mio parere è uno dei più grandi capolavori della letteratura francese.

Questo è il consiglio di Claudia Fanelli estremamente azzeccato, noi vi proponiamo la lettura di Eroi e Meraviglie del Medioevo di LeGoff. Che c’entra direte voi: c’è un bellissimo spazio dedicato alle cattedrali, ovviamente a Notre Dame e in molti casi è citata Parigi… tanto le fiamme ce le hanno messe gli altri.

Cucinare un orso – M. Niemi

Nel Nord più a Nord della Svezia a Kengis, nella metà del 1800 operava Lars Levi Læstadius pastore luterano, botanico, “risvegliato” di origine sami. Laestadius è uno dei protagonisti di Cucinare un orso ultimo romanzo dello scrittore svedese (anzi più precisamente di Pajala cioè là, vicino vicino a Kengis) Mikael Niemi. Niemi ha rilasciato varie interviste in cui racconta la genesi del suo romanzo. Da tempo l’autore raccoglieva informazioni su Laestadius, l’uomo più famoso della sua terra, ma voleva cercare di raccontare la vita del pastore in modo nuovo, presentare questa celebrità della botanica da un punto di vista diversa, visto che molto si è scritto su di lui.

Uno degli intenti dell’autore è quello di creare un personaggio reale, molto spesso ci si dimentica che dietro studiosi, nomi importanti, vip, ci siano persone normali, che come ci racconta Niemi nel suo romanzo fanno la sauna, mangiano patate rallegrandosi della loro bontà e cose simili.

È inutile negarlo. Noi Cucinare un orso lo abbiamo comprato perché veniva associato a Il nome della rosa. A ragione. Il libro è infatti ispirato al capolavoro di Umberto Eco. Lo si riconosce dall’impostazione, c’è l’investigazione, una serie di omicidi, ampio spazio alla divulgazione scientifica, alle diatribe religiose. Anche qui abbiamo un maestro che è Laestadius e un Adso, l’apprendista che è Jussi, ma siamo comunque in ambiti diversi, in fondo la storia è diversa. Chiaro che c’è molto de Il nome della rosa, ma non possiamo dire che sia un libro bellissimo solo per questo.

Di cosa parla? In questo piccolo paese scandinavo ci sono una serie di morti, tutte giovani fanciulle. Prima si parla di orsi assassini, poi di suicidi insomma, ogni soluzione è buona per negare la verità: si tratta di femminicidi. Le donne sono uccise da uomini, uno o più, che non riescono a controllarsi, che non ammettono rifiuti. Questo il pastore e Jussi lo comprendono immediatamente, la vera sfida è farlo capire a tutto il resto della popolazione che non fa altro che negare l’evidenza, dando la colpa alle vittime, che comunque sia avrebbero dovuto stare più attente, che non erano state educate bene, che avevano permesso tutto ciò, insomma: dal 1853 ad oggi ad ogni latitudine non è che l’evoluzione abbia fatto passi da gigante nell’analizzare e nel parlare di femminicidio.

Il romanzo ruota intorno a questi femminicidi e ai progressi che i due investigatori fanno intorno ad essi. Durante le analisi, le indagini etc. Niemi ci descrive la formazione e l’evoluzione di Jussi. Jussi è un giovane sami, scappato da una famiglia che non lo voleva e viene accolto, anzi adottato dal pastore, che avendo perso suo figlio a causa del morbillo vede in Jussi una nuova possibilità. Il pastore conscio del dolore provato dalla perdita del suo amatissimo bambino, cerca in ogni modo di proteggere il piccolo sami e di educarlo nel migliore dei modi. Gli insegna a leggere, a scrivere e vorrebbe insegnargli a predicare, ad ammaliare le persone con la voce e la retorica. Jussi s’impegna con tutto sé stesso, non solo per non deludere il pastore ma anche perché scopre quanto sia meraviglioso il mondo della cultura. S’innamora dei libri e delle storie in essi contenute. Delle proprietà della letteratura e della narrazione che attraverso le parole possono fermare il tempo, dilatarlo, restringerlo. Attraverso i libri e le lettere si può fare qualsiasi cosa. Questo potere incommensurabile è la vera scoperta di Jussi, qualcosa che lo ammalia immensamente ma che lo spaventa anche. Che strumento potentissimo è la parola? Che strumento potentissimo sono i libri? E se questo strumento venisse usato non per creare bellezza, per sconfiggere i limiti dell’umano, ma per servire il male?

“Nella libreria del pastore vedo file e file di copertine, una accanto all’altra, e tutte contengono tempi di tipo diverso. Il tempo che ci è voluto a scrivere il libro, il tempo in cui si svolge la storia, il tempo che ci vuole per leggerla. E mi manca la terra sotto i piedi quando mi rendo conto che in un misero pezzetto di scaffale è racchiuso più tempo di quanto possa contenere una vita intera. Le esperienze descritte sono così vaste che nessun individuo potrà mai comprenderle tutte dentro di sé, i pensieri così numerosi che nessuna mente riuscirà mai a formularli tutti nel corso di una sola esistenza, nemmeno se passassimo ogni singolo giorno della nostra vita a divorare libri. M’immagino grandi case piene zeppe di libri, così tanti che nessuno riuscirebbe mai a leggerli tutti, e al solo pensiero mi vengono le vertigini.”

Una delle cose più belle di questo libro è senza dubbio come viene presentata la passione di Jussi. Appassionato lettore, piccolo investigatore, apprendista botanico. Ma per Jussi anche se è il protetto del pastore, di questo uomo severo e rispettato, la vita non è facile. Una delle cose che Niemi mette in chiaro nel suo romanzo è l’asperità nei confronti di Jussi in quanto sami. Un accento diverso, tratti più marcati, carnagione più scura fanno di Jussi un ragazzo da cui scappare, a nulla serve la protezione del pastore contro uno spietato e feroce razzismo.

In 500 pagine il mistero delle giovani fanciulle uccise si risolve, e viene sottolineato un quadro della Svezia del Nord del 1800 molto realistico. Uomini e donne che vivono di agricoltura, piagati dall’acquavite che riscalda ma rende gli animi flemmi, offuscati, nel freddo dell’estremo Nord. Nonostante le difficoltà e la povertà il romanzo dimostra bene come ci sia sempre una grande sensibilità nei confronti delle arti e della cultura. Quando si può i bambini vengono mandati nelle scuole parrocchiali, si promuovono e si tengono in grande considerazione gli studiosi e gli artisti, nonostante le difficoltà, l’amore per la cultura viene dimostrata in ogni pagina, ma non basta questo. Come abbiamo visto la cattiveria, la malignità degli uomini anche se sono sensibili alla bellezza della cultura, rimangono.

In un romanzo storico e giallo insieme, dove tutto sembra fiction anche se parla di persone in parte realmente esistite, il modo di Niemi di collocare degli episodi che possono tranquillamente essere di attualità fanno riflettere. Com’è possibile che di fronte a una serie di omicidi di donne, indifese, torturate nessuno pensa che siano state vittime. E anche se loro sono morte alla fine, comunque la colpa è stata loro sia se è stato un orso ad ucciderle (sono uscite da sole, dovevano stare più attente) se è stato un uomo poi, insomma perché avrebbe dovuto? Questa ipotesi pare inammissibile. È più o meno la stessa retorica che ancora oggi, praticamente 200 anni dopo si usa ancora per giustificare. Giustificare cosa poi…

Ugualmente tragica è la posizione di Jussi. Le continue vessazioni dei compaesani lo fanno sentire inadatto, in colpa per essere un sami. Per quello non parla con nessuno, cerca di rendersi invisibile e sarà la prima persona ad essere incolpata dalla folla quando ci sarà bisogno di trovare un colpevole. Jussi è sempre frenato, ogni piccolo slancio è ponderato, limitato. C’è un disagio costante che accompagna il piccolo apprendista del pastore e che lo tormenterà fino all’ultima pagina.

E anche questo in 200 anni non l’abbiamo imparato.

Quando avete tempo, recuperate questo libro. Scorrevole e particolare, fila liscissimo ma riesce a dare importantissimi spunti, quelli di cui vi abbiamo parlato sono solo alcuni.

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