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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Jundo! Intervista a Lorenzo Carucci

Cos’è Jundo? Una piattaforma di fumetti online, italiani e stranieri che si possono comodamente leggere sul sito: https://accampamento.jundo.it/index.php. La missione di Jundo è chiara: distruggere le barriere del fumetto, permettendo ad artistз di arrivare più facilmente sul mercato, ma anche di portare in Italia Webtoon e opere internazionali inedite, digitalizzare il parco opere delle realtà editoriali italiane, insomma, creare una rivoluzione in questo mondo.

Per approfondire tutto quello che c’è da sapere su Jundo abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo Carucci, CEO della piattaforma, buona lettura!

Innanzitutto, presentiamo questo progetto, anzi prima di sbagliare qualcosa, ti chiederei di spiegare ai nostri lettori cos’è Jundo!

Grazie a te per l’occasione di fare questa chiaccherata! Per prima cosa sono Lorenzo, co-founder e lead strategist di Jundo.

Jundo è una piattaforma web e app (iOS/Android) dove si possono leggere più di 100 webtoon, fumetti e manga online. Il nostro catalogo è in continua espansione e include sia opere internazionali come i webtoon di KuaiKan Comics, la più grande piattaforma cinese del settore, che opere Originali create dalla nuova generazione di fumettisti.

Come e quando è nata l’idea di aprire una piattaforma di webtoon? Da dove nasce l’ispirazione?

Jundo nasce dalla costatazione evidente della necessità di digitalizzazione nel mondo del fumetto in Italia. Da questo punto di partenza nel 2020 con la vittoria di un bando della Regione Lazio io e Matteo, il mio co-founder, abbiamo potuto iniziare lo sviluppo della piattaforma che è entrata in piena attività a fine 2021.

Jundo è una piattaforma che contiene anche fumetti esteri, com’è il fenomeno dei webtoon all’estero? In Italia ci sono, ma hanno ancora un pubblico abbastanza limitato.

I Webtoon all’estero sono un fenomeno in chiara ascesa da anni e contano milioni di lettori. In Italia anche se ancora non vantano lo stesso livello di pubblico (anche a causa dell’assenza fino al nostro lancio di piattaforme dove leggerli) sono comunque arrivati con volumi cartacei che da Killing Stalking fino ovviamente a Solo Leveling, hanno avuto un successo enorme.
Il nostro scopo ora è renderli mainstream, rendendoli disponibili nella loro versione più ottimizzata: la lettura digitale.

La grafica di Jundo fa subito pensare a Netflix, ed è un’associazione secondo me molto funzionale perché fa subito entrare chi accede alla piattaforma, in un’ambientazione di relax e di intrattenimento vero e proprio. Anche Jundo come Netflix ha degli abbonamenti, come funzionano?

Beh il nostro slogan di lancio è stato “il Netflix del fumetto” quindi yes, direi che non possiamo nascondere le somiglianze. Di base i primi capitoli delle nostre opere sono sempre gratuiti. Poi per sbloccare l’intero catalogo basta attivare un abbonamento di 1,99€ al mese o 19,99€ all’anno e il primo mese d’utilizzo è sempre gratis.

Come avviene la scelta dei titoli contenuti su Jundo? Ho visto che ci sono anche tanti fumetti di autoproduzioni, lavori indipendenti sia italiani che esteri.

Le opere che finiscono sulla nostra piattaforma arrivano da due lati: opere internazionali identificate tramite il nostro team scouting e i feedback della nostra community (grazie mille!) e gli Original i cui artisti si autopropongono tramite il form presente alla voce “Diventa Autore” di http://www.jundo.it.
Ci si può proporre in qualsiasi momento, sia come artista completo che come sceneggiatore/disegnatore a cui serve la controparte. Se l’opera è considerata idonea per la pubblicazione si firma il contratto e si iniziano i lavori.
Uno dei punti del nostro sistema di cui siamo più orgogliosi è che il 100% dei ricavi, esclusi i costi di produzione, sulla vendita dei cartacei degli Original va all’autore.

Jundo si è anche ampliato al cartaceo, che nel mondo del fumetto è ancora la normalità, come mai questa scelta?

La nostra filosofia è che cartaceo e digitale vivono in sinergia e non in contrasto.
Proprio per questo motivo tutti i nostri Original vengono stampati. E a partire dal 4 maggio con il lancio in fumetteria, su MangaYo, PopStore e sul nostro e-shop introdurremo anche il primo volume cartaceo di un webtoon cinese: Of Machines and Beasts. Dopo l’anteprima al Comicon che è andata una bomba
siamo emozionatissimi di vedere il risultato!

Come ultima domanda ti chiedo: cosa c’è nel futuro di Jundo?

Troppe cose: nuovi update della nostra piattaforma – top secret (ma posso spoilerare che ci stiamo
focalizzando sul reader digitale), tantissime nuove opere da tutto il mondo e un paio di chicche fuori dal
radar che speriamo di poter annunciare presto.

Ora non vi rende che correre a vedere il catalogo di Jundo e scoprire nuovi fumetti!

Carle vs. Lorenzo Coltellacci ed Andres Abiuso

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Siamo ritornate più cariche che mai, potete leggerci ogni secondo giovedì del mese.

In quest’anno di Carle vs. avevamo già approfondito la vita di un’artista a fumetti, quella di Georgia O’ Keeffe, nel fumetto di De Santis e Colaone, oggi vi faremo invece entrare nell’immaginario di un altro grandissimo artista: Escher. Lorenzo Coltellacci ed Andres Abiuso in Escher, mondi impossibili (Tunuè), hanno fatto conoscere a* lettor* l’aspetto più intimo e autobiografico del grande genio Novecentesco, accompagnando chi legge in uno strabiliante viaggio nel tempo, nello spazio e nelle opere escheriane. Qui trovate l’intervista al disegnatore Andres Abiuso, mentre per scoprire le risposte di Lorenzo Coltellacci, dovete, come sempre, andare su una banda di cefali!

Ciao Andres e benvenuto su Tararabundidee. La prima domanda della nostra intervista doppia è ormai di rito. Com’è nata la collaborazione con Lorenzo Coltellacci e com’è stato lavorare insieme?

La collaborazione nasce dopo il concorso de La Revue Dessinée Italia, al quale avevamo partecipato entrambi (separatamente). Lorenzo ha pensato che il mio stile si adattasse bene al suo progetto e mi ha contattato. Dalla firma con Tunué abbiamo lavorato in sintonia, creando un clima di continuo scambio e reciproca stima. Il lavoro non è mai diventato pesante, nonostante i tempi stretti.

Da dove nasce l’idea di dedicare una biografia a fumetti a una delle menti più affascinanti e brillanti del secolo scorso? Come vi siete approcciati all’opera e alla vita di Escher e come avete scelto il modo di raccontarla?

L’idea nasce da Lorenzo che, affascinato da questo artista, dalla sua vita riservata e dalla profondità di interpretazione e pensiero delle sue opere, ha sentito il bisogno di studiarlo e raccontarlo attraverso la nona arte. Se da un lato la sua vita era a dir poco sconosciuta, le sue opere sono iconiche e (pur non ricollegandole all’autore) chiunque, almeno una volta, ha visto e riconoscerebbe le scale impossibili, la sfera riflettente o le tassellature; approcciarsi a questi concetti è stato complesso, e non per la complessità delle opere: la paura era quella di scimmiottare o imitare (con scarsi risultati) il suo genio; alla fine abbiamo optato per un uso “scenografico” delle sue opere, che diventano così teatro delle vicende narrate, vere e proprie strutture fisiche, dove i protagonisti si muovono e vivono questa avventura.

Per narrare la vita di Escher avete tenuto presente la tematica del viaggio. L’artista era un grande viaggiatore e il fumetto ne segue le orme; lo stesso lettore, guidato da una specie di Virgilio, fa un viaggio intorno agli avvenimenti legati ad Escher. Come mai avete deciso di creare un continuo andirivieni nel tempo e nello spazio per raccontare questo artista?

La discontinuità temporale è stata fin da subito un tassello essenziale per entrambi: era importante che a raccontare Escher e i suoi paradossi non fossero solo le parole o i disegni ma anche il flusso narrativo stesso. Quest’impostazione ci ha dato inoltre, la possibilità di creare un mondo fuori dal tempo e dallo spazio orientato, che restituisse visivamente l’idea di “mente”, nello specifico della mente di un artista complesso come Escher.

Le opere di Escher con le sue composizioni ipnotiche e i giochi prospettici sono molto famose, a differenza della vita dell’artista che non è molto conosciuta. Quando è avvenuto il tuo primo incontro con l’arte di Escher e quale aspetto ti ha più affascinato della sua vita?

Ho incontrato le opere di Escher sin da bambino, tra i libri, le riproduzioni incorniciate ed appese in casa e, soprattutto, grazie a genitori appassionati d’arte.

Della sua vita però conoscevo ben poco prima di lavorare al libro: e sono rimasto affascinato proprio dalla sua riservatezza, dalla netta divisione dell’artista dalla persona.

Nel vostro fumetto avete inserito alcune opere di Escher integrandole perfettamente all’interno della storia e rendendole un elemento fondamentale dell’architettura narrativa. Come avete scelto quali inserire?

Spesso la scelta era naturale: in una scena in cui si parla di amore, unione e sentimento viene naturale fare riferimento a “Nastro senza fine”; se invece si parla di crescita e cambiamento è inevitabile citare le sue metamorfosi. Altre volte invece erano le opere stesse a suggerirci situazioni interessanti da raccontare, come ad esempio “Altro Mondo II”, che ha ispirato l’intera sequenza in essa ambientata.

E a proposito di opere, ne hai una preferita tra quelle di Escher e perché?

Credo di essere innamorato di “Concavo e Convesso”: un opera piena di vita e dinamismo, dove ogni cosa visibile è anche il contrario di se stessa.

A un certo punto nel fumetto parlano anche Magritte, Einstein, Dalì e si chiedono se Escher sia più matematico o artista, tu con chi ti schieri?

Escher non era un matematico. C’è poco da discutere su questo. Il dibattito al quale assistiamo si riferisce ed indaga su quale parte della sua mente “domini”.
In ogni caso, credo che qualsiasi etichetta sia riduttiva, parzialmente vera, fuorviante.

Le biografie di artist* sono sempre più diffuse nel mondo del fumetto e in fondo anche il fumetto stesso è arte, quando si parla di artist* quindi è più facile raccontare le loro vite a fumetti? 

Spiegare l’arte è già difficile: spiegarla utilizzando l’arte come linguaggio è volersi male. Il fumetto inoltre è narrazione sequenziale, il che rende ancora più complesso un discorso concettuale sull’arte (o qualsiasi altro concetto astratto). E’ inevitabile, quindi, fare ricorso al testo, accompagnandolo con sequenze disegnate ben strutturate, evitando che i disegni, nel libro, diventino protagonisti.

Cosa prevede il tuo futuro lavorativo? Lavorerai ancora con Lorenzo? 

Oltre al fumetto, ho un altro lavoro che mi impiega molto tempo; la lavorazione di questo libro è stata dura e ha richiesto molto sacrificio, sono ancora in fase di ripresa insomma. In questo momento non ci sono piani precisi, sto riordinando e muovendo i primi passi in alcune idee e progetti personali. Con Lorenzo ci siamo trovati molto bene, nulla toglie che possiate rivederci insieme in futuro!

Ringraziamo i due autori per aver partecipato al nostro progetto, noi ci risentiamo il prossimo mese!

Carle vs. Fulvio Risuleo e Antonio Pronostico

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Siamo ritornate più cariche che mai, potete leggerci ogni secondo giovedì del mese. Il prossimo appuntamento sarà a giugno!

Stavolta abbiamo chiesto di partecipare alla nostra rubrica a Fulvio Risuleo e Antonio Pronostico che avevamo già visto insieme come autori di Sniff. Ora abbiamo chiesto ai fumettisti di parlarci della loro ultima fatica: Tango, sempre edita da Coconino Press e che ha al centro come il lavoro precedente, una coppia sull’orlo di una crisi. In questo fumetto i protagonisti sono Miriam e Lele e le loro sorti sono in mano al lettore, che a ogni pagina può decidere come far proseguire la storia.
Qui su Tararabundidee troverete le risposte di Fulvio Risuleo, mentre per scoprire quelle del disegnatore Antonio Pronostico dovete navigare verso Una banda di cefali! Buona lettura!

Ciao Fulvio e benvenuto su Tararabundidee. La prima domanda della nostra intervista è ormai di rito. Dopo Sniff tu e Antonio Pronostico siete al vostro secondo lavoro a quattro mani. Com’è nata la vostra collaborazione e com’è lavorare insieme?

Siamo prima di tutto amici. Frequentavamo lo stesso quartiere di Roma, il Pigneto, e lo stesso giro di
artisti-fumettisti e per un periodo lo stesso studio. Un giorno, di ritorno da un festival di fumetto di
Bologna, abbiamo deciso di provare a lavorare a qualcosa insieme.

In Sniff, il vostro primo fumetto, avevate presentato una coppia sull’orlo di una rottura. Anche i protagonisti di Tango, Lele e Miriam, sono una coppia alle prese con le decisioni e le liti ordinarie. Perché avete deciso di raccontare nuovamente la vita di coppia?

Non so il perché, non c’è. Devo dire però che Antonio è un romantico, amante delle relazioni. Io sono
più chiuso su questo argomento, ne parlo per lo più con me stesso. È grazie a lui che sono riuscito a
esternare, seppure in un libro, alcune mie considerazioni sull’amore.

Lele e Miriam si trovano spesso di fronte a un bivio o a una decisione da prendere. Al lettore viene chiesto di decidere cosa accadrà e le sue scelte influenzeranno il futuro della coppia. Da dove nasce l’idea di conferire al lettore un ruolo così attivo e di mettere nelle sue mani le sorti della coppia? A cosa vi siete ispirati per trovare le varie opzioni?

Prima abbiamo trovato l’idea della coppia che litiga per tutto e nel frattempo vive. Poi ci siamo resi
conto che l’andamento narrativo non era lineare. Era una storia che andava raccontata in una maniera
del genere. Come molte altre idee di questo fumetto è venuta in mente nel corso della lavorazione, di
base non sono molto teorico come persona. Le idee mi vengono man mano.

Parlando di bivi ed immaginandoti lettore, qual è stata la tua prima decisione al bivio e perché?

Non ho seguito la linearità. Ho scritto in quattro dimensioni, se si può dire così. Ho accettato la
confusione creativa e ho surfato sull’ispirazione. Poi con Pronostico abbiamo dato un senso al tutto. La
‘forma-libro’ ci ha aiutato a dargli una solidità.

Non solo il fumetto lo avete fatto in due, ma ha anche tantissime varietà di scelta, come
mai avete deciso di complicarvi così tanto la vita?

Il mio sogno è di parlare, scrivere e pensare in maniera semplice. Soggetto, predicato e complemento;
come si insegna a scuola. Purtroppo non ci riesco mai e finisce che poi diventa tutto complicato.

Nella storia del cinema, della letteratura e dei fumetti in generale, quali sono le tue
coppie preferite? C’è qualche coppia in particolare che ti ha ispirato per Tango?

Per lo più ci siamo ispirati a coppie di amici, conoscenti o anche alla nostra vita. Dal cinema c’è un
riferimento alla Notte di Antonioni perché lo avevo visto mentre lavoravo al fumetto e avevo pensato
che potesse avere delle connessioni. Un coppia in crisi è naturalmente più interessante da raccontare
di una coppia felice.

Il tango è un ballo ad alto tasso di sensualità e complicità. Lele e Miriam, però, non sembrano sempre così tanto in sintonia tra loro. Come mai avete scelto proprio questo ballo come titolo del vostro fumetto?

Pronostico è l’esperto, lui mi ha raccontato un po’ come funziona il ballo e ha delle connessioni con la
storia, come si dice in un capitolo a un certo punto. TANGO suona bene ed è una bella parola, la gente
ci trova molti significati diversi e va abbastanza bene come indicizzazione su internet… è un buon titolo.

Anche l’ultima domanda è di rito: a cosa stai lavorando al momento? Altri progetti a quattro mani in cantiere?

Un noir.

Ringraziamo come sempre gli autori per essersi prestati alle nostre domande! Noi ci rivediamo con una nuova intervista doppia il mese prossimo.

Carle vs Filippelli & Canestrari

Due amiche che si chiamano Carla, hanno lo stesso segno zodiacale, amano le stesse cose tra cui i fumetti, non potevano non decidere di fare qualcosa insieme. Da qui è nata Carle vs, la nostra rubrica di interviste doppie a fumettist* per farvi scoprire e leggere di nuovi fumetti. Dopo qualche mese di pausa, siamo ritornate più cariche che mai. Potete leggerci ogni secondo giovedì del mese. Il prossimo appuntamento sarà infatti il 14 aprile!

Per la prima intervista del 2022 abbiamo fatto quattro chiacchiere con Samuele Canestrari e Luigi Filippelli, autori di Un corpo smembrato, uscito lo scorso novembre per Eris edizioni. Si tratta di un’opera in bianco e nero che racconta la storia di Marina: una ragazza divisa tra i turni al supermercato del piccolo paese di provincia dove vive e il suo desiderio di fare la scultrice ed essere libera. Un volume molto particolare, crudo e poetico al tempo stesso, insolito anche nell’allestimento: è infatti un libro smembrato anche di fatto poiché la copertina è stata strappata e sostituita con un poster, lasciando la rilegatura completamente libera e visibile. Qui potete leggere l’intervista a Luigi Filippelli, sceneggiatore del volume mentre per leggere le risposte di Samuele Canestrari dovete viaggiare su una banda di cefali!

  1. Ciao Luigi, benvenuto e grazie di aver accettato questa doppia intervista. Partiamo con una domanda per conoscerci meglio: come hai iniziato a fare fumetti e come è cominciato il sodalizio artistico con Samuele Canestrari?

Come molti ho iniziato da piccolo, disegnavo e scrivevo storie (e anche un’enciclopedia dei dinosauri). Leggevo molto: fumetti, romanzi, epica cavalleresca e manuali per diventare un inventore. Mi è sempre piaciuto esplorare il mondo attraverso i libri.
Ho conosciuto Samuele al festival Ratatà di Macerata, lui era lì con i suoi libri, io con MalEdizioni, la casa editrice che ho fondato insieme a Nadia Bordonali. Ci sono piaciute le sue pubblicazioni, così gli abbiamo proposto di coprodurre il suo libro successivo: Mosto.
In seguito Samuele ci ha inviato Il battesimo del porco, scritto da Marco Taddei, e lì abbiamo collaborato come autore ed editore. In Un corpo smembrato, invece, siamo entrambi autori… spero continueremo con questo trasformismo, provando sempre nuove combinazioni, perché mi sto divertendo molto.

  1. Un corpo smembrato, edito da Eris Edizioni, è un fumetto pervaso da un senso profondo di inquietudine ma anche da una perfetta sintonia tra sceneggiatura e disegni. Com’è stato lavorare con Samuele Canestrari? Vi siete trovati d’accordo nelle varie fasi di stesura?

Quando  ho iniziato a scrivere Un corpo smembrato volevo lo disegnasse Samuele, così ho pensato a una storia che potesse creare una connessione fra di noi, sia a livello di vissuto che di poetica, e che valorizzasse il suo modo di disegnare.
Da subito abbiamo considerato il libro come un oggetto organico e vivo, lavorando entrambi in modo fluido e mandandoci continui rimandi, suggestioni e idee. Frammentavamo la narrazione, spostavamo e modificavamo disegni e parti di testo.
Per poter trovare un equilibrio in questo modo di lavorare c’è bisogno di grande onestà e rispetto reciproco, sono felice che siamo riusciti nell’impresa.

  1. Un corpo smembrato racconta la storia di Marina, della sua vita in provincia e del suo immenso sogno di diventare un’artista, che però si scontra con la precarietà. Quanto c’è di tuo in Marina e in questo fumetto?

Per un breve periodo, intorno ai vent’anni, ho studiato e praticato la scultura, poi ho capito che non era il mio mezzo espressivo. Il vissuto di Marina riverbera con il me stesso dell’epoca, avevo abbandonato l’accademia di belle arti e non riuscivo a trovare una mia dimensione, né creativa né lavorativa. 

L’incubo che apre il libro, invece, è un sogno che ho fatto qualche anno fa a causa di una separazione molto dolorosa. Si tratta della prima sequenza che ho scritto, quella tristezza è stata la scintilla che ha permesso al libro di nascere.

  1. Le prime sequenze del fumetto mostrano un incubo. Qual è secondo te l’incubo più opprimente della protagonista?

Un corpo smembrato parla di perdita dell’innocenza attraverso la disgregazione dei sogni, dell’impatto che la vita adulta può avere con le speranze di una giovane donna.
In questo senso l’incubo più opprimente per Marina potrebbe essere legato all’assenza:
Marina non ha un luogo a cui appartenere, sia la città sia la provincia in qualche modo la rigettano, allo stesso tempo i rapporti con le persone che lei sceglie non funzionano, amanti e amori si rivelano fonte di instabilità e dolore. Il suo percorso artistico non è ancora definito, e non è chiaro se lo sarà in futuro.
Marina può solo sapere cosa manca, non ha un ruolo riconosciuto dal mondo esterno e, non potendosi vedere riflessa negli occhi degli altri, per lei è impossibile riuscire a trovare se stessa.

  1. Marina è costretta a lasciare la città e ritornare nella sua cittadina di provincia. Cosa rappresenta per te la provincia? Crescere in provincia è qualcosa di limitante o piuttosto il contrario?
    Io amo la provincia, soprattutto la bassa bresciana, ruvida e dolce allo stesso tempo, un po’ come tutta la pianura padana. Penso che la provincia possa essere un buon posto per muovere i primi passi, è certamente un ambiente dove si avverte una mancanza di alternative, quindi c’è spazio per portare contenuti e bellezza. Allo stesso tempo la provincia ti tiene ancorato con i piedi per terra, scardina le velleità artistiche, a volte anche in modo brutale.
    Penso che per immergersi nella realtà del nostro paese sia necessario attraversare la provincia, ma la provincia da sola non basta. Bisogna anche uscirne, andando alla ricerca di festival, connessioni con altri artisti, spazi culturali indipendenti, pensieri e culture diverse… tutto questo per poi tornare in provincia, portando con sé quanto si è appreso. 
  1. Come mai avete scelto di dare una forma insolita anche a livello materico, sconvolgendo il volume stesso? Quanto è stata complessa la realizzazione di questo smembramento dal punto di vista tecnico?

Il libro non ha una copertina, perché tutte le copertine sono state ricavate da fogli di recupero e strappate a mano, non si tratta di una scelta estetica ma di un gesto di smembramento, necessario al libro perché aggiunge un livello alla narrazione, facendola diventare fisica e tattile, proprio come le sculture di Marina.
La sovraccoperta che protegge il libro è come una pelle sottile, così come sono fragili le difese che possiede Marina nei confronti del mondo, un mondo che non riesce a capire e ad accettare.

  1. Il vostro fumetto è quasi totalmente privo di dialoghi e in generale le parti scritte sono veramente minime;  è stato difficile raccontare solo con le immagini?

Io sono abituato a vedere molto cinema giapponese, uno dei registi che mi ha influenzato maggiormente è Takeshi Kitano, attraverso i suoi film ho scoperto come raccontare utilizzando le immagini e gli ambienti. Penso in particolare al film Il silenzio sul mare, che è la storia di un giovane surfista sordomuto.

Penso che approcciarsi a un fumetto “silenzioso” sia più impegnativo per il lettore, bisogna leggere con attenzione le immagini perché non c’è la specificità della parola a guidarci. Dobbiamo capire le intenzioni dei personaggi dal contesto, dai piccoli gesti, dalle parole non dette.
Per quanto riguarda la scrittura, invece, per me è naturale pensare per immagini, anche quando scrivo racconti prima visualizzo le scene e le ambientazioni, poi le traduco in parole. 

  1. Un corpo smembrato parla anche di arte sotto vari aspetti. Sono molto belle le sequenze che ci mostrano il suo lato manuale, quello delle mani rovinate, degli scalpelli. Cos’è per te il processo artistico e la creatività? 

Io non credo nel talento, penso che l’idea di talento limiti molto le persone.
Pensare di non avere talento é una facile giustificazione se non si riescono a realizzare le proprie idee, allo stesso tempo riconoscere negli altri un dono crea una narrazione distorta, in cui il talentuoso è capace a prescindere, una narrazione in cui non vengono riconosciuti meriti e impegno.
Ovviamente ogni persona ha delle peculiarità e delle attitudini, ma per scrivere come per disegnare c’è bisogno di studio e pratica, poi bisogna avere un forte spirito critico e mettersi in discussione continuamente.
Per me il processo artistico passa attraverso una serie di errori, fallimenti e inciampamenti… bisogna sporcarsi le mani e sbagliare, per questo lo trovo affine al lavoro che potrebbe fare un meccanico.

  1. L’opera inizia con una citazione di Herman Hesse, tratta dall’antologia Sull’amore, che ci ricorda quanto sia fondamentale essere presenti a noi stessi e desiderare ciò che ci conduce nel nostro intimo e ci permette di rimanere connessi con il mondo. Cos’è che ti aiuta ad essere te stesso nel mondo che ci circonda?
    La citazione è stata scelta da Samuele e penso si sposi bene con il contenuto del libro, io probabilmente avrei inserito il testo di una canzone, forse Milano Circonvallazione Esterna degli Afterhours. Onestamente, avendo io un’attitudine punk malinconica, non so dirti se sono presente a me stesso e in connessione con il mondo… forse a me servono solo altri punk malinconici con cui condividere il tempo e le esperienze.
  1. Domanda finale di rito: a cosa stai lavorando al momento? Altri progetti in cantiere?
    Sto scrivendo la sceneggiatura per un fumetto che disegnerà Chiara Abastanotti, si tratta di una storia con elementi fantastici, nata pochi mesi prima di Un corpo smembrato.
    In un certo senso sono storie gemelle, affrontano entrambe il quotidiano, le relazioni e la distanza anche se con toni molto diversi. Se tutto procede per il meglio la potrete leggere già nel corso di quest’anno.

Ringraziamo come sempre gli autori che si sono prestati alla nostra incontenibile curiosità e non vediamo l’ora di leggere le loro prossime opere!

Carle vs Schiavone e Lacavalla

Iniziamo il 2021 con una nuova intervista doppia, sempre in collaborazione con la mia omonima Carla di Una banda di cefali. Stavolta i malcapitati sono Alberto Schiavone e Maurizio Lacavalla, sceneggiatore e disegnatore di Alfabeto Simenon fumetto edito da Edizioni BD, che attraverso le 26 lettere dell’alfabeto, racconta le vicende del papà del Commissario Maigret, George Simenon.

In questa parte troverete le risposte del disegnatore, Maurizio Lacavalla, che ci racconterà il suo rapporto con Simenon, con il collega Schiavone e come ha costruito il fumetto.
Buona lettura!

Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia intervista. Sappiamo che questo fumetto è il primo che avete scritto e disegnato insieme, quindi vi chiediamo com’è nata la vostra collaborazione e com’è stato lavorare insieme per la prima volta?
Ricevo una chiamata da Edizioni BD con la proposta di disegnare un libro su Simenon (Alberto aveva già iniziato un lavoro di ricerca e stesura). Ho accettato senza pensarci. In quei giorni avevo per puro caso sul comodino “Il fondo della bottiglia” e ad ogni pagina letta pensavo a quanto avrei voluto disegnarne anche solo una. Alla fine si sa com’è andata, ne abbiamo fatte 200.

La vita di George Simenon è stata avvincente come un romanzo di finzione e forse una biografia a fumetti tradizionale non avrebbe reso giustizia alla complessità di questo personaggio. Com’è nata l’idea di raccontare Simeon attraverso un alfabeto in cui si mescolano episodi e personaggi della sua vita e dei suoi scritti?
L’idea parte da Alberto e io l’ho seguito felice, anzi, temevo il pensiero di affrontare un fumetto biografico con uno svolgimento lineare.

L’idea di una voce per ogni lettera restituisce in qualche modo la complessità del personaggio Simeon e offre un ritratto completo anche a chi lo conosce poco. Come sono nate le varie lettere?  È stato difficile trovare una voce per ciascuna?
A questa domanda sicuramente può rispondere meglio Alberto che è l’orologiaio dietro questo meccanismo di ventisei ingranaggi. Per me, disegnarli, è stata una grande avventura nel linguaggio, nella grammatica del fumetto: ho potuto spaziare da un approccio più illustrativo di certi capitoli a quello più tipicamente fumettistico di altri. Insieme abbiamo lavorato sull’andamento generale dell’opera, inteso davvero in senso musicale, lavorando sul peso dei testi, sull’alternanza di capitoli più snelli ad altri più letterari passando anche per l’assenza totale dei balloon.

Di tutte le 26 lettere dell’alfabeto Simeon, qual è quella a cui ti senti più legato?
I di Immaginazione. Un compendio di lezioni di scrittura utili a chiunque lavori nel campo della creatività. Ma anche un capitolo in cui Simenon, attraverso Alberto, rivela un lato fondamentale e comune a molti di questa professione: l’insoddisfazione.  I di Insoddisfazione.

Sicuramente Simenon ha rappresentato molto nella tua vita, tanto da dedicare a lui una tua opera, ma quando è stato il tuo primo incontro con George Simenon?
Sono un lettore di giovane data. Due anni fa, fine estate, il gesto quasi ozioso di comprare un giallo prima di salire sul treno del ritorno. “La locanda degli annegati”, una indagine del commissario Maigret.

Come è avvenuta la preparazione a questo fumetto? Sicuramente hai attinto alla produzione di Simenon, ma quali opere hai consultato maggiormente sia di Simenon che di altri autori che ti hanno aiutato a focalizzare il suo personaggio?
Ho lavorato molto soprattutto su quello che Alberto mi passava attraverso le sue sceneggiature: la sua passione, l’amore, l’affetto e il tempo dedicato nel corso degli anni ad uno scrittore gigantesco. Poter lavorare su questo materiale è stato una attestazione di fiducia e amicizia a priori: mi dovevo confrontare con Simenon ma anche con quello che rappresentava per Alberto. È stato bello e importante.
Per la mia parte, ho guardato tantissime fotografie d’epoca, cartoline trovate su internet ma soprattutto un libro di nautica incredibile trovato per caso a casa di mia nonna: immagini di viaggi, ghiacciai, canali, fiumi e ciminiere fumanti.
Poi ho attinto dalla mia esperienza: Amburgo e il suo cielo grigio, la sua nebbia, il porto di Barletta, di quella volta che sono andato a Istanbul.

A livello grafico il fumetto è costruito su un pesante grigio/nero, che dona un’atmosfera cupa e talvolta soffocante, più che sul classico bianco e nero, come mai questa scelta?
Un bianco e nero netto racconta certe luci, certi momenti del giorno, una certa atmosfera. Qui sentivo la necessità di avere questi grigi per raccontare l’umidità che sale dai canali, i fumi della pipa e della stufa. Poi guardo molto i film in bianco e nero e in realtà sono in nero e grigio.

Dopo questa prima volta, con uno spettacolare risultato, preparerete altre avventure insieme?
Fra le parole di Alberto mi sento a mio agio, un giorno se vorrà provare a rimettere piede in questo mondo maledetto diviso per vignette io ci sarò. Però avevamo in programma un viaggio a Liegi e spero sia quella la prossima avventura.

W. O. W. Woman Of Weird

“Un viaggio nell’ignoto e nel perturbante sotto la guida di dodici autrici italiane” è così che viene descritta questa raccolta di racconti, sul sito della casa editrice Moscabianca Edizioni.
Con una copertina estremamente accattivante con i suoi occhioni liquidi e dorati, questo libro vi accalappierà per farvi vivere storie stranissime, facendovi conoscere personaggi strambi, mostriciattoli, creature viscide, semidei, mummie, il tutto grazie alle guide, cioè: Scilla Bonfiglioli, Diletta Crudeli, Noemi De Lisi, Linda De Santi, Elisa Emiliani, Alexandra Fischer, Federica Leonardi, Lucrezia Pei e Ornella Soncini, Mala Spina, Claudia Petrucci, Claudia Salvatori, Laura Silvestri.

Shintaro Kago

Il punto forte di questa raccolta di racconti è la varietà, nonostante siano tutte appartenenti allo stesso genere, ci sono storie con personaggi fantastici, storie dove è la situazione ad essere paradossale, storie in cui ci sono creature zoomorfe, società distopiche, insomma c’è di tutto. Tutti i racconti sono legati da un genere, quello del weird. Il weird pare pescare da molti altri generi, come il fantasy, l’horror, il fantastico amalgamando bene tutto senza mai finire nel grottesco o bizzarro, anzi allontanandosi quanto più possibile dall’ironia, ma mantenendo toni cupi e pessimisti. Le storie sono serie, verosimili, sono plasmati più che altro i personaggi o alcune creature, ma si rimane ancorati alla realtà e al mondo per come lo conosciamo, ed è questo forse, l’ingrediente che rende tutto così perturbante e magnetico. Il new weird, quello che sembra cogliere tutte le caratteristiche dello stile, ma innovandolo, soprattutto legandolo alla nuova realtà dei nostri anni, è stato teorizzato da Jeff Vandermeer nel suo manuale dal titolo The New Weird. Vandermeer pone come modelli dello stile weird tra i tanti Lovercraft e Clark Ashton Smith, il nuovo weird inizia a farsi largo negli anni ’60 grazie alla corrente New Wave e ai primi esperimenti di mescolanza tra generi, peculiarità anche del nuovo genere. Una grande differenza tra weird e new weird pare essere, sempre secondo il critico, una mancanza dell’ignoto o una più marcata volontà di rimanere ancorati ad una realtà ben precisa: nei maestri del weird le mutazioni, le stranezze, le situazioni paradossali che si creavano erano senza spiegazioni logiche, tutto inglobato nel mistero. Il new weird cerca di dare una maggiore attenzione alla spiegazione di ciò che avviene, oppure immerge completamente il bizzarro nella realtà che si sta delineando, senza velare tutto da cose ignote. Tra gli autori più importanti di questo nuovo genere si segnalano China Mielville e ovviamente Vandermeer stesso.

Shintaro Kago

Il fatto che sia una raccolta di scrittrici donne è indubbiamente bellissimo, ma non vedo perché gridare e soffermarsi più di tanto sulla coraggiosità di questa decisione. Le raccolte di racconti di soli uomini esistono e nessuno dice che siano coraggiose o meno, ma ci si concentra sulla qualità dei testi, quindi non sminuiamo questo volume pensando che sia una raccolta di scrittrici, mettendo in secondo piano il contenuto, perché non ce n’è bisogno. Si tratta di un libro accattivante, con racconti ben scritti che riescono ad entusiasmare i lettori, alcuni racconti mi hanno davvero stregata e alla fine della fiera non m’importa assolutamente il sesso di chi l’ha scritto e guai se interessa a voi.

I racconti che mi sono piaciuti davvero moltissimo sono:

Progetto Bersekir di Scilla Bonfiglioli, un bellissimo racconto che ha per protagonista la Lince della Madonna Nera, ma in cui c’è anche il Vaticano e le sperimentazioni naziste, un racconto veramente spettacolare.
Caccia nuda di Lucrezia Pei e Ornella Soncini, che racconta di come un’unicorna potrebbe essere accalappiata da un’agenzia e di come quindi un unicorno può vivere ai nostri giorni, con social, tv etc. etc.
La Punizione Madre di Noemi De Lisi e di come due sorelle riescono, chi più e chi meno a liberarsi da una vita opprimente, piena di violenza e fatica, sfidando le leggi della comunità.
L’angolo vuoto è una brutta cosa di Diletta Crudeli, a cui ho fatto qualche domandina sul genere weird, su questo racconto in particolare e sul periodo che stiamo vivendo tutti.

Innanzitutto cos’è per te il genere weird?

Al di là delle definizioni per me il genere weird è l’inadeguatezza. Del reale che non è mai tale, delle nostre percezioni e delle nostre sensazioni . È l’incontro definitivo con l’esterno, che a mio parere riesce a smuovere chiunque.
Per me tantissime cose, che vedo o che sento, sono weird: le soffitte, il parco divertimenti che sogno sempre uguale, gli insetti (quasi tutti), le comete, i negozi di antiquariato, le foto di vecchissimi scavi archeologici, imbattersi nelle pagine di diario altrui, gli incendi e molto altro.

Shintaro Kago

Perché hai “scelto” di scrivere in questo genere?

Ho provato a scrivere di cose “normali” ma mi rendevo conto che alla fine venivano comunque contaminate da aspetti più o meno strambi. Io credo a tutto il possibile, alle cose nascoste, sono pessimista e credo che molto ci verrà nascosto, sempre perché siamo fatti così e come dice il mio adorato Thomas Ligotti la coscienza è un ostacolo esistenziale. Però adoro raccontare tutte le possibilità e le sfumature del fantastico. Per spiegarlo bene, almeno per me, c’è una citazione di un romanzo bellissimo, che di fantastico, per assurdo, non ha niente, ovvero Il lungo addio di Raymond Chandler: Sono romantico, Bernie. Odo voci gridare nella notte e vado a vedere che cosa succede. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi invece avete buon senso; chiudete le finestre e aumentate il volume del televisore. Oppure, se state guidando, premete l’acceleratore e vi allontanate il più rapidamente possibile. State alla larga dai guai altrui. Il meglio che possa capitare è uno smacco. L’ultima volta che vidi Terry Lennox bevemmo insieme una tazza di caffè che preparai io stesso in questa casa e fumammo una sigaretta. E così, quando seppi che era morto, andai in cucina, e preparai il caffè e riempii una tazza per lui e accesi per lui una sigaretta, e quando il caffè si fu raffreddato e la sigaretta fu consumata, gli augurai la buonanotte. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi non lo fareste. Ecco perché siete un abile poliziotto e io sono un investigatore privato.”

Nel tuo racconto tutto sembra ruotare intorno all’introduzione in casa di un gioco, il Go, gioco popolarissimo in Oriente, che mi sembra innocuo, guardandolo da lontano, tu ci hai mai giocato?

No, non ci ho mai giocato anche se è da tempo, da prima del racconto, che voglio prenderlo per provare. Il Go mi è tornato in mente un giorno perché dal nulla mi è esplosa in testa questa scena di un film dove due persone ci giocavano. Non riuscivo a ricordare che film fosse, mi ero imputata e non volevo cercarlo (odio quando non mi ricordo qualcosa perché nella mia mente di solito è tutto perfettamente catalogato).
Poi mi è venuto in mente: era π – Il teorema del delirio, non era neanche così difficile arrivarci.

Da cosa prendi ispirazione per scrivere, ci sono delle situazioni che ti danno modo di costruire i tuoi racconti, ad esempio L’angolo vuoto è una brutta cosa com’è scaturito?

Per giorni ho pensato a quella scena del Go che non riuscivo a collegare a nessuna pellicola! Ci ripensavo a momenti alterni, un tormento. Così mi è venuto in mente di crearci intorno il racconto weird che Federico mi aveva proposto di scrivere per la raccolta di Moscabianca. È partito tutto dalla scacchiera; infatti il titolo è un modo di dire legato al Go: lasciare un angolo vuoto è strategicamente errato visto che espone il giocatore all’attacco delle pedine avversarie.
Il protagonista doveva sentirsi sempre più a disagio intorno agli oggetti del suo appartamento. Così l’ho fatto piombare un poco alla volta nel caos fino a che dalla spirale non è uscito il suo doppio. Tutto si è allineato davvero bene nella mia testa e le corrispondenze con il Go sono praticamente arrivate da sole.
In generale parto comunque dai momenti drammatici, quei momenti in cui i personaggi si rendono conto che c’è qualcosa, il fuori posto, la legge fisica che vacilla, il crollo, ogni tanto anche dal finale.

Stai scrivendo in questa quarantena? Anche se sempre chiusa in casa riesci a trovare l’ispirazione?

Stranamente sì. Mi piacerebbe poter finire due cose grossine che sto scrivendo ma il mio senso di strega mi dice che comunque non le proporrò adesso anche se una di queste è praticamente finita (ma, editori all’ascolto, sono un Ariete, se volete spronarmi a mandare lo farò con impulsività immediata).

Questa situazione che fino a qualche mese fa non ci saremmo mai lontanamente aspettati, potrebbe essere un buono scenario per un racconto weird?

In parte sì, in parte no. Purtroppo la situazione attuale è legata a fattori che avremmo dovuto riconosce sbagliati prima e durante il caos: tagli alla sanità, industrie che pur di non chiudere mettono a rischio la vita di migliaia di persone, cattiva comunicazione. Sono dettagli reali troppo reali che allontanano l’emergenza in atto da un qualsiasi scenario immaginario.
Ma in parte quello che stiamo vivendo è comunque assurdo e, almeno io, vivo momenti della giornata in una sorta di tempo sospeso. Mi sembra che le cose siano pronte a cambiare o a crollare (non è un pensiero molto rassicurante, lo so). Due cose: mesi fa ho scritto un racconto per una rivista sulle città che collassano su loro stesse facendo più o meno rumore. Era ottobre. Nello stesso periodo abbiamo ricevuto per Spore un racconto in cui un cittadino milanese camminando per la città torna indietro nel tempo e si ritrova ai tempi della peste.
Sarebbero stati scritti ugualmente in questo periodo ma davvero weird è il fatto che rileggerli ora fa tutto un altro effetto.

Dopo questo viaggio nel weird, non potete far altro che mettervi comodi e gustarvi questi splendidi racconti, quindi ordinate (dal vostro libraio indipendente di fiducia o da una delle librerie indipendenti italiane che sta spedendo) questo splendido libro e godetene!

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