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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Robbe grosse sull’erotismo, Giambattista Basile

Dopo l’ultima puntata, un po’ di tempo fa, su Foscolo, torniamo su questi schermi per parlarvi di erotismo. Il protagonista di oggi è un autore che non è conosciutissimo. Purtroppo non è inserito neanche nei programmi scolastici, ma per il nostro tema è perfetto.
Chi è Giambattista Basile? È un nobile napoletano vissuto tra Cinquecento e Seicento, secoli che diciamoci la verità, sono abbastanza poveri dal punto di vista della nostra letteratura. Basile è un messo politico quindi gira tutta la Campania, proprio grazie a questo le sue opere hanno un’enorme vivacità linguistica, pregne di forme dialettali miste, che ci rendiamo conto, possono essere forse poco comprensibili al di fuori dei confini campani.

Potremmo tranquillamente parlare di erotismo analizzando Le avventurose disavventure (1611) dedicato al principe Luigi Carafa, ma anche le Egloghe amorose e lugubri (1612) e varie altre opere della sua produzione, ma ci vogliamo soffermare sulla sua opera più importante: “il più antico, il più artistico e il più ricco fra tutti i libri di fiabe popolari” come diceva Benedetto Croce, Lo cunto de li cunti overo Lo Trattenemiento de’ Peccerille (1634). Si tratta di un’opera uscita postuma, divisa in cinque parti, ciascuna delle quali divisa in 5 giorni in cui si narrano 5 cunti, questa ripetizione del numero 5 ha fatto sì che l’opera sia conosciuta anche con il nome di Pentamerone. Questo nome ovviamente, come la stessa struttura dell’opera è strettamente legato al Decameron di Boccaccio, usato da Basile infatti come canovaccio” per il suo lavoro.

Il primo cunto è quello di Zoza ed è una novella – cornice che fornisce il pretesto per la raccolta stessa. Zoza è una principessa malinconica che non ride mai. Scoppia a ridere quando una vecchia si scopre la pancia per insultare un fante. Questa risata però non andrà per niente giù alla vecchia, che fa un incantesimo a Zoza: non potrà trovare marito finché non rianima il principe di Camporotondo, riempendo di lacrime un vaso posto ai suoi piedi, al risveglio lui sarà il suo sposo. Zoza parte alla ricerca e conquista i favori di tre fate buone che le donano una noce, una castagna e una nocciola. Dopo aver ricevuto i tre regali giunge dal principe, comincia subito a riempire il vaso, ma arrivata quasi alla fine dell’impresa la principessa si addormenta, ed è allora che una schiava prende il suo posto colmando facilmente la breve misura rimasta e sposandosi con l’ambito principe Tadeo. Immaginate a questo punto la povera Zoza, già non rideva mai, figuriamoci adesso! Però non si dà per vinta, si piazza di fronte al castello e aspetta l’occasione per vendicarsi. Ovviamente Zoza è anche una gran figa e questo non è che sfugga a Tadeo, che se ne innamora, ma la moglie, che nel frattempo è rimasta incinta lo minaccia ripetutamente di procurarsi un aborto. Zoza si rende conto però che ha ancora i doni da usare, sbem! Prende la noce da cui esce un pupazzo canterino. La schiava Lucia, vedendo il giocattolo ovviamente lo desidera ardentemente e forza il marito ad andarlo a chiedere alla vicina, la quale glielo cede. Dopo quattro giorni, Zoza apre anche la castagna, dalla quale escono una chioccia e i suoi dodici pulcini d’oro. Lucia li vede e se ne invaghisce, così minaccia nuovamente Tadeo e gli impone di procurarsi la fonte delle sue brame. Tocca infine alla nocciola, che rivela una bambola che fila dell’oro e vabbè sappiamo già che va a finire come con i giochi precedenti, ma stavolta appena la donna stringe al petto la sua conquista, inizia a sentire l’incontrollabile desiderio di ascoltare raccontare delle storie e ovviamente minaccia il marito. Ecco quindi il pretesto per la cornice: Tadeo, preoccupato per il nascituro, fa un bando, convocando «tutte le femmene de chillo paese» e vengono scelte dieci donne, le più brave narratrici.

L’universo di Basile, soprattutto ne Lo cunto de li cunti è costellato da donne, dalle narratrici alle protagoniste, dalle spalle alle cattive. E già questa introduzione/cornice ci catapulta in quella che sarà il leitmotiv dell’opera, in cui ad emergere saranno più personaggi femminili. Vediamo che anche qui infatti, Tadeo è un burattino nelle mani della moglie, non ha nessun guizzo e non è il grande eroe duro e puro a cui la letteratura e la cultura stessa ci hanno abituato. Questa nuova linfa femminile, che scorre in quest’opera è ovviamente data dal fatto che si tratta di una raccolta di leggende popolari create per l’intrattenimento dei piccoli. Chi mai allora poteva creare queste meravigliose fiabe, se non le donne, le uniche d’altronde a svolgere il lavoro di cura e accudimento necessario alla crescita dei bambini, ed allora almeno nelle storie fantastiche le donne si riappropriano di spazi che ovviamente erano a loro negati.
Ma qui parliamo soprattutto di erotismo e di sessualità, cose che ne Lo cunto de li cunti non mancano, anche per il motivo citato sopra. Pensate che il ‘500 sia stato meglio dei secoli precedenti? Più libertino? Assolutamente no. È stato proprio in questo secolo che la donna ha visto la totale chiusura di ogni possibilità legata al suo essere donna, figuriamoci come stavano messe con la sua sessualità, manco mo stiamo poi così bene, quindi non è difficile immaginarlo; e allora si sono dovuti trovare degli escamotage per esprimere voglie e desideri.

Tra le varie storie che parlano di erotismo, quelle che ci piacciono di più abbiamo:

  • Lo cuorvo
  • L’orsa
  • Penta
  • La vecchia scorticata
  • La superbia castigata
  • Mortella
  • Sapia Liccarda
  • Sole, Luna e Talia

Lo cuorvo è contenuta nella IV giornata, narrata da Ciommetella e tratta del desiderio sessuale del protagonista Milluccio, che vedendo un corvo morto nella neve, viene colpito da questo contrasto e desidera ardentemente una donna bianchissima con le guance rosse. Milluccio, grazie al fratello Iennarello trova questa giovane: Liviella, ma l’unione è contrastata da una serie di elementi magici, come il padre di lei che poi attuerà un escamotage per fare in modo che la figlia non se ne vada di casa, questo non ferma Milluccio dall’avere però subito atti sessuali con la bellissima Liviella. È ovvio che il sangue, inserito in un contesto simile, può simboleggiare le mestruazioni e anche la fertilità, le guance rosse ovviamente sono il simbolo della “fatica” dopo l’atto sessuale. Il problema è che quello che ha Milluccio è un «capriccio de femmena prena» e vorrebbe trovare una donna come l’immagine che ha in testa, ma le immagini lasciamole dove sono, poi il suo desiderio impellente è fare sesso e mettere incinta qualcuno, insomma proprio carino Milly.

Il desiderio invece è la pulsione che porta il vedovo re di Roccaspra in l’Orsa a voler sposare la figlia. Il topos dell’incesto non è una novità, ma dobbiamo ricordarci di collocare questi eventi. Da poco c’era stata la Controriforma, iniziata con il Concilio di Trento nel 1545, capiamo bene che ci troviamo in un periodo ben più buio e restrittivo di quanto potesse essere il Medioevo, ma fortunatamente Basile si trova nel Regno di Napoli, che è leggermente più tollerante per il tempo e quindi anche l’incesto poteva essere inserito nelle narrazioni, poi è comunque un grande a parlarne quindi. Tornando alla nostra storia, perché il re vuole sposare la figlia? Perché è la persona più simile alla moglie defunta, alla quale aveva promesso di non risposarsi a meno che non trovasse una bellezza almeno pari alla sua. Ovviamente la povera fanciulla è inorridita dalla proposta e riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di una vecchia che la trasforma in orsa.

L’incesto è anche presente nella seconda favola della terza giornata, dove un altro re, stavolta quello di Pretasecca, anche lui rimasto vedovo, vuole sposare Penta, la propria sorella, perché conoscendola è sicuro di poter avere un legame duraturo. La donna si dimostra subito indignata di fronte a questa proposta e pensa che il fratello sia impazzito, ma ovviamente lui non demorde, continua anzi ad insistere. La povera Penta è costretta a sacrificarsi e si fa tagliare le mani per rendersi meno desiderabile, il re allora persa la passione la fa gettare in mare.

Queste due storie sottolineano lo stereotipo, ancora attuale, dell’uomo incontrollabile, preso da una smania immensa di passione che non riesce a discernere il bene e il male e la donna, che invece per sopravvivere e per non sentirsi violata deve sacrificarsi. Sia l’Orsa che Penta compiono un sacrificio estremo, abbandonano alcuni dei loro connotati per cercare di sottrarsi alla furia rabbiosa e insistente degli uomini. È questo ciò che le donne hanno imparato a fare praticamente sempre ed è l’insegnamento che le donne stesse tramandavano alle generazioni successive: la donna deve stare sempre in guardia, essere pronta anche a sommi sacrifici, mentre l’uomo ha come unico obbiettivo il raggiungimento dei propri desideri, senza pensare alle conseguenze che questi possono avere su altrз.

Ne La vecchia scorticata è presente invece il tema della lussuria. Le due vecchie protagoniste vedono un gran gnocco, che è il principe della città e cercano in tutti i modi di riuscire a conquistarlo. Con un escamotage, una delle due sorelle riesce a catturare l’attenzione del principe, questo grazie a un ringiovanimento che la fa apparire meravigliosa. Ovviamente si guarda bene dal svelare alla sorella il trucco e le fa credere che è riuscita a diventare così fregna togliendosi la pelle calante e la spinge così a morire sotto le lame del barbiere che la scortica viva. Anche Sapia Liccarda si basa sul desiderio sessuale femminile. tranne quello della protagonista, Sapia che invece è ferma e non si lascia abbindolare dai bellimbusti.

Sole, Luna e Talia è la fiaba che è alla base de La bella addormentata. La fiaba è molto simile a quella più conosciuta, ma presenta delle caratteristiche diverse. Talia è il nome della bella addormentata che a causa di un sortilegio, pungendosi con un fuso, cade addormentata per sempre. Un re di passaggio dal castello, si ferma e scorge questa meravigliosa fanciulla addormentata, ma non la sveglia con un bacio. Il re la stupra. Lei sta dormendo e pur consapevole del fatto che la fanciulla non è cosciente il re continua il suo intento.

«Ma, non revenenno pe quanto facesse e gridasse e pigliato de caudo de chelle bellezze, portatola de pesole a no lietto ne couze li frutte d’ammore e, lassatola corcata, se ne tornaie a lo regno suio, dove non se allecordaie pe no piezzo de chesto che l’era socciesso.»

Addirittura lui la dimentica, completamente. Fino a che non ritorna, ovviamente di passaggio da quel castello e scopre che quello stupro ha portato ad una gravidanza che ha dato vita a due gemelli: Sole e Luna, che hanno salvato Talia, succhiandole il dito ed estraendone la “lisca” di lino che l’aveva uccisa. Dopo varie peripezie, perché c’è da dire che il re era anche sposato, Talia e il sovrano si sposano. Anche in questo caso viene sottolineato il comportamento maschile come incontrollabile, totalmente privo di raziocinio. Il re avvinto dalla bellezza di Talia, decide di stuprarla, poi va via. Ricordiamo che le narratrici, le protagoniste, le aiutanti, le antagoniste in queste storie sono tutte donne e queste storie erano tramandate tra le donne stesse per mettersi in guardia. Altro che lisca di lino, il pericolo più grande per una donna sono gli uomini. Inoltre c’è da dire che a differenza della fiaba che conosciamo maggiormente in cui è il bacio del principe a risvegliare e salvare la principessa, quindi l’uomo ha questo connotato di eroe salvifico; nella versione di Basile non è assolutamente così. Il bacio e poi lo stupro senza il “risultato” del risveglio non sono altro che un indice della limitazione del potere maschile sulle donne. Non è quello a salvare Talia e nulla può l’invincibilità del membro maschile, nè la maternità, nè il parto, visto che Talia si risveglia molto dopo aver dato alla luce i suoi figli.

Arriviamo dopo stupri, incesti e quant’altro alla fiaba che secondo me è la più erotica del Pentamerone: Mortella. Questa fiaba parla di una gravidanza fuori dal comune. La moglie del contadino partorisce una frasca di mortella, invece dei figli che tanto stava aspettando. Fino al parto, la donna aveva avuto una gravidanza normale, di nove mesi, ma poi qualcosa è andato storto. La mortella diventa anche simbolo di una certa sacralità, non può essere distrutta, pena una maledizione fatata.
La nascita vegetale dal ventre di una donna, non è un’invenzione basiliana, la troviamo anzi in tanti miti di fondazione e di passaggio ed ha ovviamente come scopo quello di fertilizzare la terra. La mortella diventa in questo caso la pianta fertilizzante, che riesce a far avverare i desideri di maternità se ci si prende cura di lei. Dopo la moglie del contadino che aveva curato con amore questa pianta, passa un principe che vede questa frasca e decide che deve essere sua. Il principe si prenderà cura effettivamente della mortella innaffiandola puntualmente. Solo dopo questa prova di pazienza mista all’amore, avviene la seconda nascita: dalla mortella alla Venere della mortella. Si ritorna quindi ai motivi della fertilità e soprattutto del desiderio. Il tema della fertilità si trova strettamente collegato a quello del ciclo naturale che si ripete, il ramo di mortella dà origine ad una donna che è simbolo personificato dell’amore e della vita e nemmeno la morte materiale può fermarlo.
Il principe ovviamente è avvinto dalla bellezza di questa Venere e il gioco di giacere insieme e poi svanire della fata, ricorda molto quello di Amore in Amore e Psiche. Questa fiaba ha però un’altra particolarità quella di descrivere la vagina e la descrive come:

«maraviglia delle femmine, lo specchio,
l’ovetto dipinto di Venere, il cosino bello di Amore»

«toccando si accorse che era roba liscia e mentre pensava di palpare spine d’istrice trovò una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più bastosa e cedevole della coda di una martora, più delicata e lieve del piumaggio di un cardellino»

È la prima volta che viene descritta una vagina in questo modo, in modo allusivo, ma non troppo. Viene espressa come una meraviglia, delicata, morbida, accogliente. Sono parole e similitudini molto più auliche di quelle che si riservano normalmente al membro. I genitali femminili sono anche associati alle piante, non è un caso che la descrizione più realistica sia comunque creata in una storia in cui la protagonista in realtà è lei stessa una pianta. Il Pentamerone è pieno di metafore e allegorie che vengono usate per descrivere l’erotico.

Il coito si riduce a una serie di azioni che sono proprie dell’agricoltura o comunque afferiscono a questa sfera semantica: seminare il campo, raccogliere fiori, lavorare il terreno d’amore. La virilità maschile viene poi associata alla sfera animale principalmente usatissima è la similitudine con gli aucielli. Anche le metafore sessuali riprendono la dualità comune, stando sempre sulla separazione tra uomo attivo e donna ricettiva. Altre metafore che troviamo nel Pentamerone per il coito sono quelle belliche o anche metafore culinarie in cui l’atto sessuale è visto come un pasto dolce e delizioso, ma essendo un pasto è anche impellente e necessario, in cui comunque la donna è vista come la preda, la cacciagione che è pronta per essere mangiata.

Le allusioni sessuali e in realtà tutti gli atti sessuali descritti nell’opera basiliana non lo rendono di certo un libro adatto a innocenti infanti. Effettivamente non si tratta di fiabe o di favole come le intendiamo noi, ma sono appunto cunti. Basile ha scritto parte della sua opera nell’avellinese, ed è stato ospite nel castello di Montemarano. Questa caratteristica ha influito ovviamente sulla lingua, che non è un puro napoletano, per questo mi sento ulteriormente privilegiata per riuscire a capire l’opera senza bisogno di intermediari e per questo vi posso dire che cunto non è sinonimo di fiaba. Durante la vendemmia, pregavo sempre mio nonno Bruno, dicendogli “Nò, nò, me faj nu cunto?”. Il cunto è un racconto di vita reale, la narrazione di un fatto quotidiano, ma straordinario, generalmente tragicomico, spesso a lieto fine, non sono solamente storie di vita vissuta, ma storie tramandate di generazione in generazione e non dovete prendere come totalmente fantasy, la presenza di streghe, maghi, trasformazioni, creature, mentre si parla di vita reale come fosse qualcosa appena accaduta, io anche ho sentito cunti su lupi mannari, folletti, malocchio e streghe. Quando entriamo nel mondo di Basile dobbiamo uscire fuori da quello che per noi è realtà e abbracciare ciò che è realtà per un gruppo diverso in un’epoca diversa (manco troppo lontana visto che gli anziani e le anziane dell’entroterra campano ancora credono veritiere queste storie).

Quello che ha fatto Basile non è stato inventare da zero delle narrazioni, ma collezionare i cunti dei luoghi che ha visitato, raccoglierli e portarli alle corti napoletane, sfoderando questi racconti durante i banchetti. È molto importante l’erotismo nell’opera di Basile ed è presente in un modo meno poetico rispetto ai precedenti autori esaminati in questa sede, meno poetico perché l’atto sessuale non è protagonista, né è protagonista la bellezza della donna, è visto come necessario non solo per la procreazione, ma anche per un proprio appagamento, è più realistico potremmo dire. Le narratrici, le protagoniste, le eroine sono tutte donne, l’universo del Pentamerone è dominato da donne e Basile cerca di mantenere il punto di vista femminile anche nella narrazione dell’erotico, dando quindi enorme importanza agli atti sessuali, al piacere e ovviamente anche alle gravidanze, ma guardandole da un punto di vista più popolare, senza sublimarli. È un’opera meravigliosa, sicuramente vicinissima al Decameron, ma che ha moltissimo del folklore meridionale. Non dimentichiamo inoltre di dare un grande merito a Basile, quello di aver portato alla creazione delle fiabe che tuttз amiamo, ma che in realtà conosciamo grazie ad altre versioni, dove le donne sono spesso solamente delle fragili anime da salvare e non sono protagoniste come nel Pentamerone. Da Lo cunto de li cunti derivano tra le varie fiabe: Cenerentola, La bella addormentata, Il gatto con gli stivali, Hansel e Gretel, Raperonzolo. Attualmente si trovano tranquillamente in italiano con il testo a fronte, quindi leggete!


Bibliografia

A. Gasparini, C. Chellini, Setole e spine. La crescita segreta del maschile e del femminile, Erikson, Roma, 2019.

A. Vespaziani, Favoloso diritto: metafore del potere ne “Lo Cunto de li Cunti”, Anamorphosis: Revista Internacional de Direito e Literatura, Vol. 6, Nº. 1, 2020.

A. E. Zanotto, I personaggi femminili ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di studi linguistici e letterari, 2016.

G. Basile, Lo cunto de li cunti, L’Isola dei Ragazzi, Napoli, 2014.

G. Carrascón, C. Simbolotti (a cura di), I novellieri italiani e la loro presenza nella cultura europea: rizomi e palinsesti, Accademia University Press, Torino, 2020.

M. Forlino, Esoterico, erotico, esotico: la “cuntaminazione” del Pentamerone, Graduate School-New Brunswick
Rutgers, New Brunswick, New Jersey, 2015.

Robbe Grosse sull’erotismo – Umberto Saba

Dopo aver parlato in lungo e in largo del I secolo, grazie a Lucrezia e alla sua analisi della personalità di Ovidio ci riaddentriamo nel Novecento, analizzando l’espressione poetica erotica di Umberto Saba.

Abbiamo già parlato di un grandissimo poeta del Novecento, cioè Montale; qui ci troviamo però su un livello profondamente diverso. L’esperienza di Saba era infatti visibilmente distante dalla poesia coeva: disinteressato alle avanguardie (il suo tempo coincide con quello del Futurismo), il poeta triestino si ricollegava direttamente alla tradizione letteraria da Petrarca a Leopardi, saltando addirittura la lezione simbolista. Ciò che colpisce maggiormente nella produzione di Saba è sicuramente l’utilizzo di un linguaggio molto semplice, mai scarno, ma sicuramente meno prezioso e ricercato dei suoi contemporanei, addirittura quasi all’opposto se si pensa alla poesia di poco precedente alla sua come quella dannunziana.

Non ci sono civetterie letterarie né ostentazione prosastica: allo stile Saba aderisce intimamente, nel proprio linguaggio cerca di trovare e far emergere la verità istintuale e inconscia. Non gioca con i propri strumenti di tecnica poetica, ma li usa con l’unico scopo di scavo esistenziale. La poesia di Saba è incentrata sul dato autobiografico, sui profondi dissidi psichici del poeta, che fu malato di nevrastenia e si sottopose a terapia psicoanalitica. Tra tutte le opere scritte da Saba, ci soffermeremo in questa sede sul Canzoniere e principalmente sulla prima parte di esso (1900 – 1920) analizzando alcune poesie contenute in Casa e Campagna (1909 – 1910) e Trieste e una donna (1910 – 1912).

In Casa e Campagna troviamo la poesia “A mia moglie” che Saba stesso adora, in nessun’altra infatti lo troviamo così spontaneo e gioviale. Il poeta intuisce il rapporto di identità che esiste tra la moglie e “tutte le femmine di tutti i sereni animali”, la scoperta svela l’unità della natura che accomuna in un’unica soluzione ogni essere vivente. Il poeta costruisce il testo come una favola o come una preghiera.
Il lessico si mantiene ancorato al livello quotidiano su una trama di vocaboli colloquiali, rari infatti sono i termini di uso letterario.
C’è da premettere che l’erotismo poetico di Saba non ha nulla a che vedere con quello che abbiamo analizzato fino ad ora. Non si tratta di spudorati riferimenti sessuali, di doppi sensi neanche troppo velati. È appena accennato, trattato con familiarità e pacatezza. Non ci sono strani fluidi, fiori che si aprono, caverne da esplorare: tutti i topoi della poesia erotica con Saba crollano. Possiamo forse definire la poetica erotica di Saba come più sentimentale, rispetto alla prorompente e sessuale poetica del genere.

Non ci sono fughe d’amore, amanti nascoste, al centro della sua poesia erotica c’è sempre sua moglie: Carolina Woelfer, conosciuta nei suoi versi come Lina.

Saba giudica A mia moglie “una delle più belle e ispirate liriche della prima metà di questo secolo”. Il poeta paragona la donna a tanti animali (la pollastra, la cagna, la giovenca, la coniglia, la rondine, la formica, la pecchia) mettendo in risalto le qualità di lei più schiette ed essenziali.

In Storia e cronistoria del Canzoniere in cui Saba commenta la sua opera letteraria scrivendo in terza persona dice a proposito di questa poesia:

“Diremo di più: se di questo poeta si dovesse conservare una sola poesia, noi conserveremmo questa. Altre più belle poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più perfette; ma in nessuna – crediamo – la nativa spontaneità della sua vena zampillò da una sorgente più profonda. Giacomo Debenedetti parla della «sensualità quasi animalesca» colla quale sono portati i paragoni. Non si tratta di sensualità animalesca, forse nemmeno di sensualità, in nessun caso di sola sensualità (ma quando il Debenedetti scrisse il suo primo saggio sul Nostro era vergognosamente giovane: aveva 22 o 23 anni). La poesia fa pensare piuttosto ad un improvviso ritorno all’infanzia; un ritorno però che non esclude la contemporanea presenza dell’uomo. […] Il poeta, come il fanciullo, ama gli animali, che, per la semplicità e nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, «avvicinano a Dio», alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione. Un giorno – e fu un bel giorno – Saba deve aver sentito con acuta gioia e tenera commozione, le identità che correvano fra la giovane donna che gli veniva accanto e gli animali della campagna dove allora abitava.”

Dunque in A mia moglie Saba mette in risalto la regalità della donna e la paragona a svariate femmine di animale: sia chiaro, mai in modo volgare, ma decantando le qualità di ogni specie che si sublimano in Lina. Lina allora è “giovane e bianca pollastra” che incede superba con voce dolcissima, ma è anche una “gravida giovenca” libera e festosa che si lamenta alla ricerca di un dono. Ora, fosse stato qualcun altro, avrei interpretato il dono come una chiara allusione sessuale, ma in questo caso credo che con “il mio dono t’offro quando sei triste” vada oltre l’organo sessuale, indicando invece comprensione, affetto, fiducia. Lina diventa poi “lunga cagna” dolce, ma infervorata. Tra tutti gli animali che Saba cita nel componimento, sicuramente l’accostamento più sessuale è con la coniglia. “Pavida coniglia” viene infatti chiamata Lina. I conigli sono il simbolo della sfrenatezza sessuale. Nella stessa strofa si allude anche agli angoli bui e al partorire, indicando molto probabilmente un atto sessuale, al buio come quello dei conigli, che si accoppiano normalmente di notte e un successivo concepimento.
La strategia riproduttiva dei conigli è di tipo “r” conosciuta come riproduzione indefinita che li accomuna anche a lepri, pesci, rettili e batteri. La coniglia ha due uteri. Se uno dei due è già pieno, durante gli accoppiamenti effettuati quando la coniglia è già incinta, l’ovulo fecondato si insedia in quello ancora disponibile; gli ovuli inoltre possono spostarsi durante l’amplesso in modo da essere fecondati anche quando entrambi gli uteri sono occupati, provocando due gravidanze. In più il coniglio femmina inizia a essere feconda in giovane età, si riproduce per otto mesi all’anno, e ha gravidanze brevi, di circa 30 giorni. Sicuramente tutte le coniglie sono pavide, ed è lampante il perché Saba abbia usato proprio la coniglia per parlare di gravidanze e accoppiamenti.
Viene poi ancora paragonata alla rondine e alla formica, la lirica si conclude in una conferma del grande sentimento d’amore tra Saba e Lina:

“E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.”

Saba non teme le ripetizioni, si potrebbe dire a questo proposito, che il Canzoniere sia la ripetizione variata ad infinitum di una medesima poesia. Per Saba la poesia ha una funzione pratica che diverte, serve a sfogare il dolore, non a vincerlo. Infatti troviamo versi dedicati a Lina praticamente in ogni salsa, che esprimono circa lo stesso soave e tenero sentimento.

Spostandoci da Casa e Campagna a Trieste e una donna, ci soffermiamo per un attimo su La malinconia amorosa, in cui dal verso 10 Saba dice:

“Malinconia amorosa
del giovane che siede
dietro un banco, che vede
chine sulle sue stoffe le più belle
donne della città…”

Non si parla di Lina, ma appare un tipo di amore malinconico, meno terso, per una cosetta che succede nel 1911, di cui vi parlerò fra un momento. Qui troviamo un giovane ragazzo possente, carico di speranze e di opportunità (anche amorose) dietro a un banco che potrebbe rappresentare un ostacolo, qualcosa che gli impedisce di apprezzare pienamente le più belle donne della città, lui scruta queste donne che sono in una posizione ben precisa: “chine”, tra l’altro su qualcosa di suo, a strizzare un po’ l’occhio su un atto sessuale. L’atto del chinarsi verrà poi ripetuto qualche verso dopo, descrivendo chi coglie i frutti. È un seminare amore e poi riprenderlo, è un chinarsi per accogliere, ma è anche un guardare la bellezza da dietro un muro, non poter essere realmente partecipi dell’amore.

Dice Nora Baldi: “La Lina, mi diceva, aveva rappresentato il porto nella sua vita; lui, era sempre stato la nave errante. La sua poesia ne era stata alimentata, la sua esistenza sorretta per tanti anni.” Cosa era successo allora? Nel 1911 la sicurezza, la stabilità emotiva, tutto ciò che era stata Lina per Saba si sgretola. Inizia infatti tra i due un profondo distacco, dovuto al fatto che Lina si innamora di un pittore. Questa esperienza si tramuterà nella poetica di Saba in versi di rammarico e risentimento per il tradimento, esplicitati soprattutto in Nuovi versi alla Lina (seconda parte di Trieste e una donna). Nel 1912 la tensione fra i due finisce, ritornano insieme e vissero per sempre felici e contenti.

Lina aveva rappresentato per Saba una fonte di ispirazione, era musa, centro dell’inno alla vita e all’amore ma arriverà ad alimentare la poesia anche nel senso opposto, divenendo oggetto del lamento nei momenti di crisi coniugale. Se in Casa e Campagna, la Lina è tratteggiata come una regina e ne viene messa in risalto la sensualità, la dolcezza, la bellezza in Trieste e una donna Saba tratteggia un profilo diverso: appassionata, bugiarda, devota, gelosa, “or sorella, or amante, ora nemica”. Appare un po’ lunatico Saba e lunatica sembra anche Lina: sorella amante e nemica, e si dimena tra sentimenti di affettuosa tenerezza e altri di ricercato distacco, nella consapevolezza che Lina è sì il porto sicuro per il proprio errare ma, viste le circostanze, il poeta non riesce a perdonare del tutto, anche perché il tradimento della moglie lo ha portato a vagare lontano dal suo porto.  Lina diventa distante e si manifesta una incomprensione reciproca, che si esprime in Mia Moglie:

“Quando triste rincaso e lei m’aspetta
alla finestra, se la bella e cara
moglie, ad un gesto, il mio male sospetta,
se il disgusto mi legge, od altro, in faccia,
tosto al mio collo le amorose braccia,
come due serpi vigorose, getta;
me solo accusa la sua voce amara.
‘E così dice è così che mi torni.
Non un bacio per me, non un sorriso
per tua figlia; stai lì, muto, in disparte;
si direbbe, a vederti, che tu hai l’arte
di distruggerti. Ed io…’ ”

Diciamo che Saba non va per il sottile, parla di disgusto, ma soprattutto delle serpi vigorose, le braccia della moglie che quasi lo forzano a ritornare sui suoi passi, non un bacio, non un cenno d’amore per lei. Dice addirittura che il poeta ha l’arte di distruggersi, è tutto passato, l’allarme è rientrato, almeno per Lina, ma tutto questo amore Saba non lo riesce a sostenere, conclude infatti:

“Quanto, quanto m’annoi”,
io le rispondo fra me stesso. E penso:
Come farà il mio angelo a capire
che non v’ha cosa al mondo che partire
con essa io non vorrei, tranne quest’una,
questa muta tristezza;
e che i miei mali sono miei,
sono all’anima mia sola.”

C’è un’altra poesia che è stata scritta nel momento di crisi ed è molto interessante perché si parla di Carmencita, è Autunno. Carmen viene usata dal poeta come fosse una incarnazione della vitalità esuberante di Lina. Lina è diventata madre, l’ha tradito, non è più la stessa donna che ha mosso il cuore di Saba. Viene allora sostituita, diventa la passionale Carmen. C’è anche da dire che Saba stesso nel periodo della crisi deve in qualche modo recuperare una sorta di passionalità eterosessuale, che può essere letta nella figura di Carmen. Pare infatti che siano da attribuire a questo periodo le esperienze omosessuali di Saba di cui sarebbero prova le non poche poesie dedicate a giovani ragazzi.

Ma torniamo a Carmen, o meglio a Lina, che nella sua veste usuale si avvia rapidamente a diventare la figura stereotipata della moglie, con la quale il poeta si rifiuta persino di condividere la propria «muta tristezza», figuriamoci altro. Carmen è invece un desiderio letterario irrealizzato, che ha urtato contro lo scoglio della vita vera, della realtà quotidiana. Carmen è un richiamo alla gioventù, alla freschezza, alla passionalità, che si è persa nel rapporto con Lina. Infatti in Autunno, Saba quasi rimprovera Lina di non essere più la seducente donna di un tempo:

“Che succede di te, della tua vita,
mio solo amico, mia pallida sposa?
La tua bellezza si fa dolorosa,
e più non assomigli a Carmencita.”

C’è ancora molto risentimento, ma siamo verso la ripresa. Vi avevo detto che vissero felici e contenti e infatti, chiudo queste Robbe Grosse con «Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto» una lirica che esprime secondo me al meglio la vicenda tra Saba e Lina, che si apre con una forte carica di aggressivo risentimento, il poeta si dice che dovrebbe odiarla una donna così, l’ha tradito, non può più comprenderlo, ma poi la vede: è ancora amore.


Bibliografia

  • L. Baldacci, Terzo programma, Quaderni Trimestrali, n°4, Eri Edizioni, 1962.
  • N. Baldi, Il Paradiso di Saba, Mondadori, 1958.
  • M. Bersani, M. Braschi, Viaggio nel ‘900, come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Mondadori, 1984.
  • J. Galavotti, La costanza del dolore nel libro di una vita: Casa e Campagna, di Umberto Saba, in Brevitas, percorsi estetici tra forma breve e frammento nelle letterature occidentali, a cura di Stefano Pradel e Carlo Tirinanzi De Medici, Trento, Università degli Studi di Trento-Dipartimento di Lettere e Filosofia, 2018.
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, Manuale di letteratura, Il fascismo, la guerra e la ricostruzione: dall’Ermetismo al Neorealismo, G. B. Palumbo Editore, 2013.
  • P. V. Mergaldo, La tradizione del ‘900, Carocci, 2017.
  • L. Polato, Aspetti e tendenza della lingua poetica di Saba, in “Ricerche sulla lingua”, poetica contemporanea, Padova, 1966.
  • U. Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere, Mondadori, 1963.
  • M. Santoro, Disegno Storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

Robbe Grosse sull’erotismo – Ovidio pt. 1

Condividere è la cosa che amiamo di più e siamo davvero onoratissimi di aver condiviso questo piccolo progetto con Sotto la Copertina. Lucrezia e Ornella infatti sono piene di idee e inventiva e abbiamo parlato molto durante questa quarantena, captando i nostri punti in comune e gettando le basi per una meravigliosa collaborazione. Il nostro sodalizio inizia ufficialmente ora, con la “delega” della rubrica che amo di più a Lucrezia, che vi parlerà in due puntate di Ovidio, il mio autore latino preferito, dopo Apuleio.


Se vuoi sapere di me, cantore di teneri amori, tu che mi leggi, ascolta, o posterità. La mia patria è Sulmona, ricca di fresche acque, che dista da Roma nove volte, dieci miglia. 

Ovidio, poeta cittadino – della Città per antonomasia.
Seppure originario di Sulmona, col corpus delle sue opere Publio Ovidio Nasone sembra essere stato per la Roma dell’età augustea quello che Baudelaire era per la Parigi dell’Ottocento. Ne canta gli usi e i costumi, ne racconta i vizi. E, a distanza di secoli, li tramanda fino a noi. 

Nella capitale Ovidio arriva giovanissimo, e ne fa presto casa propria. Si dedica prima alla retorica, poi alla poesia e con grande fortuna: entrato a far parte del circolo di Messalla, colleziona una serie di conoscenze illustri, tra cui Properzio e Orazio; soprattutto, si guadagna un posto alla corte di Augusto, guadagnandosi la preferenza del pubblico della Roma bene.

 In quegli anni frequentai e adorai i poeti, star loro accanto era essere accanto agli dèi.


La sua giovinezza è brillante: tra un matrimonio e l’altro (ne contrae ben tre, nemmeno molti per l’epoca), presto comincia a farsi un nome, prima con la tragedia Medea e poi con gli Amores; il successo arriva però con la rivoluzionaria Ars amatoria, che lo rende a tutti gli effetti il più ammirato e chiacchierato poeta del suo tempo tra l’alta società romana. Rapidamente seguono Remedia amoris e De medicamine faciei; ma i suoi capolavori risalgono ai primi anni dopo Cristo: Fasti e Metamorfosi.

Ero appena un ragazzo, quando mi dettero moglie: una donna indegna e inutile, che stette poco con me. A lei successe un’altra destinata anch’essa a restare per poco nel mio letto, sebbene senza sua colpa. Ultima, accanto a me fino ai suoi tardi anni, quella che ha dovuto soffrire d’esser sposa d’un esule.

Una carriera inarrestabile – se non fosse che, nell’8 d.C., lo troviamo bruscamente e irrevocabilmente relegato a Tomi (probabilmente l’odierna Costanza), in Scizia, per volontà dello stesso Augusto. In esilio, nonostante le suppliche al suo successore Tiberio, passa il resto della vita.

Non per questo la sua opera viene dimenticata; anzi, a distanza di centinaia di anni mantiene tutto il suo potere sovversivo. Basti pensare che troviamo l’Ars amatoria e gli Amores tra i bersagli favoriti del domenicano Girolamo Savonarola nella Firenze dei falò delle vanità, Anno Domini 1497; e, se non viene data in pasto alle fiamme, l’edizione inglese del suo primo grande successo è confiscata alla dogana americana ancora fino al 1930. 

Per non parlare dell’influenza delle Mefamorfosi sull’immaginario letterario nel corso dei secoli. Guardando solo agli anni Novanta, ecco Tales from Ovid, di Ted Huges; la sua Sibilla viene reinterpretata da Margaret Atwood nella poesia A sybil, mentre Joyce Carol Oates si concentra sul mito di Atteone nel racconto breve The Sons of Angus McElster; ritroviamo echi del mito di Fetonte in Cees Nooteboom e quello di Aracne in A.S. Byatt. 

Io canto amori certi e furti leciti, nessun delitto toccherà il mio carme. 

Ars amatoria, Metamorfosi. Ad accomunarle, l’approccio franco a due degli argomenti che da sempre fanno girare il mondo: amore e sesso. 

Se ne è già occupato negli Amores, originariamente composto da cinque libri poi ridotti a tre, scritti tra il 23 a.C. e il 14. a.C. Al centro, l’esperienza sessuale. L’interesse della voce narrante, il Poeta, verso la figura femminile poco definita che sporadicamente appare, Corinna, è soprattutto fisico: vengono descritti episodi intimi (tra cui spicca una celebre scena di post-coito pomeridiano), ma, più inaspettatamente, si accenna al tema della violenza domestica (il Poeta schiaffeggia Corinna e se ne pente amaramente) e dell’aborto (Corinna, rimasta incinta, ha scelto autonomamente di terminare la gravidanza). Vi ritroviamo anche un’argomentazione familiare a sfavore della pratica: «se tua madre avesse fatto lo stesso con te, non saresti qui». Non mancano l’impotenza né l’adulterio: Corinna viene a sapere che il Poeta la tradisce con la sua schiava; e se l’uomo giura e spergiura la propria innocenza, di seguito si rivolge alla schiava stessa, domandandole come diavolo abbia fatto la padrona a scoprire della tresca.

Tradimento, aborto, violenza, impotenza, castità forzata: più che a una narrazione autobiografica sembra ci troviamo davanti a uno sguardo a tutto tondo sui meccanismi che regolano le relazioni sessuali, così comuni (e così aspramente combattute dall’establishment augusteo) tra i membri della buona società romana. 
In questo, gli Amores diventano degni antesignani della più controversa Ars amatoria, l’opera che, di fatto, ha determinato la caduta di Ovidio dal suo stato di grazia. 

Due crimini insieme mi persero, un carme e il traviamento: e la colpa del secondo debbo tacere.

Dedicarsi alla composizione di un manuale di sesso e seduzione proprio negli anni in cui Augusto è intento a mettere deciso freno alle abitudini di una società promiscua e dissennata può non sembrare una grande idea, in effetti. Durante la composizione delle Heroides (lettere di eroine mitologiche perlopiù sedotte e abbandonate da guerrieri semidivini) e, appunto, dell’Ars amatoria, vengono promulgate leggi severe contro l’adulterio e a favore del matrimonio. 

La lex Iulia de adulteriis rende l’uomo passibile di esilio e confisca di metà dei beni e la donna di metà della dote e un terzo del patrimonio (certo un passo avanti rispetto alle leggi precedenti, che permettevano al marito tradito di uccidere l’amante e disconoscere la moglie fedifraga). In questo, c’è qualcosa di rivoluzionario: per la prima volta, anche le abitudini sessuali dell’uomo sono oggetto di regolamentazione da parte dello Stato. 

La lex Iulia de maritandis ordinibis (entrambi i provvedimenti risalgono al 18 a.C.) vieta il celibato tra i venticinque e i sessant’anni e il nubilato tra i venti e i cinquanta; scoraggiata la vedovanza anche per le donne, in precedenza celebrate se univire (se sceglievano, cioè, di non riprendere marito dopo le prime nozze): non sposarsi comporta la perdita del diritto di lasciare i propri beni in eredità ai famigliari. Sarebbero invece finiti nelle casse dello Stato. 

Unioni, in un mondo in cui il matrimonio è strumento di alleanze potenzialmente pericolose (lo sa bene Augusto, lui stesso grande tessitore di complesse ragnatele nuziali tra i parenti più prossimi), non solo monogame ma anche fruttuose: provvedimenti vengono presi per garantire ai padri di una prole adeguatamente numerosa agevolazioni nella carriera politica, e altri privilegi.

Incitare all’amore libero con più di un partner – con tutte le conseguenze del caso, comprese le gravidanze indesiderate – dunque, sembra essere in aperta sfida con la nuova politica augustea. Ma la realtà sembra essere ben diversa da quella auspicata da Augusto; Ovidio afferma in apertura all’Ars amatoria di non essere ispirato da Apollo o dalla Musa, bensì dall’esperienza diretta.

Non io, o Apollo, mentirò, dicendo che tu m’ispiri; non mi detta il canto voce d’aerei uccelli, né mai vidi, seguendo il gregge, Clio e le sorelle nelle tue valli, o Ascra! A dirmi il carme è l’esperienza. Seguitate dunque il vate esperto.

La città in cui vive, l’esistenza che conduce. Le compagnie che frequenta.

L’Ars amatoria non si rivolge a un pubblico universale, ma a un target ben preciso: quello della buona società (maschile) che già inizia a idolatrarlo come poeta amoroso. Maschile, perché le donne sposate sembrano escluse dal suo pubblico di riferimento. Sennonché, si fa riferimento a mariti gelosi nelle cui ire è meglio non incorrere. 

Una contraddizione che è stata interpretata in diversi modi: se gli studenti uomini sono sicuramente esponenti dell’alta società, le donne potrebbero essere tanto le liberte (di status inferiore e dunque più libero delle nobili matrone) quanto le cortigiane – il che spiegherebbe l’insistenza sulla consumazione del rapporto, piuttosto che sul lato sentimentale del legame. 

Roma è il punto focale di ogni liason, e i suoi luoghi di incontro (il circo, il teatro, ad esempio: incidentalmente, la lex Iulia de maritandis ordinibis proibiva di visitarli agli uomini celibi) diventano protagonisti quando si tratta di enumerare per i suoi studenti le giuste riserve della caccia amorosa.

Passeggia sotto i portici ombrosi di Pompeo, quando cavalca il sole sopra il dorso dell’erculeo Leone, o dove aggiunse la madre i doni ai doni del figliolo, ricco lavoro di stranieri marmi; rècati sotto i portici, adornati di antichi quadri, quelli che da Livia che li ordinò prendono il nome, o quelli dove con le Belidi, che ai cugini prepararono morte, sta feroce con snudata la spada il padre loro. Né trascurare Adone che da Venere ebbe onore di pianto, o dei Giudei le cerimonie ad ogni sette giorni, né i templi egizi e la giovenca adorna di puro lino: ella fa sì che molte si mutino in ciò ch’ella fu di Giove. Persino il Foro (e chi potrebbe crederlo?) è propizio ad Amor: più d’una fiamma nel rumoroso Foro alta riarse. Presso il tempio marmoreo di Venere, dove all’aperto un getto la ninfa Appia fa irromper d’acqua, spesso l’avvocato cade in braccio d’amore: nonché d’altri, spesso si scorda di curar se stesso. […] Ma i teatri, siano riservati alle tue cacce: ce n’è da soddisfare ogni capriccio. Tutto vi troverai: amore e scherzo, quella che ti godrai solo una volta, quella che val la pena mantenere. 

Ovidio consiglia di tenersi buoni schiavi e schiave della donna desiderata; anche le parrucchiere possono pavimentate la via che porta alla consumazione amorosa. 

Un amore soprattutto fisico, al massimo un’infatuazione poco seria. Non un sentimento duraturo, ma un costrutto sociale e un’attività ricreativa; per questo è perfettamente accettabile avere più donne – così come (in un guizzo di parità di genere) l’uomo deve essere consapevole che sarà tradito. 

E quando in sul mattino la sua schiava le scioglierà col pettine i capelli, ne ravvivi la pena astutamente, dia vele e remi all’opra; e sospirando, dica tra sé, sommessa: “Ahimè, ho paura che non potrai così farlo soffrire come tu soffri!”. E poi parli di te, e aggiunga parolette persuadenti e giuri che per lei muori d’amore. 

Rapidamente il guizzo si spegne man mano che si ammucchiano i consigli. La donna da corteggiare non si sceglie per affinità, ma per tutta una serie di caratteristiche che la rendono una piacevole e disponibile compagna di sollazzi amorosi. Si sceglie come la merce al mercato. Ad esempio, meglio una donna coi primi capelli grigi (trentacinque anni è l’età giusta), che sarà più disposta a cedere perché meno ambita; conosce sicuramente i giochi amorosi e ci sono forti possibilità che sia esperta a letto. Desiderabile è anche la donna abbandonata dall’amante che, vulnerabile a nuove attenzioni, cederà più facilmente a un nuovo corteggiatore.

Parlando di rapporti basati sull’attrazione fisica, l’uomo non deve trascurare la propria immagine: ma è sottile la linea tra incuria ed “effemminatezza”. Non bisogna arricciarsi i capelli o radersi i peli delle gambe, ad esempio, ma è fortemente consigliato indossare abiti puliti e tagliarsi capelli, unghie e peli del naso; un alito fresco e delle ascelle profumate sono punti a favore altrettanto validi di un bell’aspetto, un eloquio forbito, un perpetuo buonumore e la giusta quantità di regali (acquistati al minimo prezzo e presentati con un po’ di astuzia).

Quando il campo è ricco e sotto il peso piegano le fronde, rechi un ragazzo a lei, dentro un cestello, rustici doni. Potrai sempre dirle: “Sono del mio podere suburbano”, anche se li hai comprati per Via Sacra.

L’igiene fa più magie degli incantesimi, che Ovidio ritiene inefficaci; ma riconosce che cipolle, miele, uova e pinoli fanno miracoli per la libido maschile. 

Sbaglia chi fa ricorso alla magìa dell’arte emonia e dona ciò che tolse dalla fronte di giovane polledro. Non dà vita all’amor l’erba medea né la nenia dei Marsi, mescolata con magiche canzoni. Avrebbe allora la femmina di Faso il suo Giasone ben trattenuto a sé, e Ulisse Circe, se vita i carmi dessero all’amore. Non gioveranno mai pallidi filtri a piegar donna; turbano la mente e scatenano i filtri la follia. Via dunque i malefìci.

Allo stesso tempo, Ovidio sconsiglia approcci troppo brutali: il sesso, e in questo c’è una piccola rivoluzione, va (generalmente) goduto in due. Generalmente. Ma ne riparleremo. 

Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che, resistendo, essere vinta insieme. Bada soltanto di non farle male, di non ferire le sue molli labbra quando i baci le rubi, e che non possa dire che sono i tuoi rozzi e maldestri.

Per ora, una premessa va fatta: la cultura romana vede la donna non solo come il sesso debole, ma anche come intellettualmente inferiore e proprietà prima del padre e spesso, poi, del marito. A letto, una donna che dia segno di apprezzare le attenzioni, persino del coniuge, mette in questione la propria rispettabilità. Il sesso, per la donna, è tradizionalmente una questione riproduttiva. 

Per questo, ancor più rivoluzionario è il fatto che l’ultimo libro dell’opera, il terzo, si rivolga a un diverso tipo di studenti: le donne. 

Ma se a prima vista, i consigli sembrano sulla stessa lunghezza d’onda di quelli offerti agli uomini, il ruolo della donna nella relazione, a uno sguardo più approfondito, emerge come marcatamente passivo. La donna attira, non conquista. La donna manipola: attraverso l’aspetto fisico, il trucco, l’artificio nelle parole e nei modi. 

Così pure tu, mentre hai cura di te, fai che l’amante ti pensi a letto addormentata e sola; più bella apparirai, uscita allora dall’ultimo ritocco, E perché, dimmi, dovrei sapere donde alla tua bocca derivi lo splendore? Chiudi, sbarra la porta alla tua stanza. Non mostrarmi l’opera ancora rozza ed imperfetta. L’uomo deve ignorare molte cose; le più l’offenderebbero nel gusto. Celagli sempre gl’intimi segreti. 

Una donna dovrebbe sempre tenere a bada la peluria superflua; non trascurare il trucco, ma senza esagerare e nella privacy della sua stanza; nascondere i difetti assumendo le posizioni più consone ad altezza e corporatura; camminare nel modo giusto, cantare e suonare discretamente; recitare poesie, danzare e conoscere le attività ricreative in voga. 

Al bando la timidezza: la donna desiderabile è quella che si concede –  ma faccia attenzione ai latin lover approfittatori; se però un uomo le fa un dono che apprezza, il minimo che possa fare è andarci a letto. 

Se non riesce ad avere un orgasmo, che finga, e finga bene (Ovidio consiglia di rivoltare gli occhi all’indietro, per rendere credibile la performance). Che stia attenta a come mangia –  e a quanto beve, soprattutto. 

È orribile veder donna giacere sozza di vino: non meriterebbe che d’esser preda al primo sconosciuto. E non crollare mai addormentata sopra la mensa: non è mai sicuro. Ti possono accadere, mentre dormi, càpita spesso, vergognosi guai. 

Una donna ubriaca è una visione rivoltante e chi ne approfitta non le fa torto. Non è il solo passaggio in cui lo stupro è considerato una delle vie verso la soddisfazione sessuale. Nel passo più controverso dell’Ars amatoria, Ovidio afferma che l’uso della forza non solo sia legittimo, ma anche apprezzato dalla donna, che potrà così concedersi senza perdere la propria onestà.

Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! Ciò che piace a loro è dar per forza ciò che voglion dare. Colei che assalì in impeto d’amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; se la lasci intatta ancor quando potevi averla, simulerà col volto una sua gioia, ma avrà dispetto in cuore. 

E di stupro nell’opera ovidiana parleremo nella seconda e ultima parte di questo focus, per il ciclo a tema eros e letteratura latina a cui sono stata invitata a partecipare da Carla, che ringrazio ancora moltissimo per l’opportunità! 

Robbe grosse sull’erotismo – Eugenio Montale.

Quando la poesia di Montale esplose, lo si avvicinò alla produzione di Saba e Ungaretti, a voler formare una nuova triade, moderna e innovativa, in sostituzione alla precedente, che aveva dato enorme lustro alla poesia italiana: Carducci – Pascoli – D’Annunzio. L’opera di Montale però si andò via via caratterizzando in forme e modi tali da non poter essere accostato a nessun altro poeta del suo tempo (ma neanche di altri tempi eh!). Lui stesso affermava che le sue intuizioni fossero originali, non condizionate da nessun avvenimento: personale, politico, sociale. In realtà alcuni componimenti si legano fin troppo alla storia che Montale viveva, come ad esempio La primavera hitleriana, contenuta in La bufera e altro (1956), ma non solo, il nostro Eugenio è riconosciuto come il cantore della solitudine dell’uomo moderno, quindi testimone del suo tempo; oltre che della frammentazione dell’animo, del Meriggiare pallido e assorto (Ossi di seppia, 1925).

La vita di Montale è stata però ricchissima e passionale, non era proprio un uomo solitario che rimuginava solo sul male di vivere. Anche se viene studiato e conosciuto soprattutto per il suo pessimismo e per la visione tendenzialmente malinconica e dolorosa della vita, il ruolo della donna e dell’amore è assolutamente centrale nella poesia montaliana. Egli stesso infatti dice che uno dei temi portanti della sua poesia sia: «l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le solite intermittenze del cuore […] e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico».

La donna ha uno spazio immenso nell’opera del poeta, fino a diventare dominante. Lei è la portatrice di salvezza, descritta con attributi eccezionali: dal biancore di una luce intensissima, alla fissità di uno sguardo sovrumano, fino al freddo glaciale, è qualcosa di estraneo alla normalità e alla consuetudine, ed è in coppia con la verità, cosa che non si può scorgere nel quotidiano, che in Montale appare sempre come limitato, chiuso (descritto con mura, orti, recinti, cocci di bottiglia).
Il tu, l’interlocutore principale nelle poesie di Montale, sarebbe dovuto essere secondo il poeta: «Un tu istituzionale, l’antagonista che bisognerebbe inventare, se non esistesse».
La realtà è un po’ diversa. I critici non si sono accontentati della fredda descrizione di Eugenio, avevano scorto qualcosa in più, nascosto sotto il riserbo del poeta. Infatti quel tu non è altro che l’interlocutore preferito dell’io lirico, il femminino, incarnato da molte donne diverse che hanno attraversato la vita del poeta, tutte trasfigurate da altri nomi, simboleggiate da animali o da parole che ne esprimessero le caratteristiche. Allora abbiamo tra le tante: Anna degli Uberti –Arletta/Annetta, Paola Bonacina Nicoli – Crisalide, Drusilla Tanzi Marangoni – Mosca, Maria Rosa Solari – la peruviana, Irma Brandeis – Clizia, Maria Luisa Spaziani – Volpe.
C’è molto materiale tra cui scegliere, ma io come al solito mi soffermo su due componimenti, entrambi contenuti ne La bufera e altro (1956), il secondo fa parte della sesta sezione: Madrigali privati.

L’anguilla ha un ritmo avvolgente, perturbante, quasi ad imitare i sinuosi movimenti del pesce. Innanzitutto, siamo in acqua (avete già abbondantemente imparato quanto l’acqua sia importante in contesti erotici, se non ve lo ricordate, date un’occhiata qui, qui o qui.) Subito al primo verso abbiamo un termine importantissimo, che richiama mitologicamente misteri ed erotismo: sirena. L’anguilla, un animale che, diciamoci la verità non ha una grande presenza letteraria e non è che sia poi tutta questa poesia, viene nobilitato e accostato ad una delle figure più sensuali dell’immaginario, cioè la sirena: donna metà umana e metà pesce, o metà uccello metà umana, dipende a quale mito fate riferimento, ma comunque in grado di ammaliare e attirare ogni uomo.
L’anguilla non si accosta solamente alla figura della sirena, evoca molto altro.
Diventa una torcia, per illuminare, figura che porta la verità, diventa frusta oggetto che da sempre è collegato ai giochi erotici e all’atto sessuale, freccia d’Amore ossia lo strumento di Eros per eccellenza, quello che colpisce il cuore per far esplodere l’amore.
Ci sono altri due termini molto importanti: guizzo e scintilla entrambi sottolineano qualcosa di subitaneo, esplosivo, dirompente, l’anguilla attraverso il guizzo accende l’acquamorta, è scintilla che riporta la vita dove tutto si è incarbonito; è ciò che porta ai paradisi di fecondazione. Al completamento dell’atto sessuale, dopo una serie infinita di avversità, dimostrando coraggio e dedizione. Sono gli ultimi cinque versi in cui si compie però la perfetta associazione di anguilla e donna. L‘iride breve denota ancora una volta la luce, attributo concreto in cui si rivela la salvezza ed è una caratteristica tanto dell’animale quanto della donna. Anche in mezzo alla più completa bassezza, la melma e il fango, l’anguilla e la donna riescono ad emergere e a brillare e a compiere l’atto sessuale che li porterà al paradiso: procreeranno.

Fun fact. La lirica è basata sul paragone tra donna e anguilla, entrambe votate a perseguire un destino di fecondazione (sappiate perdonare e contestualizzare, purtroppo, siamo nel 1956), ma Montale è moooooolto impreciso sul piano ittiologico. I cigli migratori dell’anguilla la portano a discendere i fiumi di tutta Europa per raggiungere l’Atlantico. Lì le femmine muoiono dopo aver deposto le uova, da esse nascono i leptocefali che, in circa tre anni, fanno tutto il percorso inverso per arrivare ai nostri mari, ma non fanno come i salmoni a cui forse sta pensando il nostro Eugenio. Per fecondare le anguille usano delle pozze stagnanti molto vicine al mare, quindi in realtà i paradisi di fecondazione oltre a non essere dei veri e propri paradisi, non sono neanche conquistati attraverso lotte, risalite ed atti eroici.

I Madrigali Privati, sono dedicati alla donna contraddistinta dal senhal animale di volpe: Maria Luisa Spaziani, che Montale conobbe nel ’49. La Volpe è una protagonista più carnale, non ha le altezze siderali e cosmiche di Clizia contraddistinta come la donna assente, lontana. Volpe non è solo un angelo, né solo salvatrice è anche corruttrice.

Tutta al passato la prima strofa, un ricordo, indelebile nella mente del poeta. Poeta assassinato come Apollinaire, o meglio la sua opera Le Poète Assassiné (1916) a cui ruba l’idea dell’acrostico, nel racconto infatti un fattorino d’albergo scrive un acrostico che compone in nome MARIA. In realtà Guilleme Apollinaire, nel 1899 aveva scritto lo stesso acrostico, poi revisionato ed inserito nel racconto, per Maria Doubois. Lo vede da voi, l’acrostico che invece costituisce Montale in questa poesia.
Grotta: gli antri, le tane, le grotte, i luoghi in cui ci si nasconde, sono sempre stati utilizzati nella letteratura erotica come i luoghi in cui si consuma l’atto sessuale. In questo caso, c’è anche la tana, quella della volpe, dove lei aspetta e attira il poeta, dove raggiungono l’orgasmo, quella fine, invocata, illuminata da un falò, non da un semplice fuoco, ma da un’enorme bruciante passione, che rende il noccioleto raso. La grotta è un chiaro riferimento anche all’opera di Anatole France, la Taide, pubblicata nel 1890, tratta del monaco Pafnuzio che si deve recare ad Alessandria, per convertire la cortigiana Thais, sorprendentemente ci riesce, ma il ricordo di una donna così meravigliosa, conturbante e affascinante non lo lascerà mai e sarà costretto a rinunciare alla santa vita condotta fino ad allora.

«Di fronte alla “volpe” mi sono paragonato a Pafnuzio, il frate che va per convertire Thais ma ne è conquistato. Vicino a lei mi sono sentito un uomo astratto vicino a una donna concreta: lei viveva con tutti i pori della pelle. Ma anch’io ne ricevevo un senso di freschezza, il senso soprattutto d’essere ancora vivo.»

Il primo incontro di Pafnuzio e Thais avviene in una grotta.
Il fuoco, è presente anche nella seconda strofa. Il falò, quindi fuoco enorme seppure contenuto, divampa, non si trattiene, diventa incendio, facendo scappare un’anatra, facendosi spazio tra tutto e tutti, per entrare ancora una volta nel solco pulsante, di eccitazione ovviamente, nella pista arroventata segnalata dalle tracce dell’amata. Il ricordo dell’amplesso diventa nuovo e presente amplesso, ancora piombo dice Montale, e quell’ancora perpetra nel tempo l’atto sessuale.

Forse questa è fino ad ora la poesia più erotica che abbiamo analizzato. Con immagine vive e reali dell’atto sessuale, non più solamente allusioni. Quella fine che viene attesa per esplodere e soprattutto il solco, evidentissimo riferimento alla vagina, non sono termini che abbiamo incontrato fino ad ora e non sono così facilmente rintracciabili nella letteratura. Ovviamente il nostro caro Eugenio questo lo sa bene, infatti descrivendo Da un lago svizzero alla stessa Maria Luisa dirà che è:

«La poesia più erotica che conosca (in senso lato). […] Non credo esista (in Italia) una poesia erotica così sublimata, coi simboli altrettanto spontanei e puri, ma carnali, non stilnovistici».

Speriamo di trovare adesso un autore che riesca a fronteggiare il caro Montale.

Bibliografia:

Mauro Bersani, Maria Braschi, Viaggio nel ‘900, Come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Arnoldo Mondadori Editore, 1984.
Anna Bordoni, Il femminino nel mondo poetico di Montale, in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Numero 121, aprile 2013.
Francesco Giusti, I Madrigali privati, la Volpe e una narrazione diffusa, in Otto/Novecento: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria. Anno XXXI – N. 3 -settembre/dicembre, 2007.
Mario Santoro, Disegno storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

Robbe grosse sull’erotismo: Publio Virgilio Marone.

[Non era una cosa che ci saremmo aspettati, quella che le robbe grosse potessero piacere così tanto, e ci rendiamo anche conto che siamo venuti meno al nostro progetto iniziale, ma siamo qui per riprenderlo.]
Erotismo, parola che rimanda direttamente ad Eros. Lui, figlio di Afrodite, divinità splendente, tanto benevola quanto malevola, ha un potere illimitato sui cuori di tutto l’Olimpo e di tutto il resto del mondo, ne ha fatte di cotte e di crude e ha dato moltissimo materiale ai nostri poeti.

In Grecia il nostro caro Eros e l’erotismo in generale erano tematiche centrali in ogni narrazione: mitologica, religiosa, filosofica, teatrale (basti pensare un pochino agli amori appassionati e talvolta anche un po’ brutali dei tragediografi), ma per questa volta lasciamo la candida culla della Grecia e ci spostiamo un po’ più avanti.

Nel mondo latino se pensiamo all’eros pensiamo principalmente a Catullo e al suo totalizzante amore per Lesbia, a Properzio e la sua Cinzia, ad Orazio, Tibullo… però prima di tutti loro a cantare d’amore c’è stato il buon Virgilio, passato alla storia più come megafono della politica augustea nell’Eneide e profeta della religione cristiana nelle Bucoliche, che come poeta d’amore. In realtà ha dato un grande contributo alla costruzione della letteratura erotica attingendo da modelli greci, in particolare a Teocrito e dalla sua contemporaneità, creando dei quadri d’amore che oggi definiremmo molto inclusivi. Il signor Publio ci parla infatti in maniera indistinta, come era di consuetudine all’epoca (e come dovrebbe esserlo anche oggi) di amore omo ed eterosessuale. Analizzare tutte le tracce di erotismo nell’opera virgiliana sarebbe però un po’ too much, soprattutto per voi che ci sorbite, quindi abbiamo scelto due cosine che saranno fondamentali per tutta la letteratura successiva.

Formosum pastor Corydon ardebat Alexin.
E già solo con questo primo verso della seconda ecloga di Virgilio siamo carichi di erotismo. L’aggettivo posto in prima posizione, in apertura del verso e di tutta l’ecloga è un riferimento alla bellezza fisica, all’esteriorità più seducente dell’inarrivabile Alessi, desiderato in modo focoso e palpitante (tanto che arde) dal pastore Coridone.
Virgilio ci aveva lasciati nella prima ecloga in un ambiente del tutto differente: quello della preoccupazione per le terre espropriate, concludendo il componimento con Titiro in riposo sotto l’ombra degli alberi; qui invece per contrasto alla precedente chiusura, irrompe dal principio l’incontenibile passione amorosa, che danna e consuma il povero Coridone.
Alessi è un giovanotto di città, abituato a cose alte ed eleganti, di certo non avvezzo alla pastorizia. Il suo nome deriva dal termine greco αλεγειν, che si traduce con venire in soccorso, sinonimo del termine φαρμακον che invece significa rimedio, ma anche veleno: quello che Alessi rappresenta per l’animo di Coridone.

L’ambientazione dell’ecloga è ombrosa, illuminata solamente dai giochi di luce che il sole crea tra le fronde degli alberi, ed è proprio la penombra l’ambiente ellenistico in cui viene principalmente consumato l’amore omoerotico. Il problema è che qui nella penombra si muove, solamente Coridone che, strafottente di rispettare le ore pomeridiane di riposo di Pan, inizia il suo lamento d’amore, che rivolge alla natura circostante perché tanto Alessi, definito crudele (da cruor, il termine che indica il sangue che fuoriesce dalle ferite) non si cura né di lui, né delle sue preghiere.
Il povero Coridone infatti non solo si lamenta perché Alessi non se lo fila, ma anche perché non ha proprio tutta st’autostima, non è sicuro del suo fascino, delle sue capacità, insomma parliamoci chiaro: come può un ragazzetto di città ben educato innamorarsi di un rusticus, un rozzo pastore? Però neanche si può solo disprezzare, Coridone si specchia nell’acqua, si specchia (proprio come fa il ciclope Polifemo nell’idillio Teocriteo) e non è che si vede proprio così brutto, poi ha pure armenti, latte, proprio non riesce a immaginarsela Alessi una vita insieme a lui?

Atque humilis habitare casas, et figere cervos,
haedorumque gregem viridi compellere hibisco!

In fondo anche se abitano in un’umile casa possono abbandonarsi ai piaceri sessuali, possono cacciare. L’immagine della caccia rimanda ai ruoli erotici di cacciatore/preda o padrone/schiavo ed è collegata all’ibisco (figere cervos e hibisco sono posti a chiusura dei rispettivi versi), pianta esile che poteva essere utilizzata come sferza nei giochi sessuali. Gli avrebbe poi donato tutto quello che aveva, tutto quello che produceva, i frutti da lui prodotti come le tenera lanugine mala. La mela è un frutto legato all’amore e al sesso in varie religioni e miti, è per colpa della mela lanciata da Eris al banchetto di Perseo e Teti che si deve decretare la dea più bella dell’Olimpo, e si arriverà alla guerra di Troia (la guerra più eroica della Grecia, iniziata per un amore); in ambito ebraico – cristiano la mela è il simbolo della tentazione, anche quella sessuale. La carica erotica del frutto viene amplificata dalla presenza della lanugine, che rimanda alla peluria pubica.
Nonostante le proposte allettanti che praticamente rivolge a sé stesso, in un discorso con la sua interiorità, Coridone sa che il suo rimane un amore non corrisposto.

Quis enim modus adsit amori? 
Conosce misura l’amore? No. Folle d’amore e distratto dal suo lavoro, Coridone decide che è giunto il momento di andare avanti, troverà un nuovo Alessi.
Un altro esempio di amore non corrisposto, ma eterosessuale si ha nell’ecloga X, dove viene raccontato l’amore tra Licoride e Cornelio Gallo, ma noi per l’amore eterosessuale cambiamo opera.

A Virgilio proprio non piaceva il lieto fine nelle storie d’amore e infatti, vi parliamo di quella povera anima di Didone, una delle più grandi protagoniste della letteratura classica, innamoratasi perdutamente di Enea a causa di un’infezione che causerà in lei un progressivo oblio del marito Sicheo.

Longum bibebat amorem (Libro I, v. 748)
Mentre l’immagine del marito scompare, quella di Enea si fa ben presente nella mente di Didone, che prende questa nuova passione come fosse acqua fresca, a sorsate e sapete benissimo (se avete letto le scorse puntate qui e qui) quanto sia cara alla scrittura erotica la presenza di liquidità e dei fluidi, legati alle secrezioni passionali e all’umor e quale miglior corrispondenza di amor/umor? L’amore è provocato dagli umori, messi a moto da un contagio, non c’entrano le divinità, almeno così diceva Lucrezio, da cui pare che Virgilio nella costruzione della storia di Didone ed Enea abbia ripreso non poco. La passione quindi è data da una commistione di liquidi che opera proprio in Didone.
Il contagio avviene tramite i baci dati ad Ascanio, che è sempre presente nelle scene in cui ci sono i due amanti. L’impulso di baciare Ascanio da parte di Didone è dato non solo dalla carica emotiva dettata da tutta la sofferenza che il piccolo e il padre hanno subito, ma anche dalla somiglianza con Enea, che ha già fatto breccia nel cuore della regina.
Dal verso 130 del IV libro, abbiamo l’unione matrimoniale (o un fac-simile) tra Enea e Didone e Virgilio insiste moltissimo sulla bellezza splendente dei protagonisti che ha creato. Si ritrovano su un monte insieme a capre e cervi, ci riporta agli ambienti bucolici tanto amati e sempre cari agli scenari d’amore. Arriva anche l’acqua, al verso 160, un acquazzone e grandine si riversano sul momento della caccia, sì perché si sta compiendo una caccia ed in mezzo all’atto erotico della caccia, Virgilio fa bagnare i suoi protagonisti che si ritrovano vicini e soli in una grotta, da cui Didone ed Enea escono marito e moglie e sicuramente hanno pure consumato il consumabile, ma Virgilio fa il vago.

Il sentimento che si fa strada in Didone nei confronti di Enea è maturo e in divenire, non si tratta di una passione improvvisa, adolescenziale, ma si costruisce pian piano nonostante ci sia lo zampino di Venere e del figlioletto Cupido che avvelena Didone. Il problema è che i due avranno un amore e una passione così piena e totalizzante che Enea verrà meno ai suoi doveri, sarà lo stesso Giove a richiamarlo all’ordine per fargli riprendere il mare: è la fine.

Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum 
posse nefas tacitusque mea decedere terra? 
nec te noster amor nec te data dextera quondam 
nec moritura tenet crudeli funere Dido? 
quin etiam hiberno moliri sidere classem 
et mediis properas Aquilonibus ire per altum,
crudelis? quid, si non arva aliena domosque 
ignotas peteres, et Troia antiqua maneret, 
Troia per undosum peteretur classibus aequor? 
mene fugis? per ego has lacrimas dextramque tuam te 
quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui, 
per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, 
si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam 
dulce meum, miserere domus labentis et istam, 
oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem. 
te propter Libycae gentes Nomadumque tyranni 
odere, infensi Tyrii; te propter eundem 
exstinctus pudor et, qua sola sidera adibam, 
fama prior. cui me moribundam deseris hospes 
hoc solum nomen quoniam de coniuge restat? 
quid moror? an mea Pygmalion dum moenia frater 
destruat aut captam ducat Gaetulus Iarbas? 
saltem si qua mihi de te suscepta fuisset 
ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula 
luderet Aeneas, qui te tamen ore referret, 
non equidem omnino capta ac deserta viderer.
(Libro IV, vv. 4305 – 4330.)
Insomma, a nulla serve il lamento di Didone, che lo affronta come solo una regina può fare. Enea sembra dimentico di tutto, dell’amore, della passione, della tenerezza, di tutto ciò che Didone gli ha dato. Il dramma di Didone non è tanto da attribuire al distacco, quanto all’improvvisa rivelazione di un Enea estraneo al suo dolore, che è microscopico al confronto della statura morale e drammatica della regina.

Siamo alla fine, Didone si suicida perché il suo amore non la vuole più e noi ci salutiamo, è finita un’altra puntata di Robbe Grosse e noi dallo splendore dell’epoca augustea ci ritroveremo molto, molto più vicini ai giorni nostri nelle prossime occasioni.

Bibliografia

Virgilio, Bucoliche, introduzione e commento di Andrea Cucchiarelli, traduzione di Alfonso Traina, Roma, Carocci Editore, 2018.
Virgilio, Eneide, versione, traduzione e commento di A. Bacchielli, Torino, Paravia, 1963.
Studi su Virgilio e sulla sua forma, Marco Fernandelli in Polymnia, Studi di Filologia Classica, 15, Università di Trieste, 2012.

Robbe grosse sull’erotismo: Giovanni Pascoli.

Scusa mo che c’entra il fanciullino con l’erotismo? Cioè: il fanciullino, la cavallina storna, il nido, la poesia della casa, le piccole cose, le humiles myricae.
Tutto bello, tutto giusto, ma il nostro caro Pascoli ha avuto un rapporto molto particolare con l’erotismo che si evince da alcuni suoi componimenti, che ci hanno molto incuriosito, non parleremo della Cavallina Storna, di X Agosto o La mia sera.

La pagina sul fanciullino pubblicata sulla rivista Il Marzocco nel 1897 può far tendere i lettori di Pascoli verso una poetica ingenua, buona, solcata sempre da un’inguaribile fanciullagine.
Ma, ma, ma… quella del fanciullino non è solo la voce del poeta capace di sorprendersi come un bambino, è anche la voce che rivendica una facoltà poetica innata e non soffocata dal razionalismo dell’età adulta.

Il fanciullino: “ha paura del buio, perché al buio vede o crede di vedere… che alla luce sogna o crede di sognare, ricordando cose non vedute mai. […] Il poeta percepisce, forse, non so quali raggi x che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate.”

Pascoli è un poeta – medium che dall’osservanza delle piccole cose, tenendo presente sempre le sue esperienze dolorose, crea immagini universali, immettendo tutta la sua vita in poesia.

Era il 1867 quando il padre di Pascoli viene ucciso, questo lutto (il primo grande lutto della sua vita) lo segnerà in maniera indelebile e farà crescere in lui la tendenza a voler tenere unito il resto della famiglia ad ogni costo. Grazie a questo intento si viene a creare così il nido, elemento essenziale della poesia pascoliana; da cui però vola subito via la sorella Ida, che Giovannino bello non perdonerà mai, perché lei ha tradito la nuova e ricompattata formazione a cui aveva dato vita.

Si potrebbe parlare del signor Giovanni all’infinito, ma abbiamo un tema da portare avanti. L’erotismo in Pascoli c’è, non tantissimo, ma c’è. È soprattutto trattato in modo quanto mai casto ed allusivo, come se Pascoli ne avesse in qualche modo paura, ma ne fosse attratto. Al sesso, all’esperienza del piacere e alla lussuria imputava in parte il tradimento della sorella Ida e lui cercava di rifuggire da questo elemento che poteva allontanarlo dal nido, ma sapeva che così facendo si stava perdendo qualcosa.

Tutto questo sentimento ossimorico viene esplicato in Digitale Purpurea, componimento uscito su Il Marzocco nel 1898 ed è ispirato al racconto che gli fece la sorella Maria di un fiore che al collegio era proibito toccare, la Digitalis che diventa il simbolo dell’eros proibito.
Le protagoniste sono Maria e Rachele, tentate dal profumo inebriante emanate da questo fiore, ma siamo in un collegio conventuale votato alla purezza e alla castità, proprio come il nido. Dietro Maria si nasconde l’omonima sorella e dietro Rachele che non riesce a resistere alla tentazione del fiore c’è senza dubbio Ida, che ha osato macchiare la castità del nido, abbandonandolo per abbandonarsi all’amore carnale.
In molte poesie di Pascoli l‘oggetto erotico è rappresentato da un fiore (ma sappiamo benissimo che l’elemento vegetale è una prerogativa del topos erotico, lo abbiamo imparato qui, ricordate?), in questo caso descritto come:

“Una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane.”

Il nome digitale viene infatti dalla caratteristica tubolare di questi fiori che ricordano le dita, ma le dita umane e la spruzzolata di sangue fa anche riferimento alla deflorazione, dettaglio un po’ creepy ma tutto sommato realistico. Comunque legandoci al discorso sui liquidi e sugli effluvi che facevamo la volta scorsa, ecco:

“Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria: un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblio dolce e crudele.”

L’ossimoro in chiusura del verso descrive il piacere carnale, dietro la cui bellezza si cela il male e il peccato. Il piacere che viene promesso dal fiore è tanto misterioso, quanto conturbante e immediato: l’umidità che da sempre contrassegna la simbologia erotica bagna portando al culmine del piacere, ma… consumando Rachele/Ida che la tocca. È un’insidia, ed è l’iniziazione alla vita sessuale che ha portato la sorella all’allontanamento. Il pensiero e la pulsione sessuale vengono anche sottolineati in quest’altro punto, che sottolinea il turbamento del sogno e del piacere erotico:

Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.”

In questo primo poemetto si nota la distanza che Pascoli pone tra sé e l’eros, attribuendo a quest’ultimo la colpa di un grande turbamento psichico e fisico.
Nei Nuovi Poemetti, viene pubblicato anche I Filugelli, altra poesia erotica, dove Pascoli sembra prenderla un po’ più easy ma senza esagerare. Il poeta dialoga con la bella Rosa e dice:

“Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.”

Abbiamo visto come al nostro Giovanni, piace mettere insieme eros e vegetazione e infatti qui la natura è quasi viva: mentre Rosa si slaccia il corsetto, sembrerebbe davanti agli occhi del poeta, si sparge odore di fiori dal petto della donna stessa, a voler smorzare quasi l’erotismo della scena con una soavissima immagine. Fanno poi la loro comparsa i colombi, simbolo di Venere, contraddistinti dalla lussuria di tubare e amarsi in continuazione (ve lo ricordate Dante, nella Divina Commedia dove colloca i colombi? Nel V canto!), ma i colombi sono poi stati presi in prestito dal Cristianesimo come simbolo di pace e di purezza contraddistinti dal loro candore. Comunque sia a un certo punto, mentre sembra tutto ok, Giovanni chiede di lasciare tutto come prima, perché è già bello così, insomma: allegro ma non troppo.

La Tessitrice è una poesia contenuta nei Canti di Castelvecchio, e vi viene descritto l’incontro con una donna amata dal poeta.

“E piange, e piange – mio dolce amore,
non t’hanno detto? Non lo sai tu?”

Se sperate di trovare una descrizione dell’amore e dell’eros tranquilla e beata, cambiate autore che Pascoli non ve la dà. Gli elementi di turbamento ci sono sempre e infatti, quello che a noi comuni mortali ne La Tessitrice può sembrare un dialogo semi tranquillo, è in realtà un monologo: il poeta parla alla sua amata di un tempo ma in realtà lei non c’è, è un fantasma, una presenza impalpabile che ripete le espressioni del poeta stesso.

“Morta, sì morta! Se tèsso, tèsso
per te soltanto; come non so.”

Insomma, niente, per Pascoli nessuna speranza, neanche nella poesia che forse tutti conoscono come la più audace dell’autore: Il gelsomino notturno, anch’essa pubblicata nei Canti di Castelvecchio.
In realtà Il gelsomino notturno dovrebbe essere una festosa lirica per festeggiare le nozze dell’amico Gabriele Briganti di Lucca, ma visto che si parla comunque di sessualità, Pascoli non ci risparmia i suoi tormenti in merito.
Ancora una volta la tensione erotica è mitigata dall’innocenza simbolica floreale. In questa poesia non c’è proprio proprio il solito turbamento sessuale, perché più che al mero piacere ci si dedica alla riproduzione. Giovanni infatti è un po’ più tranquillo e sembra tutto molto più accogliente:

“Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.”

Abbiamo addirittura un invito all’amore, i calici sono aperti: così come i calici dei fiori accolgono gli insetti che si occupano della fecondazione, così fa la donna l’uomo, ma l’erotismo finisce qui, perché subito dopo si parla di api, chiocce, dell’amore materno: il sesso è finito, basta.
Tutta la lirica è una trama di analogie e corrispondenze: la sera vede l’aprirsi dei gelsomini e nella sera gli sposi si aprono alla gioia dell’amore, descritta con grandissimo riserbo: per tutta la notte c’è un lume che fa capire che le attività sono ancora in corso, poi luci spente, tutti a nanna. Fino a qui però tutto nella norma, direte voi, eh no. Nell’ultima strofa ci sono “i petali un poco gualciti”, provati dall’attività degli insetti sui petali, come l’attività sessuale consumata durante la notte ha fiaccato i corpi degli amanti. Niente, non c’è verso: piacere per il piacere con Giovanni non si può, l’attività sessuale ci può stare solo se è finalizzata alla riproduzione, ma pure in quel caso è una faticaccia ‘sto sesso.

Fino ad ora abbiamo parlato di due opposti: Jack London che tranquillamente parla del sesso e del piacere ed anzi, è anche molto moderno nella sua trattazione e poi abbiamo Giovanni Pascoli che invece ha paura di consumarsi se si abbandona al piacere.
Chi sarà il prossimo?

Abbiamo fatto ovviamente tanta nostra interpretazione, ma se volete verificare le nostre notizie perché pensate che diciamo sciocchezze,
Bibliografia:
– Dizionario critico della letteratura italiana, Giorgio Barberi Squarotti, Utet, Torino, 1973.
– Pagine di letteratura italiana ed europea. Profilo storico e antologia. Carmelo Sambugar, Doretta Ermini, La Nuova Italia, Scandicci, 1994.
– Storia della letteratura con saggi critici. Riccardo Bruscagli, Lanfranco Caretti, Giorgio Luti, Edizioni A.P.E. Mursia, Milano, 1980.
– Storia e testi della letteratura italiana. G. Langella, P. Frare, U. Motta, Mondadori, Milano, 2012.
– Viaggio nel ‘900. M. Bersani, M. Braschi, M. Corti, Mondadori, Milano, 1984.

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