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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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W. O. W. Woman Of Weird

“Un viaggio nell’ignoto e nel perturbante sotto la guida di dodici autrici italiane” è così che viene descritta questa raccolta di racconti, sul sito della casa editrice Moscabianca Edizioni.
Con una copertina estremamente accattivante con i suoi occhioni liquidi e dorati, questo libro vi accalappierà per farvi vivere storie stranissime, facendovi conoscere personaggi strambi, mostriciattoli, creature viscide, semidei, mummie, il tutto grazie alle guide, cioè: Scilla Bonfiglioli, Diletta Crudeli, Noemi De Lisi, Linda De Santi, Elisa Emiliani, Alexandra Fischer, Federica Leonardi, Lucrezia Pei e Ornella Soncini, Mala Spina, Claudia Petrucci, Claudia Salvatori, Laura Silvestri.

Shintaro Kago

Il punto forte di questa raccolta di racconti è la varietà, nonostante siano tutte appartenenti allo stesso genere, ci sono storie con personaggi fantastici, storie dove è la situazione ad essere paradossale, storie in cui ci sono creature zoomorfe, società distopiche, insomma c’è di tutto. Tutti i racconti sono legati da un genere, quello del weird. Il weird pare pescare da molti altri generi, come il fantasy, l’horror, il fantastico amalgamando bene tutto senza mai finire nel grottesco o bizzarro, anzi allontanandosi quanto più possibile dall’ironia, ma mantenendo toni cupi e pessimisti. Le storie sono serie, verosimili, sono plasmati più che altro i personaggi o alcune creature, ma si rimane ancorati alla realtà e al mondo per come lo conosciamo, ed è questo forse, l’ingrediente che rende tutto così perturbante e magnetico. Il new weird, quello che sembra cogliere tutte le caratteristiche dello stile, ma innovandolo, soprattutto legandolo alla nuova realtà dei nostri anni, è stato teorizzato da Jeff Vandermeer nel suo manuale dal titolo The New Weird. Vandermeer pone come modelli dello stile weird tra i tanti Lovercraft e Clark Ashton Smith, il nuovo weird inizia a farsi largo negli anni ’60 grazie alla corrente New Wave e ai primi esperimenti di mescolanza tra generi, peculiarità anche del nuovo genere. Una grande differenza tra weird e new weird pare essere, sempre secondo il critico, una mancanza dell’ignoto o una più marcata volontà di rimanere ancorati ad una realtà ben precisa: nei maestri del weird le mutazioni, le stranezze, le situazioni paradossali che si creavano erano senza spiegazioni logiche, tutto inglobato nel mistero. Il new weird cerca di dare una maggiore attenzione alla spiegazione di ciò che avviene, oppure immerge completamente il bizzarro nella realtà che si sta delineando, senza velare tutto da cose ignote. Tra gli autori più importanti di questo nuovo genere si segnalano China Mielville e ovviamente Vandermeer stesso.

Shintaro Kago

Il fatto che sia una raccolta di scrittrici donne è indubbiamente bellissimo, ma non vedo perché gridare e soffermarsi più di tanto sulla coraggiosità di questa decisione. Le raccolte di racconti di soli uomini esistono e nessuno dice che siano coraggiose o meno, ma ci si concentra sulla qualità dei testi, quindi non sminuiamo questo volume pensando che sia una raccolta di scrittrici, mettendo in secondo piano il contenuto, perché non ce n’è bisogno. Si tratta di un libro accattivante, con racconti ben scritti che riescono ad entusiasmare i lettori, alcuni racconti mi hanno davvero stregata e alla fine della fiera non m’importa assolutamente il sesso di chi l’ha scritto e guai se interessa a voi.

I racconti che mi sono piaciuti davvero moltissimo sono:

Progetto Bersekir di Scilla Bonfiglioli, un bellissimo racconto che ha per protagonista la Lince della Madonna Nera, ma in cui c’è anche il Vaticano e le sperimentazioni naziste, un racconto veramente spettacolare.
Caccia nuda di Lucrezia Pei e Ornella Soncini, che racconta di come un’unicorna potrebbe essere accalappiata da un’agenzia e di come quindi un unicorno può vivere ai nostri giorni, con social, tv etc. etc.
La Punizione Madre di Noemi De Lisi e di come due sorelle riescono, chi più e chi meno a liberarsi da una vita opprimente, piena di violenza e fatica, sfidando le leggi della comunità.
L’angolo vuoto è una brutta cosa di Diletta Crudeli, a cui ho fatto qualche domandina sul genere weird, su questo racconto in particolare e sul periodo che stiamo vivendo tutti.

Innanzitutto cos’è per te il genere weird?

Al di là delle definizioni per me il genere weird è l’inadeguatezza. Del reale che non è mai tale, delle nostre percezioni e delle nostre sensazioni . È l’incontro definitivo con l’esterno, che a mio parere riesce a smuovere chiunque.
Per me tantissime cose, che vedo o che sento, sono weird: le soffitte, il parco divertimenti che sogno sempre uguale, gli insetti (quasi tutti), le comete, i negozi di antiquariato, le foto di vecchissimi scavi archeologici, imbattersi nelle pagine di diario altrui, gli incendi e molto altro.

Shintaro Kago

Perché hai “scelto” di scrivere in questo genere?

Ho provato a scrivere di cose “normali” ma mi rendevo conto che alla fine venivano comunque contaminate da aspetti più o meno strambi. Io credo a tutto il possibile, alle cose nascoste, sono pessimista e credo che molto ci verrà nascosto, sempre perché siamo fatti così e come dice il mio adorato Thomas Ligotti la coscienza è un ostacolo esistenziale. Però adoro raccontare tutte le possibilità e le sfumature del fantastico. Per spiegarlo bene, almeno per me, c’è una citazione di un romanzo bellissimo, che di fantastico, per assurdo, non ha niente, ovvero Il lungo addio di Raymond Chandler: Sono romantico, Bernie. Odo voci gridare nella notte e vado a vedere che cosa succede. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi invece avete buon senso; chiudete le finestre e aumentate il volume del televisore. Oppure, se state guidando, premete l’acceleratore e vi allontanate il più rapidamente possibile. State alla larga dai guai altrui. Il meglio che possa capitare è uno smacco. L’ultima volta che vidi Terry Lennox bevemmo insieme una tazza di caffè che preparai io stesso in questa casa e fumammo una sigaretta. E così, quando seppi che era morto, andai in cucina, e preparai il caffè e riempii una tazza per lui e accesi per lui una sigaretta, e quando il caffè si fu raffreddato e la sigaretta fu consumata, gli augurai la buonanotte. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi non lo fareste. Ecco perché siete un abile poliziotto e io sono un investigatore privato.”

Nel tuo racconto tutto sembra ruotare intorno all’introduzione in casa di un gioco, il Go, gioco popolarissimo in Oriente, che mi sembra innocuo, guardandolo da lontano, tu ci hai mai giocato?

No, non ci ho mai giocato anche se è da tempo, da prima del racconto, che voglio prenderlo per provare. Il Go mi è tornato in mente un giorno perché dal nulla mi è esplosa in testa questa scena di un film dove due persone ci giocavano. Non riuscivo a ricordare che film fosse, mi ero imputata e non volevo cercarlo (odio quando non mi ricordo qualcosa perché nella mia mente di solito è tutto perfettamente catalogato).
Poi mi è venuto in mente: era π – Il teorema del delirio, non era neanche così difficile arrivarci.

Da cosa prendi ispirazione per scrivere, ci sono delle situazioni che ti danno modo di costruire i tuoi racconti, ad esempio L’angolo vuoto è una brutta cosa com’è scaturito?

Per giorni ho pensato a quella scena del Go che non riuscivo a collegare a nessuna pellicola! Ci ripensavo a momenti alterni, un tormento. Così mi è venuto in mente di crearci intorno il racconto weird che Federico mi aveva proposto di scrivere per la raccolta di Moscabianca. È partito tutto dalla scacchiera; infatti il titolo è un modo di dire legato al Go: lasciare un angolo vuoto è strategicamente errato visto che espone il giocatore all’attacco delle pedine avversarie.
Il protagonista doveva sentirsi sempre più a disagio intorno agli oggetti del suo appartamento. Così l’ho fatto piombare un poco alla volta nel caos fino a che dalla spirale non è uscito il suo doppio. Tutto si è allineato davvero bene nella mia testa e le corrispondenze con il Go sono praticamente arrivate da sole.
In generale parto comunque dai momenti drammatici, quei momenti in cui i personaggi si rendono conto che c’è qualcosa, il fuori posto, la legge fisica che vacilla, il crollo, ogni tanto anche dal finale.

Stai scrivendo in questa quarantena? Anche se sempre chiusa in casa riesci a trovare l’ispirazione?

Stranamente sì. Mi piacerebbe poter finire due cose grossine che sto scrivendo ma il mio senso di strega mi dice che comunque non le proporrò adesso anche se una di queste è praticamente finita (ma, editori all’ascolto, sono un Ariete, se volete spronarmi a mandare lo farò con impulsività immediata).

Questa situazione che fino a qualche mese fa non ci saremmo mai lontanamente aspettati, potrebbe essere un buono scenario per un racconto weird?

In parte sì, in parte no. Purtroppo la situazione attuale è legata a fattori che avremmo dovuto riconosce sbagliati prima e durante il caos: tagli alla sanità, industrie che pur di non chiudere mettono a rischio la vita di migliaia di persone, cattiva comunicazione. Sono dettagli reali troppo reali che allontanano l’emergenza in atto da un qualsiasi scenario immaginario.
Ma in parte quello che stiamo vivendo è comunque assurdo e, almeno io, vivo momenti della giornata in una sorta di tempo sospeso. Mi sembra che le cose siano pronte a cambiare o a crollare (non è un pensiero molto rassicurante, lo so). Due cose: mesi fa ho scritto un racconto per una rivista sulle città che collassano su loro stesse facendo più o meno rumore. Era ottobre. Nello stesso periodo abbiamo ricevuto per Spore un racconto in cui un cittadino milanese camminando per la città torna indietro nel tempo e si ritrova ai tempi della peste.
Sarebbero stati scritti ugualmente in questo periodo ma davvero weird è il fatto che rileggerli ora fa tutto un altro effetto.

Dopo questo viaggio nel weird, non potete far altro che mettervi comodi e gustarvi questi splendidi racconti, quindi ordinate (dal vostro libraio indipendente di fiducia o da una delle librerie indipendenti italiane che sta spedendo) questo splendido libro e godetene!

Intervista ad Alice e Paolo di Edicola Ediciones.

Grazie all’Indie BBB Cafè, questa volta cari lettori vi portiamo in viaggio in Cile! Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alice e Paolo editori della casa editrice Edicola, di cui vi abbiamo parlato qui. Nel ringraziare i due editori per la pazienza e per la disponibilità vi lascio alle loro parole, attraverso cui potete scoprire ed amare questa meravigliosa casa editrice ed anche avere la percezione di come si muove il mondo dell’editoria all’estero!

Innanzitutto: come e quando nasce Edicola Ediciones? E come vi è venuto in mente di entrare nel magico e strano mondo dell’editoria?

  • Paolo Primavera:“Edicola nasce a Gennaio 2013: da quel momento siamo a scuola, con i nostri grembiuli e quaderni, pronti per iniziare a leggere e prendere appunti. Nasce dalla difficoltà di incontrare libri in Italiano a Santiago e quindi ci siamo detti: “Facciamoli noi!” L’idea nasce dalla mia tesi al Master in Editoria Pompeu Fabra Barcelona y Diego Portales e si è materializzata nel progetto di due persone che hanno scelto di pubblicare libri per accorciare le distanze e avvicinare i due mondi in cui vivono. Nasce dal nostro sogno nascosto di lettori e, per fortuna, continua a crescergli attorno.”

Anche i lettori hanno dei pregiudizi: si pensa ad esempio che la letteratura tedesca sia tendenzialmente molto pensosa e filosofica, che quella francese sia invece intimista, quella americana attenta alla costruzione di trame accattivanti e che giochino sui colpi di scena. Muovendovi tra due paesi diversi, come definireste la letteratura italiana e come quella cilena?

  • Alice Rifelli: “La definirei letteratura e basta, quando è il caso. Ovviamente ci sono fili che uniscono diversi autori, libri che possono essere letti come tasselli della stessa trama (penso ad esempio alla literatura de los hijos dove autori come Nona Fernández, Alejandra Costamagna, Alejandro Zambra o Alia Trabucco condividono il fatto di aver vissuto la propria adolescenza nel periodo della post-dittattura di Pinochet, in Cile) ma trovo difficile e pericoloso generalizzare. Bruno Arpaia dice che la letteratura latinoamericana non esiste. In effetti, pensare che un continente così grande e variegato possa condividere una stessa idea di letteratura ha più che vedere con la nostra pigrizia mentale che con la realtà. Credo che lo stesso pensiero possa estendersi a qualsiasi contesto geografico. Ma è pur vero che le associazioni tra un determinato paese e un certo tipo di letteratura accadono. L’editore può scegliere se assecondarle o sfidarle, nel tentativo di dare di quel paese l’immagine più articolata possibile.”

Abbiamo assodato che la vostra casa editrice è praticamente doppia e bilingue: pubblicate in italiano e in spagnolo, come scegliete i libri per il pubblico italiano e come per quello cileno?

  • Alice Rifelli: “Scegliamo – principalmente dal panorama contemporaneo – le voci che ci sembrano più autentiche e originali, le storie che hanno aperto, in noi per primi, uno spazio di riflessione, i libri che ci rimangono appiccicati addosso. Scegliamo testi che si fanno portatori di un messaggio che riteniamo importante, urgente, talvolta scomodo ma necessario, libri che si inseriscono nei diversi percorsi di lettura che via via costruiamo e immaginiamo per i nostri lettori. A volte il salto da un libro a un altro è tutt’altro che scontato, ma è lì che si percepisce se l’editore è stato capace di conquistare davvero la fiducia del lettore.”

La varietà della vostra produzione non è data solamente dal bilinguismo, ma anche da pubblicazioni molto variegate. Le vostre collane dai nomi molto particolari (Al tiro, Disciplina Antigua, Grigio18, Illustrati, Lo Stivale, Media Hora), contengono narrativa, poesie, illustrati. Non è una scelta scontata per una piccola casa editrice pubblicare la narrazione in tutte le sue forme, come mai voi avete deciso di farlo

  • Alice Rifelli: “Il catalogo di un editore è quanto di più intimo e al tempo stesso pubblico ci possa essere. È lì, sotto gli occhi di tutti, a rivelarne spudoratamente gusti, follie e ambizioni. Edicola è un editore giovane, che si permette ancora il lusso di rischiare e di spaziare, mescolando forme diverse di narrazioni. Pubblichiamo romanzi, racconti, poesie, graphic novel, libri illustrati per bambini e ragazzi. A maggio uscirà un libro che rappresenta una nuova sfida e, almeno per noi, una forma di sperimentazione e del quale siamo particolarmente orgogliosi: Paradiso Italia, un reportage nel quale il fotografo e illustratore Mirko Orlando racconta la vita dei migranti in Italia attraverso il duplice linguaggio della fotografia e del fumetto. Chi ha apprezzato le nostre graphic novel Gli anni di Allende e A sud dell’Alameda ritroverà in Paradiso Italia la stessa capacità critica di raccontare la realtà con amore e passione.”

In tutta questa varietà, avete intercettato il lettore tipo di Edicola?

  • Alice Rifelli: “Se è vero che esistono diversi punti d’accesso al nostro catalogo, allora è plausibile che esistano anche diversi lettori di Edicola. Il nostro sforzo quotidiano è indirizzato a far in modo che ognuno di loro, una volta entrato, si senta a casa, si guardi curiosamente intorno e scelga il prossimo libro da leggere.”

Facendo esperienze in Italia e in Cile, vedendo anche come ultimamente l’Italia faccia difficoltà a promuovere politiche editoriali, a creare possibilità importanti per i piccoli e medi editori e ad avvantaggiare lettori ed editori, com’è la vostra esperienza? È più facile essere editori in Italia o in Cile, o anche nel Sud America ci sono gli stessi problemi che coinvolgono l’editoria?

  • Paolo Primavera: “In Sud America c’è il vantaggio di una lingua che unifica i territori e regala sfumature di letteratura praticamente infinite. Il rovescio della medaglia è la distanza tra i vari paesi, una distanza che rende più complessa la circolazione dei contenuti. Per ovviare, grazie alla lungimiranza di editori amici di altre nazioni, ricorriamo alla co-edizione, abbattendo i costi del trasporto ed esplorando nuovi mercati. Siamo contenti e orgogliosi del fatto che grazie a questo meccanismo, alcuni nostri libri, dal Cile sono arrivati in Messico e tra poco in Colombia. In Cile, a fronte delle difficoltà di un mercato molto piccolo, sono state sviluppate politiche di finanziamento all’editoria che riguardano aspetti quali la traduzione, l’acquisto da parte dello Stato di libri per scuole e biblioteche e l’internazionalizzazione del contenuto. Credo che essere editori sia un atto d’incoscienza necessario, un lavoro ugualmente difficile e importante di qua e di là dall’Oceano.

Siete ospiti di un collettivo di blogger, com’è il vostro rapporto con i blog letterari e con il web? Quanto “spende” Edicola nella comunicazione in rete e quanto percepite diversa la promozione sul web e la diffusione dei blog letterari nei due Paesi in cui operate?

  • Alice Rifelli: “I blogger sono spesso i nostri primi lettori, con alcuni si è costruito nel tempo un bellissimo rapporto di fiducia. Chiediamo loro consigli, leggiamo con attenzione i loro giudizio sui nostri libri, quando possibile li coinvolgiamo in iniziative dentro e fuori dalla rete. Sia in Italia che in Cile la promozione passa sempre di più attraverso il web e noi ne siamo contenti perché si tratta di uno spazio ancora democratico.”

Siamo ancora all’inizio del 2019. Cosa ci dobbiamo aspettare da Edicola per quest’anno, quali saranno le prossime uscite?

  • Alice Rifelli: “Lo diciamo? Ok, lo diciamo! A fine maggio pubblicheremo la traduzione italiana di Di perle e cicatrici di Pedro Lemebel, scrittore e artista cileno, personaggio icona della critica sociale, che Bolaño ha definito il “miglior poeta della sua generazione”. Di perle e cicatrici, tradotto da Silvia Falorni, è una raccolta di cronache che racconta con ironia e malinconia il Cile post dittatura. È un libro commovente e spregiudicato, in armonioso bilico tra letteratura e giornalismo. Uno dei nostri libri più rivoluzionari.”

In primavera ci saranno le principali fiere del libro in Italia, parteciperete? Possiamo venirvi a trovare?

  • Alice Rifelli: “La prima occasione per venire a salutarci è il Book Pride di Milano, che inizierà tra pochi giorni e dove domenica 17 presenteremo Ultima Esperanza, romanzo storico ambientato nella Patagonia di fine Ottocento. Durante i primi giorni di aprile, in concomitanza con la fiera Children’s Book Fair, accompagneremo Lola Larra e Vicente Reinamontes in una serie di incontri tra librerie, scuole e biblioteche per un laboratorio ispirato al loro libro A sud dell’Alamameda, durante il quale i più giovani troveranno spazio e strumenti per esprimere il proprio pensiero critico con consapevolezza e creatività. A maggio ci trovate al Salone di Torino e in tour con María José Ferrada, che verrà dal Cile per presentare il suo romanzo Kramp, una meravigliosa storia sospesa tra l’immaginario della piccola protagonista e la feroce realtà di un paese in dittatura. E per tutti gli appuntamenti estivi che stiamo preparando vi invitiamo a iscrivervi alla nostra newsletter e a seguirci sulle nostre pagine social.”

Dopo queste domandine siete ormai pronti per addentrarvi nella lettura dei titoli di Edicola, noi del Book Bloggers Blabbering vi daremo qualche consiglio di lettura grazie ad alcune recensioni e a nuove interviste che troverete sul nostro sito!

Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti, G. Thomas

“Il comunismo è un’idea che appartiene agli esseri umani, più naturalmente e semplicemente del capitalismo.”

Per anni e anni  la scuola ci ha sempre fornito grosso modo la stessa visione della Storia. E se tutte le scuole offrono questo programma univoco e uguale, sarà quella la vera storia? Sì e no.

Non possiamo di certo dire che la Storia studiata nelle scuole sia una baggianata completa, ma possiamo certamente affermare che si tratta di una parte piccolissima del glorioso passato dell’homo sapiens sapiens attentamente selezionata. Selezionata da chi? Questo forse è il punto, ma noi sinceramente una risposta a questa domanda non ce l’abbiamo, possiamo però indicarvi uno scrittore che oggi si occupa di parlare in modo agile e semplice (con un linguaggio molto più comprensibile e sciolto di alcuni moderni sussidiari), di un altro pezzo di storia più o meno nascosta.

WhatsApp Image 2018-09-07 at 14.57.03 (1).jpegStiamo parlando di Gérard Thomas, autore svizzero, pubblicato in Italia da Edizioni Clichy e in particolare del suo Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti e a tutti quelli che lo vogliono conoscere che abbiamo avuto il piacere di leggere. Suoi sono anche Cento motivi per essere di sinistra e L’anarchia è una cosa semplice. Ma torniamo al principale oggetto di questa recensione, Il comunismo spiegato ai bambini è un libro agile, sorprendentemente sintetico, ma comunque molto esaustivo.

La storia inizia come tutte le storie, dagli albori, dallo sviluppo dell’uomo in quanto tale e dalle prime civiltà iniziando a soffermarsi sui Sumeri ad esempio. I capitoli in cui è diviso, ovviamente disposti in ordine cronologico, si soffermano su personaggi o su avvenimenti storici non troppo conosciuti. L’autore non vuole in alcun modo fare un’apologia del comunismo, né si deve pensare dal titolo che stiamo parlando di un estremista che istituirebbe i Soviet domani. Si parla di una narrazione che vuole portare a conoscenza della maggioranza, fatti che molto spesso non vengono minimamente trattati nell’istruzione mainstream. Il target a cui si riferisce è infatti giovane, proprio per porre all’attenzione di chi studia in continuazione sempre gli stessi episodi, che c’è di più di quanto si pensi. L’aspetto più interessante del libro è che Thomas non difende in maniera assoluta tutti gli aspetti che si sono sviluppati dal comunismo, ne critica la violenza, il potere che alla fin fine si è comunque concentrato nelle mani di poche o singole persone, ma è anche deciso a sottolineare la positività di questo pensiero filosofico, politico e sociale.

marxI concetti sono chiari, semplici e spiegati benissimo: Thomas vuole solo far conoscere come il capitalismo ha strutturato ogni minima parte della nostra vita, eliminando e nascondendo le altre ideologie che potevano assicurarci una vita molto probabilmente più sana e felice per tutti. Questo è un libro semplice, anche molto generico, di certo non parla di chissà quali astrusi e complicati pensieri del comunismo, ma è proprio attraverso l’immediatezza e la semplicità con cui è scritto che assicura una piacevole lettura e una istantanea comprensione. Gerard Thomas non vuole in alcun modo farci cambiare idea, questo non è un libro di propaganda, è solo un libro di divulgazione. Quello che Thomas dice è che il comunismo ha sempre fatto parte dell’umanità e per questo la storia del comunismo è anche la nostra storia e non può essere dimenticata o riscritta.

In questo momento di intolleranza sociale, dove al posto di integrare e costruire si distrugge, dove al posto di condividere ci si separa e si semina paura e terrore invece che amore e tolleranza, sarebbe bene, al di là di ogni appiglio politico, tornare a sentimenti semplici che ci permettano di vivere bene, in armonia con noi stessi e con gli altri.

E ritornare alle origini, alle comunità, al volersi bene sinceramente, non è forse un po’ abbracciare anche il meglio di questa ideologia?


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Carle vs Tsunami.

Sono passati 10 anni da quando Tsunami ha messo tende nel mondo dell’editoria. Per festeggiarli, insieme all’omonima Carla di Una banda di cefali abbiamo pensato a questa insolita intervista doppia. Dopo aver coattamente occupato stand e sedie di Tsunami a Più libri più liberi, abbiamo cercato di carpire i segreti di questa casa editrice, praticamente unica nel panorama editoriale italiano. Le due Carle vs i tipi di Tsunami: Eugenio Monti e Max Baroni; stesse domande, risposte e playlist diverse con 10 canzoni, una per ogni anno di Tsunami. Noi con grande onore ospitiamo Eugenio che ci ha fornito una playlist spettacolare, mentre per conoscere le risposte di Max dovete correre sul blog dell’altra Carla. Vi lascio all’intervista dunque, che vi farà conoscere la rockeggiante casa editrice!

EP. 4 PROVE (2) (1)

  1.  Prima domanda di rito…

18622344_10154814352624094_8708465870858585474_nPerché Tsunami Edizioni?

…..

 

Ci eravate cascati eh?

In realtà ci interessa piuttosto sapere come vi siete incontrati e come è nata l’idea di colmare questo grave vuoto editoriale e fondare una casa editrice dedicata esclusivamente alla musica (ma quella seria).

Anche se conosco Max da quando era un ragazzino, perché sono amico di suo fratello da molti anni, non ho avuto con lui che qualche sporadico e superficiale contatto fino a quando, mi sembra fosse il 2005, non ha cominciato a collaborare con me in un altro progetto editoriale. Ci siamo conosciuti meglio e abbiamo scoperto di avere gusti musicali abbastanza simili per certi aspetti e complementari per altri, così è capitato che andassimo insieme a qualche concerto. Proprio durante una trasferta a Londra per vedere gli Iron Maiden (o i Dream Theater, la mia memoria ogni tanto zoppica), girando per librerie e negozi di dischi, davanti a un’offerta di libri sul rock che in Italia non erano che un miraggio abbiamo deciso di provare a farli noi. Ci abbiamo messo quasi due anni dall’idea al primo libro, poi non ci siamo più fermati.

  1. Se all’inizio Tsunami era specializzata esclusivamente in musica hard-rock, heavy metal, avete ampliato i vostri orizzonti trattando anche altri generi. Basti pensare che tra le ultime pubblicazioni c’è il primo volume di un’antologia sulla storia del rap. È stato un passaggio naturale, siete stati obbligati dalle leggi del mercato oppure avete scelto di ampliare i vostri orizzonti per scrollarvi di dosso l’etichetta dei metallari?

Mah, potrei dirti che si è trattato di un insieme di tutte e tre, meno della terza, a onor del vero, l’etichetta dei metallari ormai non ce la leveremo mai e nemmeno ci dispiace, tutto sommato, ma siamo dei metallari onnivori, con gusti che abbracciano orizzonti molto più ampi del solo metal, per cui una volta consolidata la nostra piccola realtà è stato un processo quasi naturale quello di aprirci ad altro.

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  1. Quali sono le caratteristiche che deve avere un libro per entrare nel catalogo Tsunami? Vi trovate sempre d’accordo tra voi?

La caratteristica principale è che deve piacerci. Ma non basta, ovviamente, deve anche avere un minimo di potenziale commerciale, purtroppo non possiamo permetterci di investire su libri che piacerebbero solo a noi e ad altre 15 persone. Qualche volta lo facciamo, in realtà, pur consapevoli del rischio, e puntualmente ci prendiamo una sonora sberla.

Per quanto concerne l’essere d’accordo dipende, ci sono state situazioni in cui non eravamo proprio sulla stessa linea, ma in linea di massima sì, dai.

  1. Se non fossero mai esistiti rock e metal, quale genere musicale in assoluto nello spazio – tempo, avrebbe trattato Tsunami?

Bella domanda. La prima cosa che mi verrebbe da dirti è che probabilmente non ci sarebbe stata una Tsunami. Per quello che mi riguarda avrei potuto, magari, pensare di pubblicare libri sul folk, o sulla musica classica – di rock star, a livello di attitudine, ce ne sono stati parecchie, ma probabilmente avremmo fatto altro.

Che poi, a voler ben guardare, una delle quattro uscite del primo anno Tsunami è stata la biografia di Amy Winehouse, che proprio rock non era…

  1. C’è un artista al di fuori del canone Tsunami di cui vi piacerebbe leggere e pubblicare una biografia?

Adesso ti stupirò, ma se potessi vorrei poter fare, insieme a lui, la biografia di Angelo Branduardi, da sempre uno dei miei artisti preferiti.

  1.  Qual è secondo te il libro
  • che avrebbe meritato più attenzione

La biografia di Phil Lynott, un libro bellissimo su un personaggio importantissimo, ma che è passato praticamente inosservato.

  • a cui sei più legato

WASNon ho un titolo a cui sono legato più di altri, sono tutti figli nostri. Se però dovessi sceglierne uno per le soddisfazioni che ci ha dato a livello editoriale ti direi Come lupi tra le pecore, un libro nato già come dannato, ma che ha portato Tsunami letteralmente in tutto il mondo.

  • il  più difficile da vendere

Ahahah, uno dei pochi titoli NON musicali che abbiamo fatto, un esperimento folle ma che da teste calde quali siamo abbiamo fatto lo stesso, cioè quello sul Cosplay italiano. Davvero un flop pazzesco.

  • quello dal successo inaspettato

I 100 migliori dischi del Progressive Italiano. Ok, lo so che è abbastanza popolare, ma è anche vero che di pubblicazioni sull’argomento ce ne sono davvero tantissime, ma nonostante questo è andato davvero oltre ogni mia più ottimistica aspettativa.

  1. C’è un genere musicale, o un artista, di cui non pubblicheresti nulla neppure sotto tortura?

Hai voglia. Il problema è che sono tutte cose che poi venderebbero a pacchi, molto più di quello che facciamo noi, per cui non ti faccio nomi che ho ancora anni di mutuo da pagare e non vorrei dovermi smentire in futuro.

  1. Per un genere particolare come il vostro, qual è la differenza tra il pubblico delle fiere dell’editoria e quello dei concerti?

Sono lo lo yin e lo yang. Alle fiere dell’editoria abbiamo un target potenziale del 5 percento del pubblico, la maggioranza semplicemente non è interessata a quello che facciamo. Qualche curioso viene a guardarci, magari con un po’ di ironia, ma la maggior parte tira dritto. Ai concerti il discorso è quasi l’opposto, ormai ci conoscono, si fermano a parlare, ci riempiono di opinioni, consigli, suggerimenti e, dai, anche qualche complimento (quelli, in realtà, ce li fanno anche alle fiere, ogni tanto). Essendo appassionati non mancano nemmeno le critiche, ogni tanto, ma anche quelle ci stanno, dai.

  1. I commenti più strani ricevuti dagli aspiranti lettori o da chi si ferma allo stand.

Beh, alle fiere capita spesso di avere un pubblico che non ha idea di cosa parlino i nostri libri, per cui certe volte se ne escono con delle cose esilaranti. Ma i peggiori (o i migliori, dipende dal punto di vista) sono i “finti rockettari”, quelli che magari arrivano con la maglietta dei Metallica e non hanno idea di chi sia Cliff Burton.

  1. Avete collaborato per copertine ed altri prodotti con fumettisti e illustratori, potrebbe esistere prima o poi un libro Tsunami interamente a fumetti?

Potrebbe. Non sappiamo come, cosa o quando, ma è un’ipotesi assolutamente plausibile.

  1. In un’intervista con gli amici comuni di Neo edizioni, abbiamo sperimentato il gioco di se fosse della Carrà, nel quale bisognava descrivere un personaggio attraverso delle similitudini. Ve lo riproponiamo: se Tsunami fosse

71f5cff4501c364806982c112cb50603una bevanda alcolica: Coca e Rum. Forte e frizzante

un fenomeno meteorologico: eh, basta la parola!

un reato perseguibile penalmente: ubriachezza molesta e atti osceni

un fumetto: mmm, ci penso e te lo dico alla prossima

un genere cinematografico: Uno non basta. Si passa con nonchalance dalla commedia alla Verdone dei primi tempi alla tensione alla Alien…

un periodo storico: gli anni ’70. O almeno mi piacerebbe fosse così

un criminale famoso: Butch Cassidy

una parola o un espressione poco politically correct: non posso, ci arrestano…

 

PLAY LIST (cliccate qui per la playlist su YT)

e59b5a83be016f84a396de7cc889f7c6.jpgMotörhead – Born To Raise Hell

Metallica – The Call Of Ktulu

Deep Purple – Burn

Ozzy (con Randy Rhoads) – Crazy Train

Black Sabbath – Wheels of Confusion

Thin Lizzy – Bad Reputation

Pink Floyd – Pigs

Iron Maiden – Revelations

Guns N’ Roses – Nightrain

Led Zeppelin – Thank You

Ora non vi resta che comprare uno (o anche di più) dei fantastici libri di Tsunami, accomodarvi e spararvi questa musica grandiosa a palla nelle orecchie mentre leggete. Prima però, non vi dimenticate di passare da Una banda di cefali per vedere cosa ha risposto Max a queste domande e conoscere la sua playlist!

 

La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead.

Poco allettati dai premi e ancora meno allettati dalla letteratura americana, ci siamo avvicinati a La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, premio Pulitzer 2017, senza alcuna aspettativa. Diciamo che ci è capitato per le mani e gli abbiamo dato una chance. Non so cosa ci ha colpiti di più di questo libro: forse la trama, la narrazione o molto probabilmente tutta la cattiveria schiaffata lì nero su bianco.

BIGSUR22_Whitehead_LaFerroviaSotterranea_cover-409x637Proprio di neri e bianchi si tratta, della sempre di moda differenza razziale che divide l’umanità. Il punto di vista stavolta è quello di Cora, giovanissima schiava di una piantagione in Georgia che con enorme coraggio, in nome della Libertà decide di rischiare il tutto per tutto. I primi bianchi ad entrare in scena sono la feccia, esseri terribili: i proprietari della piantagione e Ridgeway (cacciatore di schiavi). Con queste premesse il lettore penserà ad una completa bipartizione: i malvagi bianchi e i torturati neri, un rapporto di vittima/carnefice trito e ritrito… e invece no. Whitehead trae un po’ in inganno il lettore, giocando con gli stereotipi: ci sono anche bianchi rispettosi e neri crudeli. Non è un gioco delle parti fisso, quella che Whitehead ci riporta è la vita vera con le sue relazioni.

Cora è un personaggio altalenante, non sempre il lettore riesce ad empatizzare con lei, è mutevole: alle volte troppo decisa, altre troppo riflessiva, provocante ma timorosa, delle volte non capivamo le sue scelte, non riuscivamo a condividere i suoi pensieri, ma in più occasioni l’autore riesce a lasciare tra le pagine, grazie alla voce di Cora, riflessioni che pesano come macigni. Si scomodano la Bibbia e la Costituzione, i grandi fondamenti del pensiero e della cultura propria dei bianchi, dove mai c’è scritto che i neri sono inferiori, anzi si versano fiumi d’inchiostro per diffondere i principi di tolleranza e uguaglianza, ma allora perché quella fetta di popolazione che prende meno vitamina D e che non ha abbastanza melanina dentro, ad un certo punto ha sentito l’esigenza di ergersi a razza superiore? Ma poi soprattutto razza di che? Siamo tutti Homo sapiens sapiens, di specie di essere umano ce n’è solo una da un po’…

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Ritornando al romanzo, Cora è sicuramente la protagonista, ma attraverso il suo percorso conosciamo tantissimi altri personaggi positivi e non; e viene svelato il segreto della Ferrovia sotterranea. Whitehead non la immagina solamente, la plasma e la posa nel sottosuolo americano, la fa profumare di libertà e di opportunità: sarà l’unica speranza per gli schiavi che riescono a sfuggire alla tortura delle piantagioni; ma in America un nero può essere libero davvero? La storia di Cora dimostra chiaramente che no. Il colore della pelle è un marchio: d’inferiorità, criminalità, schiavitù stessa da cui non ci si può liberare. Anche quando tutto sembra finito ed i bianchi sembrano finalmente pronti a ragionare, a diventare delle persone, non delle bestie, è tutto un trucco. Le istituzioni, la massa non sono pronte, anzi hanno anch’esse una ferrovia sotterranea dove attraverso marchingegni e macchinazioni disparate, tramano per rendere impossibile la vita dei loro simili.

Tra tutti i personaggi, come un tarlo, per tutta la narrazione, si attacca al lettore la storia di Mabel (madre di Cora, quella che ce l’ha fatta) e piano piano lo divora: ma allora il caro Colson ci prende in giro? Allora ci sono quelli che ce l’hanno fatta? Che sono arrivati in Canada, dove ci sono i bianchi migliori? Non vi diciamo niente, ma la curiosità che l’autore riesce a creare su questo personaggio è tale che quando le carte verranno scoperte, vi cadrà il libro di mano.

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Che dire di più, è un libro intenso, carico di fatti truci e cruenti, reali e fittizi, ma che comunque coinvolgono il lettore a 360°. Non so cosa hanno provato gli uomini e le donne di colore leggendo questo libro, ma vi possiamo dire che noi abbiamo provato vergogna.


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