Ricerca

tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Tag

donne

Robbe Grosse sull’erotismo – Ovidio pt. 1

Condividere è la cosa che amiamo di più e siamo davvero onoratissimi di aver condiviso questo piccolo progetto con Sotto la Copertina. Lucrezia e Ornella infatti sono piene di idee e inventiva e abbiamo parlato molto durante questa quarantena, captando i nostri punti in comune e gettando le basi per una meravigliosa collaborazione. Il nostro sodalizio inizia ufficialmente ora, con la “delega” della rubrica che amo di più a Lucrezia, che vi parlerà in due puntate di Ovidio, il mio autore latino preferito, dopo Apuleio.


Se vuoi sapere di me, cantore di teneri amori, tu che mi leggi, ascolta, o posterità. La mia patria è Sulmona, ricca di fresche acque, che dista da Roma nove volte, dieci miglia. 

Ovidio, poeta cittadino – della Città per antonomasia.
Seppure originario di Sulmona, col corpus delle sue opere Publio Ovidio Nasone sembra essere stato per la Roma dell’età augustea quello che Baudelaire era per la Parigi dell’Ottocento. Ne canta gli usi e i costumi, ne racconta i vizi. E, a distanza di secoli, li tramanda fino a noi. 

Nella capitale Ovidio arriva giovanissimo, e ne fa presto casa propria. Si dedica prima alla retorica, poi alla poesia e con grande fortuna: entrato a far parte del circolo di Messalla, colleziona una serie di conoscenze illustri, tra cui Properzio e Orazio; soprattutto, si guadagna un posto alla corte di Augusto, guadagnandosi la preferenza del pubblico della Roma bene.

 In quegli anni frequentai e adorai i poeti, star loro accanto era essere accanto agli dèi.


La sua giovinezza è brillante: tra un matrimonio e l’altro (ne contrae ben tre, nemmeno molti per l’epoca), presto comincia a farsi un nome, prima con la tragedia Medea e poi con gli Amores; il successo arriva però con la rivoluzionaria Ars amatoria, che lo rende a tutti gli effetti il più ammirato e chiacchierato poeta del suo tempo tra l’alta società romana. Rapidamente seguono Remedia amoris e De medicamine faciei; ma i suoi capolavori risalgono ai primi anni dopo Cristo: Fasti e Metamorfosi.

Ero appena un ragazzo, quando mi dettero moglie: una donna indegna e inutile, che stette poco con me. A lei successe un’altra destinata anch’essa a restare per poco nel mio letto, sebbene senza sua colpa. Ultima, accanto a me fino ai suoi tardi anni, quella che ha dovuto soffrire d’esser sposa d’un esule.

Una carriera inarrestabile – se non fosse che, nell’8 d.C., lo troviamo bruscamente e irrevocabilmente relegato a Tomi (probabilmente l’odierna Costanza), in Scizia, per volontà dello stesso Augusto. In esilio, nonostante le suppliche al suo successore Tiberio, passa il resto della vita.

Non per questo la sua opera viene dimenticata; anzi, a distanza di centinaia di anni mantiene tutto il suo potere sovversivo. Basti pensare che troviamo l’Ars amatoria e gli Amores tra i bersagli favoriti del domenicano Girolamo Savonarola nella Firenze dei falò delle vanità, Anno Domini 1497; e, se non viene data in pasto alle fiamme, l’edizione inglese del suo primo grande successo è confiscata alla dogana americana ancora fino al 1930. 

Per non parlare dell’influenza delle Mefamorfosi sull’immaginario letterario nel corso dei secoli. Guardando solo agli anni Novanta, ecco Tales from Ovid, di Ted Huges; la sua Sibilla viene reinterpretata da Margaret Atwood nella poesia A sybil, mentre Joyce Carol Oates si concentra sul mito di Atteone nel racconto breve The Sons of Angus McElster; ritroviamo echi del mito di Fetonte in Cees Nooteboom e quello di Aracne in A.S. Byatt. 

Io canto amori certi e furti leciti, nessun delitto toccherà il mio carme. 

Ars amatoria, Metamorfosi. Ad accomunarle, l’approccio franco a due degli argomenti che da sempre fanno girare il mondo: amore e sesso. 

Se ne è già occupato negli Amores, originariamente composto da cinque libri poi ridotti a tre, scritti tra il 23 a.C. e il 14. a.C. Al centro, l’esperienza sessuale. L’interesse della voce narrante, il Poeta, verso la figura femminile poco definita che sporadicamente appare, Corinna, è soprattutto fisico: vengono descritti episodi intimi (tra cui spicca una celebre scena di post-coito pomeridiano), ma, più inaspettatamente, si accenna al tema della violenza domestica (il Poeta schiaffeggia Corinna e se ne pente amaramente) e dell’aborto (Corinna, rimasta incinta, ha scelto autonomamente di terminare la gravidanza). Vi ritroviamo anche un’argomentazione familiare a sfavore della pratica: «se tua madre avesse fatto lo stesso con te, non saresti qui». Non mancano l’impotenza né l’adulterio: Corinna viene a sapere che il Poeta la tradisce con la sua schiava; e se l’uomo giura e spergiura la propria innocenza, di seguito si rivolge alla schiava stessa, domandandole come diavolo abbia fatto la padrona a scoprire della tresca.

Tradimento, aborto, violenza, impotenza, castità forzata: più che a una narrazione autobiografica sembra ci troviamo davanti a uno sguardo a tutto tondo sui meccanismi che regolano le relazioni sessuali, così comuni (e così aspramente combattute dall’establishment augusteo) tra i membri della buona società romana. 
In questo, gli Amores diventano degni antesignani della più controversa Ars amatoria, l’opera che, di fatto, ha determinato la caduta di Ovidio dal suo stato di grazia. 

Due crimini insieme mi persero, un carme e il traviamento: e la colpa del secondo debbo tacere.

Dedicarsi alla composizione di un manuale di sesso e seduzione proprio negli anni in cui Augusto è intento a mettere deciso freno alle abitudini di una società promiscua e dissennata può non sembrare una grande idea, in effetti. Durante la composizione delle Heroides (lettere di eroine mitologiche perlopiù sedotte e abbandonate da guerrieri semidivini) e, appunto, dell’Ars amatoria, vengono promulgate leggi severe contro l’adulterio e a favore del matrimonio. 

La lex Iulia de adulteriis rende l’uomo passibile di esilio e confisca di metà dei beni e la donna di metà della dote e un terzo del patrimonio (certo un passo avanti rispetto alle leggi precedenti, che permettevano al marito tradito di uccidere l’amante e disconoscere la moglie fedifraga). In questo, c’è qualcosa di rivoluzionario: per la prima volta, anche le abitudini sessuali dell’uomo sono oggetto di regolamentazione da parte dello Stato. 

La lex Iulia de maritandis ordinibis (entrambi i provvedimenti risalgono al 18 a.C.) vieta il celibato tra i venticinque e i sessant’anni e il nubilato tra i venti e i cinquanta; scoraggiata la vedovanza anche per le donne, in precedenza celebrate se univire (se sceglievano, cioè, di non riprendere marito dopo le prime nozze): non sposarsi comporta la perdita del diritto di lasciare i propri beni in eredità ai famigliari. Sarebbero invece finiti nelle casse dello Stato. 

Unioni, in un mondo in cui il matrimonio è strumento di alleanze potenzialmente pericolose (lo sa bene Augusto, lui stesso grande tessitore di complesse ragnatele nuziali tra i parenti più prossimi), non solo monogame ma anche fruttuose: provvedimenti vengono presi per garantire ai padri di una prole adeguatamente numerosa agevolazioni nella carriera politica, e altri privilegi.

Incitare all’amore libero con più di un partner – con tutte le conseguenze del caso, comprese le gravidanze indesiderate – dunque, sembra essere in aperta sfida con la nuova politica augustea. Ma la realtà sembra essere ben diversa da quella auspicata da Augusto; Ovidio afferma in apertura all’Ars amatoria di non essere ispirato da Apollo o dalla Musa, bensì dall’esperienza diretta.

Non io, o Apollo, mentirò, dicendo che tu m’ispiri; non mi detta il canto voce d’aerei uccelli, né mai vidi, seguendo il gregge, Clio e le sorelle nelle tue valli, o Ascra! A dirmi il carme è l’esperienza. Seguitate dunque il vate esperto.

La città in cui vive, l’esistenza che conduce. Le compagnie che frequenta.

L’Ars amatoria non si rivolge a un pubblico universale, ma a un target ben preciso: quello della buona società (maschile) che già inizia a idolatrarlo come poeta amoroso. Maschile, perché le donne sposate sembrano escluse dal suo pubblico di riferimento. Sennonché, si fa riferimento a mariti gelosi nelle cui ire è meglio non incorrere. 

Una contraddizione che è stata interpretata in diversi modi: se gli studenti uomini sono sicuramente esponenti dell’alta società, le donne potrebbero essere tanto le liberte (di status inferiore e dunque più libero delle nobili matrone) quanto le cortigiane – il che spiegherebbe l’insistenza sulla consumazione del rapporto, piuttosto che sul lato sentimentale del legame. 

Roma è il punto focale di ogni liason, e i suoi luoghi di incontro (il circo, il teatro, ad esempio: incidentalmente, la lex Iulia de maritandis ordinibis proibiva di visitarli agli uomini celibi) diventano protagonisti quando si tratta di enumerare per i suoi studenti le giuste riserve della caccia amorosa.

Passeggia sotto i portici ombrosi di Pompeo, quando cavalca il sole sopra il dorso dell’erculeo Leone, o dove aggiunse la madre i doni ai doni del figliolo, ricco lavoro di stranieri marmi; rècati sotto i portici, adornati di antichi quadri, quelli che da Livia che li ordinò prendono il nome, o quelli dove con le Belidi, che ai cugini prepararono morte, sta feroce con snudata la spada il padre loro. Né trascurare Adone che da Venere ebbe onore di pianto, o dei Giudei le cerimonie ad ogni sette giorni, né i templi egizi e la giovenca adorna di puro lino: ella fa sì che molte si mutino in ciò ch’ella fu di Giove. Persino il Foro (e chi potrebbe crederlo?) è propizio ad Amor: più d’una fiamma nel rumoroso Foro alta riarse. Presso il tempio marmoreo di Venere, dove all’aperto un getto la ninfa Appia fa irromper d’acqua, spesso l’avvocato cade in braccio d’amore: nonché d’altri, spesso si scorda di curar se stesso. […] Ma i teatri, siano riservati alle tue cacce: ce n’è da soddisfare ogni capriccio. Tutto vi troverai: amore e scherzo, quella che ti godrai solo una volta, quella che val la pena mantenere. 

Ovidio consiglia di tenersi buoni schiavi e schiave della donna desiderata; anche le parrucchiere possono pavimentate la via che porta alla consumazione amorosa. 

Un amore soprattutto fisico, al massimo un’infatuazione poco seria. Non un sentimento duraturo, ma un costrutto sociale e un’attività ricreativa; per questo è perfettamente accettabile avere più donne – così come (in un guizzo di parità di genere) l’uomo deve essere consapevole che sarà tradito. 

E quando in sul mattino la sua schiava le scioglierà col pettine i capelli, ne ravvivi la pena astutamente, dia vele e remi all’opra; e sospirando, dica tra sé, sommessa: “Ahimè, ho paura che non potrai così farlo soffrire come tu soffri!”. E poi parli di te, e aggiunga parolette persuadenti e giuri che per lei muori d’amore. 

Rapidamente il guizzo si spegne man mano che si ammucchiano i consigli. La donna da corteggiare non si sceglie per affinità, ma per tutta una serie di caratteristiche che la rendono una piacevole e disponibile compagna di sollazzi amorosi. Si sceglie come la merce al mercato. Ad esempio, meglio una donna coi primi capelli grigi (trentacinque anni è l’età giusta), che sarà più disposta a cedere perché meno ambita; conosce sicuramente i giochi amorosi e ci sono forti possibilità che sia esperta a letto. Desiderabile è anche la donna abbandonata dall’amante che, vulnerabile a nuove attenzioni, cederà più facilmente a un nuovo corteggiatore.

Parlando di rapporti basati sull’attrazione fisica, l’uomo non deve trascurare la propria immagine: ma è sottile la linea tra incuria ed “effemminatezza”. Non bisogna arricciarsi i capelli o radersi i peli delle gambe, ad esempio, ma è fortemente consigliato indossare abiti puliti e tagliarsi capelli, unghie e peli del naso; un alito fresco e delle ascelle profumate sono punti a favore altrettanto validi di un bell’aspetto, un eloquio forbito, un perpetuo buonumore e la giusta quantità di regali (acquistati al minimo prezzo e presentati con un po’ di astuzia).

Quando il campo è ricco e sotto il peso piegano le fronde, rechi un ragazzo a lei, dentro un cestello, rustici doni. Potrai sempre dirle: “Sono del mio podere suburbano”, anche se li hai comprati per Via Sacra.

L’igiene fa più magie degli incantesimi, che Ovidio ritiene inefficaci; ma riconosce che cipolle, miele, uova e pinoli fanno miracoli per la libido maschile. 

Sbaglia chi fa ricorso alla magìa dell’arte emonia e dona ciò che tolse dalla fronte di giovane polledro. Non dà vita all’amor l’erba medea né la nenia dei Marsi, mescolata con magiche canzoni. Avrebbe allora la femmina di Faso il suo Giasone ben trattenuto a sé, e Ulisse Circe, se vita i carmi dessero all’amore. Non gioveranno mai pallidi filtri a piegar donna; turbano la mente e scatenano i filtri la follia. Via dunque i malefìci.

Allo stesso tempo, Ovidio sconsiglia approcci troppo brutali: il sesso, e in questo c’è una piccola rivoluzione, va (generalmente) goduto in due. Generalmente. Ma ne riparleremo. 

Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che, resistendo, essere vinta insieme. Bada soltanto di non farle male, di non ferire le sue molli labbra quando i baci le rubi, e che non possa dire che sono i tuoi rozzi e maldestri.

Per ora, una premessa va fatta: la cultura romana vede la donna non solo come il sesso debole, ma anche come intellettualmente inferiore e proprietà prima del padre e spesso, poi, del marito. A letto, una donna che dia segno di apprezzare le attenzioni, persino del coniuge, mette in questione la propria rispettabilità. Il sesso, per la donna, è tradizionalmente una questione riproduttiva. 

Per questo, ancor più rivoluzionario è il fatto che l’ultimo libro dell’opera, il terzo, si rivolga a un diverso tipo di studenti: le donne. 

Ma se a prima vista, i consigli sembrano sulla stessa lunghezza d’onda di quelli offerti agli uomini, il ruolo della donna nella relazione, a uno sguardo più approfondito, emerge come marcatamente passivo. La donna attira, non conquista. La donna manipola: attraverso l’aspetto fisico, il trucco, l’artificio nelle parole e nei modi. 

Così pure tu, mentre hai cura di te, fai che l’amante ti pensi a letto addormentata e sola; più bella apparirai, uscita allora dall’ultimo ritocco, E perché, dimmi, dovrei sapere donde alla tua bocca derivi lo splendore? Chiudi, sbarra la porta alla tua stanza. Non mostrarmi l’opera ancora rozza ed imperfetta. L’uomo deve ignorare molte cose; le più l’offenderebbero nel gusto. Celagli sempre gl’intimi segreti. 

Una donna dovrebbe sempre tenere a bada la peluria superflua; non trascurare il trucco, ma senza esagerare e nella privacy della sua stanza; nascondere i difetti assumendo le posizioni più consone ad altezza e corporatura; camminare nel modo giusto, cantare e suonare discretamente; recitare poesie, danzare e conoscere le attività ricreative in voga. 

Al bando la timidezza: la donna desiderabile è quella che si concede –  ma faccia attenzione ai latin lover approfittatori; se però un uomo le fa un dono che apprezza, il minimo che possa fare è andarci a letto. 

Se non riesce ad avere un orgasmo, che finga, e finga bene (Ovidio consiglia di rivoltare gli occhi all’indietro, per rendere credibile la performance). Che stia attenta a come mangia –  e a quanto beve, soprattutto. 

È orribile veder donna giacere sozza di vino: non meriterebbe che d’esser preda al primo sconosciuto. E non crollare mai addormentata sopra la mensa: non è mai sicuro. Ti possono accadere, mentre dormi, càpita spesso, vergognosi guai. 

Una donna ubriaca è una visione rivoltante e chi ne approfitta non le fa torto. Non è il solo passaggio in cui lo stupro è considerato una delle vie verso la soddisfazione sessuale. Nel passo più controverso dell’Ars amatoria, Ovidio afferma che l’uso della forza non solo sia legittimo, ma anche apprezzato dalla donna, che potrà così concedersi senza perdere la propria onestà.

Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! Ciò che piace a loro è dar per forza ciò che voglion dare. Colei che assalì in impeto d’amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; se la lasci intatta ancor quando potevi averla, simulerà col volto una sua gioia, ma avrà dispetto in cuore. 

E di stupro nell’opera ovidiana parleremo nella seconda e ultima parte di questo focus, per il ciclo a tema eros e letteratura latina a cui sono stata invitata a partecipare da Carla, che ringrazio ancora moltissimo per l’opportunità! 

L’umanesimo del maschio.

Apriamo un libro di Storia, uno qualsiasi: elementari, medie, superiori, università. I capitoli più corposi sono affidati alle battaglie, alle successioni dei regni, alla descrizione dei sovrani, del loro operato e delle loro leggi, poi ci saranno gli usi e costumi delle varie epoche, la cultura, la religione, magari troviamo anche approfondimenti sulle mode del tempo, sui cibi; ma solo se siamo estremamente fortunati troveremo uno striminzito capitolo sulle donne.

Nell’anno 2017/2018 su 1.690.834 iscritti all’università, 936.704 sono state donne. Siamo studiose, istruite, dottoresse, ricercatrici, ma ancora siamo alla fine dei capitoli nei libri (quando ci siamo), bandite completamente dai programmi di letteratura, storia dell’arte, latino, greco (e parlo solo di queste materie, perché non voglio sconfinare in campi che non sono “miei”).

In tutto il mio percorso di studi non ho mai assaporato la pienezza di sentirmi rappresentata da quello che stavo studiando, eppure le donne ci sono sempre state, non sono una nuova invenzione e allora perché non fanno parte delle materie che definiamo umanistiche, che dovrebbero riguardare l’umanità tutta, non una parte di essa? Una minima risposta, almeno nel mio campo viene data qui:

Don Bosco, Svizzera, Sepoltura femminile, 850-400 a.C.

“Sebbene negli ultimi decenni molte donne si siano dedicate agli studi archeologici, abbiamo sempre imparato e lavorato all’interno di istituzioni dirette da uomini e siamo cresciute abituandoci a considerare argomenti come le armi, la guerra e le invasioni solo da un punto di vista prettamente maschile di vittoria, conquista e trionfo. Eppure in molte donne (ed anche uomini, naturalmente) sorgono altri pensieri e preoccupazioni quando si discute di questi argomenti riferendoli al proprio mondo, e non sono pochi. Come qual era nell’insieme il prezzo sociale pagato dalle popolazioni in caso di guerra o di battaglie? […] A queste domande non è facile rispondere basandosi soltanto sui reperti archeologici, ma all’interno dell’attuale campo d’indagine archeologico sono perfettamente valide; le prove che motiverebbero le interpretazioni del colonialismo maschile che ci vengono solitamente offerte vanno studiate accuratamente, e non accolte senza riflessione.” Questo lo scrive Margaret Ehsenberg, archeologa inglese, nel suo saggio Le donne nella preistoria.

Dobbiamo quindi studiare di nuovo, far emergere tutto ciò che fino ad ora è stato latente. Gli uomini hanno deciso di eliminare dalla storia tutto ciò che non gli interessava, ciò che rientra nella sfera femminile. Che poi cos’è che rientra davvero nella sfera femminile o no sempre loro l’hanno deciso, visto che non abbiamo l’assoluta certezza dei compiti, delle situazioni, del potere che avevano gli uomini e le donne, almeno nei tempi antichi. Le studiose quando si sono trovate davanti ad una materia così composta hanno sollevato il problema: come si può raccontare la storia in modo imparziale e oggettivo annullando la metà della popolazione? Le prime risposte alla storiografia ufficiale e maschilista iniziano ad emergere di pari passo con la diffusione delle idee femministe.

“Sin dagli anni ’60, e soprattutto nei ’70, si era diffuso un taglio femminista nell’archeologia, grazie al sempre maggior numero di donne che cominciavano ad integrarsi nella professione. […] L’immobilismo nell’archeologia si spiega con il rifiuto da parte della comunità archeologica di demolire il bastione della pretesa oggettività della loro disciplina. L’archeologia di genere è post-processuale, mi sembra, dato che interpreta la società come formata da individui che agiscono come agenti sociali attivi, da individui le cui attività e negoziazioni quotidiane formano una parte essenziale della dinamica storica. Nella costante interazione, ossia nella continua pratica sociale, le relazioni di genere svolgono un ruolo essenziale come uno dei principi strutturanti essenziali e basilari su cui si organizzano le relazioni sociali. Il genere è, pertanto, un’identità che sta alla base delle relazioni sociali e in pratica viene continuamente rinegoziata in questo contesto, e quindi è in continuo cambiamento. Ciò spiega non solo le differenze del significato dei generi tra i diversi gruppi, ma anche la loro trasformazione, all’interno dello stesso gruppo, nel corso del tempo.”

Dice Margarita Diaz Andreu sulla situazione degli studi archeologici di genere in Italia e continua così nel suo articolo Identità Di Genere e Archeologia: Una Visione Di Sintesi:

(Giuro che questa è l’immagine più neutra e meno sessista trovata su internet, digitando “percorso evolutivo della donna”, “evoluzione della donna”.)

“Spesso gli autori e le autrici si immaginano i rapporti fra generi e fra età diverse nel passato come una immagine speculare del mondo contemporaneo occidentale, nel quale dominano ancora rapporti gerarchici e diseguali tra i generi. Il presentismo si scopre, in primo luogo, nell’uso acritico del linguaggio e delle illustrazioni. Si impiegano di solito denominazioni di genere maschile, come se si trattasse di una cosa naturale: termini come “l’origine dell’uomo”, “gli uomini preistorici”, “i romani”, in teoria dovrebbero comprendere sia uomini che donne. Tuttavia questa illusione finisce rapidamente quando si individua ciò che queste parole significano. Un esempio basterà per illustrare ciò: quasi ovunque troviamo nei musei di tutto il mondo la spiegazione dell’evoluzione umana attraverso l’esposizione di una serie di uomini, ognuno dei quali più evoluto rispetto all’altro, ma mai una serie di donne. Se il termine ‘uomo’ fosse neutrale come si vuole pretendere, sarebbe legittimo aspettarsi che almeno un 50% dei musei scegliesse le donne per rappresentare le fasi evolutive, o per lo meno che un numero elevato di questi includesse le immagini di entrambi i sessi.

Siamo cancellate dalla narrazione che dovrebbe includerci nell’umanità tutta e siamo rimaste escluse da una ricerca che ci ha messe da parte, non vedendo nel nostro sesso un’espressione valida dell’essere umano. I ricercatori hanno proiettato nelle civiltà del passato i modelli sociali patriarcali e maschilisti che vigono nell’attualità e hanno filtrato le ricerche osservando solo ciò che interessava al maschio.

Partiamo dal principio: le cosiddette Veneri. Le Veneri preistoriche, che tutti conosciamo e abbiamo studiato sono state molto spesso strumentalizzate e quasi mai fatte studiare criticamente nel loro contesto effettivo. Sono state tramandate come oggetti volti ad esaltare la donna come madre dagli albori dell’umanità, ci è stato inculcato che si trattassero di elementi che esprimessero fertilità ed abbondanza, identificando la donna solo come genitrice, nient’altro. Questa in realtà, è solo una delle moltissime probabili interpretazioni delle Veneri, un’altra interpretazione, in questo caso tendenziosa dal lato opposto è quella che vede le Veneri come segnale di una maggiore importanza della sfera femminile nella società, viste che sono molte le statuette con forme femminili (in realtà queste statue non rappresentano neanche una maggioranza inconfutabile, perché molte delle altre statue trovate non hanno caratteristiche tali da poter essere identificate come uomo, donna, bambino o altro, quindi…), ma nella storia e anche nel mondo di oggi, quanto viene mercificata e strumentalizzata l’immagine femminile? Siamo pieni di statue di dee, quadri madonnali, pubblicità, foto di corpi di donne: queste rappresentazioni sono forse simbolo di una società matriarcale?

Non mi sento di discutere in questa sede se siano esistite o meno società matriarcali, quindi focalizziamoci sull’argomento principale: quanto la Storia sia di parte. Gli uomini, studiosi, definiti “umanisti” hanno plasmato per le donne un mondo fatto di maternità e cura filiale ed hanno modellato anche i dati archeologici e le fonti su questo quadro. Le tombe sono per l’archeologia il sale della vita, e infatti dice Rossana Di Poce:

“Un’analisi di carattere archeologico deve necessariamente partire dal presupposto che il contesto funerario nella maggioranza dei casi, è il solo giunto a noi e che esso rappresenta solo una parte di un linguaggio
articolato ormai perduto. Gli elementi del corredo funerario, il trattamento del corpo del defunto, le tombe, i cicli pittorici in esse contenuti, i rituali e gli oggetti sono alcuni dei riflessi di quel linguaggio: il mondo dei morti, infatti, con tutti i suoi segni, non è che in rapporto metaforico col mondo dei vivi che furono; un rapporto indiretto, simbolicamente e ideologicamente mediato.
Nella mentalità antica, la morte è un fenomeno di ‘scandalo’ perché con la scomparsa dell’individuo essa crea una crisi nel gruppo sociale ristretto cui appartiene. Il momento della morte conclude l’esperienza di un soggetto attraverso quella che è stata giustamente definita come una doppia performance: tutti i rituali, gli oggetti di corredo, la tomba, il trattamento del defunto da parte del gruppo parentale del morto e le scelte individuali del defunto stesso convergono in una sorta di rappresentazione collettiva. In questa messa in scena pubblica si percepisce il ruolo attivo di negoziazione dei valori propri della cultura cui appartiene il morto e del suo gruppo parentale-sociale: la performance funeraria può legittimare nuovi stili di vita, affermare nuove concezioni o scegliere di aderire alla mentalità comune di una cultura. Per questa ragione si può facilmente intuire come sia difficile decriptare tutti i segni che una sepoltura contiene: segni, appunto, prendendo in prestito dalla linguistica l’unità di base di un codice che va ricostruito.
Le negoziazioni del genere avvengono, infatti, in rapporto all’adesione o meno dell’individuo a un costrutto sociale di cui egli stesso deve essere riconosciuto come parte attiva, ed in archeologia abbiamo detto, se ne percepisce solamente il risvolto materiale: ma è in questa sfida interpretativa che si gioca la capacità di percezione della mentalità antica, come ha insegnato la scuola francese di antropologia del mondo antico e di psicologia della storia.
Sintetizzando, le identità di genere sono basate sulle similarità e differenze ascritte culturalmente e sono indagate in quanto oggetto di ‘negoziazione’ sociale, storica, contestuale: le relazioni di genere, i loro mutamenti e le ideologie correlate sono indagati come uno dei principi strutturanti basilari delle relazioni sociali. Occorre considerare le categorie e le ideologie di genere come variabili e multidimensionali: sono variabili in quanto culturalmente e storicamente determinate, e, dunque, dipendenti dalle diverse situazioni temporali e contestuali; sono multidimensionali in quanto nella maggioranza delle società esistono più di due generi ed anche perché all’interno dello stesso contesto, alle identità di genere possono essere attribuiti significati diversi in relazione alle categorie d’età e ad altre differenziazioni sociali o culturali.”

Di tutta questa complessità di generi, di compiti e di ciò che i corredi funerari ci dicono, ne abbiamo fatto volentieri a meno. Dondlon infatti ricorda come si siano sempre realizzate attribuzioni sessuali delle tombe o dei corredi, sulla base di associazioni universali e rigide prefissate sul genere, il che inevitabilmente influiva sulle conclusioni a cui si giungeva. Le conclusioni di varie ricerche hanno mostrato una tendenza sospetta a contare un numero maggiore di individui di sesso maschile che femminile, dovuta alla propensione a considerare come ma­schili dei resti che in realtà sono indeterminati.
Il metodo più comune di attribuzione a un genere di resti umani si basa principalmente sul corredo depositato nella sepoltura: quindi le tombe con corredo di armi sono interpretate come maschili, ignorando il fatto che presso alcune società le donne potevano partecipare all’arte della guerra o che potrebbero essere lì per una serie di altre spiegazioni. Nell’eventualità in cui vi siano corredi fuori dalla norma si cercano spiegazioni ad hoc per questi. Se si trova un oggetto d’importazione o qualche oggetto di grande pregio in una tomba femminile si afferma che è un regalo o un simbolo della ricchezza che l’uomo ostenta attraverso le donne. La Ehrenberg ancora, ci mostra uno degli esempi tipo:

“Un esempio del Nuovo Mondo che ha fatto molto discutere è la scoperta di giavellotti, in alcune donne della cultura Knoll, fiorita nel Midwest del Nord America nella seconda metà del II Millennio a. C. Nella letteratura tradizionale sono state avanzate numerose ipotesi per poter evitare la conclusione ovvia secondo cui le donne, come gli uomini, andavano a caccia: si disse che queste armi dovevano avere un significato cerimoniale, che appartenevano ad un esercito di amazzoni o che costituivano l’eredità di una famiglia o un gruppo.”

Insomma, un uomo può essere ricco, coraggioso, combattente, una donna può ricevere solamente un’eredità o almeno questo traspare. Avanzando un po’ negli anni e scomodando alcuni autori del passato come Cesare, Tacito, Strabone, Procopio di Cesarea, vediamo che in realtà le donne non avevano solo una funzione passiva, come invece ci hanno tramandato. (Non ce lo dovevano dire di certo loro, però.) Nella descrizione che Cesare e Tacito compiono delle civiltà celtiche, ad esempio, c’è largo spazio per le donne. Vengono infatti descritte come guerriere, druide, capi, consigliere, ma quello che questi autori sostenevano non è stato preso in considerazione dagli storici moderni. Gli studiosi e gli storici hanno pensato che queste narrazioni della società celtica femminile fossero sicuramente delle esagerazioni, solo storielle, per contrapporre le celtiche alle romane accentuandone le divergenze, per portare a Roma un po’ di esotismo. Gli stessi autori però sono considerati estremamente autorevoli nella descrizione di battaglie, degli usi e costumi celtici (maschili), insomma a chi figli e chi figliastre.

Se pensiamo per un attimo alle donne che la Storia ci ha tramandato sono tutte o emblema della maternità, della carità, dell’amore cristiano e filiale o al contrario disinibite, pazze furiose, impulsive assassine. In entrambi i casi si mettono in evidenza pochissimi fatti della loro vita, che tendono o a glorificare le prime o a condannare le seconde. Non c’è una via di mezzo e soprattutto non c’è mai una narrazione oggettiva delle donne, sempre ad esempio viene messo in evidenza quando si parla nella storiografia di donne, il loro aspetto fisico. Avete mai sentito nulla sul fisico di Giustiniano? O sulle sue abitudini sessuali? La moglie Teodora è stata invece martoriata da subito, da Procopio di Cesarea che dice:

“Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena (Teodora faceva la ballerina), poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini e fare la ballerina né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.
Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria.”

Messalina e Britannico

Ma voi ve la ricordate la madre dei Gracchi? Che manco le danno un nome povera stella (si chiamava Cornelia), il suo unico merito per la storiografia è essere proprio la madre di Tiberio e Gaio, e su ogni libro c’è quella roba oscena: cioè che Cornelia dice ad un’altra matrona, che ostentava le sue pietre preziose: «haec ornamenta mea» – ecco i miei gioielli– in riferimento ai suoi figli.
Di contro a Cornelia, parecchio tempo dopo avremmo Messalina. Mentre Cornelia è l’incarnazione della pia donna, Messalina… no. Sono tramandate su di lei le storie più squallide, più oscene: in realtà l’accanimento contro di lei è dovuto alla sua posizione, moglie dell’imperatore Claudio, donna risoluta, potentissima, voleva solo che il figlio Britannico diventasse imperatore (niente che non hanno fatto prima o dopo, pensiamo ad Agrippina che ci ha regalato quel bel gioiello di Nerone subito dopo), ma non dimentichiamo che il suo quadro estremamente negativo è stato portato avanti specialmente da Giovenale, il cui bersaglio principale erano le donne indipendenti e libere ed è a causa sua se noi diciamo di Messalina le peggio cose. (Per completezza, ricordiamo che Giovenale si scagliava contro i nobili patrizi perché non lo pagavano per oziare e contro gli omosessuali perché erano dei pervertiti contronatura, suo bersaglio furono anche Adriano ed Antinoo, quindi guardate a chi abbiamo affidato la narrazione storica.)
Poi abbiamo Teodolinda, un’altra pia donna, ricordata solo perché fece convertire i Longobardi al cristianesimo, e su questa cosa io non voglio esprimermi oltre perché già è lunga sta roba e se inizio con i Longobardi non finiamo più: comunque non è stato quello il suo miglior momento (migliore poi per chi? Per i cristiani?).

Questi sono solo minimi esempi, possiamo citarne tantissimi, pensiamo a come ci vengono narrate le storie delle donne più “importanti” come Giovanna d’Arco, Elisabetta I, Maria Antonietta, sono tutte belle e dannate, magari senza figli quindi non proprio il linea con l’essere donne, che hanno costruito su di noi gli uomini. La narrazione storica sulle donne ha tramandato più giudizi che fatti, per non parlare di quante donne la Storia non ci ha mai parlato?

Boudicca

Di Boudicca ad esempio, capo-tribù degli Iceni, che ha guidato la rivolta britannica contro i Romani nel 60-61 d. C. distruggendo la colonia di Camulodunum e Lundinum, mentre contemporaneamente la regina dei Briganti (popolazione della Britannia del Nord) era Cartimandua. (Quindi forse Cesare e Tacito avevano ragione, ma vabbè.)
E che dire di Zoe Porfirogenita (una delle mie donne preferite), dal 798 al 1050 governa l’Impero Bizantino, fa assassinare il suo consorte Romano III Argiro che voleva per forza un erede. Il suo secondo marito Michele IV morì dopo pochi anni di matrimonio. Dopo aver reso erede il nipote Michele V, fu proprio lui a osare allontanare Zoe dalla corte: il popolo insorse ferocemente, era Zoe l’imperatrice, nessun altro poteva governare. Dopo che Michele V fu accecato, imprigionato e poi ucciso, arrivò a condividere il trono con Zoe, la sorella Teodora. Insieme le due basilisse promulgarono leggi contro la compravendita di cariche, apportarono migliorie all’amministrazione civile e militare, durante il loro regno venne istituito un tribunale con il compito di indagare sugli abusi del loro predecessore. Zoe si risposò, e alla morte di lei e del marito Costantino IX, Teodora governò da sola fino alla morte, senza mai sposarsi.
Ci furono altre donne bizantine importantissime tra cui Irene d’Atene, imperatrice dal 797 all’802, ed Eudocia Macrembolitissa (regnante dal 1021 al 1096). Sovrana illuminata e grandissima letterata, entrambe riuscirono a governare il regno da sole, ma sono moltissime le sovrane orientali, così come quelle occidentali che hanno avuto un ruolo importantissimo nella politica, di cui non si sa nulla.
Rimanendo a Bisanzio nomino anche Anna Comnena (1083 – 1153), principessa ma soprattutto storica, scrisse una cronaca l’Alessiade, importantissima opera attraverso cui si possono ricostruire i fatti tra il 1081 – 1118, mai studiata lei, eh.
La storiografia ha sempre evitato di citare le donne e la tendenza a parlare solamente di pie donne e solo di minuzie per quanto riguarda il mondo femminile lo ritroviamo in tutte le parti dell’universo, Giorgia Sallusti qualche giorno fa nel suo articolo Le voci femministe dell’islam, trattando la questione femminile e le protagoniste attuali del femminismo nel mondo arabo, parla brevemente anche della storiografia araba dicendo:

“L’impareggiabile lavoro di Mernissi è stato quello di ricostruire la storia delle donne di potere nell’islām che la storiografia ufficiale tende a dimenticare con colpevole negligenza; e lo fa a partire dalla prima donna che sceglie lo spazio pubblico per la politica: ‘Ā’išah, moglie del Profeta e prima musulmana a rivendicare una carriera politica, era «la donna più sapiente fra le genti in materia di scienze religiose, e quella che aveva maggiori conoscenze», così la descrive Ibn Haǧar Al-‘Asqalānī Al-Isābah fī Tamyīz al-Ṣaḥābah, storico e giurista arabo sciafeita del XV secolo. È lei a guidare la prima sanguinosa resistenza armata contro un califfo, nell’anno 658, il trentaseiesimo dell’ègira, mettendosi alla testa di un’insurrezione contro il quarto califfo ortodosso, ‘Alī Ibn Abī Ṭālib. Questo scontro è ricordato come waqa’at al-ǧamal, la «battaglia del cammello», con riferimento a quello cavalcato da ‘Ā’išah, la sola donna sul campo. ‘Ā’išah è la prima a violare gli ḥudūd, a oltrepassare la frontiera tra il territorio delle donne e quello degli uomini, a incitare all’omicidio, uscendo dall’harem e mettendo in discussione la prerogativa maschile di muover guerra. […] Le donne presenti nella storia ufficiale, quella compilata dagli uomini, sono le sante e le figure legate alla famiglia del Profeta, e tra i primi sufi compare una donna di Basra, Rābi’a al-‘Adawiyya. Si dice che fosse una schiava, liberata dal padrone che aveva riconosciuto in lei le caratteristiche dell’ascesi e della santità. Rābi’a diventa in effetti un’asceta dedita al misticismo e alla castità, e riunisce attorno a sé un gruppo di discepoli. L’essere donna non rappresenta mai per lei un ostacolo al suo prestigio e al suo cammino verso dio attraverso l’amore: «O Dio […] non lesinarmi la tua eterna bellezza» canta una delle sue invocazioni ripetuta nei secoli.”

Ho studiato per tutta la vita le materie definite umanistiche, rendendomi conto anno dopo anno di essere esclusa, in quanto donna, da tutto ciò che il mondo è stato, ed è oggi. Per conoscere la nostra storia, si devono compiere studi da parte, paralleli a quelli ufficiali. La storia delle donne, l’archeologia femminista, l’archeologia e l’antropologia di genere, ancora, purtroppo, non rientrano in nessun programma (neanche in quelli universitari). Non sarà arrivata l’ora di cambiare registro e appropriarci del nostro passato per vivere meglio il nostro presente?

Umanesimo, Periodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del 14° sec., e culminato nel 15°: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis. […]  Con riferimento, esplicito e implicito, all’U. quale periodo storico, il termine è usato infine per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua ‘dignità’ quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica.

Questa è una delle tante definizioni di umanesimo e credo sia arrivato il momento di impegnarci quanto più possibile, per fare in modo che quell’amore per la concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, possa diventare l’amore per la concezione di umanità tutta, indipendentemente da sessi e generi e della dignità di ogni persona come autrice della sua storia.


Bibliografia

CAMMARATA Valeria, Donne al microscopio. Un’archeologia dello sguardo femminile, Edizioni ETS, Pisa, 2013.

CESARE, De Bello Gallico, a cura di M. Serrao, Signorelli Scuola, Milano, 1990.

COMNENA Anna, L’Alessiade, Nabu Press, Firenze, 2012.

CUOZZO Mariassunta, Prospettive teoriche e metodologiche nella interpretazione delle necropoli: la PostProcessual Archeology, in AION ArchStant n.s. 3, 1996.

DIAZ ANDREU Margarita, Identità di Genere e Archeologia: una visione di sintesi, in Archeologia teorica, X ciclo di lezioni sulla ricerca applicata in Archeologia, Terrenato, Firenze, 2000.

DI POCE Rossana, Le donne in Etruria tra Orientalizzante ed Arcaismo, C.I.R.S.De – Università degli studi di Torino, 2007.

DONLON Denise, Imbalance in the sex ratio in collections of Australian Aboriginal skeletal remains, in H. DU CROS, L. SMITH (a cura di), Women in Archaeology. A Feminist Critique, Canberra, 1993.

EHRENBERG Margaret, La donna nella preistoria, Mondadori, Milano, 1992.

GIOVENALE, Satire, a cura di E. Barelli, BUR, Milano, 1976.

KAISER Alan, Archaeology, Sexism, and Scandal: The Long-Suppressed Story of One Woman’s Discoveries and the Man Who Stole Credit for Them,  Rowman & Littlefield Pub Inc, Lanham, 2014.

NICOTRA Laura, Archeologia al femminile. Il cammino delle donne nella disciplina archeologica attraverso le figure di otto archeologhe classiche vissute dalla metà dell’Ottocento, L’Erma di Bretschneider, Roma, 2004.

OSTROGORSKY Georg, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, 2014.

PROCOPIO DI CESAREA, Storie segrete, a cura di F. Conca, BUR, Milano, 1996.

SALLUSTI Giorgia, Le voci femministe dell’islām, su Altri Animali, 2020.

TACITO, Annali, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1981.

TACITO, La vita di Agricola, La Germania, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1990.

Maschere di donna – Enchi Fumiko

“Per essere certi che quelli generati dalle donne fossero sicuramente figli loro, per millenni gli uomini hanno fatto cose incredibili: hanno considerato un crimine o un peccato l’adulterio, hanno inventato le cinture di castità, ma alla fine non sono riusciti a carpire neppure uno dei segreti femminili. Anche il sadico malanimo di Buddha o di Cristo verso la donna non è altro che un tentativo di sottomettere un avversario col quale non potevano competere. Per quanto riguarda questo punto io mi sono dato la regola di non andare oltre una certa linea, nel mondo delle donne.”

Dopo la Restaurazione Meiji del 1868 le donne iniziano a riemergere nel panorama letterario giapponese, firmando alcune delle opere più importanti della letteratura. Tra queste ai primi del ‘900 c’è anche Enchi Fumiko, autrice di Maschere di donna, Marsilio Ed. appena letto (e di tanti altri romanzi), che diventa portavoce di una rinascita della letteratura classica di XI secolo. Nata a Tokyo nel 1905, aveva la letteratura nel sangue: il padre Ueda Mamen era filologo e letterato, inoltre c’era una grande passione per il teatro in famiglia che ha interessato anche l’autrice.
Maschere di donna venne pubblicato nel 1958. Non so dirvi bene chi sia la protagonista, se Toganoo Mieko la suocera o Yasuko, la nuora. Le due sono legate da un filo indissolubile e c’entra ben poco la parentela. Ad unirle sembrerebbe esserci un legame saffico, ma poi si scoprirà che è molto più di un’intesa passionale.

Il romanzo è diviso in tre capitoli che si ricollegano alle maschere del teatro nō.
Ryō no onna: donna tormentata da un amore non corrisposto, legata al personaggio di Toganoo.
Masuganni: giovane dalla mente instabile che è legata al personaggio di Harume, che appare poco nella storia ma che è importantissimo ai fini della trama ed è descritto in maniera magistrale. Harume è una ragazza bellissima, ma ha ritardi mentali, è un burattino nelle mani della madre ed è l’unico personaggio del libro a trasmettere un’intensa tenerezza, nonostante le tragedie che invadono le vite di tutti i personaggi.
Fukai: donna afflitta dal dolore per la perdita di un figlio, che equivale a Mieko, che di figli ne perde due alla fine.

Il teatro nō tratta principalmente di fantasmi e di spiriti da placare, elementi molto presenti in Maschere di donna, in cui l’autrice fa riferimento anche al Genji monogatari, uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto nell’XI sec. da Murasaki Shikibu che tratta principalmente degli amori di Genji, della sua storia e delle sue concubine, ma anche qui sono presenti demoni, spiriti e fantasmi che tormentano le vite dei vivi e di donne, delle loro caratteristiche, dei loro sentimenti.
I riferimenti a quest’opera in Maschere di donna sono moltissimi, in particolare è presente una lunga digressione, viene infatti inserito un saggio scritto da Toganoo Mieko sul fenomeno della possessione della concubina Rojukō che appare nel Genji monogatari. Il saggio inserito e perfettamente amalgamato al romanzo, è molto importante sia per capire in parte la storia di Genji e avere chiari alcuni riferimenti all’operam sua anche per interpretare meglio la figura di Mieko.

La studiosa Mieko è sempre rappresentata come elegante e raffinata, ma pare nascondere qualcosa di terribile. Gli altri personaggi: la nuora Yasuko e i suoi pretendenti Ibuki Tsuneo e Mikame Teyoki non sembrano avere una loro coscienza, sono manovrati, spinti da forze sconosciute, pilotate da Mieko.
Il romanzo è un continuo agire e riflettere sulle proprie strane azioni, svelando lentamente il piano di Mieko.
Tutta la narrazione è pervasa da una grandissima sensualità, il legame tra nuora e suocera ha qualcosa di estremamente voluttuoso, l’incantevole Harume che si sottomette totalmente a Mieko, e il continuo e placido corteggiamento di Ibuki e Mikame contribuiscono a caricare il romanzo di erotismo.
La narrazione è anche molto lenta e ovattata, non ci sono grandi colpi di scena, ma lente risoluzioni, la scrittura però è spettacolare e la trama è così seducente che è molto difficile staccarsi da questo libro. È un tipo di scrittura molto diversa, almeno rispetto alle nostre letture solite, che hanno tempi strettissimi, ritmi incalzanti, exploit ed epifanie.

È un libro che si prende tutto il tempo, tanto da poter inserire un saggio al suo interno e comunque non risultare pesante e poco accattivante. I personaggi sono tutti ammalianti ed interessanti, insomma è una lettura che consigliamo tantissimo, perché ci ha molto sorpresi e adesso non vediamo l’ora di recuperare altro di questa autrice, prima però vi lasciamo con la pillola musicale dell’avvocato:

Il pene del Senpai, Yoichi Abe.

Prima o poi tutti ci ritroviamo alle prese con una cotta. Una cotta magari passeggera, con tranquillità svanisce subito, ma ci sono quelle che sono alimentate da una serie di ambiguità e dolcezze che per chi le fa sono semplici gentilezze… ma per chi le riceve: incontrastabili conferme di un interesse profondissimo. Allora ci fissiamo, stiamo male, ma soprattutto desideriamo ardentemente proprio quella persona. Una persona a cui noi pensiamo intensamente, che oscura ogni altra possibilità, insomma quella persona che vogliamo a tutti i costi e che magari anche noi stessi depistiamo per non esporci troppo, parlandole di altri, arretrando quando si avvicina, insomma… tira e molla a parte, la cotta rimane e sarebbe così bello poter avere quella persona anche per poco, ma se ci fosse la possibilità di avere almeno una sua parte?

È più o meno così che inizia Il pene del Senpai di Yoichi Abe, un brillantissimo manga che descrive un mondo in cui si può tranquillamente tagliare il pene dagli uomini, senza che loro provino particolare dolore, ma soprattutto senza che l’appendice stessa ne risenta particolarmente. Insomma questa ragazza perdutamente cotta di un bellissimo ragazzo è proprio risoluta ad avere con sé almeno una parte di lui… quindi perché non il pene, visto che tagliarlo non ha grandi ripercussioni?

Il concetto base del manga è assolutamente geniale, i disegni sono kawaii, infatti pur parlando di peni l’erotismo è quasi del tutto assente. Non è sull’aspetto sessuale che Yoichi Abe si sofferma, ma più che altro va a delineare i rapporti che le ragazze hanno con i peni e con l’altro sesso in generale. Si parla di questo in 7 piccole storie che hanno come protagoniste ragazze diverse che si rapportano a questo “potere eviratore senza sforzo“. Si parla di coppie, della difficoltà di trovare una persona che piaccia completamente, della difficoltà di rimanere in una relazione, dei tradimenti, insomma di quello che capita tutti i giorni in ogni coppia: non sarebbe quindi meglio fare a meno del pacchetto relazione e usufruire solo del pene? Che tra l’altro non dà grossi disturbi, è relativamente docile, mangia anguria, deve essere un minimo controllato visto che tende a volersi riunire con la restante parte del corpo, ma tutto sommato meglio di fare la conoscenza con tutti gli amici, delle gelosie etc. etc.

Non essendo pratica della nomenclatura giapponese ero fermamente convinta che a scrivere questo originalissimo manga fosse stata una donna. A parte alcune scene creepy: tipo un pene che viene frullato e che quindi per una sensibilità verso il proprio corpo, pensavo non potesse uscire fuori da un uomo, in questo fumetto i personaggi maschili escono veramente a pezzi. Questo mi aveva fatto propendere su un’autrice donna, che va a riequilibrare una situazione in cui generalmente è la donna ad essere sessualizzata, utilizzata e soprattutto è sempre il corpo della donna ad essere particolarmente esposto. Qui abbiamo il contrario, l’uomo viene pensato non solo in quanto uomo ma soprattutto come portatore di pene. La personalità dei personaggi maschili non esiste a parte in una storia, tutto si muove solamente in relazione alla loro appendice. Questa spersonalizzazione degli uomini va a tutto vantaggio di una personificazione del pene. La cosa più bella è che comunque, come abbiamo riferito prima, non ci sono delle forti componenti sessuali quindi in realtà il pene non è solo soggetto del desiderio sessuale femminile, ma diventa il soggetto di una relazione a discapito dell’uomo stesso. Questo capovolgimento degli infelici standard e stereotipi a cui siamo sottoposte è molto intrigante e lo è ancora di più se a farlo è un uomo. Spazio ha ovviamente il piacere femminile, anche se non è manifestato molto a livello visivo, si parla molto del sesso per piacere e non come manifestazione più alta del sentimento amoroso, come viene dipinto sempre l’atto sessuale per le donne. Le donne provano piacere e non ci deve essere per forza un sentimento dietro e come dimostra questo fumetto, non ci deve essere dietro neanche necessariamente una persona. Ho trovato intelligentissima la linea narrativa di questo fumetto anche perché si lega alla masturbazione femminile che è sempre e comunque un tabù. Non solo appaiono peni recisi che saltellano dai corpi da cui sono stati tagliati, ma ci sono anche vibratori e altri strumenti di piacere, ma soprattutto il piacere femminile è al centro della narrazione. Il pene sostituisce l’uomo perché dà il piacere che serve senza tutto il resto e aiuta la donna a raggiungere un piacere disinteressato: quello che succede con la masturbazione, no? [Ora io non vorrei dilungarmi tanto su questo argomento, ma posso rimandarvi a chi di queste cose ne tratta sempre e soprattutto molto molto meglio di me, quindi se volete conoscere qualche opinione in più QUESTA è la cosa giusta da leggere! (E direi che potete anche seguire sessolopotessi su ig!)]

Posso dire che ho riso tantissimo mentre leggevo questo fumetto, alcune scelte grafiche e narrative sono così originali e surreali che veramente sono divertentissime. Nonostante questo lascia spazio alla riflessione perché anche se si parla in fondo di qualcosa di impossibile, riesce a far trasparire una vivida visione della quotidianità femminile che altri prodotti più realistici non trasmettono.

Concludo con un ringraziamento al signor Yoichi Abe che oltre a farci crepare dal ridere è anche riuscito a descrivere le donne non solo come amanti dell’amore, pulitine, senza il minimo briciolo di desiderio, ma come persone che hanno pulsioni, che fanno delle battute grevi, insomma, come siamo davvero.

Pensiero Madre, a cura di Federica De Paolis.

In Pensiero madre, edito da Neo Edizioni, sono raccolti racconti di autrici italiane e non, da Veronica Raimo a Chiara Valerio, da Carla D’Alessio a Silvia Cossu. Sono racconti che non solo si soffermano sulla maternità e sull’essere madri oggi, ma anche sull’essere donna. Pensiero Madre attraverso i suoi racconti più o meno autobiografici, presenta un quadro con voci di donne diverse, cercando innanzitutto di abbattere lo stereotipo n° 1: la donna tipo non esiste.

Pensiero-madre.jpgAlcuni racconti parlano di una maternità desiderata molto, di una lotta contro il tempo, contro la biologia, ma anche contro la società che ancora bolla le donne che non vedono nella maternità il fine ultimo della vita, come persone quasi non del tutto formate, come se il non voler mettere al mondo un figlio possa essere un handicap. Alcune donne si sentono messe alle strette, vedendo allora la maternità non come un desiderio, ma come un obbligo. Il racconto di Taiye Selasi parla proprio di quanto la società insista sulla condizione della donna madre/moglie attraverso programmi, articoli, riviste che pressano le donne single e non madri. Un figlio e prima una gravidanza cambiano tutto: i rapporti, il tempo, le abitudini e non tutte le donne sono pronte a questo stravolgimento, non tutte lo vogliono e questo non implica essere meno donna delle altre.

In Pensiero Madre si fa leva anche sull’essere figlie, Chiara Valerio nel suo racconto, dopo uno spauracchio, è e rimane figlia e si trova a riflettere sulle madri partendo dalla sua. “Tutte le ore sono delle madri. Essere madre è come avere tutto il tempo.” Essere madre è preoccuparsi sempre, fare e dare il meglio, avere tempo da dedicare. Passare da figlia a madre non è facile e lo dice anche Camilla Costanzo nella sua lettera ad una madre presente, che fa sempre la cosa giusta e di cui ha bisogno, da quando sente il desiderio di creare un’altra vita.

È ovvio che si parli anche di gravidanze inaspettate, prese bene o anche male. Uno dei racconti che ho trovato più fresco e completo è quello di Cinzia Bonnol che in pochissime pagine riesce a parlare di aborto, maternità, religione, etica, differenze razziali e anche di quanto l’atac possa essere una piaga. Una delle protagoniste di questo racconto non ha detto a nessuno di voler abortire, perchè pur sapendo di non andare contro nessuna legge ha paura del giudizio degli altri. Questa paura del giudizio non fa altro che sottolineare quanto sia difficile essere donna anche nella società moderna, che sembrerebbe pronta ad eliminare pregiudizi, stereotipi e malelingue, ma è ancora lontanissima dal farlo. Pensiero Madre è una lettura che le donne dovrebbero fare: aiuta a riflettere e testimonia le storie di chi, fregandosene del giudizio degli altri, ha imposto il suo modo di essere donna ed è magnificamente in piedi.

Né la maternità, né l’aborto, né la sterilità dovrebbe essere un metro di giudizio per farsi un’opinione. La società non può e non deve entrare nelle scelte personali. Essere donna può significare essere realizzata, madre, single, figlia, essere una donna significa quello che una donna vuole essere e grazie a Pensiero Madre, ogni donna potrebbe prendere più consapevolezza di questo.


Il link rimanda alla pagina del prodotto su amazon a cui siamo affiliati, se volete comprare i libri e sostenere noi ed il nostro blog sarebbe un ottimo metodo e vi ringraziamo in anticipo!

Vi ricordiamo che siamo anche qui: Tararabundidee su facebook e instagram ❤

Da Turing alla letteratura sulla Seconda Guerra Mondiale: piccolo grande excursus.

Come avevamo già scritto su facebook, abbiamo visto The Imitation Game sotto l’insistenza di Netflix che lo faceva apparire come primo suggerimento con il 94% di compatibilità. Lo abbiamo visto e siamo rimasti così colpiti dalla storia che eccoci qui a parlarvene. Il film riprende, romanzandola, la storia del matematico e crittografo inglese Alan Turing che durante la Seconda Guerra Mondiale ha lavorato alla decifrazione del codice tedesco Enigma e che ha portato alla creazione della macchina “Bomba”: antesignana dei nostri computer. Oltre al film, su Alan Turing ci sono molte opere, come ad esempio L’uomo che sapeva troppo di David Leavitt e Enigma. La strana vita di Alan Turing di Francesca Riccioni e Tuono Pettinato.

Dalla visione di The Imitation Game abbiamo riflettuto su quanto la Seconda Guerra Mondiale abbia influito e influisce sulla nostra cultura, non entriamo assolutamente in merito a posizioni ideologiche o politiche, ma abbiamo notato che molto della Seconda Guerra Mondiale è ancora un affascinante mistero. Ecco allora che nascono in continuazione film, romanzi, opere teatrali ambientati negli anni della Guerra, che analizzano aspetti “secondari” andando oltre la descrizione dell’ideologia nazista, dei campi di concentramento e della successiva liberazione e concentrandosi su particolari che sono più spesso tralasciati. Non vorremmo spaventarvi con la mole di questo articolo, non faremo di certo l’apologia del nazismo o la cronistoria di tutti i fatti della guerra, cercheremo solo di consigliarvi libri e film sul tema, iniziando proprio dal film da cui tutto è partito: The Imitation Game.

theimitation2

Nel film la Seconda Guerra Mondiale è visibile solo in alcuni fotogrammi, Turing e fondamentalmente tutti i crittografi di Bletchley Park erano al sicuro, lontano dal fronte, ma dovevano affrontare il tempo e la pressione di dover far vincere la guerra. All’inizio ogni giorno sembra perso: un fallimento; finché Turing non progetta la sua macchina perfetta iniziando così a decodificare i messaggi di Enigma, la macchina per le comunicazioni tedesche. La storia narrata nel film è un altro aspetto della guerra, sembra quasi essere un’altra guerra, senza sangue, persecuzioni, senza armi, ma combattuta attraverso la mente, con le migliori intelligenze. Nel film gli interpreti sono tutti di altissimo rilievo: Alan Turing è Benedict Cumberbatch, il comandante della marina cacacazzi è interpretato da Twin Lannister, cioè Charles Dance, tra i compagni di Turing ci sono Mattew Goode e Alan Leech entrambi attori in Downton Abbey e la splendida Keira Knightley nei panni di Joan Clarke. Il film calca la mano su alcune caratteristiche di Turing: è solitario, autistico molto probabilmente, poco collaborativo, nella realtà invece queste caratteristiche non sono documentate, Turing era molto apprezzato dai colleghi e c’era anche a Bletchey Park una grande collaborazione tra tutti: si lavorava per salvare vite umane, non c’era tempo per le rivalità personali.

theimitation1Uno degli aspetti che più il film ha giustamente messo in risalto, anche se è un aspetto della storia in generale, è che la guerra è un fattore che livella. Fondamentalmente la guerra è generata da uno scontro, da ideologie, bisogni, necessità diverse, ma nel sostrato, chi la guerra la combatte davvero è sullo stesso piano. Uomini, donne, ricchi, poveri, nobili, borghesi muoiono tutti ugualmente perché il nemico è comune e la vita non ha un valore diverso. Nel gruppo di Bletchey Park l’entrata in scena di una donna non desta alcuno stupore (a parte inizialmente). È la necessità a far sì che Joan Clarke non venga discriminata? Siamo convinti che se non ci fosse stata la guerra e la signorina Clarke avesse voluto continuare gli studi, entrare nei circoli e diventare una delle migliori crittografe d’Inghilterra non avrebbe potuto essendo una donna, ma in quel preciso momento serviva un cervello preparato e la necessità ha fatto sì che anche quello di una donna potesse essere preso in considerazione. Sono molte le storie di grandi donne impegnate nella Guerra, come soldatesse, come spie, come dottoresse e così via, poi non si è capito perché dopo la Guerra le capacità che le donne hanno dimostrato di avere, sono state cancellate e sono tornate a fare l’uncinetto e a preparare la cena ai mariti. Proprio sulle donne in Guerra sono nati molti romanzi e film alcuni più romantici, altri più realistici tra cui vi segnaliamo:


Il giardino perduto di Helen Humprheys in cui la protagonista Gwen Davis entra a far parte del Land Army: il servizio di agricoltori militari, descrivendo così un aspetto lontano dalla Guerra ma che ne fa comunque parte. In particolare Gwen guida le Land Girls, le agricoltrici volontarie.
Il confine d’Ambra di Paola Zannoner parla della vita di Anneli, una crittografa finlandese che diventerà, a differenza di Joan Clarke anche una spia, la Finlandia è così a Nord che non rientra nei nostri schemi mentali, figuriamoci se ci ricordiamo che esisteva ed era in mezzo alla Seconda Guerra Mondiale.
Pietrangelo Buttafuoco in Le uova del drago ci racconta la storia di un’altra spia: Eughenia Lenbach, tedesca, prima soldatessa poi spia in servizio a New York e poi spostata nella nostra nazione, precisamente in Sicilia.
Sopravvivere con i lupi di Misha Defonseca parla invece di fuga. La protagonista è una bambina, l’autrice stessa, che una volta persi i genitori si ritrova a dover percorrere tutta l’Europa da sola, fuggendo ed evitando gli uomini, diffidando di ognuno di essi in quanto ritenuti come male ed iniziando a sviluppare una grande empatia con gli animali. Da questo libro è stato tratto anche l’omonimo film, dove Misha è interpretata da Mathilde Goffart che è di una bravura imbarazzante.
C’è poi ovviamente Espiazione di Ian McEwan, anche se il tema portante è un altro, siamo comunque durante la Seconda Guerra Mondiale e McEwan ci presenta dei personaggi femminili, Briony e Cecilia, veramente interessanti. Nell’omonimo film ritroviamo anche Keira Knightley.
La chiave di Sarah di Tatiana de Rosnay parla della storia di Sarah Starzgnski, ragazzina ebrea coinvolta nel rastrellamento a Parigi del 16-17 luglio 1942 che riesce a salvare il fratello chiudendolo in un armadio, richiamandosi in vari punti al Diario di Anna Frank.
Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson che grazie alla protagonista Miriam/Malika parla di un altro tema tralasciato in genere, cioè lo sterminio dei rom ribellatisi alle SS di Auschwitz.
Ancora abbiamo Leni Riefenstahl: La regista di Hitler di Jerome Bimbenet dove letteratura e cinema s’incontrano. Lei è la regista e amante di Hitler ed in questo libro oltre a descrivere la vita della donna si analizza la sua cinematografia e quanto il cinema sia stato importante per diffondere l’ideologia nazista.

theimitation3
Nel film The Imitation Game c’è un altro aspetto che viene preso in considerazione: l’omosessualità. Questa non era perseguitata e vietata solamente dal nazismo, ma anche in Inghilterra ad esempio essere un omosessuale rappresentava un reato. Il matematico Alan Turing lo era e per questo, nonostante le sue intuizioni avessero portato alla vittoria degli alleati e al salvataggio della vita di moltissime persone, fu arrestato e per non rimanere in carcere non potendo lì lavorare, si sottopose alla cura ormonale: la castrazione chimica. L’umiliazione dovuta non solo alla condanna, ma anche a cambiamenti psicologici e fisici, come la crescita del seno, portarono Turing al suicidio nel 1954. L’omosessualità è un tabù ancora ora e proprio per questo delle persecuzioni e degli esperimenti fatti sugli omosessuali non se ne parla molto, ma non mancano comunque libri che affrontano questo argomento e che parlano della difficoltà di vivere la propria sessualità in uno dei tempi più bui della storia dell’umanità.


L’ideologia della purezza della razza, dell’uomo alfa, della virilità aveva conquistato la comunità gay tedesca, che in un primo momento venne tollerata dal nazismo perché c’era bisogno di proseliti, dopo la Notte dei lunghi coltelli però la tolleranza verso gli omosessuali finisce. Sono accusati oltre che di perversione, di essere un ostacolo alla crescita della nazione (non possono adempiere ad uno dei compiti più importanti: la procreazione), sono perseguitati, deportati nei campi di concentramenti e nella maggior parte dei casi sottoposti ad esperimenti. Di tutto questo si parla in Nazi gay. Omosessuali al servizio di Hitler di Fabrizio Bucciarelli.
AIMEE & JAGUAR di Erica Fischer narra invece la storia d’amore tra Lily, la perfetta donna ariana, sposata ad un soldato con 4 figli e Felice, donna ebrea, la loro storia d’amore sboccia nel 1942 per poi finire tragicamente (no non è uno spoiler, solo la verità: non poteva finire altrimenti in questa situazione, satebbe stato un libro di fantascienza).
L’autobiografia di Pierre Seel non è stata pubblicata in italiano (questa è un’edizione inglese I, Pierre Seel, Deported Homosexual), ma è un testo fondamentale per capire come venissero trattati gli omosessuali. Parlando infatti della sua esperienza nei campi di concentramento, parla delle torture a cui i gay erano sottoposti. Perre Seel è l’unico ad aver denunciato i trattamenti fatti dai nazisti agli omosessuali.
Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista è un saggio di Lorenzo Beredansi che parla di come è stata affrontata l’omosessualità dal fascismo, ovviamente un ostacolo allo sviluppo e il contrario del modello di uomo e di virilità che si voleva diffondere.
Io sono vivo e tu non mi senti di Daniel Arsand parla invece non solo di una storia d’amore omosessuale, ma soprattutto di come è stato accolto un gay dopo la prigionia, quando tutti sapevano quale crimine avesse commesso.

Oltre a questi titoli sono tantissimi i libri che trattano della Seconda Guerra Mondiale, tra cui sicuramente Max di Sarah Cohen Scali dove s’illustra il programma Lebensborn, destinato a preservare la razza ariana e far nascere individui puri; Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut uno dei libri antimilitaristi per eccellenza, dove si narra la storia di Billy Pilgrim, traendo dalla personale esperienza dell’autore che lo vide impegnato nei bombardamenti di Dresda o ancora La svastica sul sole di Dick dove s’immagina un nuovo mondo, perché Germania e Giappone hanno vinto la Guerra, imponendo il totalitarismo nazista dovunque.

Potremmo ancora continuare per molto tempo, ma è ora di fermare questo lunghissimo sproloquio. Speriamo di aver dato qualche spunto a chi è appassionato di questo tema o di questo periodo storico e di aver incuriosito chi non lo è.

div

Vi ricordiamo che siamo anche qui: Tararabundidee su facebook e instagram ❤

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑