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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

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Il corpo che vuoi, A. Kleeman.

Prendiamo A, B e C e facciamoli recitare nel mondo perverso in cui viviamo. Carichiamoli di problemi, di angosce, di male di vivere. Richiudiamoli in un piccolo spazio, facciamoli muovere in un ambiente abitudinario, fisso, sempre uguale. Ora iniziamo a smussare i contorni dei protagonisti, rendiamoli inconsistenti, sfumati, iniziamo a confondere A e B, non le riconosciamo e dopo un po’ anche C inizia a sfuggirci.

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Non sappiamo cosa avete capito, ma questi sono solo alcuni degli ingredienti de Il corpo che vuoi, edito da Edizioni Black Coffee, romanzo d’esordio di Alexanda Kleeman. Un romanzo spietato, che parla all’anima dei lettori attraverso la corporeità, la fisicità dei protagonisti. Il corpo che vuoi mette in primo piano l’apparire. A e B hanno un rapporto malsano con il cibo e con i loro corpi. A vuole essere unica, diversa, riconoscibile per le sue peculiarità, per il suo fisico, ma si confonde in un mondo che vede gli esseri umani come tutti uguali. La televisione ha completamente appiattito le personalità. Le pubblicità fanno sì che tutti desiderino e comprino le stesse cose, in centri commerciali, supermercati che sono luoghi non luoghi, uguali ognuno all’altro. Si può cambiare zona, paese, ma il risultato è lo stesso, non si ha più una volontà propria, si è smarriti, persi.

tumblr_nlyrzl2dJh1u5vzw4o1_500Chi siamo? C’è davvero differenza tra noi e la nostra coinquilina? Non facciamo le stesse cose? Non viviamo la stessa vita?

Entrare nel corpo di A è facile. Puoi essere lei perché lo sei già, non c’è bisogno che il lettore cerchi chissà che cosa per immedesimarsi. Vogliamo tutti essere speciali ed unici, vogliamo essere amati, vogliamo essere. Quello che lascerà il lettore a bocca aperta non sarà solo essere A, diventare in pratica il protagonista del romanzo, ma sarà entrare nella luce.

“Sto parlando di te. Di chi ti sta rovinando. Sei tu stessa o qualcuno vicino a te, una persona che ti assomiglia così tanto che nemmeno tu riesci a distinguerla dal tuo riflesso? Dimmi, ti capita mai di guardarti allo specchio e scambiare il volto che vedi per il suo? Io ti guardo e vedo che hai i contorni sfocati. Non sai dove finisci. Sei avvolta da un senso di vaghezza. E non mi riferisco a una sorta di aurea. Questa vaghezza è indice della disgregazione in atto nel tuo organismo, sottoposto a eccessiva pressione. Dimmi, condividi intimamente la vita con qualcuno? Un’amica o un ragazzo? Qualcuno che ti sottrae tempo e non ti dà niente in cambio? Ti sei assicurata che non ti stia rubando la luce? Che il buio che emana dal suo corpo non sia penetrato nel tuo per mezzo dell’aria che respiri, dell’acqua che bevi, delle cose che tocchi, eccetera eccetera?”

Strizzando l’occhio a The Handmaid’s Tale, la Kleeman, crea una società nuova in cui c’è una Chiesa in cui al centro c’è il cibo. Cibo ombra e cibo luce che nutre e aiuta il fantasma luminoso che c’è in noi a eliminare ogni ricordo della corporeità, dell’essere fisico, per entrare nella luce, per essere pura incorporeità e nello stesso tempo eliminare ogni individualità. Attraverso regole ferree, grazie al lenzuolo bianco che copre gli adepti, sono appianate tutte le differenze. La paura di A di non essere riconosciuta, di non essere qualcuno diventa ora lo scopo da perseguire, l’obbiettivo a cui tendere.

Il corpo che vuoi è un romanzo potente e disturbante. Non è da leggere tutto d’un fiato, al lettore serve tempo. Deve riflettere, capire, riprendersi dai turbamenti che la Kleeman provoca. Deve digerire con calma le riflessioni di A, la critica che l’autrice fa del mondo in cui viviamo. Attraverso una scrittura descrittiva, esatta, la Kleeman con una mano ti rovista nello stomaco (l’organo che ha il posto d’onore in questo romanzo) facendoti provare sensazioni fisiche, non solamente suggestionandoti mentalmente.

La pagella dell'avvocato Hautecourt (1)

Mettetevi comodi e fate un respiro profondo, quello che leggerete sarà delizioso e distruttivo come una Kandy Kake.


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Happy Hour, Mary Miller.

Le edizioni Black Coffee sono bellissime: formati compatti, disegni minimal e colori sgargianti che fanno pensare a storie fresche, vivaci e che ben nascondono lo sfacelo narrato al loro interno.

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In Happy Hour libro dalla splendida copertina rosa fluo, è narrato lo sfacelo di 16 donne, scritto da Mary Miller che anche nel suo Last days of California è attenta a riportarci la visione di personaggi femminili. Ogni donna vorrebbe leggere di donne forti, soddisfatte, che non si fanno mettere i piedi in testa, donne che lottano con le unghie e con i denti per ottenere ciò che vogliono. Dimenticatele queste donne se volete approcciarvi ad Happy Hour, dimenticate l’esaltazione del genere femminile, la forza del nostro sesso.

Qui le donne sono tutte ugualmente alla deriva, le loro vite sono scialbe, grigie ad ogni pagina si respira insoddisfazione. Le donne di Happy Hour sono quasi tutte senza nome, così è più facile per il lettore appropriarsi di quelle vite dannate, entrarci con tutte le scarpe. Nelle vite di queste donne c’è sempre un uomo, di quelli che non dimostrano mai affetto, ma soprattutto che non sanno cosa sia il rispetto; si descrivono coppie mal assortite dove lui è il macho senza cuore e lei la vittima impotente. Queste donne non possono trovare pace neanche nelle altre relazioni, nelle amicizie, sono sole perché vogliono esserlo e la loro vita tocca il fondo perché sono inerti. Le donne di Happy Hour sono terribilmente accidiose: sanno che la loro vita fa schifo, vedono che intorno a loro tutto va a rotoli ma non si muovono.

Sono 16 quadri malmessi, graffiati e senza cornice. Potrebbero essere 16 persone diverse, 16 esperienze separate oppure potrebbe essere una sola grande vita di esperienze pessime, una vita senza via d’uscita. Non c’è un racconto meglio dell’altro perché nessuna delle donne descritte potrebbe dire ad un’altra: “Ah! A me non è andata così male!”, no sono una peggio dell’altra, risucchiate in un vortice di dolore, noia, angoscia e innaffiate di alcool.

Quindi ecco, lo confessiamo, a noi non è piaciuto. Il linguaggio della Miller è diretto e cristallino. I personaggi sono ben caratterizzati, con loro ti arrabbi davvero, vorresti tirarle una ad una fuori dal libro e fare a tutte una bella faccia di schiaffi; quindi c’è il pathos, è scritto bene, ma quale ragazza vorrebbe leggere di donne che si umiliano per amore, di donne che non vogliono uscire da una situazione di stallo perché in fondo c’è una briciolina da salvare, di donne che si rifugiano nel fumo, nell’alcool o in un libro (sì le donne della Miller sono almeno lettrici) insomma forza ditelo: chi vorrebbe vedere la propria debolezza alla mercé di tutti? Allora perché leggerlo? Per essere coraggiose, perché prima di affrontare lo sfacelo delle vite create da Mary Miller dobbiamo affrontare il nostro.

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