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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

febbraio 2021

MoranteMoravia. Una storia d’amore, A. Folli

«Erano una coppia leggendaria. Li chiamavano MoranteMoravia, tutto attaccato, come se la loro fosse un’unica vita, come fossero parte di un binomio inscindibile. Eppure non potevano essere più diversi. Ironico, entusiasta, con una grande passione per la discussione e il dialogo, Alberto Moravia era un uomo lontano dal monumento letterario che i suoi contemporanei gli eressero sin dai primi esordi. Giovane, timida e poverissima, Elsa Morante cercava di costruire l’immagine di una donna sicura, ma nascondeva una grande vulnerabilità affettiva, un bisogno estremo di continue conferme.»

La coppia più leggendaria della letteratura italiana del Novecento e non solo, è la protagonista di MoranteMoravia. Una storia d’amore saggio di Anna Folli, edito da Neri Pozza Editore, che indaga vita, morte e miracoli delle due colonne portanti della nostra letteratura moderna, ma soprattutto delinea la loro vita privata e affettiva, guarnendo le meravigliose pagine autoriali con interviste, testimonianze dirette delle persone vicine all’inossidabile duo.

È stato molto interessante leggere il progredire di questo rapporto: la passione del primo incontro, dettato dal caso ma da cui emerse un desiderio comune, la fine delle relazioni passate, fino ad arrivare al matrimonio e agli anni della seconda Guerra Mondiale, che costrinsero i due a stare nascosti per più di un anno nei territori di Fondi per evitare l’arresto di Moravia, di origini ebree. Colpisce come, persino in quel periodo di estremo pericolo, il loro rapporto rasenti quasi l’idilliaco con un modello di vita tra il campestre e il cittadino, tra uova strapazzate e ripetizioni al figlio dei pastori che li proteggevano. Proprio Moravia dirà: «Con tutte le paure che avevamo quello fu uno dei momenti più felici della mia vita». Perché il binomio MoranteMoravia comprende un affetto, un tenersi a vicenda che trascende desiderio e la passione, e che prosegue nonostante la loro separazione: quindi non stupisce che Alberto, negli ultimi mesi della vita di Elsa, la vada a trovare ogni giorno in clinica e che si presenti al suo funerale. 

Non che il loro matrimonio non abbia mai avuto delle ombre o dei momenti difficili, anzi: per le relazioni che entrambi intessono mentre sono sposati si potrebbe quasi parlare di un rapporto aperto ma in cui non si rispettavano le stesse regole. Moravia aveva relazioni fugaci ma vedeva in Elsa il centro del suo amore, e talvolta della sua poetica, riesce a “liberarsi” di lei solo quando incontrerà Dacia Maraini con cui in seguito andrà a vivere; Morante, nonostante non utilizzi mai il suo rapporto con Alberto nella scrittura («Io non facevo parte della sua poetica – ricorderà Alberto –, ma mi amava e forse l’amore per lei era più importante della letteratura») era una donna che amava in modo totalizzante, quasi in totale abnegazione di sé, e che non poteva quindi concepire fino in fondo il linguaggio d’amore del marito («Vorrei fargli sentire delle parole bellissime, una musica tanto potente da riuscire a spiegargli che cosa è la vera bellezza della vita e del mondo»). Quasi per caso si dirige verso altri lidi ed è proprio dai due uomini per cui lei proverà un amore travolgente che si dipaneranno le crisi più forti della coppia, ossia la storia con Luchino Visconti e quella con Bill Morrow, finita in tragedia e a cui verrà dedicata una sezione de Il mondo salvato dai ragazzini.

Due atteggiamenti che si riflettono nel loro modo di lavorare, di scrivere: Moravia metodico, con una routine precisa e scandita dagli impegni; Morante travolta, si fa soggiogare dai suoi personaggi e dalla storia fino a dimenticarsi di bere e mangiare, in un rapporto tra passione e violenza.

«Nel diario la Morante non si vergogna di annotare anche i sogni più scabrosi. Confessa il suo desiderio, che si nutre di sessualità ma anche di tenerezza: “Ora anche con i sensi amo terribilmente A. I miei sensi non sono mai stati così, sempre all’erta, sempre morbidi.” Si censura, cancellando le parole che le sembrano più scandalose.»

La passione tra i due è travolgente. Anche a livello sessuale l’intesa è impetuosa e se è vero che Morante mantiene sempre un certo riserbo nella descrizione della scabrosità, tenendo comunque il tutto velatamente tenero, lo stesso non fa A. che non nasconde le varie relazioni extraconiugali, un puro divertissement. Per Moravia l’amore è Elsa, ma questo non può distoglierlo sessualmente dalle altre donne. Elsa lo sa e se in un primo momento arde di gelosia poi accetta, ma non si capacita fino in fondo del comportamento del marito: «Non mi riesce di essere per te quello che vorrei – gli scrive -. Vorrei esserti così vicina che tu te ne accorgessi e non andassi continuamente via da me come hai fatto finora. Vorrei essere un bene per te, e per questo rinuncerei a me stessa e a tutto quello che mi riguarda.»
Rinuncerà davvero a sé stessa Morante, ma non solo per il suo amato Alberto. Le sue due ossessioni, già citate Luchino Visconti e Bill Morrow la faranno annullare di nuovo, dimentica di tutto, anche di Moravia che le sta accanto: con Morrow vive un amore in cui si ripristinano gli schemi che già c’erano stati nei primi tempi di Moravia, Morante vuole prendersi cura, guarire, vuole sentirsi utile e indispensabile. Morrow è il suo ragazzo celeste dall’odore di nido. Il ragazzo da proteggere dalla droga, dall’alcool, dal suo “morbo pauroso”. Se la Morante sembra quasi accettare le scappatelle di Alberto, Alberto vede in Morrow una minaccia immensa per il matrimonio e infatti le sue previsioni saranno giuste. Accusa Bill di essere esclusivo, di volerlo allontanare da Elsa, ma in realtà si andrà a creare tra i tre un rapporto morboso e malsano. Moravia stesso infatti si prende cura del fragile Morrow quando Elsa è fuori Roma.

«Per lei è impossibile vivere anche le sue relazioni più private senza metterne a parte il marito: non solo gli fa conoscere Morrow ma in qualche modo pretende che anche lui entri nella loro vita.» Si delinea questo stranissima relazione in cui Elsa seppure sia presissima da Morrow, non dimentica mai Alberto, né Luchino Visconti a cui ancora scrive lettere, in cui Morante usa sempre il plurale, ad indicare l’inscindibilità di lei e Morrow. Anche se il rapporto tra lei e Bill non è propriamente esclusivo, deve infatti fare i conti anche con un altro incomodo, Sergio, amante di Morrow e catena che all’inizio lo ha unito alla scrittrice, ma anche con una serie di ragazze e ragazzi con cui Bill s’intrattiene continuamente. Alberto in questa crisi coniugale consiglia Elsa, diventa confidente di questo rapporto estremamente problematico che riesce perfino ad allontanare la Morante dalla scrittura. Bill è irrequieto, instabile ed Elsa lo diventa insieme a lui, è proprio attraverso Bill che avviene la disperata separazione, anche se non sarà mai davvero netta tra Morante e Moravia.

Quello che viene esplorato nel libro è qualcosa di più della storia di un matrimonio: è la storia di un sentimento, di una passione che sboccia non solo tra Elsa e Alberto ma anche con la stessa letteratura, che sarà davvero la loro compagna per la vita.

È anche un amore verso il mondo artistico del Novecento, rappresentato non solo da grandi nomi della letteratura – Einaudi, Bompiani e Pasolini per dirne alcuni – ma da chi considerava Roma, nonostante l’andatura altalenante del periodo storico, una fucina creativa, un’enorme casa in cui era possibile, ovunque si andasse, trovare persone di simili intenti con cui confrontarsi.

Oltre a Roma è presente Capri come centro della loro vitalità; mentre nella Capitale sviluppano la loro vita professionale, l’isola sembra essere quasi la culla del loro matrimonio, il luogo in cui possono essere qualcosa di diverso da Moravia e Morante, ma solo Alberto ed Elsa, al punto che lo scrittore una volta che ci tornerà dopo la morte di lei dichiarerà di averci ritrovato troppo di lei al punto da non poterlo sopportare.

Sicuramente il pregio di questo saggio è che i due autori vengono messi a nudo e con loro moltissimi illustri personaggi del nostro Novecento, una lettura interessantissima che umanizza due mostri sacri del panorama culturale italiano, anche se come leggerete pur esplicitando in qualche modo le loro umanità si rivelano essere profondamente unici, imprevedibili e assolutamente fuori da ogni canone, come solo grandɜ artistɜ possono essere.

Maria Chiara Paone
Tararabundidee

Letture Arcane, Febbraio.

78 carte, dall’origine ancora incerta. Utilizzate inizialmente pare come semplici carte da gioco, per giocare a briscola ad esempio. Diffusi moltissimo in Italia Settentrionale e in Francia, da dove si diffondono i Marsigliesi, nominati anche in Gargantua e Pantagruel di Rabelais, oltre che in moltissimi altri libri. Qualcunɜ forse l’avrà capito, si parla di Tarocchi. Ma non è per giocare a briscola che li ho voluti scomodare, per quella uso le carte napoletane-

Infatti tra il XVII e il XVIII secolo si diffonde un nuovo uso dei Tarocchi, quello legato al mondo divinatorio. Grazie a vari autori tra cui Eittella che in Manière de se récréer avec le jeu de cards nommées Tarots (1783 – 1785) indaga il legame tra gli Arcani e i Libri di Toth ed inizia anche a dare istruzioni su come utilizzare le carte per la cartomanzia. Moltissimɜ dopo Eittella hanno indagato i Tarocchi tra cui Arthur Edward Waite, l’occultista Aleister Crowley, ma anche più recentemente Rachel Pollack e Alejandro Jodorowsky.
Prendendo un po’ da tutto il mare magnum degli studi sui Tarocchi ecco che arriviamo a quello che faremo in questa sede. Non proprio divinazione perché le carte servono, tra le altre cose a interpretare meglio il nostro presente. Addentrandoci tra Arcani Maggiori e Minori, i Tarocchi saranno da questo momento una compagnia mensile che ci farà parlare ancora una volta di libri.

Una carta può rappresentare un giorno, una situazione, una persona, allora perché non un libro? Ogni mese quindi una carta ci guiderà e ci aiuterà nella scelta di una lettura inerente al suo significato.
Il mese più breve dell’anno in questo 2021 che è già iniziato turbolento, ma è ancora carico di speranza inizia all’insegna de:

LA TORRE

La sedicesima carta degli Arcani Maggiori è associata alla mitologica Torre di Babele, quindi alla superbia umana che si avvicina a Dio, ma che poi viene brutalmente annientata dalla Giustizia divina.
La sommità della torre è colpita da un fulmine: inizia la distruzione. Dalla torre cadono persone, mattoni, oggetti, si stanno buttando o vengono buttati via?

La carta della Torre parla sicuramente di catastrofi, rotture, crisi, ma dalle crisi ci si rialza e soprattutto ci si rende conto di sbagli, errori e ci si alleggerisce da pesi inutili.
La crisi può essere la manifestazione di qualcosa che non era ancora riuscito ad emergere e che ci ha travoltɜ, qualcosa che ci può far prendere coscienza di noi e di quello che vogliamo davvero, e ci fa dirigere lo sguardo verso altro, ci fa comprendere che qualcosa esiste oltre quello che ci porta a voler a tutti i costi arrivare in cima alla torre.

Le domande a cui la torre ci invita a rispondere guardano dentro noi stessɜ e chiedono: con chi è che sto rompendo? C’è qualcunə che vale la pena affrontare per alleggerire i rapporti? Da quale prigione mi sto liberando?

Una relazione, un rapporto lavorativo pesante, un progetto che non sentiamo più nostro.
La torre ci mette in crisi, ma ci spinge verso altre direzioni. Non è quello che stiamo costruendo il tempio che conterrà i nostri successi, quello è destinato a crollare, dovremmo costruirlo in modo più stabile o sarà smosso da un terremoto e dovremmo quindi trovare un luogo più sicuro sul quale edificare.

Cosa leggere quindi in questo mese di liberazione? Testimonianze di nuove vite, nuovi progetti, sconvolgimenti e perché no un po’ di magia, perché in fondo stiamo sempre parlando di letture arcane.

Tre stagioni di tempesta, Cécile Coulon, trad. di Tatiana Moroni, Keller Editore.

Andrè, Benedict, Agnès, Berangere, una famiglia di medici, sono tranquilli nella loro vallata prosperosa e tranquilla, fino a che… tutta la tranquillità, la sicurezza di Andrè, della sua famiglia e del suo villaggio vengono travolti. È il fulmine che distrugge la torre, bisogna reinventarsi, correre ai ripari. Coulon costruisce un percorso di caduta, verso il baratro, non sarà che i protagonisti di questo romanzo sono proprio quelli che vengono scaraventati giù dalla torre?

Le figlie di Ys, M. T. Anderson & Jo Riux, trad. Tiffany Vecchietti, Rebelle Edizioni.

La regina Magvlen e suo marito il re Gradlon sono i signori indiscussi della potentissima Ys, prospera città marina, che grazie alla magia ha annientato i nemici. Dopo la morte della regina a mantenere la grandezza della città saranno le sue due splendide figlie Rozenn e Dahut, la secondogenita nasconde il segreto della grandezza di Ys e dopo la tranquillità dei primi tempi la famiglia, la corte e la città tutta saranno travolti dai loro stessi malefici. Dovranno allora scappare e fronteggiare questa enorme catastrofe, perdendo inevitabilmente qualcosa per strada. Cosa ne sarà di Ys e delle principesse? Di cosa ci si è liberati per arrivare alla pace?


Ringraziamentini a Giulia per avermi spinto con le sue idee e a Diletta di Paper Moon per il titolo.

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