Che quest’anno sia stato quello che è stato lo sappiamo tutti. Ma fortunatamente, in mezzo a tante cose spiacevoli e a momenti assolutamente orribili abbiamo trovato qualcosa di bello a cui aggrapparci: per me sono state le serie tv, che ho continuato a vedere approfittando delle serate passate a casa e dei momenti in cui dovevo aspettare che gli impasti lievitassero.

Anche quest’anno ne ho viste davvero tante (nella mia mente sto tenendo una specie di archivio ma ancora adesso ne stanno emergendo di nuove) e proverò, con un po’ di sofferenza perché parlerei di tutto quello che mi sono vista, pure la pubblicità della Calabria, a parlare di quelle che mi hanno colpita di più in questo folle 2020.

Unorthodox

Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman questa miniserie ha una potenza incredibile. Assistere alla storia di Esty, ragazza di fede ultra-ortodossa chassidica che scappa dalla sua città, dall’infelicità del suo matrimonio e dalla sua comunità, è doloroso: diventiamo testimoni silenziosi della violenza fisica e psicologica che questo specifico credo può scatenare verso le donne, trattate solo come macchine da riproduzione, senza alcun pensiero o azione volta al bene di loro stesse. La sua fuga a Berlino, così colorata ed eterogenea, sembra quasi accecante in confronto ai colori e ai gesti tutti uguali che albergano a Williamsburg, Esty si ritrova disorientata ma intenzionata a cambiare la sua vita, a essere finalmente libera.

Normal People

Qui forse lancio un’opinione impopolare ma: come per Il racconto dell’ancella, ho trovato l’adattamento a serie leggermente più convincente rispetto al libro di Sally Rooney. Sembra strano a dirsi perché la sceneggiatura segue in maniera molto fedele la narrazione del libro, con quasi nessun cambio; ma la chimica tra gli attori (io ormai bimba di Paul Mescal), il loro cercarsi tra Sligo, Dublino e il resto d’Europa, la resa in immagini della difficoltà che si prova nell’andare avanti nonostante ci si senta inadeguati, non uguali a quelle considerate come persone normali, beh… forse ha dato quel plus in più che serviva alla storia di Connell e Marianne. Godetevela e non pensate a una seconda stagione perché, non penso proprio che ci sarà ed è meglio così (che poi finisce tutto in malora come Tredici e buonanotte).

Little Fires Everywhere

Gli anni Novanta, i sobborghi dell’America bene: questa l’ambientazione della miniserie Amazon che vanta come protagoniste Reese Whiterspoon e Kerry Washington che interpretano due madri molto diverse tra loro – la prima working mom/angelo del focolare così inquadrata che sembra una cornice, la seconda single, artista, con molti segreti – ma entrambe determinate a fare di tutto per i loro figli, anche le cose più discutibili. Dagli eventi che si susseguono come un effetto domino nasce una grande riflessione sul ruolo della donna in generale e sulla maternità in particolare: quando ci si può definire madre, il figlio è più di chi lo genera o di chi se ne prende cura? Le risposte che potrete trovare non sono così scontate come si può credere.

The Queen’s Gambit

Non ho mai avuto la pazienza di giocare bene a scacchi ma questa serie ha praticamente appassionato tutti, anche chi come me è al livello Monopoli dei giochi di società. Ma la miniserie parla soprattutto di Beth, una ragazza che ha trovato in questo gioco la sua ancora di salvezza per sfuggire al momento più grigio della sua vita, e che è diventata per lei un’ossessione, una ragione di vita: si ritrova a combattere su più fronti, nel campo di battaglia della scacchiera in cui è sola contro un mondo fatto solo di uomini (però non riesco ancora a comprendere perché negli scacchi, un gioco mentale, ci debbano essere le categorie di genere come per l’atletica), e in quello della lotta contro sé stessa e le sue dipendenze, che ritiene indispensabili per raggiungere i suoi obiettivi. 

I nerd accaniti troveranno nel cast Jojen Reed e il cugino Dudley in versione provetti scacchisti.

The Wilds

La premessa sembra essere quella di Lost: un gruppo di ragazze naufraghe su un’isola deserta. Ma basta veramente poco perché le carte appena messe in tavola vengano rimescolate, e ci si chieda che cosa sta succedendo davvero. L’ambientazione mi ha ricordato un Signore delle mosche al femminile (e in chiave ultrafemminista, di cui si portano all’esasperazione tanti aspetti), con delle protagoniste mai banali, per niente patinate (basti vedere che dopo quasi un mese di isola hanno tutte la faccia accartocciata dal sole) e portatrici di un bagaglio di esperienze enormi; i disturbi alimentari, l’omosessualità, i rapporti con i genitori, la religione, i problemi comportamentali, la pedofilia, per dirne solo qualcuna. L’unica cosa che mi ha fatto rimanere con l’amaro in bocca è l’ultima puntata in cui si lasciano appesi troppi interrogativi: fortunatamente hanno già confermato la seconda stagione quindi godetevela tranquilli che presto si saprà tutto.

Bridgerton

Una chicca uscita proprio a Natale e che, approfittando di queste feste blande, ho finito letteralmente il giorno dopo. Ed era proprio quello che ci voleva: 8 puntate di piacere in cui si incastrano (quasi)* perfettamente il dramma in costume e gli intrighi alla Gossip Girl (che qui risponde al nome di Lady Whistledown e ha la voce della divina Julie Andrews). Tratto dalla serie di libri di Julia Quinn, eleva il genere harmony senza essere trash, i personaggi sono calati perfettamente nel loro secolo ma hanno quel tocco di modernità che non risulta però invasivo ma li rende tridimensionali. Quindi come la protagonista, Daphne, è la tipica debuttante che spera di trovare marito il prima possibile ma sa riconoscere il suo ruolo nella società e la prepotenza degli uomini che si approfittano del loro potere, la sorella Eloise (la mia preferita) sembra essere finita lì attraverso un viaggio nel tempo, per gli atteggiamenti molto contemporanei, ma riesce, seppur con molte proteste, a inserirsi nel mondo dell’alta società londinese mantenendo la sua personalità. Per le storie d’amore fa uso dei classici topos (lei che vuole sposarsi/lui scapolo incallito, la differenza di ceto, il triangolo no) ma li riesce a rendere nuovi, freschi, con audacia e senza nessun apparente filtro.

*il “quasi” è solo per chi pensa di trovare in questa serie accuratezza storica da fare invidia ad Alberto Angela. Guys, è Shondaland, quindi via a inclusione, categorie lgbt e una regina Charlotte rappresentata da una donna di colore insolente e autoritaria. 

Ed eccoci giunti alle due menzioni d’onore.

Jane The Virgin 

Nonostante sia un recupero per me che una novità, questa, più di tutte, è stata LA serie del lockdown. Quella che ho visto a pranzo e a cena ininterrottamente da inizio marzo, quella che in casa ci ha fatto compagnia, permettendoci di isolarci, almeno per 40 minuti, da quello che succedeva nel mondo. Avevo già provato a seguire la storia di Jane Gloriana Villanueva, la giovane ragazza incinta nonostante la verginità a causa di uno scambio di provette, ma solo quest’anno sono riuscita ad apprezzare la sua folle famiglia (Rogelio sopra tutti), il suo ritmo da telenovela folle, le transizioni di scena mai banali e le riflessioni nascoste in tutti gli intrecci. Se avete voglia di un binge watching che duri e amate le serie non convenzionali questa potrebbe fare al caso vostro. 

La terza stagione di Anne with an E

Con questa il 2020 mi ha dato un altro colpo al cuore, sia perché è stata un’altra cancellazione ingiusta compiuta da Netflix, sia perché sono riusciti, nonostante sole dieci puntate, a chiudere la maggior parte degli intrecci e a far esplodere il cuore a chi, come me, è amante dei secchioni di Avonlea e di tutto il loro universo, di cui renderemo Matthew il rappresentante. Spero comunque che si riesca a produrre almeno un film per dare una conclusione ancora più degna a questa serie che ha riportato a conoscere, in modo inedito ma rispettoso, un grande classico della letteratura per ragazzi. 

Maria Chiara Paone