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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

novembre 2020

Carle vs Freschi e Urbinati

Siamo finalmente di nuovo pronte per presentarvi una nuovissima doppia intervista, Una banda di cefali ed io siamo felicissime di farvi conoscere Brian Freschi, sceneggiatore e Ilaria Urbinati, disegnatrice de Il mare verticale, una meravigliosa e delicatissima storia che parla di ansie e del combattimento, talvolta estenuante, contro gli attacchi di panico. La protagonista è un’insegnante e forse anche per questo, io e la mia omonima ci siamo un po’ sentite chiamate in causa, e pronte a scoprire di più su questo fumetto.

Con enorme piacere, qui leggerete l’intervista ad Ilaria Urbinati, per leggere invece di Brian Freschi dovete nuotare verso il blog della mia collega!

  • Ciao Ilaria, grazie per esserti prestata a questa doppia intervista. È la prima volta che lavori insieme a Brian eppure il vostro lavoro è in perfetta armonia. Com’è nata questa collaborazione?

Ciao a tutti e grazie a voi per averci invitato! La collaborazione è nata da un’email di Brian: conoscevo il suo lavoro, ma non lo avevo mai incontrato. Quando mi ha proposto di fare un fumetto insieme, il suo soggetto de “Il mare verticale” mi ha subito conquistata. Volevo lavorare da tempo a un graphic novel per adulti che parlasse proprio di queste tematiche, ma fino a quel momento non avevo trovato la storia giusta.

  • Com’è stato lavorare insieme? Come avete organizzato il lavoro e come siete riusciti a confrontarvi?

Lavorare con Brian è stato uno splendido viaggio. Io non sono un’illustratrice che tende a “eseguire”: amo confrontarmi con l’autore per arricchire la storia insieme. Io e Brian ci siamo sempre confrontati su tutto, creando un mondo in profondità, senza lasciare nulla al caso. Come abbiamo fatto, abitando in due città diverse? Telefonandoci tantissimo!

  • La figura della maestra elementare è spesso sottovalutata nel nostro paese eppure di fondamentale importanza per il futuro delle nuove generazioni. È nata prima la storia o India? Come avete sviluppato questo bellissimo personaggio?

India e la storia sono indissolubili l’una dall’altra. Volevamo creare un personaggio sfaccettato, lavorando su certi cliché per scardinarli uno ad uno: India è dolce con i bambini, ma allo stesso tempo è una donna complessa e in conflitto. Ci sembra che la figura dell’insegnante porti con sé, a volte, degli stereotipi o dei pregiudizi – sia nella società sia nella letteratura – come tutto quello che riguarda il rapporto donne/bimbi. India vuole confrontarsi in modo deciso con la realtà che la circonda, non ha paura di mostrarsi fragile e di lottare per se stessa e il suo lavoro.

  • India combatte mostri, draghi e a livello grafico questo è segnalato da figure immense, vortici, ma… la cosa più sorprendente è che India va addirittura in bagno, cosa che non abbiamo mai visto nei fumetti: come mai tanta “normalità”?

Per raccontare la vita di India con la sua complessità abbiamo unito tutto: i mostri, il mare scurissimo, la spesa, e lo sciacquone. Abbiamo mischiamo la fantasia più sfrenata e la normalità più quotidiana, perché fanno entrambe parte di India, un po’ come fa parte di noi autori: la vita è spesso costellata di “cose da cosare” che si alternano nella nostra giornata così come i sentimenti, i peggiori turbamenti e le più sfrenate rêverie.

  • Quando India racconta, si perde in uno spaventoso scenario bluastro e diventa Hava: avete creato una storia nella storia, com’è nata l’avventura di Hava e come mai avete scelto di creare un alter ego?

L’avventura della guerriera Hava ci ha permesso di esprimere le difficoltà di India in maniera molto più efficace ed evocativa. Chiunque si sia trovato in una situazione simile sa quanto è difficile esprimere a parole quello che gli accade, ma vedere un’onda buia nerissima e verticale rende perfettamente il concetto. Questa è una delle infinite potenzialità dei fumetti.

  • Avete mai sofferto di DAP e se sì, ricordate ancora il primo attacco di panico?

Non ho mai sofferto precisamente di DAP, ma come moltissime persone ho avuto anch’io a che fare col mio personalissimo “mare verticale”. Ricordo bene sia le difficoltà sia la consapevolezza, che mi ha poi aiutato a superare i momenti difficili. È molto importante continuare a parlare di questi argomenti.

  • Se doveste immaginare una colonna sonora che accompagna gli stati d’animo di India, quale sarebbe?

I London Grammar e Florence & the Machine sarebbero sicuramente i principali gruppi. Brian aveva creato una playlist condivisa da ascoltare mentre lavoravamo al libro e la mia canzone preferita era “Tonight we fly” dei Divine Comedy, che è liberatoria e leggera.

  • Com’è stato recepito il mare verticale dai lettori?

Molto bene! Spesso riceviamo mail e messaggi da chi lo ha letto e amato, il libro è stato apprezzato anche da diversi psicologi e questo ci fa davvero piacere!

  • State programmando un nuovo lavoro insieme?

Per ora stiamo un po’ rifiatando e lavorando ai progetti che sono venuti dopo questo! Però non lo escludiamo e anzi ci mancano un po’ le nostre telefonate-fiume.

Noi ringraziamo moltissimo Ilaria e Brian per aver partecipato alla nostra nuova doppia intervista e vi diamo appuntamento tra qualche tempo, perché già abbiamo in cantiere le nuove domande per la prossima!

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti – O. Tokarczuk

Olga Tokarczuk è una psicologa e grazie a questo ci regala un personaggio assolutamente memorabile, di grandissima caratterizzazione, protagonista di Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, pubblicato in Polonia nel 2009. Nel 2018 vince il premio Nobel per la Letteratura nel 2018: «per un’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Il film Pokot di Agnieszka Holland è stato tratto dal romanzo Guida il tuo carro sulle ossa dei morti ed ha vinto Premio Alfred Bauer.

Janina Duszejko è un’appassionata di astrologia. È convinta che il calcolo preciso e puntuale delle posizioni dei pianeti in concomitanza della nascita potrebbe addirittura dare segnali sulla morte delle persone. Deve studiare quindi ogni segno, ogni transito per districare i complicati omicidi che stanno avvenendo in città. Oltre ad essere una studiosa di astrologia, è anche una maestra d’inglese e si vede, insieme ad uno studente ogni settimana per tradurre Blake, Blake sarà una presenza fissa in questo romanzo a partire dal titolo, che è infatti tratto da un verso di “Proverbi infernali”.

Luftzug è il nome del villaggio, che sorge su un Altipiano che si trova tra Polonia e Repubblica Ceca, qui prima Piede Grande, come lo chiama lei, abituata a dare un nome alternativo alle persone perché non sempre i nomi affibbiatici si conformano perfettamente all’essenza, poi altri uomini moriranno in circostanze misteriose e Janina non riesce a pensare ad altro: e se fossero stati gli Animali? Tutte le vittime erano infatti cacciatori spietati, forse la fauna dell’Altopiano sta pensando ad una vendetta, vuole riprendere il suo posto e non essere semplicemente cacciagione.

Janina è arrabbiata con questa gente che non si rende conto di sfruttare la natura fino all’inverosimile, non capisce quale sia il motivo di tanta crudeltà nei confronti degli animali. Sembra però così interessata a fare chiarezza sull’accaduto, lei non si fermerà davanti a nulla: viene e va dalla polizia, deposizioni, denunce, continua a voler mettere in guardia tutti che gli astri, avevano predetto tutto.

“Mi commuovono le foto dal satellite e la curvatura della Terra. Ma allora è vero che viviamo sulla superficie di una sfera, esposti allo sguardo dei pianeti, abbandonati in un grande vuoto dove, dopo la caduta, la luce si è frantumata in piccoli frammenti e dispersa? È vero. Ce lo dovrebbero ricordare ogni giorno, perché ce lo scordiamo. Crediamo di essere liberi, e che Dio ci perdonerà. Personalmente la penso in modo diverso. Ogni azione trasformata in minute vibrazioni di fotoni alla fine si metterà in viaggio verso il cosmo, come un film, e i pianeti lo guarderanno fino alla fine del mondo.”

Janina è per tutti una vecchia pazza, non si può dare credibilità a una così, non si può davvero pensare che gli animali possano mettere su tutto questo, ma chi le sta più vicino inizia a capire, sa che Janina non è assolutamente solo una vecchia pazza.

Guida il tuo carro sulle ossa dei morti è un libro estremamente coinvolgente, attraverso una trama intricata e ben costruita, ci sono riflessioni profonde sul rapporto tra l’uomo e gli animali e anche sull’astrologia e le sue influenze. Tutto è filtrato dalla mente della protagonista, che si arrovella su ciò che sta accadendo, ma cerca di nascondere a tutti, lettori compresi, ciò che sta davvero facendo. I pensieri di Janina, le sue domande sulla crudeltà umana e sull’impatto dell’uomo sul mondo che lo circonda sono quanto mai attuali.

Althénopis – F. Ramondino

Leggere Althénopis è stato folgorante. Già dalle primissime pagine sono stata rapita dalla musicalità, dalla potenza della scrittura di Ramondino, così immensa già in questo suo romanzo d’esordio. Appena mi sono addentrata nella vita di questa bambina, protagonista del romanzo ho avuto un desiderio: aver scritto questo libro.
Una prosa semplice, una voce narrante infantile ma complessa, una poetica caratterizzata dall’assenza di un’unica lingua. Ramondino utilizza l’italiano accanto al dialetto, ma anche una serie di ulteriori suggestioni linguistiche derivanti dalla vita ricca di spostamenti dell’autrice, che si leggano anche come assenza di un’unica patria, di un’unica casa, cosa per altro sottolineata in alcune parti del romanzo.

La passione per la scrittura della Ramondino le viene inculcata dalla nonna. La figura della nonna è emblematica nel suo romanzo, che descrive una cosmogonia familiare, di linea totalmente femminile. Partendo dalla descrizione della sua Nonna, una tipica incarnazione della Grande Madre Mediterranea: irrequieta, iperattiva, sempre a fare strani intrugli, parlando dialetto e cercando in continuazione compagnia.
Poi la Madre, fluttuante in un mondo parallelo di letteratura ed emicrania, insofferente di fronte a quel paesaggio composto da una marea di poveri e vecchi, insofferente anche verso la sua di madre, che dava ai figli un esempio non alto borghese come lei avrebbe voluto. In fondo l’educazione della protagonista e dei suoi fratelli era eterogenea e disordinata, ma sicuramente non povera.

«E poi povera donna, vergine sposa trentaseienne, l’ebbe la sua settima vita; e da quella natura minerale e vegetale entrò nella natura sanguigna, umorale e sudorosa degli amplessi, dei parti, del latte e delle ragadi. Sicché lei, nata da ascendenti vegetali, al cui orecchio si incurvava il capelvenere, delle gambe di canna, nei cui occhi si riflettevano l’azzurro dei fiori, il grigio finissimo del muschio e perfino a volte lo smeraldo ghiacciato del male, era piombata nel terzo regno: il regno zoologico. E giù il sangue, il latte, gli umori, i sudori. E su tutto, sovrastanti i «pensieri».

[…]

A me pareva che la mamma, chi sa quando, forse quando eravamo partiti dalla bella isola, o forse molto prima, quando ancora non ero nata, si fosse messa tra parentesi. La chiudevano anche come due parentesi i muri di quella casa, che parevano fatti di tempo: da una parte il muro del giorno da cui eravamo arrivati, dall’altro quello del giorno in cui saremmo partiti. Ma ogni tanto ne usciva.»


Poi c’è lei, la protagonista, la Bambina che scopre il mondo con i suoi compagni, che con occhi curiosi e perspicaci dipinge tutti i personaggi che ha incontrato nella sua vita, tutti i luoghi tra la Costiera e Althenopis, le case, le ville, gli scorci. Descrive il suo rapporto con gli altri bambini, raccontando alla perfezione lo stato in cui versavano le famiglie napoletane, guardando alla sua sempre come a un’eccezione.

Natalia Ginzburg definì la sua infanzia e quello che traspare da Althénopis come: «un’infanzia pronta a mettere radici ovunque, ma tuttavia consapevole del fatto che le radici sono sempre fragili, che nei giorni più limpidi e solari si nascondono insidie, che ogni radioso paesaggio può di colpo sparire».

Sia la protagonista di Althenopis che la Ramondino stessa, hanno avuto una formazione itinerante. L’autrice viaggia in tutta Europa durante la sua infanzia insieme alla sua famiglia, seguendo il padre diplomatico e anche successivamente la sua vita sarà caratterizzata da moltissimi spostamenti. Questi viaggi lasciano dentro di lei dei solchi profondi, stilistici e linguistici, che si possono appurare in alcune delle sue opere.

Dai suoi viaggi in Spagna, ricorda il benessere e la villa di Son Batle e anche qui un immenso personaggio femminile che è la balia Dida: «regina di tutti, servi e padroni, piante e animali, stanze e patios, stelle e pianeti» nel suo Guerra d’infanzia e di Spagna. Ma è proprio nella sua reale guerra d’infanzia nel soggiorno spagnolo, in cui inizia l’istruzione linguistica: qui impara l’italiano dei genitori, il castigliano del collegio e il maiorchino della servitù, dialetto censurato dal regime franchista, ma che lei cercherà di utilizzare e soprattutto porterà nel cuore e nel suo libro.

Un altro viaggio sarà poi importante per lei e diventerà il fulcro di un altro libro che è Taccuino tedesco. Ramondino si trova in Germania per seguire la figlia Livia, presa alla scuola di danza diretta da Pina Bausch a Essen. Qui prenderà nota durante il suo soggiorno dei cambiamenti della società tedesca, in particolar modo dopo la caduta del Muro di Berlino. In realtà il tedesco non è un nuovo idioma, anche questo era penetrato nella sua vita in giovane età, quando alla morte del padre, dopo una serie di peregrinazioni di casa in casa, fugge dalla sua Napoli e da sua madre, seguendo un cugino a Francoforte.

«Althénopis è un nome inventato per Napoli. Non ho sentito di chiamarla col suo nome, e ho inventato questo pastiche. In una nota scherzosa del libro dico che Althénopis con una commissione di radici greche e tedesche significa occhio di vecchia, come l’avrebbero chiamata i tedeschi durante l’occupazione vedendola così imbruttita, rispetto ai racconti di Ghoethe o Mozart. C’è anche la possibilità, in quella nota, che l’interpretazione sia occhio che risana, nome che indica appunto la relazione con la città materna: Napoli per i suoi abitanti è una grande madre.» È con queste parole che Ramondino descrive il titolo del suo primo romanzo, in cui viene descritta in maniera formidabile proprio l’occhio di vecchia, con la sua popolazione malconcia, turbata dalla Guerra, decadente, da una parte inospitale, ma dall’altra incantatrice.

C’è un profondo ossimoro che solca le pagine di Althénopis: nonostante si tratta della visione di una bambina poi adolescente, che descrive un mondo subalterno, traviato dalle difficoltà, lo stile e il linguaggio sono voluttuosi e opulenti. Le descrizioni sono cariche, dettagliate, avvolgenti. Le parole formano una musicalità nuova e originale, data comunque dalla commistione di italiano e dialetto. La grande ricchezza di questo romanzo è sicuramente la numerosissima mole di note, che sono usate da Ramondino in modo inusuale: ampliano le caratteristiche dei personaggi, si soffermano su alcune parole specifiche per spiegare al lettore perché sono state scelte e collocate proprio in quel punto del romanzo.
Tra quelle che ho amato di più c’è sicuramente la nota che spiega e definisce il termine ruoto:

«Teglia di rame o alluminio di forma rotonda. È un vocabolo solare e festoso che andrebbe introdotto nel dizionario italiano. Immeschinisce il cibo che esce dal forno la parola «teglia», che andrebbe però conservata per quei pasticci al forno di sapore intimistico a base di burro e di besciamella; è da escludere nel modo più assoluto invece per timballi di maccheroni, le pizze al pomodoro, le parmigiane, le alici al gratin, le pastiere, le pizze di scarola e di ricotta.»

Nella narrazione in Althénopis Ramondino fa uso sia della prima che della terza persona, in particolare la terza persona viene utilizzata come una sorta di schermo dal dolore, andando così a scrivere mantenendo un certo distacco, pur facendo sempre incursioni in prima e viva persona nelle note.

È stato sicuramente il più bel libro che io abbia letto quest’anno, ed è diventato dalle primissime pagine uno dei miei libri del cuore, accompagnato dal fatto che la sua autrice è stata una donna straordinaria: non solo una grandissima scrittrice, ma anche un’attivista, che si è sempre battuta per i diritti delle persone non privilegiate.

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