Oggi dedichiamo questa intensa rubrica a Ugo Foscolo, nato, come tuttɜ sappiamo a Zante nel 1778 e morto a Turnham Green il 10 settembre 1827. Siamo appena agli albori del Romanticismo, nato dallo Sturm und Drang (1765 – 1785) anche se il nostro poeta si colloca nel solco del neoclassicismo, pur gettando qua e là chiari segni romantici.
Foscolo è un personaggio eclettico. Scrittore di prosa, di poesia, ma anche di opere teatrali, è ribelle, legatissimo alla patria o almeno all’idea di averne una, ma rimarrà sempre politicamente deluso. Però a livello sentimentale – erotico era una persona curiosissima, sempre a caccia di amori e pathos.

L’opera più nota di Ugo Foscolo è sicuramente Le ultime lettere di Jacopo Ortis, nel quale Foscolo ci presenta un crogiolo in cui il suo mondo sentimentale, sempre molto composito (solo nelle opere) si presenta con una complessità più generosa, anche a costo di contrasti violenti e repentini cambi di tono, che non sono invece proprio di casa negli altri lavori foscoliani. Infatti accanto ad un registro “alfieriano” tragico e intessuto di invettiva, grida angosciose, tormenti, ne troviamo un altro di strazio più desolato ma meno eloquente e infine abbiamo anche un piano più tipicamente idillico ed elegiaco. Le ultime lettere di Jacopo Ortis si presterebbe benissimo per essere analizzato in questa sede, grazie all’intensa storia d’amore tra Jacopo e Teresa, ma ho preferito analizzare altri componimenti, sicuramente meno conosciuti, ma che comunque contengono molti dei temi sviluppati nel romanzo.

Se con gli altri protagonisti di questa rubrica abbiamo visto gioia, passione, scherzetti erotici, sentimenti autentici, qui vedremo solamente un grande ammorbamento: Ugo si lamenta perché il suo amore non è mai proprio come vorrebbe. Eppure Foscolo è un donnaiolo, non se ne lascia scappare una, che sia una. Fa strage di cuori dovunque e si permette sempre nei suoi graziosi lavori di giudicare l’operato femminile con costante misoginia. Ovviamente avendo tante relazioni ha anche tante muse ispiratrici: una di queste è Isabella Roncioni, nobildonna toscana, da cui è tratto il personaggio di Teresa e vari sonetti in cui Foscolo si lamenta per la lontananza, ma per quanto fervida e appassionata sia la relazione, Ugo si lamenta sempre di qualcosa.
I sonetti foscoliani sembrano dimidiati per improvvisa frattura tra l’intenzione impetuosa dei motivi personali che generano uno stile concitato e ansimante e un voler frenare questo impeto attraverso l’uso sofisticato ed elegante di immagini e situazioni che s’ispirano al classicismo e ad un gusto per il passato.

Isabella Roncioni

In Perché Taccia ad esempio, dedicato proprio alla Roncioni, pianti all’aria e pene indicibili a causa di grandi occhi ridenti che hanno soggiogato il cuore del poeta, che poi tenta di mitigare il dramma consumato nelle prime due strofe attraverso un’equilibrata descrizione dell’amata, strizzando l’occhio anche a Petrarca.

I sonetti come questo, compresi tra la prima ode: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800) e la seconda: All’amica risanata (1802) sono coevi al rifacimento dell’Ortis e alle lettere che si scambiava con la contessa Antonietta Fagnani Arese (dedicataria della seconda ode) e presentano tutti i temi dominanti della poetica foscoliana, trasfigurati in miti dolenti presentati e poi sciolti con discrezione e governati sempre da un’intensa quanto pacata mestizia.

Nelle Odi invece si ha la celebrazione della bellezza femminile, crudelmente minacciata dai fatti più disparati (e prontamente salvata dalle parole del poeta; che senza come avrebbero fatto ‘ste povere disgraziate), rendendo però sempre le donne reali in dee sovrane e maestose. Il corteggio delle inserzioni mitologiche risulta però essere sovrabbondante e troppo esibito, anche per uno come Foscolo che è sempre alla ricerca della grazia.

In A Luigia Pallavicini caduta da cavallo la protagonista è descritta come:

E te chiama la danza
Ove l’aure portavano
Insolita fragranza,
Allor che a’ nodi indocile
La chioma al roseo braccio
Ti fu gentile impaccio.

[…]

Armonïosi accenti
Dal tuo labbro volavano,
E dagli occhi ridenti
Traluceano di Venere
I disdegni e le paci
La speme, il pianto e i baci.

Luigia Pallavicini

Tutta la descrizione è volta ad esprimere la freschezza della signorina Luigia, ma anche sensualità: durante una danza sciolta e libera, la chioma sparsa s’impiglia nel suo braccio e già qui prevediamo fatti funesti, infatti questo piccolo inconveniente è come una crepa che mina l’architettura perfetta e venerea in cui la protagonista è calata, sì perché Foscolo manco quando si balla riesce a stare in grazia di Dio, deve sempre metterci l’imprevisto. Ma non finisce qui. Quest’ode è infatti ispirata ad un fatto realmente accaduto: Luigia Pallavicini cadde davvero da cavallo, riportando gravi ferite che le deturparono permanentemente il volto e poteva mai Foscolo farsi scappare questo succulento avvenimento per descrivere la bellezza insidiata dal male? Quale male, in fondo è stato un incidente, è caduta da cavallo. Eh no, il male è la troppa libertà femminile. Di certo Foscolo come abbiamo capito, non è scevro dal maschilismo che si portano dietro vari degli autori di cui abbiamo parlato fino ad ora. In questo componimento infatti, dall’alto del suo essere maschio, commenta tutto l’accaduto. Già perché non solo la poveretta è caduta da cavallo e si è fatta veramente male, ma deve pure sentirsi giudicata da Foscolo che le dice:

Deh! perchè hai le gentili
Forme e l’ingegno docile

Vôlto a studi virili?
Perchè non dell’Aonie
Seguivi, incauta, l’arte,
Ma i ludi aspri di Marte?

Beh, come può una donna dall’ingegno docile, smidollata, mai sia troppo intelligente, essere così imprudente e sconsiderata da andare a cavallo, da fare una cosa per uomini, da fare qualcosa che molto probabilmente le piaceva? La povera Luigia cornuta e mazziata in quest’ode, alla fine non si ritrova un vero e proprio augurio di guarigione in toto, ma solo ed esclusivamente la speranza che la sua bellezza torni quella di prima dell’incidente, perché senza la beltà primiera poi come potrebbe mai vivere e soddisfare soprattutto Ugo.

Pera chi osò primiero
Discortese commettere
A infedele corsiero
L’agil fianco femineo,
E aprì con rio consiglio
Nuovo a beltà periglio!

Chè or non vedrei le rose
Del tuo volto sì languide;
Non le luci amorose
Spïar ne’ guardi medici
Speranza lusinghiera
Della beltà primiera.

Più sbottonato e anche leggermente più gradevole, lo vediamo nella seconda ode, alla Fagnani Arese, che però ha lo stesso leitmotiv della lirica precedente: una malattia sconvolge l’equilibrio e la bellezza di Antonietta, ma lei riesce a riprendere le sembianze divine ed è a questa ritrovata beltà che l’ode è principalmente dedicata. La contessa era moglie del conte Marco Arese Lucini ed ha con Foscolo un incontro nel 1801: da allora si scambiano appassionatissime lettere d’amore, circa 136 e a lei è dedicata All’amica risanata, titolo parlante dato che ămīca, ae in latino significa amante.
I versi sono dissolti in un fuoco intenso e tuttavia trattenuto, da un impeto fresco e nuovo che anima quelle esangui forme, le eccita e le sommuove, le inebria in un vortice veloce e incalzante.

O quando l’arpa adorni
E co’ novelli numeri
E co’ molli contorni
Delle forme che facile
Bisso seconda, e intanto
Fra il basso sospirar vola il tuo canto.

Più periglioso; o quando
Balli disegni, e l’agile
Corpo
all’aure fidando,
Ignoti vezzi sfuggono
Dai manti, e dal negletto
Velo scomposto sul sommosso petto.

All’agitarti, lente
Cascan le trecce, nitide
Per ambrosia recente,
Mal fide all’aureo pettine
E alla rosea ghirlanda
Che or con l’alma salute April ti manda.

Così ancelle d’Amore
A te d’intorno volano
Invidiate l’Ore;
Meste le Grazie mirino
Chi la beltà fugace
Ti membra, e il giorno dell’eterna pace.

Le forme, che sono citate senza remore, sono molli e voluttuose e in ogni attività fatta dalla protagonista l’attenzione è posta a come il suo fisico risponde, il poeta è catturato dalla prorompente visione del corpo amato e in danze concitate ecco che i capelli si liberano e il petto sommuove.

Antonietta Fagnani Arese

Il legame tra Foscolo e la Arese è intenso, oserei dire leggermente tossico. Entrambi grandi seduttori, non c’è che dire, lei è stata anche musa di Monti e di Stendhal, ma Foscolo ne rimane assolutamente folgorato, definendola come una donna con “un cuore fatto di cervello”.
Nelle lettere lui le scrive: «niuna donna può vantarsi di essere stata tanto amata da me. Ho amato, è vero, ma non sapevo di poter amare tanto» e ancora: «preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste». Ma ci sono anche passaggi in cui il nostro amico fa la vittima e dice: «Io voglio scommettere cento contr’ uno che vi siete dimenticata della magra e malinconica persona del povero Foscolo… Sono stato malato, e malato gravemente; e non credo di esser guarito se non per bevere più amaramente nel calice della vita, di cui veramente sono stanco». Oppure: «Il tuo povero amico stenta ancora a credere che tu, corteggiata da tanta gente del bel mondo, possa rivolgere gli occhi sopra di un giovane malinconico e sventurato il quale non possiede altro che un cuore che gli fu causa di pianto».
Ma l’amore di Antonietta non sarà eterno e gli da il benservito (e gli sta bene). Lei infatti semplicemente si annoia, complice anche un Foscolo sempre più geloso di una donna bellissima ed ammiratissima e la storia terminerà nel 1803 a causa dell’ennesima lite. Ma Foscolo per uscirsene “pulito” dalla relazione le scrisse tre lettere d’ abbandono: la prima, tenera: la seconda, stentorea; mentre nell’altra, la accusò addirittura di averlo costretto in una malattia terribile, mischiandogli una malattia venerea presa da lei da «orribile tradimento».

Fatta chiarezza sulla figura di Foscolo, la rubrica torna il mese prossimo e andremo un po’ più indietro nel tempo.


Bibliografia

  • W. Binni, L’Ode alla Pallavicini nello svolgimento del primo Foscolo, in Aa. Vv., Studi in memoria di Luigi Russo, Pisa, Nistri-Lischi, 1974, pp. 148-203.
  • L. Caretti, Ugo Foscolo, in Storia della letteratura italiana, VII, L’Ottocento, Milano, Garzanti, 1969, pp. 139 – 146.
  • U. Foscolo, Lacrime d’amore. Lettere ad Antonietta Fagnani Arese, a cura di G. Pacchiano, Guanda, 2008.
  • P. V. Mergaldo, La tradizione del ‘900, Carocci, 2017.
  • M. Santoro, Disegno Storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.