Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood pubblicato nel 1964. Isherwood nasce in Inghilterra, a scuola incontra il poeta Wystan Hugh Auden, che poi diventerà suo amante e amico carissimo, con cui si trasferì negli Stati Uniti nel 1939, dopo una parentesi a Berlino. Negli Stati Uniti si avvicinò alla mistica indiana, diventando di fatto induista. Dal 1953 fino alla morte, Isherwood ha convissuto col suo compagno, il pittore e ritrattista Don Bachardy che ha anche illustrato con ritratti e disegni alcuni libri del compagno. In Italia questo romanzo viene stampato per la prima volta nel 1981 con la traduzione di Dario Villa, edito da Guanda; è invece ora edito da Adelphi.

Un uomo solo è il racconto di una giornata normale di un anziano professore che vive in California, che deve fare i conti con se stesso, con i suoi studenti, e con la recente perdita. Il romanzo ha ispirato il film omonimo diretto da Tom Ford e interpretato da Colin Firth. Da questa quasi banale, quotidianità emergono due enormi fattori: il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto.

All’inizio sembra che George non riesca a rielaborare il lutto perché è difficile esternarlo. Per raccontare l’enorme sofferenza che lo piagava, avrebbe dovuto raccontare anche della felicissima relazione tra lui e Jim, che erano di facciata, solo due amici che condividevano un appartamento; anche se gli sfacciati vicini, gli amici e i più intimi di George sapevano che in realtà erano una coppia.
Non è per un problema di comunicazione o rivelazione che George non esterna la sua sofferenza, ma perché il lutto non si esterna mai davvero.

Quando qualcosa viene strappato in modo così repentino e inaspettato, all’inizio non ci si fa caso. Ci vuole tempo prima che quella specifica mancanza faccia breccia nella routine, nella perfezione del mondo costruito, nella vita vera.
Il problema si manifesta quando ci si rende conto della mancanza, quando si realizza, che la persona con cui si condividevano sogni, speranze, progetti, non può più adempiere alla nostra felicità. Assaliti da ogni tipo di domanda, di rabbia ceca, di dolore, si va avanti, con un fardello incomunicabile. George rimane chiuso nella sua casa e nella sua routine, condividendo il lutto con le sue quattro mura. L’amica Charlotte lo assiste, lo ascolta, ma non può davvero alleviare quella sofferenza.

George è un uomo solo e lo è per svariati motivi: è straniero, intellettuale, omosessuale, vecchio, perché ha perso il suo compagno, perché in fondo ha scelto così; ma sicuramente non è solo perché non ha nessuno con cui parlare del suo lutto. Pur essendo socievole, apprezzato, pur essendo il più amichevole degli uomini, vivere una mancanza del genere è un atto privato. Basta un nulla: un suono, una parola, un’immagine a far rivivere tutto il bene e poi tutto il male.

La scrittura di Isherwood è secca, caustica, ridotta all’osso, perché George deve ridurre all’osso i suoi pensieri: ogni stimolo potrebbe essere pericoloso, ogni minuzia potrebbe riportare il pensiero a Jim e riaprire il vortice di sofferenza. Nelle poche pagine di questo romanzo si parla poco di Jim, poco del suo incidente, si parla molto di George e Isherwood mostra e descrive tutti i tentativi, le scappatoie mentali che il professore crea per evadere da quel pensiero che rimane assordante e sullo sfondo, che investe di nuovo, tutto, quando meno ce lo si aspetta. Deve mantenersi saldo, ancorarsi alla strana maschera che si è creato, tenersi ai muri della casa, visualizzare e vivere un nuovo spazio senza Jim. Diventa allora necessario mantenersi occupati in tutto ciò che non richiede la presenza di Jim: programmare le lezioni, prendere l’autostrada, fare il bagno nell’oceano con uno studente. Ogni cosa che riempie il cervello di altro fuori da Jim è vita.

Quella di Isherwood è sicuramente solo una delle rappresentazioni in cui il lutto viene affrontato dal genere umano, ma ritengo sia una di quelle più veritiere. Il lutto non è al centro del libro, al centro del libro c’è George che tenta di far finta di niente, che vuole riprendere dove la vita di Jim si è interrotta, ma in fondo è al centro dei suoi pensieri.

“Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto, vivano assieme ogni giorno, cucinino gomito a gomito sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti. Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l’uno contro il corpo dell’altro, per sbaglio o no, sensualmente, aggressivamente, maldestramente, impazientemente, in collera o in amore – immaginate che profonde, ma invisibili tracce devono lasciarsi alle spalle. L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scale, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità, e, come la prima volta, capisce che Jim è morto.”

George è solo perché il suo dolore non può essere recepito dagli altri: anche chi ha sperimentato il lutto (e chi non lo ha fatto nella sua vita), non ne ha mai sperimentato uno così importante.

Allora ogni dolore, ogni sofferenza, ogni problema viene messo a paragone a quell’enorme mole di dolore e tutto, sembra insignificante al confronto. Il dolore degli altri, i nostri stessi problemi misurati alla perdita del partner non reggono il confronto. La vita è cambiata, perché nella nostra routine è entrata un’ombra, e delle volte ci farà sorridere, perché ci ricorda dolcezza, ma il più delle volte porterà tormento perché quella dolcezza non sarà mai più. E si è soli perché forse il dolore, quel dolore provocato proprio da quella morte è solo nostro, ed è l’unica cosa che ci lega a quell’amore.

Anche il dolore può essere custodito, necessario e forse a quel dolore si deve rimanere fedeli perché è l’unico appiglio per far vivere l’altro, perché attraverso quel dolore glorifichiamo e ricordiamo la persona che ci è stata strappata. E quindi perché rendere tutto questo comunicabile? Non si può dividere un amore, non si può dividere un dolore.