Un convenience store (termine inglese che significa “negozio di comodità”), conosciuto anche come konbini (コンビニ) dall’abbreviazione in lingua giapponese della traslitterazione dall’inglese konbiniensu sutoa (コンビニエンスストア), è un pubblico esercizio di dimensioni medio-piccole in cui viene effettuata la vendita al dettaglio di una larga gamma di prodotti. In molti dei paesi in cui questo tipo di negozio di vicinato si è diffuso, i punti vendita sono molto frequenti, rimangono aperti tutto l’anno compresi i giorni festivi e spesso offrono un servizio ad orario continuato 24 ore al giorno. I prodotti principali sono quelli alimentari e le sigarette, ma si possono trovare anche generi di abbigliamento, ricariche telefoniche, quotidiani, libri, giocattoli, CD audio e video, cosmetici ecc. (via Wikipedia)

Keiko è una ragazza, tranquilla, solitaria, che ha trovato il suo posto nel mondo in un konbini. Lei ha degli schemi mentali, che si sposano alla perfezione con quelli del market. Lei ha trovato lì la sua dimensione, ma far accettare questa cosa alla sua famiglia e alla società è difficile.
Perché ancora non è sposata? Perché lavora ad un konbini ed ha sempre solo lavorato lì? Perché non si trova altro da fare?

A tutte queste domande Keiko risponde montando un’impalcatura di menzogne, non sta tanto bene, problemi di salute, il lavoro al konbini è congeniale alla sua malattia. Ma di malattie non ce ne sono, c’è solo Keiko che sente di essere un po’ diversa dagli altri o meglio, percepisce che gli altri la sentono diversa da loro, visto che lei nella sua vita ci sta benissimo. È stato così da subito, già da bambina Keiko preoccupava chi le stava intorno.

“La signora seduta al suo fianco mi fissò a bocca aperta, gli occhi e le narici spalancati, con un’espressione così strampalata che per poco non scoppiai a ridere. Starà forse pensando che un uccellino non basterà a sfamare tre o quattro persone?, mi chiesi, visto che continuava a fissarmi le mani.
“Provo a catturarne altri?” mi venne spontaneo domandare, voltandomi verso due o tre passerotti che saltellavano là intorno.
“Keiko, sei impazzita?” gridò mia madre, in tono di rimprovero. “È nostro dovere seppellire questo uccellino. Guarda, le tue amichette stanno piangendo. È una cosa triste quando muove qualcuno, questo povero passerotto non ti fa pena?”
“Mica tanto… Ormai è morto, no?”

Ad un certo punto Keiko cerca di mettere fine a tutte queste continue domande sulla sua vita, sulla sua carriera, che poi neanche capisce cosa importa alla gente della sua vita? Murata Sayaka attraverso la storia di Keiko traccia i limiti della normalità, anzi, fa capire che la normalità non esiste, è un concetto che intrappola la gente. Keiko vorrebbe vivere la sua vita al konbini in assoluta tranquillità, ma la pressione sociale non glielo permette. Anche Shiraha, suo collega e poi coinquilino, che secondo la mia personale lettura incarna perfettamente un incel, non fa altro che ripeterle che è stramba, come lo è lui stesso: adulti senza aspirazioni, famiglia, guadagni.

Il matrimonio sembra essere il traguardo da raggiungere per ogni donna e Keiko che di anni ne ha 36 e di mariti neanche uno, è un’anomalia. In 160 pagine è concentrato tutto lo stupore della povera Keiko nei confronti di chi la osserva e chi non riesce ad accettare che ci possono essere tanti modi di vivere le proprie vite.

“Gli altri non si fanno scrupoli e perdono ogni freno davanti a tutto ciò che esce fuori dall’ordinario, pretendono delle spiegazioni e sono convinti di avere il diritto di sapere tutto. Lo trovo assurdo, di un’arroganza esasperante. Certe volte mi verrebbe voglia di prendere una pala e suonarla in testa a chiunque mi trovi di fronte, come quella volta alla scuola elementare. Ma è meglio non farne parola con mia sorella: in passato, tutte le volte che ho tirato in ballo l’argomento, si è preoccupata da morire e le sono venute le lacrime agli occhi. È sempre stata buona e gentile con me, non voglio farla deprimere e metterla di cattivo umore. Preferisco cambiare subito argomento e passare a qualcosa di più leggero.”

È un libro che ho letto in pochissimo tempo, perché entrare nei pensieri di Keiko è molto interessante. Pur raccontando una vita tranquilla, senza colpi di scena o chissà quali intrighi, fa riflettere molto, sul concetto di normalità, ma soprattutto su come ci poniamo nei confronti degli altri. Ogni tanto, anzi, forse sempre, è il caso di stare al nostro posto, tranquilli, senza per forza voler trovare una spiegazione a comportamenti diversi dai nostri. Sono veramente indispensabili tutte quelle domande che poniamo con aria giudicante a chi non sta vivendo una vita nello stesso modo in cui facciamo noi? È davvero necessario importunare la gente, anche amici, anzi soprattutto amici, con domande tipo: quando ti sposi? E i figli? E il fidanzatino? E la laurea? E il lavoro?
Chiedo per un’amica eh.