Karley Sciortino è una, anzi, la più famosa sex blogger dell’etere. Ha una rubrica su Vogue in cui parla di sesso e relazioni, ma il suo vero “diario” è Slutever in cui descrive e riporta le sue avventure, interviste, ricerche, esperienze, tutto legato al mondo del sesso.

Lei si definisce slut utilizzando questa parola in modo estremamente positivo. È la parola indice di libertà, di determinazione, emancipazione: è la parola che contiene tutta la voglia di essere semplicemente sé stessa cioè una donna a cui piace fare sesso.

La summa del pensiero e della filosofia della Sciortino è sicuramente Slutever, in italiano Generazione Slut, autobiografia della blogger, edita da Odoya con prefazione e traduzione di Morena de Le sex en rose. Dall’infanzia e l’adolescenza in cui la Sciortino cercava di svincolarsi dalla famiglia cattolica e da luoghi che le stavano stretti, all’esplorazione di ogni stile di vita, dalla squatter all’appartamento di lusso, dalla povertà alla riccanza, senza però mai dimenticare il proprio personale piacere; Karley ci apre le porte della sua vita e anche della sua mente. Racconta in modo assolutamente ironico le sue esperienze sessuali come sugar baby, dominatrice, alle prese con varie relazioni, mantenendo però sempre un approccio critico ed intelligente nel racconto della sua vita, facendo notare come la società vede e giudica tutte queste attività, avendo sempre da ridire sui corpi delle donne e di quanto sia difficile mantenere una “facciata” rispettabile facendo tanto sesso, senza mancare di rispetto a nessuno.

“Ci sono persone nel mondo che semplicemente non accetteranno o non rispetteranno mai una persona – in particolare una donna – che fa tanto sesso, o che parla apertamente di sesso, e può essere uno spreco di energia anche solo provare a farle cambiare idea. Ma, voglio dire, chi se ne importa, non si deve piacere a tutti, giusto?”

L’obbiettivo della Sciortino è far capire che una donna può provare e avere una sessualità libera. Il racconto della sua esperienza è una dimostrazione del fatto che si può vivere liberandosi dalle “regole” per altro imposte da un sistema patriarcale, da tutti i luoghi comuni, gli stereotipi che le donne devono subite per la conquista di una emancipazione sessuale.

Stabiliamo cos’è e cosa non è degradante in base a norme socio – patriarcali che ci dicono come dovrebbe comportarsi una donna, il che dovrebbe rendere evidente che l’intero dibattito intorno al “è degradante?” è solo un altro modo di controllare il corpo e la condotta femminili. Ironia della sorte, nonostante la maggior parte delle donne subisca il binarismo degradante/non degradante, non sono solo gli uomini a imporre queste restrizioni.

Tutto ciò che viene applicato al giudizio sulla sessualità femminile non si applica mai a quello maschile. Qualsiasi sia la fantasia, il modo attraverso cui si trova eccitazione e piacere, per l’uomo sarà sempre un modo giusto. Mai si chiede agli uomini se fare sesso in un determinato modo (che poi anche qui, la normalità è soggettiva, insomma cosa è normale nel sesso? E soprattutto chi lo ha deciso?) potrebbe essere per loro degradante. Per l’uomo il sesso non può mai essere deludente o negativo, la sua virilità che si esprime nella sessualità è sempre evidenziata come positiva, fantastica, meravigliosa anche se non era un granché.

Larga parte del libro è legata alle sex workers. Karley parla del suo lavoro come dominatrice e della sua esperienza come sugar baby. Ne parla con enorme intelligenza, ponendo molte domande a chi legge: perché mai dovrebbe essere strano spendere dei soldi per fare sesso in un modo che ci rende felici, è in qualche modo un’attenzione, una cura verso sé stessi, come fare una vacanza. Soprattutto se piace alle persone coinvolte, se queste provano piacere, perché dovremmo giudicarle?
Insomma è necessaria una decostruzione del nostro pensiero, una riflessione su noi stessə in primis per arrivare a poter parlare liberamente del nostro piacere. La Sciortino non ne fa una questione di coraggio, né dice che sia una cosa semplice parlare apertamente di sesso, lei stessa dimostra di aver avuto tante riserve, nonostante il blog, le riviste, il libro nel parlare di ciò che le piace davvero. Nel 2020 forse è il momento di dare davvero libertà a tuttə, di pensare, fare e provare piacere come si vuole.

È sicuramente la parte più interessante del libro quella in cui Sciortino avanza delle riflessioni sul sex work e su come questo è visto dalla società.

“Pressoché ovunque le puttane sono ritenute una tragedia. Non è una coincidenza che “sei una puttana” sia uno degli insulti più popolari scagliati contro una donna; dagli uomini, ma anche da altre donne. Questo, in parte, è dovuto alla convinzione persistente che le donne dovrebbero essere pure, che le donne che fanno tanto sessi valgono in qualche modo meno di quelle che non lo fanno. […] Negli anni Settanta la missione delle femministe radicali e delle crociate anti – porno come Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon è stata di perpetuare il pregiudizio culturale che tutto il sex work è intrinsecamente degradante, perché rafforza sia l’oggettificazione sessuale delle donne che il patriarcato. Alcune si sono spinte a dire che tutto i sex work è stupro. Non consideriamo una violenza il sesso consensuale e non consideriamo una violenza essere pagato, ma se mettiamo le due cose insieme diventa sfruttamento e bisogno di essere salvati… a quanto pare.”

Sono molte le interviste riportate nel libro e il punto di vista dell’autrice mi sembra essere un ottimo spunto di riflessione su questo “problema” visto dall’interno. Fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato e Sciortino tratta di tutte le donne che entrano nel mondo del sex work per loro volontà, soddisfacendo i loro desideri e guadagnando facendo qualcosa che le appaga. È ovvia la condanna allo sfruttamento sessuale, al sex work come “ripiego” per una situazione di povertà e giustamente sottolinea il fatto che prima di condannare il sex work come lavoro degradante per una donna, che viene spinta a farlo da una situazione economica di disagio, si dovrebbe contestare il capitalismo che permette alle donne di avere salari più bassi, di fare lavori che non permettono un mantenimento di uno status quantomeno decente per vivere. Ma non si possono e non si devono mettere a paragone tutte le sex workers, anche in questo caso la determinazione e la volontà di agire sul proprio corpo deve passare dal singolo individuo, non deve essere ostacolato, giudicato da nessuno.

La lettura di questo libro è stata senza dubbio illuminante, mi ha permesso di ragionare su molti aspetti della mia vita e della vita di tutte le donne. Non reputo le esperienze di Karley né eccessive, né trasgressive, né coraggiose (come invece ho letto in moltissimi articoli che parlano di lei), ha semplicemente ascoltato i suoi desideri, ha modellato la sua vita secondo quello che le piaceva di più e soprattutto è riuscita a non farsi condizionare dal mondo esterno, a prendere decisioni che per altrə potevano essere strani, sopra le righe, inaccettabili, tranquillamente, mettendo al primo posto solo sé stessa. Oltre al vivere la propria sessualità, al normalizzare desideri, situazioni, quello che questo libro e la vita di Karley insegnano è che con una enorme dose di strafottenza e di determinazione si può vivere una vita piena sotto ogni aspetto, ma c’è ancora tanta strada da fare per decostruire la società in cui viviamo in modo da roiscore a far vivere una sessualità libera a tutte le donne.