L’arte può essere una terapia ed è molto probabile che la visionaria e iconica Yayoi Kusama abbia trovato nel suo modo di intendere l’arte, il modo per combattere o per esorcizzare l’invisibile malattia che la tormentava. Il connubio tra arte e malattia, non si esaurisce certo solamente nella figura di Kusama, ma è viva nella storia dell’arte, basti pensare a Edvard Munch, Vincent Van Gogh, Jackson Pollock, solo per citarne alcuni.

Dietro ogni opera d’arte c’è una vita, un complesso di emozioni, sentimenti, esperienze, che forse noi nell’immediatezza dello sguardo che cattura immagini, sculture, architetture bellissime fatichiamo ad approfondire. Kusama denuncia nella sua opera tutte le sue esperienze, le ristrettezze che ha dovuto patire per emanciparsi, la rigidità della madre, ma anche l’indifferenza e il taboo che circola sulla malattia mentale, soprattutto in Oriente.

“La mia arte è originata da allucinazioni che solo io posso vedere. Cerco di tradurre le allucinazioni e le immagini ossessive che mi tormentano in sculture e dipinti. Tutti i miei lavori sono il prodotto della mia nevrosi ossessiva e sono legati al mio disturbo, ma riesco a creare anche quando non sono affetta da allucinazioni. Trasportando le allucinazioni e la paura di esse nella mia arte, cerco di curare il mio disturbo.”

Kusama nasce nel 1929 a Matsumoto, in Giappone. Pur determinata fin dalla tenera età a diventare pittrice, deve affrontare molti ostacoli per riuscire a raggiungere il suo obbiettivo: in primis il fatto di soffrire di allucinazioni, che la tormentavano; poi quello di essere una donna, e infine la severità di sua madre e la terribile ristrettezza di vedute del Giappone. Il suo modo di dipingere viene dai traumi infantili: sua madre le strappa i fogli dalle mani prima che possa completare i suoi disegni, per cercare di distoglierla dai suoi obbiettivi, per farla essere una donna “normale” con una vita tranquilla e un matrimonio combinato, non una squattrinata pittrice. Lei allora deve essere più veloce della furia materna, dipingere ossessivamente, sviluppa così un’ossessione per i polka dots che sono il fulcro della sua produzione. Sviluppa anche un’avversione verso il sesso, poiché sua madre, intrappolata in una relazione infausta, la costringe a seguire e spiare il padre con altre donne. Questo le provoca una repulsione verso l’attività sessuale, anche se nella sua carriera si batterà molto per la libertà sessuale.

La svolta nella vita di Kusama è sicuramente lo scambio epistolare con Georgia O’Keefe (una delle mie pittrici preferite). La giovane artista alle prime armi chiede alla sua mentore cosa dovrebbe fare a questo punto, e O’Keefe entusiasmata da alcuni lavori che Kusama le aveva mandato la invita negli USA dicendole che li avrebbe mostrati a qualcuno.

Negli USA Kusama si deve scontrare con una scena dell’arte dominata da maschi bianchi, trovare il suo posto, emanciparsi, non è cosa da poco. Molti artisti contemporanei che vennero in contatto con lei, carpirono il suo potenziale, rubandole però idee che hanno rivenduto come loro. Questo la porta ad una enorme sfiducia in sé stessa, che la spinge a buttarsi dalla finestra.

Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1966, con il suo Narcissus Garden, torna a New York a comporre opere dovunque. Le sue installazioni ed esibizioni vengono definite scandalose, perché molto spesso coinvolgono modelli nudi, promuove l’omosessualità, la sessualità libera attraverso cui cerca di combattere la sua fobia del sesso, sono i sex happening: ricopre di pois persone nude e le espone in luoghi frequentatissimi come Central Park, la Statua della Libertà, Il MOMA. Crea anche installazioni di falli imbottiti. L’eco di questi progetti arriva fino a Tokyo e la famiglia la ripudia. Quando infatti torna in Giappone non c’è nessuno ad accoglierla, ma rientra in una clinica psichiatrica volontariamente, dopo un momento in cui tenta di nuovo il suicidio e si rende conto di non essere più capace di produrre. Dopo un lungo periodo di inattività, nel 1993, torna alla Biennale di Venezia a rappresentare il Giappone. Da lì in poi il genio di Kusama torna in auge e rompe ogni argine. La storia e l’arte di Kusama non si arrestano, neanche ora che ha novantun’anni, anzi, lei sostiene: “I’m old now, but I am still going to create more work and better work. More than I have in the past. My mind is full of paintings.”

Nel meraviglioso Kusama di Elisa Macellari, edito da Centauria c’è tutto questo. Attraverso pagine decostruite, con impostazioni e squadrature del tutto originali Macellari ci porta per mano nelle ossessioni e nell’arte di Kusama, facendoci non solo conoscere la vita di questa artista grandiosa, ma anche tutto ciò che si nasconde nelle sue opere e le sue opere stesse. L’autrice di questo fumetto usa zucche, puntinati, falsi specchi, tentacoli, falli, tutto ciò che ha caratterizzato l’arte di Kusama come sfondo alla storia che ci racconta.

Con una delicatezza estrema riesce a far trapelare l’iconicità dell’artista, a trattare le sue ossessioni e la malattia mentale, riuscendo a dare una testimonianza valida, senza giudizi, oltre a condensare davvero tutti i punti salienti della vita privata e di artista di Kusama, facendoci così conoscere l’artista a 360°.