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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

ottobre 2020

Robbe grosse sull’erotismo – Ugo Foscolo

Oggi dedichiamo questa intensa rubrica a Ugo Foscolo, nato, come tuttɜ sappiamo a Zante nel 1778 e morto a Turnham Green il 10 settembre 1827. Siamo appena agli albori del Romanticismo, nato dallo Sturm und Drang (1765 – 1785) anche se il nostro poeta si colloca nel solco del neoclassicismo, pur gettando qua e là chiari segni romantici.
Foscolo è un personaggio eclettico. Scrittore di prosa, di poesia, ma anche di opere teatrali, è ribelle, legatissimo alla patria o almeno all’idea di averne una, ma rimarrà sempre politicamente deluso. Però a livello sentimentale – erotico era una persona curiosissima, sempre a caccia di amori e pathos.

L’opera più nota di Ugo Foscolo è sicuramente Le ultime lettere di Jacopo Ortis, nel quale Foscolo ci presenta un crogiolo in cui il suo mondo sentimentale, sempre molto composito (solo nelle opere) si presenta con una complessità più generosa, anche a costo di contrasti violenti e repentini cambi di tono, che non sono invece proprio di casa negli altri lavori foscoliani. Infatti accanto ad un registro “alfieriano” tragico e intessuto di invettiva, grida angosciose, tormenti, ne troviamo un altro di strazio più desolato ma meno eloquente e infine abbiamo anche un piano più tipicamente idillico ed elegiaco. Le ultime lettere di Jacopo Ortis si presterebbe benissimo per essere analizzato in questa sede, grazie all’intensa storia d’amore tra Jacopo e Teresa, ma ho preferito analizzare altri componimenti, sicuramente meno conosciuti, ma che comunque contengono molti dei temi sviluppati nel romanzo.

Se con gli altri protagonisti di questa rubrica abbiamo visto gioia, passione, scherzetti erotici, sentimenti autentici, qui vedremo solamente un grande ammorbamento: Ugo si lamenta perché il suo amore non è mai proprio come vorrebbe. Eppure Foscolo è un donnaiolo, non se ne lascia scappare una, che sia una. Fa strage di cuori dovunque e si permette sempre nei suoi graziosi lavori di giudicare l’operato femminile con costante misoginia. Ovviamente avendo tante relazioni ha anche tante muse ispiratrici: una di queste è Isabella Roncioni, nobildonna toscana, da cui è tratto il personaggio di Teresa e vari sonetti in cui Foscolo si lamenta per la lontananza, ma per quanto fervida e appassionata sia la relazione, Ugo si lamenta sempre di qualcosa.
I sonetti foscoliani sembrano dimidiati per improvvisa frattura tra l’intenzione impetuosa dei motivi personali che generano uno stile concitato e ansimante e un voler frenare questo impeto attraverso l’uso sofisticato ed elegante di immagini e situazioni che s’ispirano al classicismo e ad un gusto per il passato.

Isabella Roncioni

In Perché Taccia ad esempio, dedicato proprio alla Roncioni, pianti all’aria e pene indicibili a causa di grandi occhi ridenti che hanno soggiogato il cuore del poeta, che poi tenta di mitigare il dramma consumato nelle prime due strofe attraverso un’equilibrata descrizione dell’amata, strizzando l’occhio anche a Petrarca.

I sonetti come questo, compresi tra la prima ode: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800) e la seconda: All’amica risanata (1802) sono coevi al rifacimento dell’Ortis e alle lettere che si scambiava con la contessa Antonietta Fagnani Arese (dedicataria della seconda ode) e presentano tutti i temi dominanti della poetica foscoliana, trasfigurati in miti dolenti presentati e poi sciolti con discrezione e governati sempre da un’intensa quanto pacata mestizia.

Nelle Odi invece si ha la celebrazione della bellezza femminile, crudelmente minacciata dai fatti più disparati (e prontamente salvata dalle parole del poeta; che senza come avrebbero fatto ‘ste povere disgraziate), rendendo però sempre le donne reali in dee sovrane e maestose. Il corteggio delle inserzioni mitologiche risulta però essere sovrabbondante e troppo esibito, anche per uno come Foscolo che è sempre alla ricerca della grazia.

In A Luigia Pallavicini caduta da cavallo la protagonista è descritta come:

E te chiama la danza
Ove l’aure portavano
Insolita fragranza,
Allor che a’ nodi indocile
La chioma al roseo braccio
Ti fu gentile impaccio.

[…]

Armonïosi accenti
Dal tuo labbro volavano,
E dagli occhi ridenti
Traluceano di Venere
I disdegni e le paci
La speme, il pianto e i baci.

Luigia Pallavicini

Tutta la descrizione è volta ad esprimere la freschezza della signorina Luigia, ma anche sensualità: durante una danza sciolta e libera, la chioma sparsa s’impiglia nel suo braccio e già qui prevediamo fatti funesti, infatti questo piccolo inconveniente è come una crepa che mina l’architettura perfetta e venerea in cui la protagonista è calata, sì perché Foscolo manco quando si balla riesce a stare in grazia di Dio, deve sempre metterci l’imprevisto. Ma non finisce qui. Quest’ode è infatti ispirata ad un fatto realmente accaduto: Luigia Pallavicini cadde davvero da cavallo, riportando gravi ferite che le deturparono permanentemente il volto e poteva mai Foscolo farsi scappare questo succulento avvenimento per descrivere la bellezza insidiata dal male? Quale male, in fondo è stato un incidente, è caduta da cavallo. Eh no, il male è la troppa libertà femminile. Di certo Foscolo come abbiamo capito, non è scevro dal maschilismo che si portano dietro vari degli autori di cui abbiamo parlato fino ad ora. In questo componimento infatti, dall’alto del suo essere maschio, commenta tutto l’accaduto. Già perché non solo la poveretta è caduta da cavallo e si è fatta veramente male, ma deve pure sentirsi giudicata da Foscolo che le dice:

Deh! perchè hai le gentili
Forme e l’ingegno docile

Vôlto a studi virili?
Perchè non dell’Aonie
Seguivi, incauta, l’arte,
Ma i ludi aspri di Marte?

Beh, come può una donna dall’ingegno docile, smidollata, mai sia troppo intelligente, essere così imprudente e sconsiderata da andare a cavallo, da fare una cosa per uomini, da fare qualcosa che molto probabilmente le piaceva? La povera Luigia cornuta e mazziata in quest’ode, alla fine non si ritrova un vero e proprio augurio di guarigione in toto, ma solo ed esclusivamente la speranza che la sua bellezza torni quella di prima dell’incidente, perché senza la beltà primiera poi come potrebbe mai vivere e soddisfare soprattutto Ugo.

Pera chi osò primiero
Discortese commettere
A infedele corsiero
L’agil fianco femineo,
E aprì con rio consiglio
Nuovo a beltà periglio!

Chè or non vedrei le rose
Del tuo volto sì languide;
Non le luci amorose
Spïar ne’ guardi medici
Speranza lusinghiera
Della beltà primiera.

Più sbottonato e anche leggermente più gradevole, lo vediamo nella seconda ode, alla Fagnani Arese, che però ha lo stesso leitmotiv della lirica precedente: una malattia sconvolge l’equilibrio e la bellezza di Antonietta, ma lei riesce a riprendere le sembianze divine ed è a questa ritrovata beltà che l’ode è principalmente dedicata. La contessa era moglie del conte Marco Arese Lucini ed ha con Foscolo un incontro nel 1801: da allora si scambiano appassionatissime lettere d’amore, circa 136 e a lei è dedicata All’amica risanata, titolo parlante dato che ămīca, ae in latino significa amante.
I versi sono dissolti in un fuoco intenso e tuttavia trattenuto, da un impeto fresco e nuovo che anima quelle esangui forme, le eccita e le sommuove, le inebria in un vortice veloce e incalzante.

O quando l’arpa adorni
E co’ novelli numeri
E co’ molli contorni
Delle forme che facile
Bisso seconda, e intanto
Fra il basso sospirar vola il tuo canto.

Più periglioso; o quando
Balli disegni, e l’agile
Corpo
all’aure fidando,
Ignoti vezzi sfuggono
Dai manti, e dal negletto
Velo scomposto sul sommosso petto.

All’agitarti, lente
Cascan le trecce, nitide
Per ambrosia recente,
Mal fide all’aureo pettine
E alla rosea ghirlanda
Che or con l’alma salute April ti manda.

Così ancelle d’Amore
A te d’intorno volano
Invidiate l’Ore;
Meste le Grazie mirino
Chi la beltà fugace
Ti membra, e il giorno dell’eterna pace.

Le forme, che sono citate senza remore, sono molli e voluttuose e in ogni attività fatta dalla protagonista l’attenzione è posta a come il suo fisico risponde, il poeta è catturato dalla prorompente visione del corpo amato e in danze concitate ecco che i capelli si liberano e il petto sommuove.

Antonietta Fagnani Arese

Il legame tra Foscolo e la Arese è intenso, oserei dire leggermente tossico. Entrambi grandi seduttori, non c’è che dire, lei è stata anche musa di Monti e di Stendhal, ma Foscolo ne rimane assolutamente folgorato, definendola come una donna con “un cuore fatto di cervello”.
Nelle lettere lui le scrive: «niuna donna può vantarsi di essere stata tanto amata da me. Ho amato, è vero, ma non sapevo di poter amare tanto» e ancora: «preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste». Ma ci sono anche passaggi in cui il nostro amico fa la vittima e dice: «Io voglio scommettere cento contr’ uno che vi siete dimenticata della magra e malinconica persona del povero Foscolo… Sono stato malato, e malato gravemente; e non credo di esser guarito se non per bevere più amaramente nel calice della vita, di cui veramente sono stanco». Oppure: «Il tuo povero amico stenta ancora a credere che tu, corteggiata da tanta gente del bel mondo, possa rivolgere gli occhi sopra di un giovane malinconico e sventurato il quale non possiede altro che un cuore che gli fu causa di pianto».
Ma l’amore di Antonietta non sarà eterno e gli da il benservito (e gli sta bene). Lei infatti semplicemente si annoia, complice anche un Foscolo sempre più geloso di una donna bellissima ed ammiratissima e la storia terminerà nel 1803 a causa dell’ennesima lite. Ma Foscolo per uscirsene “pulito” dalla relazione le scrisse tre lettere d’ abbandono: la prima, tenera: la seconda, stentorea; mentre nell’altra, la accusò addirittura di averlo costretto in una malattia terribile, mischiandogli una malattia venerea presa da lei da «orribile tradimento».

Fatta chiarezza sulla figura di Foscolo, la rubrica torna il mese prossimo e andremo un po’ più indietro nel tempo.


Bibliografia

  • W. Binni, L’Ode alla Pallavicini nello svolgimento del primo Foscolo, in Aa. Vv., Studi in memoria di Luigi Russo, Pisa, Nistri-Lischi, 1974, pp. 148-203.
  • L. Caretti, Ugo Foscolo, in Storia della letteratura italiana, VII, L’Ottocento, Milano, Garzanti, 1969, pp. 139 – 146.
  • U. Foscolo, Lacrime d’amore. Lettere ad Antonietta Fagnani Arese, a cura di G. Pacchiano, Guanda, 2008.
  • P. V. Mergaldo, La tradizione del ‘900, Carocci, 2017.
  • M. Santoro, Disegno Storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

Un uomo solo – C. Isherwood.

Un uomo solo è un romanzo di Christopher Isherwood pubblicato nel 1964. Isherwood nasce in Inghilterra, a scuola incontra il poeta Wystan Hugh Auden, che poi diventerà suo amante e amico carissimo, con cui si trasferì negli Stati Uniti nel 1939, dopo una parentesi a Berlino. Negli Stati Uniti si avvicinò alla mistica indiana, diventando di fatto induista. Dal 1953 fino alla morte, Isherwood ha convissuto col suo compagno, il pittore e ritrattista Don Bachardy che ha anche illustrato con ritratti e disegni alcuni libri del compagno. In Italia questo romanzo viene stampato per la prima volta nel 1981 con la traduzione di Dario Villa, edito da Guanda; è invece ora edito da Adelphi.

Un uomo solo è il racconto di una giornata normale di un anziano professore che vive in California, che deve fare i conti con se stesso, con i suoi studenti, e con la recente perdita. Il romanzo ha ispirato il film omonimo diretto da Tom Ford e interpretato da Colin Firth. Da questa quasi banale, quotidianità emergono due enormi fattori: il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto.

All’inizio sembra che George non riesca a rielaborare il lutto perché è difficile esternarlo. Per raccontare l’enorme sofferenza che lo piagava, avrebbe dovuto raccontare anche della felicissima relazione tra lui e Jim, che erano di facciata, solo due amici che condividevano un appartamento; anche se gli sfacciati vicini, gli amici e i più intimi di George sapevano che in realtà erano una coppia.
Non è per un problema di comunicazione o rivelazione che George non esterna la sua sofferenza, ma perché il lutto non si esterna mai davvero.

Quando qualcosa viene strappato in modo così repentino e inaspettato, all’inizio non ci si fa caso. Ci vuole tempo prima che quella specifica mancanza faccia breccia nella routine, nella perfezione del mondo costruito, nella vita vera.
Il problema si manifesta quando ci si rende conto della mancanza, quando si realizza, che la persona con cui si condividevano sogni, speranze, progetti, non può più adempiere alla nostra felicità. Assaliti da ogni tipo di domanda, di rabbia ceca, di dolore, si va avanti, con un fardello incomunicabile. George rimane chiuso nella sua casa e nella sua routine, condividendo il lutto con le sue quattro mura. L’amica Charlotte lo assiste, lo ascolta, ma non può davvero alleviare quella sofferenza.

George è un uomo solo e lo è per svariati motivi: è straniero, intellettuale, omosessuale, vecchio, perché ha perso il suo compagno, perché in fondo ha scelto così; ma sicuramente non è solo perché non ha nessuno con cui parlare del suo lutto. Pur essendo socievole, apprezzato, pur essendo il più amichevole degli uomini, vivere una mancanza del genere è un atto privato. Basta un nulla: un suono, una parola, un’immagine a far rivivere tutto il bene e poi tutto il male.

La scrittura di Isherwood è secca, caustica, ridotta all’osso, perché George deve ridurre all’osso i suoi pensieri: ogni stimolo potrebbe essere pericoloso, ogni minuzia potrebbe riportare il pensiero a Jim e riaprire il vortice di sofferenza. Nelle poche pagine di questo romanzo si parla poco di Jim, poco del suo incidente, si parla molto di George e Isherwood mostra e descrive tutti i tentativi, le scappatoie mentali che il professore crea per evadere da quel pensiero che rimane assordante e sullo sfondo, che investe di nuovo, tutto, quando meno ce lo si aspetta. Deve mantenersi saldo, ancorarsi alla strana maschera che si è creato, tenersi ai muri della casa, visualizzare e vivere un nuovo spazio senza Jim. Diventa allora necessario mantenersi occupati in tutto ciò che non richiede la presenza di Jim: programmare le lezioni, prendere l’autostrada, fare il bagno nell’oceano con uno studente. Ogni cosa che riempie il cervello di altro fuori da Jim è vita.

Quella di Isherwood è sicuramente solo una delle rappresentazioni in cui il lutto viene affrontato dal genere umano, ma ritengo sia una di quelle più veritiere. Il lutto non è al centro del libro, al centro del libro c’è George che tenta di far finta di niente, che vuole riprendere dove la vita di Jim si è interrotta, ma in fondo è al centro dei suoi pensieri.

“Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto, vivano assieme ogni giorno, cucinino gomito a gomito sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti. Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l’uno contro il corpo dell’altro, per sbaglio o no, sensualmente, aggressivamente, maldestramente, impazientemente, in collera o in amore – immaginate che profonde, ma invisibili tracce devono lasciarsi alle spalle. L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scale, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità, e, come la prima volta, capisce che Jim è morto.”

George è solo perché il suo dolore non può essere recepito dagli altri: anche chi ha sperimentato il lutto (e chi non lo ha fatto nella sua vita), non ne ha mai sperimentato uno così importante.

Allora ogni dolore, ogni sofferenza, ogni problema viene messo a paragone a quell’enorme mole di dolore e tutto, sembra insignificante al confronto. Il dolore degli altri, i nostri stessi problemi misurati alla perdita del partner non reggono il confronto. La vita è cambiata, perché nella nostra routine è entrata un’ombra, e delle volte ci farà sorridere, perché ci ricorda dolcezza, ma il più delle volte porterà tormento perché quella dolcezza non sarà mai più. E si è soli perché forse il dolore, quel dolore provocato proprio da quella morte è solo nostro, ed è l’unica cosa che ci lega a quell’amore.

Anche il dolore può essere custodito, necessario e forse a quel dolore si deve rimanere fedeli perché è l’unico appiglio per far vivere l’altro, perché attraverso quel dolore glorifichiamo e ricordiamo la persona che ci è stata strappata. E quindi perché rendere tutto questo comunicabile? Non si può dividere un amore, non si può dividere un dolore.

La ragazza del convenience store – Murata Sayaka

Un convenience store (termine inglese che significa “negozio di comodità”), conosciuto anche come konbini (コンビニ) dall’abbreviazione in lingua giapponese della traslitterazione dall’inglese konbiniensu sutoa (コンビニエンスストア), è un pubblico esercizio di dimensioni medio-piccole in cui viene effettuata la vendita al dettaglio di una larga gamma di prodotti. In molti dei paesi in cui questo tipo di negozio di vicinato si è diffuso, i punti vendita sono molto frequenti, rimangono aperti tutto l’anno compresi i giorni festivi e spesso offrono un servizio ad orario continuato 24 ore al giorno. I prodotti principali sono quelli alimentari e le sigarette, ma si possono trovare anche generi di abbigliamento, ricariche telefoniche, quotidiani, libri, giocattoli, CD audio e video, cosmetici ecc. (via Wikipedia)

Keiko è una ragazza, tranquilla, solitaria, che ha trovato il suo posto nel mondo in un konbini. Lei ha degli schemi mentali, che si sposano alla perfezione con quelli del market. Lei ha trovato lì la sua dimensione, ma far accettare questa cosa alla sua famiglia e alla società è difficile.
Perché ancora non è sposata? Perché lavora ad un konbini ed ha sempre solo lavorato lì? Perché non si trova altro da fare?

A tutte queste domande Keiko risponde montando un’impalcatura di menzogne, non sta tanto bene, problemi di salute, il lavoro al konbini è congeniale alla sua malattia. Ma di malattie non ce ne sono, c’è solo Keiko che sente di essere un po’ diversa dagli altri o meglio, percepisce che gli altri la sentono diversa da loro, visto che lei nella sua vita ci sta benissimo. È stato così da subito, già da bambina Keiko preoccupava chi le stava intorno.

“La signora seduta al suo fianco mi fissò a bocca aperta, gli occhi e le narici spalancati, con un’espressione così strampalata che per poco non scoppiai a ridere. Starà forse pensando che un uccellino non basterà a sfamare tre o quattro persone?, mi chiesi, visto che continuava a fissarmi le mani.
“Provo a catturarne altri?” mi venne spontaneo domandare, voltandomi verso due o tre passerotti che saltellavano là intorno.
“Keiko, sei impazzita?” gridò mia madre, in tono di rimprovero. “È nostro dovere seppellire questo uccellino. Guarda, le tue amichette stanno piangendo. È una cosa triste quando muove qualcuno, questo povero passerotto non ti fa pena?”
“Mica tanto… Ormai è morto, no?”

Ad un certo punto Keiko cerca di mettere fine a tutte queste continue domande sulla sua vita, sulla sua carriera, che poi neanche capisce cosa importa alla gente della sua vita? Murata Sayaka attraverso la storia di Keiko traccia i limiti della normalità, anzi, fa capire che la normalità non esiste, è un concetto che intrappola la gente. Keiko vorrebbe vivere la sua vita al konbini in assoluta tranquillità, ma la pressione sociale non glielo permette. Anche Shiraha, suo collega e poi coinquilino, che secondo la mia personale lettura incarna perfettamente un incel, non fa altro che ripeterle che è stramba, come lo è lui stesso: adulti senza aspirazioni, famiglia, guadagni.

Il matrimonio sembra essere il traguardo da raggiungere per ogni donna e Keiko che di anni ne ha 36 e di mariti neanche uno, è un’anomalia. In 160 pagine è concentrato tutto lo stupore della povera Keiko nei confronti di chi la osserva e chi non riesce ad accettare che ci possono essere tanti modi di vivere le proprie vite.

“Gli altri non si fanno scrupoli e perdono ogni freno davanti a tutto ciò che esce fuori dall’ordinario, pretendono delle spiegazioni e sono convinti di avere il diritto di sapere tutto. Lo trovo assurdo, di un’arroganza esasperante. Certe volte mi verrebbe voglia di prendere una pala e suonarla in testa a chiunque mi trovi di fronte, come quella volta alla scuola elementare. Ma è meglio non farne parola con mia sorella: in passato, tutte le volte che ho tirato in ballo l’argomento, si è preoccupata da morire e le sono venute le lacrime agli occhi. È sempre stata buona e gentile con me, non voglio farla deprimere e metterla di cattivo umore. Preferisco cambiare subito argomento e passare a qualcosa di più leggero.”

È un libro che ho letto in pochissimo tempo, perché entrare nei pensieri di Keiko è molto interessante. Pur raccontando una vita tranquilla, senza colpi di scena o chissà quali intrighi, fa riflettere molto, sul concetto di normalità, ma soprattutto su come ci poniamo nei confronti degli altri. Ogni tanto, anzi, forse sempre, è il caso di stare al nostro posto, tranquilli, senza per forza voler trovare una spiegazione a comportamenti diversi dai nostri. Sono veramente indispensabili tutte quelle domande che poniamo con aria giudicante a chi non sta vivendo una vita nello stesso modo in cui facciamo noi? È davvero necessario importunare la gente, anche amici, anzi soprattutto amici, con domande tipo: quando ti sposi? E i figli? E il fidanzatino? E la laurea? E il lavoro?
Chiedo per un’amica eh.

La Dragunera, L. Barbarino

Opera prima di Linda Barbarino, La Dragunera è uscita per Il Saggiatore poco prima del lockdown ed ha conquistato tutti.

Ci troviamo in un paesino della Sicilia, nella casa della Sciandra, la prostituta del paese, conosciamo lei e Paolo i due personaggi che incontreremo maggiormente nell’economia della storia.
Rosa Sciandra è orfana di madre e di padre, il suo unico obbiettivo era quello di riscattare la sua casa dell’infanzia, vivere tranquilla, attorniata da ricordi piacevoli, questo prima di conoscere Paolo. Assennato, lavoratore, concreto, Paolo risveglia in Rosa i sentimenti più caldi e amorevoli, è un cliente, ma non è come gli altri, potrebbe fare di Rosa ciò che vuole, lei pende dalle sue labbra, vorrebbe sposarlo, e anche lui nutre per la Sciandra sentimenti profondi, ma non si potrebbe mai mettere con una prostituta, infangando il nome della famiglia, mica è tonto come suo fratello, lui.

Biagio della famiglia non è che se ne sia curato poi tanto, dal lavoro poi è meglio tenersi alla larga, ma per donna Angelina figlio è Paolo e figlio è pure Biagio, non importa se si è sposato la magara, la Dragunera.
La cognata non è come le sue antenate, streghe, perfide che hanno provocato morte e distruzione, indiavolate donne votate a Satana, lei è diversa dice Angelina o almeno cerca di convincersene per rivedere la famiglia unita.

La Dragunera è nella tradizione siciliana la portatrice di tempesta. Figura leggendaria e malevola con il suo potere può distruggere i raccolti e così anche le famiglie. La Dragunera è una figura vendicativa che si trasforma in una “magara” o “dragonessa”, da cui Dragunera, che cerca di esprimere la sua vendetta verso singoli o città che le hanno fatto un torto. Scuoteva alberi e case, con il suo vento demoniaco e solo una donna di casa dotata di un falcetto per sciogliere i venti avrebbe potuto contrastarla, spezzando il maleficio, ma nel mondo della Barbarino nessuna donna di casa aizzerà il falcetto contro la Dragunera.

La Dragunera è in sostanza il male, vendicativo e ossessivo fatto donna. In Sicilia è posseduta dal vento, ma in altre zone del Sud Italia è ugualmente presente con caratteristiche simili. Penso alla Janare, streghe malvage, spesso sterili (in effetti anche la Dragunera non ha bambini), invidiose della felicità altrui, distruttive, portatrici di scompiglio. Nel romanzo della Barbarino è illustrata efficacemente la repulsione che la gente prova verso queste strane donne, tacciate di malvagità, spesso senza che loro abbiano davvero fatto qualcosa. Isteriche, represse, ma sessualmente (troppo) vivaci, ammaliatrici, donne da evitare o semplicemente donne troppo libere per un luogo estremamente patriarcale e conservatore. Ancora oggi strega è colei che va controcorrente, che pensa in modo autonomo, slegata dalla realtà e dalla contemporaneità in cui vive, ma non per questo meno presente a sé stessa delle altre persone. Sono tante le donne accomunate da questo stesso destino, che suscitano in coloro che le conoscono sentimenti repulsivi: janare, dragunere, magare, streghe, tarantate. Ma tutte loro, cercano vendetta per una vita in cui sono stata additata come qualcosa che non sono davvero, per distruggere le vite di chi le hanno distrutte o sono realmente spiriti maligni assetato di sangue?

Tutti i personaggi sono vivaci, calorosi, parlano, si scontrano, hanno emozioni forti, pulsano di passione, tutti tranne la Dragunera. Lei non parla mai, irrompe sulla scena quando meno se lo aspettano lettori e altri personaggi. Come il vento di cui porta il nome, forte e malvagio entra nelle situazioni calamitando l’attenzione su di lei, amica dell’oscurità, bella come nessuna donna può esserlo mai, ammaliatrice, strega.
Con i suoi capelli corvini e i suoi occhi magnetici che bisogno c’è di parlare? Riesce ad accalappiare gli uomini: lega a sé sia Biagio, che riesce a sposare, sia Paolo in modo subdolo, entrandogli dentro, facendolo bruciare di bramosia per entrare nella famiglia, per divorare il bene, per diventare possidente.

Attraverso un linguaggio carico di forme dialettali, con una veracità e una passionalità che solo il dialetto può dare, si snoda la storia con una grandissima intensità e personaggi davvero memorabili. Non ci sono negativi assoluti, anche la Dragunera nella sua ferinità ammaliatrice ha qualcosa di positivo, è beffarda, sensuale, può sembrare perfida, ma in fondo può essere un modo per difendersi da una comunità che la addita come malvagia strega, che di lei non riesce neanche a sentire parlare. Inutile dire che la persona con cui si riesce a empatizzare maggiormente è senza dubbio Rosa Sciandra, passionale anche lei, ma sa quando farsi da parte, vuole solo il bene del suo Paolo e quando capisce che il problema non è la moglie del suo prediletto, ma sua cognata decide di fare un gesto estremo, perché mai potrebbe vedere l’anima del suo amato divorata dal male.

Il clima è sospeso, ma denso, ricco, succede qualcosa sempre, la narrazione è veloce e salta dal passato al presente, da Biagio a Paolo, da Rosa a Don Tano, da Donna Angelina a Nunziatina, tutti soggiogati però dalla presenza che aleggia della Dragunera, l’unica sempiterna protagonista.

Un libro rapido ma evocativo, intenso e magmatico, una lettura davvero interessante che riporta alle magiche vicende dei tempi passati intrisi di superstizione, soprannaturale e passione.

Brevemente risplendiamo sulla terra – O. Vuong

È lento, poi veloce, accelera portandoti al culmine di una situazione, poi ti lascia andare. Annaspi, cercando di capire, ma forse questo non è un libro che deve essere capito. Brevemente risplendiamo sulla terra, esordio (nel romanzo) di Ocean Vuong, La nave di Teseo, è un libro che deve essere sentito. Fino a che non entriamo nell’ottica dell’autore, fino a che non carpiamo il ritmo, l’andamento con cui proseguire nella storia, è come se non stessimo leggendo davvero.

“Ehi”, ha chiesto mezzo addormentato, “chi eri tu prima di incontrarmi?”
“Una persona che stava affogando, mi sa.”
Una pausa. “E adesso?” ha sussurrato, già pronto a scomparire.
Ci ho pensato un secondo: “Adesso sono l’acqua.”

Ocean Vuong nasce come poeta e questo lo si nota dalla prima parola. Un linguaggio prezioso e opulento avvolge piccoli quadri della vita di casa Vuong. “Quella volta che…” e parte, ricordando screzi, scaramucce, fatterelli insignificanti, accanto a enormi prove della vita, accanto all’amore, alla violenza, è tutto insieme, amalgamato in una strana lettera poetica.

Little Dog, scrive a sua madre. Le scrive una lettera lunghissima e frastagliata in cui è contenuto tutto: ricordi, rivelazioni, segreti, tormenti. Little Dog scrive con la consapevolezza che sua madre non leggerà la lettera. Non potrebbe, è analfabeta, le scrive in inglese a posta per rendere le cose più complesse. Little Dog è il figlio di Rose, una donna vietnamita, che insieme alla madre si è stabilita in America, porta con sé profondi disturbi legati alla guerra. Anche la vita di Little Dog è una guerra, descrive piccole esplosioni, fa detonare informazioni enormi che non riesce più a contenere che vorrebbe condividere, ma non fino in fondo perché li lascia custodire alla scrittura, alle parole che non leggerà nessuno.

“Chi si perderà nella storia che raccontiamo a noi stessi? Chi si perderà dentro di noi? Dopotutto raccontare una storia è come ingoiare. Aprire la bocca per parlare significa lasciare solo le ossa, che restano non dette.”

Dall’inizio alla fine, vediamo che la scrittura per Little Dog è catarsi, liberazione, un modo per scaricare fardelli, per sfogarsi finalmente dopo tanta sofferenza. La vita domestica di Little Dog è controllata dalle donne: sua madre e l’odore di centro estetico che si porta dietro e sua nonna, anziana e protettiva, ma la vita privata è caratterizzata da uomini, a partire dai compagni di scuola e poi…Trevor. Porta con sé il segreto di un amore, ma anche il dolore di una vita sentita diversa dagli altri.

“Quel giorno ho imparato quanto può essere pericoloso un colore. Che un ragazzino poteva essere spazzato via da quella sfumatura e costretto a prendere atto della sua violazione. Anche se il colore non è niente senza che la luce lo riveli, quel niente ha delle leggi, e un bambino su una bicicletta rosa deve sapere sopra ogni cosa come funziona la legge di gravità.”

Non è una lettura semplice. Né per il ritmo, né per il linguaggio, né per la trama. Ma è sicuramente una lettura intensa, emozionante, rinfrancante soprattutto a livello stilistico. I giri di parole, la costruzione complessa delle frasi, il lessico ricercatissimo rendono questo romanzo un vero gioiello. Anche il più semplice dei fatti diventa prezioso grazie alle parole forgiate da Vuong. In qualche modo o per la storia travagliata o per il mix di generi a cui il romanzo attinge o per lo stile, questo libro vi travolgerà.

Sono a pezzi, diceva il messaggio. A pezzi, era l’unica cosa che riuscivo a trattenere, lì sulla mia sedia, perdere una persona ci rende più di quello che siamo, divide noi vivi in tanti frammenti.”

Generazione Slut – K. Sciortino

Karley Sciortino è una, anzi, la più famosa sex blogger dell’etere. Ha una rubrica su Vogue in cui parla di sesso e relazioni, ma il suo vero “diario” è Slutever in cui descrive e riporta le sue avventure, interviste, ricerche, esperienze, tutto legato al mondo del sesso.

Lei si definisce slut utilizzando questa parola in modo estremamente positivo. È la parola indice di libertà, di determinazione, emancipazione: è la parola che contiene tutta la voglia di essere semplicemente sé stessa cioè una donna a cui piace fare sesso.

La summa del pensiero e della filosofia della Sciortino è sicuramente Slutever, in italiano Generazione Slut, autobiografia della blogger, edita da Odoya con prefazione e traduzione di Morena de Le sex en rose. Dall’infanzia e l’adolescenza in cui la Sciortino cercava di svincolarsi dalla famiglia cattolica e da luoghi che le stavano stretti, all’esplorazione di ogni stile di vita, dalla squatter all’appartamento di lusso, dalla povertà alla riccanza, senza però mai dimenticare il proprio personale piacere; Karley ci apre le porte della sua vita e anche della sua mente. Racconta in modo assolutamente ironico le sue esperienze sessuali come sugar baby, dominatrice, alle prese con varie relazioni, mantenendo però sempre un approccio critico ed intelligente nel racconto della sua vita, facendo notare come la società vede e giudica tutte queste attività, avendo sempre da ridire sui corpi delle donne e di quanto sia difficile mantenere una “facciata” rispettabile facendo tanto sesso, senza mancare di rispetto a nessuno.

“Ci sono persone nel mondo che semplicemente non accetteranno o non rispetteranno mai una persona – in particolare una donna – che fa tanto sesso, o che parla apertamente di sesso, e può essere uno spreco di energia anche solo provare a farle cambiare idea. Ma, voglio dire, chi se ne importa, non si deve piacere a tutti, giusto?”

L’obbiettivo della Sciortino è far capire che una donna può provare e avere una sessualità libera. Il racconto della sua esperienza è una dimostrazione del fatto che si può vivere liberandosi dalle “regole” per altro imposte da un sistema patriarcale, da tutti i luoghi comuni, gli stereotipi che le donne devono subite per la conquista di una emancipazione sessuale.

Stabiliamo cos’è e cosa non è degradante in base a norme socio – patriarcali che ci dicono come dovrebbe comportarsi una donna, il che dovrebbe rendere evidente che l’intero dibattito intorno al “è degradante?” è solo un altro modo di controllare il corpo e la condotta femminili. Ironia della sorte, nonostante la maggior parte delle donne subisca il binarismo degradante/non degradante, non sono solo gli uomini a imporre queste restrizioni.

Tutto ciò che viene applicato al giudizio sulla sessualità femminile non si applica mai a quello maschile. Qualsiasi sia la fantasia, il modo attraverso cui si trova eccitazione e piacere, per l’uomo sarà sempre un modo giusto. Mai si chiede agli uomini se fare sesso in un determinato modo (che poi anche qui, la normalità è soggettiva, insomma cosa è normale nel sesso? E soprattutto chi lo ha deciso?) potrebbe essere per loro degradante. Per l’uomo il sesso non può mai essere deludente o negativo, la sua virilità che si esprime nella sessualità è sempre evidenziata come positiva, fantastica, meravigliosa anche se non era un granché.

Larga parte del libro è legata alle sex workers. Karley parla del suo lavoro come dominatrice e della sua esperienza come sugar baby. Ne parla con enorme intelligenza, ponendo molte domande a chi legge: perché mai dovrebbe essere strano spendere dei soldi per fare sesso in un modo che ci rende felici, è in qualche modo un’attenzione, una cura verso sé stessi, come fare una vacanza. Soprattutto se piace alle persone coinvolte, se queste provano piacere, perché dovremmo giudicarle?
Insomma è necessaria una decostruzione del nostro pensiero, una riflessione su noi stessə in primis per arrivare a poter parlare liberamente del nostro piacere. La Sciortino non ne fa una questione di coraggio, né dice che sia una cosa semplice parlare apertamente di sesso, lei stessa dimostra di aver avuto tante riserve, nonostante il blog, le riviste, il libro nel parlare di ciò che le piace davvero. Nel 2020 forse è il momento di dare davvero libertà a tuttə, di pensare, fare e provare piacere come si vuole.

È sicuramente la parte più interessante del libro quella in cui Sciortino avanza delle riflessioni sul sex work e su come questo è visto dalla società.

“Pressoché ovunque le puttane sono ritenute una tragedia. Non è una coincidenza che “sei una puttana” sia uno degli insulti più popolari scagliati contro una donna; dagli uomini, ma anche da altre donne. Questo, in parte, è dovuto alla convinzione persistente che le donne dovrebbero essere pure, che le donne che fanno tanto sessi valgono in qualche modo meno di quelle che non lo fanno. […] Negli anni Settanta la missione delle femministe radicali e delle crociate anti – porno come Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon è stata di perpetuare il pregiudizio culturale che tutto il sex work è intrinsecamente degradante, perché rafforza sia l’oggettificazione sessuale delle donne che il patriarcato. Alcune si sono spinte a dire che tutto i sex work è stupro. Non consideriamo una violenza il sesso consensuale e non consideriamo una violenza essere pagato, ma se mettiamo le due cose insieme diventa sfruttamento e bisogno di essere salvati… a quanto pare.”

Sono molte le interviste riportate nel libro e il punto di vista dell’autrice mi sembra essere un ottimo spunto di riflessione su questo “problema” visto dall’interno. Fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato e Sciortino tratta di tutte le donne che entrano nel mondo del sex work per loro volontà, soddisfacendo i loro desideri e guadagnando facendo qualcosa che le appaga. È ovvia la condanna allo sfruttamento sessuale, al sex work come “ripiego” per una situazione di povertà e giustamente sottolinea il fatto che prima di condannare il sex work come lavoro degradante per una donna, che viene spinta a farlo da una situazione economica di disagio, si dovrebbe contestare il capitalismo che permette alle donne di avere salari più bassi, di fare lavori che non permettono un mantenimento di uno status quantomeno decente per vivere. Ma non si possono e non si devono mettere a paragone tutte le sex workers, anche in questo caso la determinazione e la volontà di agire sul proprio corpo deve passare dal singolo individuo, non deve essere ostacolato, giudicato da nessuno.

La lettura di questo libro è stata senza dubbio illuminante, mi ha permesso di ragionare su molti aspetti della mia vita e della vita di tutte le donne. Non reputo le esperienze di Karley né eccessive, né trasgressive, né coraggiose (come invece ho letto in moltissimi articoli che parlano di lei), ha semplicemente ascoltato i suoi desideri, ha modellato la sua vita secondo quello che le piaceva di più e soprattutto è riuscita a non farsi condizionare dal mondo esterno, a prendere decisioni che per altrə potevano essere strani, sopra le righe, inaccettabili, tranquillamente, mettendo al primo posto solo sé stessa. Oltre al vivere la propria sessualità, al normalizzare desideri, situazioni, quello che questo libro e la vita di Karley insegnano è che con una enorme dose di strafottenza e di determinazione si può vivere una vita piena sotto ogni aspetto, ma c’è ancora tanta strada da fare per decostruire la società in cui viviamo in modo da roiscore a far vivere una sessualità libera a tutte le donne.

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