Le Malerbe (Bao Publishing) è un’opera monumentale di Keum Suk Gendry-Kim: reportage, documentario, biografia a fumetti, che percorre la dolorosissima esperienza di Yi Okseon. Vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi la storia della nonna, dalla sua infanzia fino al momento della cattura, dopo cui fu deportata alla comfort station di Yanji. Apprenderemo il prima e il dopo di Yi Okseon, le sue speranze, le sue paure. La conosciamo come comfort woman e la ri – conosciamo come donna forte ed emancipata pronta a far valere i suoi diritti, che sono stati spazzati via da una politica che se ne è fregata di dare giustizia alle schiave sessuali. Nel fumetto appare anche l’autrice Keum Suk Gendry-Kim, in veste di intervistatrice e possiamo apprezzare tutto il suo impegno nel riportare ai lettori una storia vera, di denuncia, che rispetti il racconto della nonna e che riproponga l’orrore delle comfort women.

Pennellate nere e grosse, che evocano sconforto e creano un ambiente tetro ed inquietante accompagnano la drammatica storia di Yi Okseon, dando però ai lettori un quadro preciso, non tendenzioso ma veritiero di quello che è stato l’orrore perpetrato dal governo Giapponese.

Comfort women – tradotto da 慰安婦, ianfu in giapponese, 慰安婦/위안부 wianbu in coreano, 慰安妇, wei’anfu in cinese – indica le decine di migliaia di donne sfruttate come schiave sessuali militari nei territori sotto il comando giapponese. Le donne provenivano da zone diverse dell’Asia: Corea, Cina, Taiwan, Vietnam, Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Myanmar, ma vi erano anche donne europee residenti nelle colonie olandesi e portoghesi del sud-est asiatico.

La creazione di comfort station che forniscono prostitute per l’esercito giapponese iniziò già nel 1932, in seguito alle ostilità tra Giappone e Cina a Shanghai. Questo succede circa un decennio prima che l’uso delle cosiddette “donne di conforto” diventasse un fenomeno diffuso e regolare, in tutte le parti dell’Asia orientale controllate dai giapponesi. Le prime schiave sessuali militari erano coreane dell’area del Kyushu e furono inviate, su richiesta di uno degli ufficiali in comando dell’esercito, dal governatore della Prefettura di Nagasaki. La logica alla base dell’istituzione di un sistema formale di comfort station era che un tale servizio di prostituzione istituzionalizzato e controllato avrebbe ridotto il numero di denunce di stupro nelle aree in cui aveva sede l’esercito.

Nel 1937 s’istituì tra Shanghai e Nanchino una comfort station, gestita direttamente dall’esercito. Questa stazione divenne il prototipo per le successive anche se non vennero più gestite direttamente dall’esercito. C’erano abbastanza civili privati ​​disposti a gestire le stazioni e a provvedere al loro funzionamento interno che ricevettero il grado paramilitari dall’esercito.

Mentre la guerra continuava e il numero di soldati giapponesi con base in varie parti dell’Asia orientale aumentava, la domanda di schiave sessuali militari crebbe moltissimo, così che vennero creati nuovi metodi di reclutamento. Le testimonianze di molte comfort women coreane rivelano la frequenza con cui è stata impiegata la coercizione. Fu infatti istituito il Corpo del servizio volontario femminile, per procurare lavoratrici per le fabbriche o per altri lavori di supporto all’esercito. Con questo pretesto, tuttavia, molte donne furono indotte a prestare servizio come schiave sessuali militari; in molti casi però i reclutatori non si “disturbavano” neanche ad illudere le donne con false speranze, rapendo le ragazze.
Molte vittime parlano di violenza sui familiari che hanno cercato di impedire il rapimento delle loro figlie e, in alcuni casi, di essere violentate dai soldati davanti ai genitori prima di essere portate via con la forza. Yo Bok Sil come molte ragazze, è stata sequestrata dalla sua casa mentre il padre veniva pestato perché aveva tentato di resistere al suo rapimento.
Le superstiti raccontano di aver avuto età comprese tra i 13 e i 17 anni al momento della cattura e che molto spesso fossero gli stessi cittadini coreani che adescavano in prima persona ragazze da rivendere ai giapponesi.

È noto che le stazioni di comfort, siano esistite in Cina, Taiwan, Borneo, Filippine, molte isole del Pacifico, Singapore, Malesia, Birmania e Indonesia. L’esercito giapponese ha meticolosamente registrato i dettagli del sistema di prostituzione che sembrava essere considerato semplicemente un servizio. Questi regolamenti sono solo alcuni dei documenti più incriminanti relativi allo sfruttamento sessuale. Non solo rivelano al di là di ogni dubbio fino a che punto le forze giapponesi si assumessero la responsabilità diretta delle stazioni di comfort e fossero intimamente connesse con tutti gli aspetti della loro organizzazione, ma indicano anche chiaramente quanto fossero diventate legittimate e consolidate.
Molta documentazione viene interpellata dal governo Giapponese per dimostrare il fatto che le “donne di conforto” venissero trattate correttamente. Vigeva infatti il divieto di alcol e di portare armi all’interno delle stazioni, l’orario di servizio era regolamentato, c’erano tariffe ben precise, insomma si cercava di imporre una sorta di decoro o di trattamento equo. Tutto ciò mette in luce la straordinaria disumanità di un sistema di schiavitù sessuale militare, in cui un gran numero di donne era costretta a sottoporsi a una prostituzione prolungata in condizioni spesso indescrivibilmente traumatiche.

La fine della guerra non portò alcun sollievo, molte delle donne ancora in servizio, furono uccise dalle truppe giapponesi in ritirata o, più spesso, semplicemente abbandonate al loro destino. In Micronesia, in un caso, l’esercito giapponese ha ucciso 70 comfort women in una notte, perché sentivano che le donne sarebbero state un ostacolo o un imbarazzo se fossero state catturate dalle truppe americane in avanzata. Molte non sapevano nemmeno dove si trovassero e avevano poco o niente denaro, poiché pochissime, avevano ricevuto il denaro che avevano “guadagnato”. Tra le donne evacuate molte sono morte per le condizioni estenuanti e la carenza di cibo.

Il dramma raccontato da Keum Suk Gendry-Kim ci fa capire anche quanto potesse essere difficile la ripresa delle superstiti. Yi Okseon infatti, dopo lunghi momenti di vagabondaggio, riesce a rifarsi una famiglia, ma non potrà mai avere figli: le cure di mercurio per la sifilide l’avevano resa sterile. Tenta in tutti i modi di mantenere la sua storia segreta nei momenti del post – guerra e quando decide finalmente di tornare a casa in Corea e rivelare i traumi subiti ai membri della sua famiglia sarà allontanata. Essere stata una comfort women è inaccettabile per la sua famiglia. È a questo che conduce una società estremamente tossica: come si può incolpare una donna per un crimine commesso da altri, tanto da cancellarla dalla propria vita? Per fortuna, con un coraggio estremo, le comfort women si sono coalizzate ed hanno iniziato a denunciare.

Nel 1991, a Tōkyō, l’ex comfort woman coreana Kim Hak-sun raccontò per prima la sua storia di schiava sessuale dell’Esercito giapponese rompendo il silenzio che per molti anni aveva circondato queste donne. L’anno precedente un gruppo di attiviste sudcoreane aveva fondato il Consiglio coreano per le donne arruolate dal Giappone alla schiavitù sessuale: è la prima associazione nata appositamente a sostegno della causa delle vittime. Alcune delle superstiti Coreane vivono ora nella House of Sharing, una casa comune gestita da un gruppo buddista che accoglie diverse halmoni (nonne, come vengono oggi chiamate in Corea del sud le comfort women), tra cui anche Yi Okseon, protagonista del fumetto, le nonne si sono coalizzate grazie al Consiglio per denunciare l’accaduto e soprattutto per fare alcune richieste politiche, che dopo tutti questi anni ancora non vedono compimento, ma rimangono al centro di tensioni politiche tra Corea e Giappone:

  • L’assunzione della responsabilità legale, economica e morale da parte del governo giapponese.
  • La divulgazione dei documenti ufficiali.
  • Il riconoscimento delle vittime come vere e proprie schiave sessuali e la presentazione di scuse ufficiali.
  • Il pagamento di riparazioni alle vittime sopravvissute.
  • La comminazione di pene ai responsabili.
  • L’inserimento di informazioni riguardanti il sistema di schiavitù sessuale nei programmi educativi nazionali.

Dopo anni di sfruttamento, dopo che il loro corpo è stato martoriato, violentato, stuprato, riescono e credono nel potere delle loro esperienze e della loro voce, non smettendo mai di raccontare, di chiedere giustizia, pur ripercorrendo ogni volta i momenti più bui della prigionia.

“Per quanto modesto, questo libro è dedicato a nonna Yi Okseon, figlia gentile, donna forte, madre devota dei suoi figli, accogliente e calorosa con i propri vicini. A tutte le nonne vittime della schiavitù sessuale dell’esercito giapponese che ci hanno già lasciato, e a tutte le magnifiche persone che resistono e sono ancora qui.
Grazie.”


Per saperne di più, risorse online:

Report on the mission to the Democratic People’s Republic of Korea, the Republic of Korea and Japan on the issue of military sexual slavery in wartime, 4 January 1996, ONU, http://hrlibrary.umn.edu/commission/country52/53-add1.htm

KatharineMcGregor, Emotions and activism for former so-called “comfort women” of the Japanese Occupation of the Netherlands East Indies, Elsevier, 2015, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277539515301412

Asian Women’s Fund, https://www.awf.or.jp/e1/index.html

Full text of joint announcement by Japan, South Korea over landmark deal over comfort women, 2015, http://www.straitstimes.com/asia/east-asia/full-text-of-joint-announcement-by-japan-south-korea-over-landmark-deal-over-comfort.

Mappa dei bordelli militari giapponesi: http://contents.nahf.or.kr/wianso-map/renewal/map.htm

E – Museum of the Victims of Japanese Military Sexual Slavery: http://hermuseum.go.kr/eng/mainPage.do

Korean Council for Justice and Remembrance: http://womenandwar.net/kr/about-us/

Ghinea, agosto 2019, https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-agosto-f4f