Dopo aver parlato in lungo e in largo del I secolo, grazie a Lucrezia e alla sua analisi della personalità di Ovidio ci riaddentriamo nel Novecento, analizzando l’espressione poetica erotica di Umberto Saba.

Abbiamo già parlato di un grandissimo poeta del Novecento, cioè Montale; qui ci troviamo però su un livello profondamente diverso. L’esperienza di Saba era infatti visibilmente distante dalla poesia coeva: disinteressato alle avanguardie (il suo tempo coincide con quello del Futurismo), il poeta triestino si ricollegava direttamente alla tradizione letteraria da Petrarca a Leopardi, saltando addirittura la lezione simbolista. Ciò che colpisce maggiormente nella produzione di Saba è sicuramente l’utilizzo di un linguaggio molto semplice, mai scarno, ma sicuramente meno prezioso e ricercato dei suoi contemporanei, addirittura quasi all’opposto se si pensa alla poesia di poco precedente alla sua come quella dannunziana.

Non ci sono civetterie letterarie né ostentazione prosastica: allo stile Saba aderisce intimamente, nel proprio linguaggio cerca di trovare e far emergere la verità istintuale e inconscia. Non gioca con i propri strumenti di tecnica poetica, ma li usa con l’unico scopo di scavo esistenziale. La poesia di Saba è incentrata sul dato autobiografico, sui profondi dissidi psichici del poeta, che fu malato di nevrastenia e si sottopose a terapia psicoanalitica. Tra tutte le opere scritte da Saba, ci soffermeremo in questa sede sul Canzoniere e principalmente sulla prima parte di esso (1900 – 1920) analizzando alcune poesie contenute in Casa e Campagna (1909 – 1910) e Trieste e una donna (1910 – 1912).

In Casa e Campagna troviamo la poesia “A mia moglie” che Saba stesso adora, in nessun’altra infatti lo troviamo così spontaneo e gioviale. Il poeta intuisce il rapporto di identità che esiste tra la moglie e “tutte le femmine di tutti i sereni animali”, la scoperta svela l’unità della natura che accomuna in un’unica soluzione ogni essere vivente. Il poeta costruisce il testo come una favola o come una preghiera.
Il lessico si mantiene ancorato al livello quotidiano su una trama di vocaboli colloquiali, rari infatti sono i termini di uso letterario.
C’è da premettere che l’erotismo poetico di Saba non ha nulla a che vedere con quello che abbiamo analizzato fino ad ora. Non si tratta di spudorati riferimenti sessuali, di doppi sensi neanche troppo velati. È appena accennato, trattato con familiarità e pacatezza. Non ci sono strani fluidi, fiori che si aprono, caverne da esplorare: tutti i topoi della poesia erotica con Saba crollano. Possiamo forse definire la poetica erotica di Saba come più sentimentale, rispetto alla prorompente e sessuale poetica del genere.

Non ci sono fughe d’amore, amanti nascoste, al centro della sua poesia erotica c’è sempre sua moglie: Carolina Woelfer, conosciuta nei suoi versi come Lina.

Saba giudica A mia moglie “una delle più belle e ispirate liriche della prima metà di questo secolo”. Il poeta paragona la donna a tanti animali (la pollastra, la cagna, la giovenca, la coniglia, la rondine, la formica, la pecchia) mettendo in risalto le qualità di lei più schiette ed essenziali.

In Storia e cronistoria del Canzoniere in cui Saba commenta la sua opera letteraria scrivendo in terza persona dice a proposito di questa poesia:

“Diremo di più: se di questo poeta si dovesse conservare una sola poesia, noi conserveremmo questa. Altre più belle poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più perfette; ma in nessuna – crediamo – la nativa spontaneità della sua vena zampillò da una sorgente più profonda. Giacomo Debenedetti parla della «sensualità quasi animalesca» colla quale sono portati i paragoni. Non si tratta di sensualità animalesca, forse nemmeno di sensualità, in nessun caso di sola sensualità (ma quando il Debenedetti scrisse il suo primo saggio sul Nostro era vergognosamente giovane: aveva 22 o 23 anni). La poesia fa pensare piuttosto ad un improvviso ritorno all’infanzia; un ritorno però che non esclude la contemporanea presenza dell’uomo. […] Il poeta, come il fanciullo, ama gli animali, che, per la semplicità e nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, «avvicinano a Dio», alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione. Un giorno – e fu un bel giorno – Saba deve aver sentito con acuta gioia e tenera commozione, le identità che correvano fra la giovane donna che gli veniva accanto e gli animali della campagna dove allora abitava.”

Dunque in A mia moglie Saba mette in risalto la regalità della donna e la paragona a svariate femmine di animale: sia chiaro, mai in modo volgare, ma decantando le qualità di ogni specie che si sublimano in Lina. Lina allora è “giovane e bianca pollastra” che incede superba con voce dolcissima, ma è anche una “gravida giovenca” libera e festosa che si lamenta alla ricerca di un dono. Ora, fosse stato qualcun altro, avrei interpretato il dono come una chiara allusione sessuale, ma in questo caso credo che con “il mio dono t’offro quando sei triste” vada oltre l’organo sessuale, indicando invece comprensione, affetto, fiducia. Lina diventa poi “lunga cagna” dolce, ma infervorata. Tra tutti gli animali che Saba cita nel componimento, sicuramente l’accostamento più sessuale è con la coniglia. “Pavida coniglia” viene infatti chiamata Lina. I conigli sono il simbolo della sfrenatezza sessuale. Nella stessa strofa si allude anche agli angoli bui e al partorire, indicando molto probabilmente un atto sessuale, al buio come quello dei conigli, che si accoppiano normalmente di notte e un successivo concepimento.
La strategia riproduttiva dei conigli è di tipo “r” conosciuta come riproduzione indefinita che li accomuna anche a lepri, pesci, rettili e batteri. La coniglia ha due uteri. Se uno dei due è già pieno, durante gli accoppiamenti effettuati quando la coniglia è già incinta, l’ovulo fecondato si insedia in quello ancora disponibile; gli ovuli inoltre possono spostarsi durante l’amplesso in modo da essere fecondati anche quando entrambi gli uteri sono occupati, provocando due gravidanze. In più il coniglio femmina inizia a essere feconda in giovane età, si riproduce per otto mesi all’anno, e ha gravidanze brevi, di circa 30 giorni. Sicuramente tutte le coniglie sono pavide, ed è lampante il perché Saba abbia usato proprio la coniglia per parlare di gravidanze e accoppiamenti.
Viene poi ancora paragonata alla rondine e alla formica, la lirica si conclude in una conferma del grande sentimento d’amore tra Saba e Lina:

“E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.”

Saba non teme le ripetizioni, si potrebbe dire a questo proposito, che il Canzoniere sia la ripetizione variata ad infinitum di una medesima poesia. Per Saba la poesia ha una funzione pratica che diverte, serve a sfogare il dolore, non a vincerlo. Infatti troviamo versi dedicati a Lina praticamente in ogni salsa, che esprimono circa lo stesso soave e tenero sentimento.

Spostandoci da Casa e Campagna a Trieste e una donna, ci soffermiamo per un attimo su La malinconia amorosa, in cui dal verso 10 Saba dice:

“Malinconia amorosa
del giovane che siede
dietro un banco, che vede
chine sulle sue stoffe le più belle
donne della città…”

Non si parla di Lina, ma appare un tipo di amore malinconico, meno terso, per una cosetta che succede nel 1911, di cui vi parlerò fra un momento. Qui troviamo un giovane ragazzo possente, carico di speranze e di opportunità (anche amorose) dietro a un banco che potrebbe rappresentare un ostacolo, qualcosa che gli impedisce di apprezzare pienamente le più belle donne della città, lui scruta queste donne che sono in una posizione ben precisa: “chine”, tra l’altro su qualcosa di suo, a strizzare un po’ l’occhio su un atto sessuale. L’atto del chinarsi verrà poi ripetuto qualche verso dopo, descrivendo chi coglie i frutti. È un seminare amore e poi riprenderlo, è un chinarsi per accogliere, ma è anche un guardare la bellezza da dietro un muro, non poter essere realmente partecipi dell’amore.

Dice Nora Baldi: “La Lina, mi diceva, aveva rappresentato il porto nella sua vita; lui, era sempre stato la nave errante. La sua poesia ne era stata alimentata, la sua esistenza sorretta per tanti anni.” Cosa era successo allora? Nel 1911 la sicurezza, la stabilità emotiva, tutto ciò che era stata Lina per Saba si sgretola. Inizia infatti tra i due un profondo distacco, dovuto al fatto che Lina si innamora di un pittore. Questa esperienza si tramuterà nella poetica di Saba in versi di rammarico e risentimento per il tradimento, esplicitati soprattutto in Nuovi versi alla Lina (seconda parte di Trieste e una donna). Nel 1912 la tensione fra i due finisce, ritornano insieme e vissero per sempre felici e contenti.

Lina aveva rappresentato per Saba una fonte di ispirazione, era musa, centro dell’inno alla vita e all’amore ma arriverà ad alimentare la poesia anche nel senso opposto, divenendo oggetto del lamento nei momenti di crisi coniugale. Se in Casa e Campagna, la Lina è tratteggiata come una regina e ne viene messa in risalto la sensualità, la dolcezza, la bellezza in Trieste e una donna Saba tratteggia un profilo diverso: appassionata, bugiarda, devota, gelosa, “or sorella, or amante, ora nemica”. Appare un po’ lunatico Saba e lunatica sembra anche Lina: sorella amante e nemica, e si dimena tra sentimenti di affettuosa tenerezza e altri di ricercato distacco, nella consapevolezza che Lina è sì il porto sicuro per il proprio errare ma, viste le circostanze, il poeta non riesce a perdonare del tutto, anche perché il tradimento della moglie lo ha portato a vagare lontano dal suo porto.  Lina diventa distante e si manifesta una incomprensione reciproca, che si esprime in Mia Moglie:

“Quando triste rincaso e lei m’aspetta
alla finestra, se la bella e cara
moglie, ad un gesto, il mio male sospetta,
se il disgusto mi legge, od altro, in faccia,
tosto al mio collo le amorose braccia,
come due serpi vigorose, getta;
me solo accusa la sua voce amara.
‘E così dice è così che mi torni.
Non un bacio per me, non un sorriso
per tua figlia; stai lì, muto, in disparte;
si direbbe, a vederti, che tu hai l’arte
di distruggerti. Ed io…’ ”

Diciamo che Saba non va per il sottile, parla di disgusto, ma soprattutto delle serpi vigorose, le braccia della moglie che quasi lo forzano a ritornare sui suoi passi, non un bacio, non un cenno d’amore per lei. Dice addirittura che il poeta ha l’arte di distruggersi, è tutto passato, l’allarme è rientrato, almeno per Lina, ma tutto questo amore Saba non lo riesce a sostenere, conclude infatti:

“Quanto, quanto m’annoi”,
io le rispondo fra me stesso. E penso:
Come farà il mio angelo a capire
che non v’ha cosa al mondo che partire
con essa io non vorrei, tranne quest’una,
questa muta tristezza;
e che i miei mali sono miei,
sono all’anima mia sola.”

C’è un’altra poesia che è stata scritta nel momento di crisi ed è molto interessante perché si parla di Carmencita, è Autunno. Carmen viene usata dal poeta come fosse una incarnazione della vitalità esuberante di Lina. Lina è diventata madre, l’ha tradito, non è più la stessa donna che ha mosso il cuore di Saba. Viene allora sostituita, diventa la passionale Carmen. C’è anche da dire che Saba stesso nel periodo della crisi deve in qualche modo recuperare una sorta di passionalità eterosessuale, che può essere letta nella figura di Carmen. Pare infatti che siano da attribuire a questo periodo le esperienze omosessuali di Saba di cui sarebbero prova le non poche poesie dedicate a giovani ragazzi.

Ma torniamo a Carmen, o meglio a Lina, che nella sua veste usuale si avvia rapidamente a diventare la figura stereotipata della moglie, con la quale il poeta si rifiuta persino di condividere la propria «muta tristezza», figuriamoci altro. Carmen è invece un desiderio letterario irrealizzato, che ha urtato contro lo scoglio della vita vera, della realtà quotidiana. Carmen è un richiamo alla gioventù, alla freschezza, alla passionalità, che si è persa nel rapporto con Lina. Infatti in Autunno, Saba quasi rimprovera Lina di non essere più la seducente donna di un tempo:

“Che succede di te, della tua vita,
mio solo amico, mia pallida sposa?
La tua bellezza si fa dolorosa,
e più non assomigli a Carmencita.”

C’è ancora molto risentimento, ma siamo verso la ripresa. Vi avevo detto che vissero felici e contenti e infatti, chiudo queste Robbe Grosse con «Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto» una lirica che esprime secondo me al meglio la vicenda tra Saba e Lina, che si apre con una forte carica di aggressivo risentimento, il poeta si dice che dovrebbe odiarla una donna così, l’ha tradito, non può più comprenderlo, ma poi la vede: è ancora amore.


Bibliografia

  • L. Baldacci, Terzo programma, Quaderni Trimestrali, n°4, Eri Edizioni, 1962.
  • N. Baldi, Il Paradiso di Saba, Mondadori, 1958.
  • M. Bersani, M. Braschi, Viaggio nel ‘900, come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Mondadori, 1984.
  • J. Galavotti, La costanza del dolore nel libro di una vita: Casa e Campagna, di Umberto Saba, in Brevitas, percorsi estetici tra forma breve e frammento nelle letterature occidentali, a cura di Stefano Pradel e Carlo Tirinanzi De Medici, Trento, Università degli Studi di Trento-Dipartimento di Lettere e Filosofia, 2018.
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, Manuale di letteratura, Il fascismo, la guerra e la ricostruzione: dall’Ermetismo al Neorealismo, G. B. Palumbo Editore, 2013.
  • P. V. Mergaldo, La tradizione del ‘900, Carocci, 2017.
  • L. Polato, Aspetti e tendenza della lingua poetica di Saba, in “Ricerche sulla lingua”, poetica contemporanea, Padova, 1966.
  • U. Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere, Mondadori, 1963.
  • M. Santoro, Disegno Storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.