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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

settembre 2020

Le Malerbe – Keum Suk Gendry-Kim

Le Malerbe (Bao Publishing) è un’opera monumentale di Keum Suk Gendry-Kim: reportage, documentario, biografia a fumetti, che percorre la dolorosissima esperienza di Yi Okseon. Vediamo dipanarsi sotto i nostri occhi la storia della nonna, dalla sua infanzia fino al momento della cattura, dopo cui fu deportata alla comfort station di Yanji. Apprenderemo il prima e il dopo di Yi Okseon, le sue speranze, le sue paure. La conosciamo come comfort woman e la ri – conosciamo come donna forte ed emancipata pronta a far valere i suoi diritti, che sono stati spazzati via da una politica che se ne è fregata di dare giustizia alle schiave sessuali. Nel fumetto appare anche l’autrice Keum Suk Gendry-Kim, in veste di intervistatrice e possiamo apprezzare tutto il suo impegno nel riportare ai lettori una storia vera, di denuncia, che rispetti il racconto della nonna e che riproponga l’orrore delle comfort women.

Pennellate nere e grosse, che evocano sconforto e creano un ambiente tetro ed inquietante accompagnano la drammatica storia di Yi Okseon, dando però ai lettori un quadro preciso, non tendenzioso ma veritiero di quello che è stato l’orrore perpetrato dal governo Giapponese.

Comfort women – tradotto da 慰安婦, ianfu in giapponese, 慰安婦/위안부 wianbu in coreano, 慰安妇, wei’anfu in cinese – indica le decine di migliaia di donne sfruttate come schiave sessuali militari nei territori sotto il comando giapponese. Le donne provenivano da zone diverse dell’Asia: Corea, Cina, Taiwan, Vietnam, Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Myanmar, ma vi erano anche donne europee residenti nelle colonie olandesi e portoghesi del sud-est asiatico.

La creazione di comfort station che forniscono prostitute per l’esercito giapponese iniziò già nel 1932, in seguito alle ostilità tra Giappone e Cina a Shanghai. Questo succede circa un decennio prima che l’uso delle cosiddette “donne di conforto” diventasse un fenomeno diffuso e regolare, in tutte le parti dell’Asia orientale controllate dai giapponesi. Le prime schiave sessuali militari erano coreane dell’area del Kyushu e furono inviate, su richiesta di uno degli ufficiali in comando dell’esercito, dal governatore della Prefettura di Nagasaki. La logica alla base dell’istituzione di un sistema formale di comfort station era che un tale servizio di prostituzione istituzionalizzato e controllato avrebbe ridotto il numero di denunce di stupro nelle aree in cui aveva sede l’esercito.

Nel 1937 s’istituì tra Shanghai e Nanchino una comfort station, gestita direttamente dall’esercito. Questa stazione divenne il prototipo per le successive anche se non vennero più gestite direttamente dall’esercito. C’erano abbastanza civili privati ​​disposti a gestire le stazioni e a provvedere al loro funzionamento interno che ricevettero il grado paramilitari dall’esercito.

Mentre la guerra continuava e il numero di soldati giapponesi con base in varie parti dell’Asia orientale aumentava, la domanda di schiave sessuali militari crebbe moltissimo, così che vennero creati nuovi metodi di reclutamento. Le testimonianze di molte comfort women coreane rivelano la frequenza con cui è stata impiegata la coercizione. Fu infatti istituito il Corpo del servizio volontario femminile, per procurare lavoratrici per le fabbriche o per altri lavori di supporto all’esercito. Con questo pretesto, tuttavia, molte donne furono indotte a prestare servizio come schiave sessuali militari; in molti casi però i reclutatori non si “disturbavano” neanche ad illudere le donne con false speranze, rapendo le ragazze.
Molte vittime parlano di violenza sui familiari che hanno cercato di impedire il rapimento delle loro figlie e, in alcuni casi, di essere violentate dai soldati davanti ai genitori prima di essere portate via con la forza. Yo Bok Sil come molte ragazze, è stata sequestrata dalla sua casa mentre il padre veniva pestato perché aveva tentato di resistere al suo rapimento.
Le superstiti raccontano di aver avuto età comprese tra i 13 e i 17 anni al momento della cattura e che molto spesso fossero gli stessi cittadini coreani che adescavano in prima persona ragazze da rivendere ai giapponesi.

È noto che le stazioni di comfort, siano esistite in Cina, Taiwan, Borneo, Filippine, molte isole del Pacifico, Singapore, Malesia, Birmania e Indonesia. L’esercito giapponese ha meticolosamente registrato i dettagli del sistema di prostituzione che sembrava essere considerato semplicemente un servizio. Questi regolamenti sono solo alcuni dei documenti più incriminanti relativi allo sfruttamento sessuale. Non solo rivelano al di là di ogni dubbio fino a che punto le forze giapponesi si assumessero la responsabilità diretta delle stazioni di comfort e fossero intimamente connesse con tutti gli aspetti della loro organizzazione, ma indicano anche chiaramente quanto fossero diventate legittimate e consolidate.
Molta documentazione viene interpellata dal governo Giapponese per dimostrare il fatto che le “donne di conforto” venissero trattate correttamente. Vigeva infatti il divieto di alcol e di portare armi all’interno delle stazioni, l’orario di servizio era regolamentato, c’erano tariffe ben precise, insomma si cercava di imporre una sorta di decoro o di trattamento equo. Tutto ciò mette in luce la straordinaria disumanità di un sistema di schiavitù sessuale militare, in cui un gran numero di donne era costretta a sottoporsi a una prostituzione prolungata in condizioni spesso indescrivibilmente traumatiche.

La fine della guerra non portò alcun sollievo, molte delle donne ancora in servizio, furono uccise dalle truppe giapponesi in ritirata o, più spesso, semplicemente abbandonate al loro destino. In Micronesia, in un caso, l’esercito giapponese ha ucciso 70 comfort women in una notte, perché sentivano che le donne sarebbero state un ostacolo o un imbarazzo se fossero state catturate dalle truppe americane in avanzata. Molte non sapevano nemmeno dove si trovassero e avevano poco o niente denaro, poiché pochissime, avevano ricevuto il denaro che avevano “guadagnato”. Tra le donne evacuate molte sono morte per le condizioni estenuanti e la carenza di cibo.

Il dramma raccontato da Keum Suk Gendry-Kim ci fa capire anche quanto potesse essere difficile la ripresa delle superstiti. Yi Okseon infatti, dopo lunghi momenti di vagabondaggio, riesce a rifarsi una famiglia, ma non potrà mai avere figli: le cure di mercurio per la sifilide l’avevano resa sterile. Tenta in tutti i modi di mantenere la sua storia segreta nei momenti del post – guerra e quando decide finalmente di tornare a casa in Corea e rivelare i traumi subiti ai membri della sua famiglia sarà allontanata. Essere stata una comfort women è inaccettabile per la sua famiglia. È a questo che conduce una società estremamente tossica: come si può incolpare una donna per un crimine commesso da altri, tanto da cancellarla dalla propria vita? Per fortuna, con un coraggio estremo, le comfort women si sono coalizzate ed hanno iniziato a denunciare.

Nel 1991, a Tōkyō, l’ex comfort woman coreana Kim Hak-sun raccontò per prima la sua storia di schiava sessuale dell’Esercito giapponese rompendo il silenzio che per molti anni aveva circondato queste donne. L’anno precedente un gruppo di attiviste sudcoreane aveva fondato il Consiglio coreano per le donne arruolate dal Giappone alla schiavitù sessuale: è la prima associazione nata appositamente a sostegno della causa delle vittime. Alcune delle superstiti Coreane vivono ora nella House of Sharing, una casa comune gestita da un gruppo buddista che accoglie diverse halmoni (nonne, come vengono oggi chiamate in Corea del sud le comfort women), tra cui anche Yi Okseon, protagonista del fumetto, le nonne si sono coalizzate grazie al Consiglio per denunciare l’accaduto e soprattutto per fare alcune richieste politiche, che dopo tutti questi anni ancora non vedono compimento, ma rimangono al centro di tensioni politiche tra Corea e Giappone:

  • L’assunzione della responsabilità legale, economica e morale da parte del governo giapponese.
  • La divulgazione dei documenti ufficiali.
  • Il riconoscimento delle vittime come vere e proprie schiave sessuali e la presentazione di scuse ufficiali.
  • Il pagamento di riparazioni alle vittime sopravvissute.
  • La comminazione di pene ai responsabili.
  • L’inserimento di informazioni riguardanti il sistema di schiavitù sessuale nei programmi educativi nazionali.

Dopo anni di sfruttamento, dopo che il loro corpo è stato martoriato, violentato, stuprato, riescono e credono nel potere delle loro esperienze e della loro voce, non smettendo mai di raccontare, di chiedere giustizia, pur ripercorrendo ogni volta i momenti più bui della prigionia.

“Per quanto modesto, questo libro è dedicato a nonna Yi Okseon, figlia gentile, donna forte, madre devota dei suoi figli, accogliente e calorosa con i propri vicini. A tutte le nonne vittime della schiavitù sessuale dell’esercito giapponese che ci hanno già lasciato, e a tutte le magnifiche persone che resistono e sono ancora qui.
Grazie.”


Per saperne di più, risorse online:

Report on the mission to the Democratic People’s Republic of Korea, the Republic of Korea and Japan on the issue of military sexual slavery in wartime, 4 January 1996, ONU, http://hrlibrary.umn.edu/commission/country52/53-add1.htm

KatharineMcGregor, Emotions and activism for former so-called “comfort women” of the Japanese Occupation of the Netherlands East Indies, Elsevier, 2015, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0277539515301412

Asian Women’s Fund, https://www.awf.or.jp/e1/index.html

Full text of joint announcement by Japan, South Korea over landmark deal over comfort women, 2015, http://www.straitstimes.com/asia/east-asia/full-text-of-joint-announcement-by-japan-south-korea-over-landmark-deal-over-comfort.

Mappa dei bordelli militari giapponesi: http://contents.nahf.or.kr/wianso-map/renewal/map.htm

E – Museum of the Victims of Japanese Military Sexual Slavery: http://hermuseum.go.kr/eng/mainPage.do

Korean Council for Justice and Remembrance: http://womenandwar.net/kr/about-us/

Ghinea, agosto 2019, https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-agosto-f4f

Robbe Grosse sull’erotismo – Umberto Saba

Dopo aver parlato in lungo e in largo del I secolo, grazie a Lucrezia e alla sua analisi della personalità di Ovidio ci riaddentriamo nel Novecento, analizzando l’espressione poetica erotica di Umberto Saba.

Abbiamo già parlato di un grandissimo poeta del Novecento, cioè Montale; qui ci troviamo però su un livello profondamente diverso. L’esperienza di Saba era infatti visibilmente distante dalla poesia coeva: disinteressato alle avanguardie (il suo tempo coincide con quello del Futurismo), il poeta triestino si ricollegava direttamente alla tradizione letteraria da Petrarca a Leopardi, saltando addirittura la lezione simbolista. Ciò che colpisce maggiormente nella produzione di Saba è sicuramente l’utilizzo di un linguaggio molto semplice, mai scarno, ma sicuramente meno prezioso e ricercato dei suoi contemporanei, addirittura quasi all’opposto se si pensa alla poesia di poco precedente alla sua come quella dannunziana.

Non ci sono civetterie letterarie né ostentazione prosastica: allo stile Saba aderisce intimamente, nel proprio linguaggio cerca di trovare e far emergere la verità istintuale e inconscia. Non gioca con i propri strumenti di tecnica poetica, ma li usa con l’unico scopo di scavo esistenziale. La poesia di Saba è incentrata sul dato autobiografico, sui profondi dissidi psichici del poeta, che fu malato di nevrastenia e si sottopose a terapia psicoanalitica. Tra tutte le opere scritte da Saba, ci soffermeremo in questa sede sul Canzoniere e principalmente sulla prima parte di esso (1900 – 1920) analizzando alcune poesie contenute in Casa e Campagna (1909 – 1910) e Trieste e una donna (1910 – 1912).

In Casa e Campagna troviamo la poesia “A mia moglie” che Saba stesso adora, in nessun’altra infatti lo troviamo così spontaneo e gioviale. Il poeta intuisce il rapporto di identità che esiste tra la moglie e “tutte le femmine di tutti i sereni animali”, la scoperta svela l’unità della natura che accomuna in un’unica soluzione ogni essere vivente. Il poeta costruisce il testo come una favola o come una preghiera.
Il lessico si mantiene ancorato al livello quotidiano su una trama di vocaboli colloquiali, rari infatti sono i termini di uso letterario.
C’è da premettere che l’erotismo poetico di Saba non ha nulla a che vedere con quello che abbiamo analizzato fino ad ora. Non si tratta di spudorati riferimenti sessuali, di doppi sensi neanche troppo velati. È appena accennato, trattato con familiarità e pacatezza. Non ci sono strani fluidi, fiori che si aprono, caverne da esplorare: tutti i topoi della poesia erotica con Saba crollano. Possiamo forse definire la poetica erotica di Saba come più sentimentale, rispetto alla prorompente e sessuale poetica del genere.

Non ci sono fughe d’amore, amanti nascoste, al centro della sua poesia erotica c’è sempre sua moglie: Carolina Woelfer, conosciuta nei suoi versi come Lina.

Saba giudica A mia moglie “una delle più belle e ispirate liriche della prima metà di questo secolo”. Il poeta paragona la donna a tanti animali (la pollastra, la cagna, la giovenca, la coniglia, la rondine, la formica, la pecchia) mettendo in risalto le qualità di lei più schiette ed essenziali.

In Storia e cronistoria del Canzoniere in cui Saba commenta la sua opera letteraria scrivendo in terza persona dice a proposito di questa poesia:

“Diremo di più: se di questo poeta si dovesse conservare una sola poesia, noi conserveremmo questa. Altre più belle poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più perfette; ma in nessuna – crediamo – la nativa spontaneità della sua vena zampillò da una sorgente più profonda. Giacomo Debenedetti parla della «sensualità quasi animalesca» colla quale sono portati i paragoni. Non si tratta di sensualità animalesca, forse nemmeno di sensualità, in nessun caso di sola sensualità (ma quando il Debenedetti scrisse il suo primo saggio sul Nostro era vergognosamente giovane: aveva 22 o 23 anni). La poesia fa pensare piuttosto ad un improvviso ritorno all’infanzia; un ritorno però che non esclude la contemporanea presenza dell’uomo. […] Il poeta, come il fanciullo, ama gli animali, che, per la semplicità e nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, «avvicinano a Dio», alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione. Un giorno – e fu un bel giorno – Saba deve aver sentito con acuta gioia e tenera commozione, le identità che correvano fra la giovane donna che gli veniva accanto e gli animali della campagna dove allora abitava.”

Dunque in A mia moglie Saba mette in risalto la regalità della donna e la paragona a svariate femmine di animale: sia chiaro, mai in modo volgare, ma decantando le qualità di ogni specie che si sublimano in Lina. Lina allora è “giovane e bianca pollastra” che incede superba con voce dolcissima, ma è anche una “gravida giovenca” libera e festosa che si lamenta alla ricerca di un dono. Ora, fosse stato qualcun altro, avrei interpretato il dono come una chiara allusione sessuale, ma in questo caso credo che con “il mio dono t’offro quando sei triste” vada oltre l’organo sessuale, indicando invece comprensione, affetto, fiducia. Lina diventa poi “lunga cagna” dolce, ma infervorata. Tra tutti gli animali che Saba cita nel componimento, sicuramente l’accostamento più sessuale è con la coniglia. “Pavida coniglia” viene infatti chiamata Lina. I conigli sono il simbolo della sfrenatezza sessuale. Nella stessa strofa si allude anche agli angoli bui e al partorire, indicando molto probabilmente un atto sessuale, al buio come quello dei conigli, che si accoppiano normalmente di notte e un successivo concepimento.
La strategia riproduttiva dei conigli è di tipo “r” conosciuta come riproduzione indefinita che li accomuna anche a lepri, pesci, rettili e batteri. La coniglia ha due uteri. Se uno dei due è già pieno, durante gli accoppiamenti effettuati quando la coniglia è già incinta, l’ovulo fecondato si insedia in quello ancora disponibile; gli ovuli inoltre possono spostarsi durante l’amplesso in modo da essere fecondati anche quando entrambi gli uteri sono occupati, provocando due gravidanze. In più il coniglio femmina inizia a essere feconda in giovane età, si riproduce per otto mesi all’anno, e ha gravidanze brevi, di circa 30 giorni. Sicuramente tutte le coniglie sono pavide, ed è lampante il perché Saba abbia usato proprio la coniglia per parlare di gravidanze e accoppiamenti.
Viene poi ancora paragonata alla rondine e alla formica, la lirica si conclude in una conferma del grande sentimento d’amore tra Saba e Lina:

“E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.”

Saba non teme le ripetizioni, si potrebbe dire a questo proposito, che il Canzoniere sia la ripetizione variata ad infinitum di una medesima poesia. Per Saba la poesia ha una funzione pratica che diverte, serve a sfogare il dolore, non a vincerlo. Infatti troviamo versi dedicati a Lina praticamente in ogni salsa, che esprimono circa lo stesso soave e tenero sentimento.

Spostandoci da Casa e Campagna a Trieste e una donna, ci soffermiamo per un attimo su La malinconia amorosa, in cui dal verso 10 Saba dice:

“Malinconia amorosa
del giovane che siede
dietro un banco, che vede
chine sulle sue stoffe le più belle
donne della città…”

Non si parla di Lina, ma appare un tipo di amore malinconico, meno terso, per una cosetta che succede nel 1911, di cui vi parlerò fra un momento. Qui troviamo un giovane ragazzo possente, carico di speranze e di opportunità (anche amorose) dietro a un banco che potrebbe rappresentare un ostacolo, qualcosa che gli impedisce di apprezzare pienamente le più belle donne della città, lui scruta queste donne che sono in una posizione ben precisa: “chine”, tra l’altro su qualcosa di suo, a strizzare un po’ l’occhio su un atto sessuale. L’atto del chinarsi verrà poi ripetuto qualche verso dopo, descrivendo chi coglie i frutti. È un seminare amore e poi riprenderlo, è un chinarsi per accogliere, ma è anche un guardare la bellezza da dietro un muro, non poter essere realmente partecipi dell’amore.

Dice Nora Baldi: “La Lina, mi diceva, aveva rappresentato il porto nella sua vita; lui, era sempre stato la nave errante. La sua poesia ne era stata alimentata, la sua esistenza sorretta per tanti anni.” Cosa era successo allora? Nel 1911 la sicurezza, la stabilità emotiva, tutto ciò che era stata Lina per Saba si sgretola. Inizia infatti tra i due un profondo distacco, dovuto al fatto che Lina si innamora di un pittore. Questa esperienza si tramuterà nella poetica di Saba in versi di rammarico e risentimento per il tradimento, esplicitati soprattutto in Nuovi versi alla Lina (seconda parte di Trieste e una donna). Nel 1912 la tensione fra i due finisce, ritornano insieme e vissero per sempre felici e contenti.

Lina aveva rappresentato per Saba una fonte di ispirazione, era musa, centro dell’inno alla vita e all’amore ma arriverà ad alimentare la poesia anche nel senso opposto, divenendo oggetto del lamento nei momenti di crisi coniugale. Se in Casa e Campagna, la Lina è tratteggiata come una regina e ne viene messa in risalto la sensualità, la dolcezza, la bellezza in Trieste e una donna Saba tratteggia un profilo diverso: appassionata, bugiarda, devota, gelosa, “or sorella, or amante, ora nemica”. Appare un po’ lunatico Saba e lunatica sembra anche Lina: sorella amante e nemica, e si dimena tra sentimenti di affettuosa tenerezza e altri di ricercato distacco, nella consapevolezza che Lina è sì il porto sicuro per il proprio errare ma, viste le circostanze, il poeta non riesce a perdonare del tutto, anche perché il tradimento della moglie lo ha portato a vagare lontano dal suo porto.  Lina diventa distante e si manifesta una incomprensione reciproca, che si esprime in Mia Moglie:

“Quando triste rincaso e lei m’aspetta
alla finestra, se la bella e cara
moglie, ad un gesto, il mio male sospetta,
se il disgusto mi legge, od altro, in faccia,
tosto al mio collo le amorose braccia,
come due serpi vigorose, getta;
me solo accusa la sua voce amara.
‘E così dice è così che mi torni.
Non un bacio per me, non un sorriso
per tua figlia; stai lì, muto, in disparte;
si direbbe, a vederti, che tu hai l’arte
di distruggerti. Ed io…’ ”

Diciamo che Saba non va per il sottile, parla di disgusto, ma soprattutto delle serpi vigorose, le braccia della moglie che quasi lo forzano a ritornare sui suoi passi, non un bacio, non un cenno d’amore per lei. Dice addirittura che il poeta ha l’arte di distruggersi, è tutto passato, l’allarme è rientrato, almeno per Lina, ma tutto questo amore Saba non lo riesce a sostenere, conclude infatti:

“Quanto, quanto m’annoi”,
io le rispondo fra me stesso. E penso:
Come farà il mio angelo a capire
che non v’ha cosa al mondo che partire
con essa io non vorrei, tranne quest’una,
questa muta tristezza;
e che i miei mali sono miei,
sono all’anima mia sola.”

C’è un’altra poesia che è stata scritta nel momento di crisi ed è molto interessante perché si parla di Carmencita, è Autunno. Carmen viene usata dal poeta come fosse una incarnazione della vitalità esuberante di Lina. Lina è diventata madre, l’ha tradito, non è più la stessa donna che ha mosso il cuore di Saba. Viene allora sostituita, diventa la passionale Carmen. C’è anche da dire che Saba stesso nel periodo della crisi deve in qualche modo recuperare una sorta di passionalità eterosessuale, che può essere letta nella figura di Carmen. Pare infatti che siano da attribuire a questo periodo le esperienze omosessuali di Saba di cui sarebbero prova le non poche poesie dedicate a giovani ragazzi.

Ma torniamo a Carmen, o meglio a Lina, che nella sua veste usuale si avvia rapidamente a diventare la figura stereotipata della moglie, con la quale il poeta si rifiuta persino di condividere la propria «muta tristezza», figuriamoci altro. Carmen è invece un desiderio letterario irrealizzato, che ha urtato contro lo scoglio della vita vera, della realtà quotidiana. Carmen è un richiamo alla gioventù, alla freschezza, alla passionalità, che si è persa nel rapporto con Lina. Infatti in Autunno, Saba quasi rimprovera Lina di non essere più la seducente donna di un tempo:

“Che succede di te, della tua vita,
mio solo amico, mia pallida sposa?
La tua bellezza si fa dolorosa,
e più non assomigli a Carmencita.”

C’è ancora molto risentimento, ma siamo verso la ripresa. Vi avevo detto che vissero felici e contenti e infatti, chiudo queste Robbe Grosse con «Dico al mio cuore, intanto che t’aspetto» una lirica che esprime secondo me al meglio la vicenda tra Saba e Lina, che si apre con una forte carica di aggressivo risentimento, il poeta si dice che dovrebbe odiarla una donna così, l’ha tradito, non può più comprenderlo, ma poi la vede: è ancora amore.


Bibliografia

  • L. Baldacci, Terzo programma, Quaderni Trimestrali, n°4, Eri Edizioni, 1962.
  • N. Baldi, Il Paradiso di Saba, Mondadori, 1958.
  • M. Bersani, M. Braschi, Viaggio nel ‘900, come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Mondadori, 1984.
  • J. Galavotti, La costanza del dolore nel libro di una vita: Casa e Campagna, di Umberto Saba, in Brevitas, percorsi estetici tra forma breve e frammento nelle letterature occidentali, a cura di Stefano Pradel e Carlo Tirinanzi De Medici, Trento, Università degli Studi di Trento-Dipartimento di Lettere e Filosofia, 2018.
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese, Manuale di letteratura, Il fascismo, la guerra e la ricostruzione: dall’Ermetismo al Neorealismo, G. B. Palumbo Editore, 2013.
  • P. V. Mergaldo, La tradizione del ‘900, Carocci, 2017.
  • L. Polato, Aspetti e tendenza della lingua poetica di Saba, in “Ricerche sulla lingua”, poetica contemporanea, Padova, 1966.
  • U. Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere, Mondadori, 1963.
  • M. Santoro, Disegno Storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

L’amore molesto – E. Ferrante

L’amore molesto, di Elena Ferrante edito da Edizioni e/o è un titolo parlante, come tutti quelli dell’autrice, riesce a concentrare in sé stesso tutta la storia del romanzo. Pubblicato nel 1992 racconta della travagliata storia di Amalia, della sua morte e soprattutto della ricerca della verità da parte di sua figlia.

L’ho letto dopo la quadrilogia di Elena Ferrante e ho trovato molti punti in contatto tra le due opere. Innanzitutto il titolo. L’amica geniale è infatti un titolo che contiene perfettamente tutta la vicenda che si snoda nei 4 libri della saga, ma fino all’ultima pagina e anche dopo, rimane il dubbio: chi è davvero l’amica geniale? Lenù o Lila? Questo escamotage di dare un titolo fuorviante e indecifrabile arriva forse da L’amore molesto, non si sa se infatti questo amore turbolento, violento, molesto appunto sia quello tra Amalia e Caserta, tra Amalia e il marito o tra Amalia e sua figlia e non lo saprete neanche a lettura finita.

Devo dire la verità, a me L’amore molesto non ha convito. La scrittura della Ferrante si manifesta già come intensa e poetica, ma non siamo ai livelli di esplosività che ha ne L’amica geniale, dove la sua scrittura almeno su di me, ha creato una sorta di effetto ipnotico o calamita: non mi riuscivo a staccare da quelle pagine per nulla al mondo. Invece con la prima opera della Ferrante non è andata proprio così, ad un certo punto non vedevo l’ora arrivasse alla fine.

L’amore molesto è un thriller psicologico a sfondo drammatico. La protagonista e narratrice è Delia, che dopo la morte della madre decide di tornare a Napoli a fare chiarezza su questo strano suicidio e soprattutto sul passato di Amalia. Il rapporto tra Delia e Amalia è morboso, a tratti inquietante. Delia spiava sua madre, voleva essere lei, anche se bambina, era invidiosa della madre e cercava di imitarla, tanto da spingersi molto oltre: inventando di sana pianta cosa faceva sua madre, pensando nella sua ingenua testolina di ottenere così qualcosa di più della sua vita di bimba, di trasformarsi in Amalia.

Così Delia corre tra passato e presente, ma anche per tutta Napoli e cerca di rimettere insieme i pezzi. Quasi a voler imitare i detective dei film, cerca di ottenere informazioni dalle amiche della madre, cerca di andare a ritroso sui passi di Amalia, di carpire qualcosa dagli oggetti che aveva in casa. Alla fine si scoprirà che il problema viene proprio da Delia e da qualcosa che lei non ha mai accettato. Che ha inscatolato dentro di sé talmente tanto accuratamente da non riuscire a ricordarsene.

Le atmosfere sono occluse, patinate, fumose, Napoli è sullo sfondo ed opprime tutto. Il ritratto di Napoli che viene fuori da L’amore molesto è negativo, opprimente: Delia odia la sua città e odia anche il suo dialetto. L’autrice insiste moltissimo sulla repulsione di Delia del dialetto napoletano, che giudica rozzo, terribile e che lei si guarda bene dall’usare. Ok è un personaggio di fantasia, frutto d’invenzione, ma il rifiuto del proprio dialetto è una cosa per me inconcepibile; anche se sono moltissime le persone che conosco, che denigrano il dialetto quasi reputandolo qualcosa di sporco e indegno, io proprio non riesco a capire perché rifiutare così qualcosa di eccezionalmente bello come il dialetto, fortunatamente la Ferrante utilizza molto il dialetto sia in questa che in altre sue opere.

Anche se si tratta di un libretto breve, è davvero molto, molto lento. Ci sono pagine e pagine che descrivono i viaggi in tram, anche il salire le scale si rivela essere un’attività che dura tre pagine ed è stato davvero difficile per me arrivare alla fine. Sarà anche colpa delle aspettative. L’amica geniale mi è piaciuto moltissimo ed aveva una varietà di temi, di personaggi, un caleidoscopio di situazioni che mi ha stregata, quindi mi aspettavo qualcosa di ugualmente bello; è pur vero che si tratta della prima opera della Ferrante e che ciò che è venuto dopo è il simbolo di quanto si possa migliorare, o forse è vero che avevo un enorme hype e pensavo di essere catapultata di nuovo in un clima che mi aveva rapito. Ho altri libri della Ferrante in libreria che cercherò di leggere senza paragonarli né a L’amica geniale, né a questo, sperando di leggere qualcosa di meraviglioso come la sua quadrilogia.

Di questo romanzo è stato tratto un film, diretto da Mario Martone nel ’95. La sceneggiatura è stata scritta da Martone con la stessa Ferrante, la protagonista Delia è interpretata da Anna Bonaiuto.

Blue nella terra dei sogni – D. Tosello

Vol. 1 – La foresta invadente

Dopo aver creato e disegnato mondi per i giochi da tavolo, Davide Tosello esordisce nel mondo del fumetto con Blue, nella terra dei sogni, edito da Edizioni Star Comics. Il volume è già uscito in Francia a febbraio ed è solo il primo di una trilogia, che ci porterà in un mondo fantastico e spaventoso. Anche se la trilogia è sostanzialmente uno young adult, si tratta di un fumetto adatto a tuttə.

Lo potete trovare in libreria dal 16 settembre e così potete inoltrarvi nel mondo di Blue. La protagonista è una ragazzina che in un’apparente tranquilla giornata nuvolosa, vede la sua vita cambiare totalmente. Le verrà recapitato uno strano regalo e inizieranno a succederle fatti davvero impressionanti. Il mondo che crea Tosello è surreale e strano, riesce a creare delle ambientazioni bellissime e cariche di fantasia.

Attraverso un linguaggio semplice e fanciullesco, è proprio Blue a narrarci la sua esperienza, nel pieno dell’adolescenza, con le sue scoperte, la sua paura, non ci sono fronzoli nel linguaggio è una ragazzina turbata, ma estremamente incuriosita da quello che le succede intorno e vorrei ben vedere! La foresta ha letteralmente divorato tutto ciò che conosceva (sarei turbata e incuriosita anche io!). Uomini, donne, bambini, fa tutto parte della foresta che è viva come non lo è mai stata. Scruta Blue con migliaia di occhi spiritati, la insegue, desidera strapparle via qualcosa di preziosissimo.

Nel percorso all’interno delle sue paure più grandi, Blue troverà un simpatico alleato e insieme si alleeranno per riuscire a raggiungere la Città delle Lacrime, dove, forse Blue può trovare qualche spiegazione alla strana situazione in cui è stata catapultata.

I disegni sono eccezionali, la palette è tendente ai toni freddi e ovviamente, per richiamare il titolo e la protagonista stessa del fumetto, le sfumature più presenti sono quelle del blu. I disegni sono un ibrido tra le creazioni burtoniane e i manga. Le tavole sono dinamiche, con una costruzione molto spesso composta da 3/4 vignette in orizzontale, piccole vignette a movimentare le pagine e alcune splash pages per evidenziare i momenti clou.

Anche se il fumetto per via del topos del viaggio in un mondo sottosopra è accostato ad Alice nel Paese delle Meraviglie, mi è sembrato strizzare l’occhio in più di un’occasione a Pinocchio. Non solo per il fatto che uno degli animali presenti nella storia sia una balena, che funge comunque da protezione, da porto sicuro, ma anche perché un momento in particolare mi ha ricordato la parte in cui Pinocchio cerca disperatamente la Fata Turchina e si ritrova a dover trattare con una lentissima e poco disponibile lumaca.

A chiudere questo primo volume c’è un finale molto accattivante, carico di suspance, che invoglia assolutamente a proseguire la lettura. Blue nella terra dei sogni è volume agile, breve, che ha il pregio di incuriosire il lettore e pur narrando molti temi e avendo una pluralità di situazioni, ambientazioni è molto scorrevole, senza stacchi lenti o momenti troppo didascalici. Sicuramente è adatto ad un pubblico giovane perché immediato, con una bella fluidità, caratteristica assolutamente pregevole visto si tratta di un libro rivolto a ragazzə, che preferiscono non perdersi in orpelli letterari.
Altra nota di merito è sicuramente la colonna sonora, che accompagna Blue nel suo viaggio. Le canzoni che trovate in questo articolo, sono infatti estratte dalla playlist che Tosello ha creato per accompagnare il lettore nel viaggio nella foresta invadente.

Davide Tosello presenterà questo primo volume agli Star Days. Cosa sono gli Star Days? Il momento in cui finalmente potete incontrare i vostri autori preferiti, anche se… divisi da uno schermo! Il 26 e il 27 settembre dalla sede di Perugia di Star Comics potete seguire le dirette di convegni, panel, sessioni di dediche dal sito www.stardays.it. Si potrà inoltre visitare in un tour virtuale la redazione di Star Comics. Moltissimi gli ospiti che prenderanno parte all’evento: da Mirka Andolfo a Licia Troisi, da Mario Alberti a Matteo Bussola e Paola Barbato, e ancora Carmine Di Giandomenico, Fiore Manni, e molti altri. Main Partner degli Star Days, VVVVID – la famosa piattaforma di streaming video – trasmetterà live la diretta delle due giornate anche sul proprio canale. 

Gli effetti invisibili del nuoto – A. Capponi

Non mi è mai piaciuto nuotare. Ho sempre odiato tuffarmi in piscina, quella sensazione di freddo che ti attanaglia, prendere un ritmo nuovo per riuscire a respirare, coordinare braccia e gambe per non affondare. Non mi piace neanche andare al mare, non così tanto. Forse l’acqua non è il mio elemento: sicuramente non potrei essere una delle protagoniste dei racconti di Alessandro Capponi, però leggere la sua raccolta, “Gli effetti invisibili del nuoto”, Hacca Edizioni, mi è piaciuto veramente moltissimo.

All’inizio c’è un piccolo disclaimer: dice che nessun animale è stato maltrattato, che è tutto frutto di fantasia, anche se potremmo riconoscere qualcosa di familiare. Perché qualcosa di familiare in effetti c’è. C’è Roma, che galleggia sullo sfondo di ogni racconto, con le sue strade intricate, il traffico, le scuole, i posti di blocco. Poi ci sono cose che diventano familiari racconto dopo racconto. C’è Barbara che allena e addestra, che conosce tutti i suoi polli, che dal movimento di una bracciata capisce che c’è qualcosa che non va; c’è Laura che accoglie gli sportivi, la troviamo in molti racconti e impariamo a conoscerla tra le pagine, finché non esplode in uno degli ultimi racconti rivelandosi e raccontandosi al meglio e poi… c’è la piscina. Tutti i personaggi si ritrovano in questo tempio del nuoto a Roma e non si incontrano mai. Animali di varie specie, grandissimi o piccolissimi, tutti diversi, ma tutti accomunati da un continuo fluttuare nelle loro vite.
Facciamo la conoscenza di una miriade di personaggi, in tante situazioni diverse, tutti caratterizzati alla perfezione che si muovono sinuosamente nei problemi quotidiani. Non c’è nulla di totalmente inverosimile, però siamo in un ambiente sognante, in cui anche la più normale delle situazioni (andare a scuola per esempio) sembra essere una fantastica e avventurosa azione. Il linguaggio di Capponi è cristallino e liquido, si adatta alle personalità dei suoi personaggi, regalandoci di volta in volta delle diapositive spettacolari, dei tipi che rimangono nella nostra memoria.

“Era stata lei a chiamarlo Tricheco, e il sorriso di risposta aveva autorizzato tutti a rivolgerglisi in quel modo, e Alfredo si era sentito così bene con quel soprannome, lui che non ne aveva mai avuti, si era sentito così leggero, un animale come gli altri, neanche una responsabilità in più, pesce di un branco senza gerarchie.”

Ogni racconto un animale diverso, una vita diversa. Personaggi che assomigliano ad animali o animali che diventano persone. Capponi crea un mondo strano, parallelo al nostro, dove non si sa cosa è realtà e cosa fantasia, dove trichechi, topi, gatti, lumache, tartarughe abitano tutti lo stesso spazio e frequentano la stessa piscina.

“Qual è la cosa più veloce che hai mai visto?
Eh Eleonora qual è?, chiese aiuto la donna.
Eleonora rispose immediatamente, Gli ultimi vent’anni.”

Adulti, adolescenti, anziani, la piscina di Capponi è popolatissima, l’importante però è avere una passione, quella del nuoto. Ma nuotare non è semplice: che ci vuole ad entrare in piscina, allenarsi un’oretta, pensate voi: no. Il nuoto è totalizzante almeno per questi personaggi: li aiuta a schiarirsi la mente, a eliminare i problemi, a scivolare in una nuova dimensione, ma soprattutto il nuoto non si esaurisce nella piscina. I personaggi fluttuano, nuotano a dorso, a crawl, a rana, anche fuori, sulla terraferma, portando il nuoto dentro di essi, in ogni situazione. Il nuoto diventa epifania, diventa catarsi, è il mezzo attraverso il quale avviene la trasformazione: uomo – animale, adolescente – adulto, vita – morte, ignoranza – conoscenza.

“C’è una strada che è lunga 5 anni e la tartaruga nell’ultimo tratto, quello fatto a nuoto, vede il mondo com’è giusto guardarlo, si libera dal peso che porta, non avere un guscio, e anzi capisce di avere qualcosa in più, di essere leggera come nessuna della sua specie, di poter nuotare, ed è così che prende consapevolezza di ciò che ha, le parole, le sue saranno pure bagnate ma sono il suo potere, lo sono sempre stato per questo la tartaruga era così brava negli studi e il suo Posti di sblocco è stato un successo, adesso la tartaruga deve solamente ricominciare a vivere, a usare le parole che ha, il potere che ha, gli amici che ha e gli amori che verranno.”

Non mi è mai piaciuto nuotare. Non mi sono mai piaciuti neanche i racconti, preferisco di gran lunga i romanzi, ma stavolta mi è piaciuto tutto. La scrittura di Capponi è ironica e travolgente, il mondo che è riuscito a creare è liquido, si adatta come l’acqua ad ogni mente e forse anche ad ogni gusto. Forse dovrei iniziare a fare come la gatta regina, andare in piscina, sedermi e guardare, forse imparerò a osservare meglio, a trovare l’animale che si nasconde dietro ogni sportivo, forse imparerò anche io a non schifare il nuoto e magari a nuotare fuori dall’acqua.

Hedy Lamarr – W. Roy, S. Dorange.

Nel fumetto pubblicato da Edizioni BD con estrema sapienza e delicatezza William Roy e Sylvain Dorange raccontano la storia della diva Hedy Lamarr, dando spazio a tutto ciò che la narrazione mainstream ha trascurato per anni, regalandoci un personaggio multiforme e complesso, appassionato, intelligente, creativo, ben oltre il bel faccino che ha incantato Holliwood.

Hedwig Eva Maria Kiesler è nata e cresciuta in Austria. Dopo aver abbandonato gli studi di ingegneria si dedica alla sua più grande passione, la recitazione. L’opera che la rese famosa e la consacrò alla carriera di attrice fu lo scandaloso film Ekstase di Gustav Machaty. Scandaloso perché a soli 17 anni Hedy interpreta la protagonista femminile e non solo in alcune scene viene ripresa nuda, ma simula anche un orgasmo. Siamo nel 1933 e non ci potrebbe essere nulla di più scandaloso (anche se nel frattempo il mondo si sta preparando alla Seconda Guerra Mondiale, di lì a qualche anno si promulgheranno leggi razziali, ci saranno campi di sterminio, però ehi sicuramente il problema della società è un orgasmo finto in un film!). In realtà Ekstase non solo la lancia nel mondo dello spettacolo, ma sicuramente contribuisce a creare un’immagine completamente distorta dell’attrice: bellissima senza dubbio, ma frivola, ninfomane, eccessiva, mangiatrice di uomini (si è anche sposata 6 volte, quindi). Come poter pensare al suo cervello e alla sua intelligenza quando il suo corpo era diventato un oggetto da venerare?

Infatti il suo fascino conquistò Fritz Mandl che la sposò. Lui, grande amico di Mussolini e trafficante d’armi, voleva che Hedy interpretasse nella sua vita il ruolo di moglie – bambola, da sfoggiare alle feste e da tenere imprigionata nella sua casa lussuosissima. Dopo aver passato anni di profonda infelicità e insoddisfazione, nel 1937 la Lamarr riesce a scappare prima in Svizzera, dove ebbe l’opportunità di conoscere Billy Wilder e Leni Riefenstahl, poi a Londra, dove riesce ad ottenere l’annullamento del matrimonio.
Dopo essere arrivata a New York e aver stipulato un contratto con la Metro Golden Meyer, viene ingaggiata per numerosi ruoli, ha infatti recitato in:

  • Un’americana nella Casbah, regia di John Cromwell (1938)
  • La signora dei tropici, regia di Jack Conway (1939)
  • Questa donna è mia (I Take This Woman), regia di W. S. Van Dyke (1940)
  • La febbre del petrolio (Boom Town), regia di Jack Conway (1940)
  • Corrispondente X (Comrade X), regia di King Vidor (1940)
  • Vieni a vivere con me (Come Live with Me), regia di Clarence Brown (1941)
  • Le fanciulle delle follie (Ziegfeld Girl), regia di Robert Z. Leonard e Busby Berkeley (1941)
  • Il molto onorevole Mr. Pulham (H.M. Pulham, Esq.), regia di King Vidor (1941)
  • Gente allegra (Tortilla Flat), regia di Victor Fleming (1942)
  • La banda Pelletier (Crossroads), regia di Jack Conway (1942)
  • La sirena del Congo (White Cargo), regia di Richard Thorpe (1942)
  • Crepi l’astrologo (The Heavenly Body), regia di Alexander Hall (1944)
  • I cospiratori (The Conspirators), regia di Jean Negulesco (1944)
  • Schiava del male (Experiment Perilous), regia di Jacques Tourneur (1944)
  • Sua altezza e il cameriere (Her Highness and the Bellboy), regia di Richard Thorpe (1945)
  • Venere peccatrice (The Strange Woman), regia di Edgar G. Ulmer e (non accreditato) Douglas Sirk (1946)
  • Disonorata (Dishonored Lady), regia di Robert Stevenson (1947)
  • È tempo di vivere (Let’s Live a Little), regia di Richard Wallace (1948)
  • Sansone e Dalila (Samson and Delilah), regia di Cecil B. DeMille (1949)
  • L’amante (A Lady Without Passport), regia di Joseph H. Lewis (1950)
  • Le frontiere dell’odio (Copper Canyon), regia di John Farrow (1950)
  • L’avventuriera di Tangeri (My Favorite Spy), regia di Norman Z. McLeod (1951)
  • L’amante di Paride (Eternal Feminas), regia di Marc Allégret e Edgar G. Ulmer (1954), conosciuto anche come L’eterna femmina
  • L’inferno ci accusa (The Story of Mankind), regia di Irwin Allen (1957)
  • L’animale femmina (The Female Animal), regia di Harry Keller (1958).

Un’infinità di ruoli che però non hanno mai messo davvero in risalto la bravura e le capacità di Hedy Lamarr, l’unica cosa che veniva ancora di più amplificata attraverso questi ruoli era la sua sconvolgente bellezza. La sua educazione volta all’emancipazione e all’indipendenza, estremamente moderna per quei tempi, la resero ben presto insoddisfatta delle sue parti. Voleva di più, voleva essere una produttrice, poter scegliere i ruoli che riuscissero a far emergere non solo la sua enorme maestria nell’arte della recitazione, ma in cui si rispecchiasse e che trasmettessero gli ideali in cui credeva. Il mondo di Hollywood è ancora oggi profondamente maschilista, i giochi di potere in cui è coinvolto sono governati da uomini, per le donne ancora si fatica ad avere spazio ora, figurarsi negli anni ’40 e ’50.

Per cercare di dimostrare al mondo chi era davvero, cercando di eliminare l’idea di essere una sensualissima bambola da esposizione, senza guizzi di intelligenza e di carattere diede l’autorizzazione a un libro-verità sulla sua vita, che avrebbe dovuto spiegare la profonda varietà del suo carattere e dei suoi interessi, ricco di dettagli sulla sua bisessualità, i suoi numerosi mariti, sull’abuso di droghe, ma anche sulla sua grande passione per la scienza e sulle sue invenzioni. Il libro però non sortì l’effetto desiderato. Il ghostwriter della sua biografia omise tutto ciò che la Lamarr aveva detto a proposito delle invenzioni e della scienza, concentrandosi solo ed esclusivamente sugli scandali. Fu il colpo di grazia: tutte le voci che circolavano sul conto dell’attrice furono praticamente confermate da questo libro, che l’attrice confermò come non autorizzato.

Il grande merito di questo fumetto è sicuramente raccontare le vicende della Lamarr dal suo punto di vista, evidenziando così i momenti di profonda frustrazione e insoddisfazione dell’attrice, ma anche quelli più pieni e intensi della sua vita. I disegni di Dorange sono accoglienti, mantengono una certa patina che ci fa assaporare il tempo passato in cui succedono gli eventi, sono scorrevoli e piacevoli e contengono bene la personalità esplosiva della Lamarr. Viene molto preso in considerazione il suo ruolo di inventrice e ci vengono raccontati molti dettagli sui suoi brevetti ed invenzioni, che la maggior parte delle persone ignorano, perché ci si ferma sempre all’apparenza e non si va oltre al fatto che Hedy Lamarr sia stata la donna più bella del mondo.

Il primo a svelare le potenzialità delle invenzioni di Hedwig Eva Maria Kiesler fu Meeks che dopo aver parlato a lungo con lei, sulle sue invenzioni, e sulla sua passione scrisse un breve articolo sul fatto che Lamarr non venne mai pagata per la sua invenzione. L’invenzione in questione è stata fondamentale per lo sviluppo del nostro mondo come lo conosciamo oggi e varrebbe miliardi. Ma andiamo per gradi.

Hedy Lamarr aveva ideato e realizzato insieme al compositore George Antheil un sistema per criptare le comunicazioni via radio chiamato “frequency-hopping spread spectrum”. L’idea era venuta proprio alla Lamarr che voleva cercare un sistema che evitasse che i segnali radio nemici potessero deviare i siluri, facendo mancare loro il bersaglio. Ideò quindi un sistema per criptare i messaggi radio tra i centri di controllo e i siluri, in modo che non potessero essere intercettati. La geniale idea le venne grazie ad una performance di Antheil, infatti il prototipo era basato su una tastiera di un pianoforte: ogni tasto produceva un segnale a una data frequenza e solo seguendo un codice specifico era possibile controllare il siluro. L’idea fu brevettata nel 1942, ma ovviamente figuratevi se venne presa in considerazione, l’aveva presentata una donna, attrice, bellissima. Venne infatti utilizzata per la prima volta dalla marina militare degli Stati Uniti dopo circa vent’anni.
Dopo le ricerche di Meeks e la denuncia dell’invenzione del brevetto di Hedy Lamarr, la donna iniziò ad essere percepita anche come inventrice, non più come bellezza senza cervello, infatti nel 1998 venne insignita della prestigiosa Medaglia Kaplan, massima onorificenza austriaca in ambito scientifico, e il 9 novembre – data del suo compleanno – venne proclamata la Giornata dell’Inventore, celebrata non soltanto nel suo paese, ma anche in Germania e Svizzera.
Inoltre per la loro invenzione, Lamarr e Antheil sono stati inseriti nella National Inventors Hall of Fame degli Stati Uniti nel 2014, infatti il Frequency Hopping Spread Spectrum, creato inizialmente per contrastare i segnali trasmessi dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, è alla base della tecnologia Wi-Fi odierna.
Se il mondo è come lo conosciamo e lo viviamo oggi è anche grazie a Hedwig Eva Maria Kiesler.

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