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Mese

agosto 2020

Robbe Grosse sull’erotismo – Ovidio pt. 3

«Che cosa, migliore di Roma?». Stupro, trasformazioni e attacco al potere nelle Metamorfosi di Ovidio

Caratteristica della vestale è la castità, da mantenersi intatta nei trent’anni in cui la donna si impegna a servire la dea del focolare. In caso contrario, la pena è la morte. Ci siamo lasciati, lo scorso appuntamento, con un Augusto deciso a riappropriarsi di quei miti che hanno dato forma a Roma e alla sua leggenda, ma anche all’ethos del cittadino romano tradizionale. Miti in cui lo stupro è un tema fortemente ricorrente.

Lo è fin dalle origini dell’Urbe, con la rivalità tra Romolo e Remo, ciascuno deciso a proclamarsi re della Roma nascente. Ma prima che contendenti per lo stesso regno, i due sono gemelli, figli della stessa madre: Rea Silvia, una servitrice di Vesta.

Rea Silvia non una donna qualunque, quindi: nasce principessa di sangue reale, figlia di Numitore di Alba Longa; in quanto tale, discende nientemeno che dal pius Aeneas. Destinata a un matrimonio conforme al suo rango, la sua vita viene scompaginata dallo zio usurpatore che, ottenuto il trono per sé, la costringe a prendere i voti, certo in questo modo di eliminare ogni possibilità di discendenza.

Ma i mortali possono ben poco contro l’arroganza degli dèi: scoperta la reticente vestale nel proprio bosco sacro nell’atto di attingere dell’acqua per il tempio, è nientemeno che il dio Marte a metterle gli occhi addosso, a tentare di imporle la propria volontà. Rea Silvia si nega, fugge in una grotta per cercare riparo, ma non si salva dall’abuso divino. Si consuma presto il primo stupro della storia romana.

Alla violenza seguono promesse di grandezza per i figli concepiti durante lo stupro; l’ira celeste di Vesta oltraggiata (ira chiaramente rivolta alla servitrice fedifraga); l’imprigionamento e, infine, il suicidio di Rea Silvia che (a sentire Ovidio) conclude la sua breve esistenza tra i flutti del Tevere.

Balziamo avanti sulla linea del tempo.

Romolo è adulto e Roma sta morendo. Nessuno vuole concludere patti matrimoniali con un popolo appena nato, e non c’è futuro per una città senza donne. Il saggio Romolo, dunque, decide di ricorrere all’inganno: durante i giochi in onore di Nettuno a cui, tra gli altri, assistono anche i confinanti Sabini, i Romani rapiscono le giovani, fertili e belle (Tito Livio, che ci narra l’episodio nell’opera Ab Urbe Condita, ci tiene a sottolinearlo) figlie dei vicini approfittando della distrazione generale. Tito Livio enfatizza anche come, nonostante le premesse ben poco consensuali, vi sia della nobiltà nel gesto: i Romani si sarebbero limitati al sequestro di, perlopiù, giovani nubili, senza che si siano consumate violenze sessuali; alle rapite vengono infatti offerti onorevoli nozze, che le rendono a tutti gli effetti mogli e madri di cittadini romani.

E del resto, a un celebrato monarca (cui lo stesso Augusto ama paragonarsi) non si addice lo stupro. Romolo è un uomo di tutt’altra tempra rispetto all’ultimo, odiato sovrano dell’Urbe: Tarquinio il Superbo, etrusco d’origine e inevitabilmente corrotto (sarà un caso, dato che la società etrusca concede ben più libertà alle donne di quanto la romana farà mai?).

Altrettanto corrotto è il figlio del Superbo, Sesto Tarquinio: autore di un’altra violenza cardine della storia di Roma che ha per protagonista Lucrezia, stimata matrona e devota moglie di Collatino. Nella versione di Tito Livio, proprio la sua castità, oltre che la bellezza, conducono la donna alla rovina: ci racconta di un gruppo di ufficiali (tra di essi, suo marito e il suo stupratore) temporaneamente lontani da casa, che scommettono sulla virtù delle relative consorti. Decidono di constatare di persona a quali attività si dedichino le mogli in loro assenza, visitandole una ad una, cogliendole di sorpresa… e una ad una tutte vengono scoperte dedite al divertimento e al bere (attività ben poco adatte al loro status ma non molto diverse, sottolinea l’autore, da quelle dei rispettivi uomini). Tutte tranne Lucrezia, ovviamente, unica occupata con un’opera ben più consona: la filatura della lana.

Proprio la sua purezza, orgoglio del marito, desta le mire del figlio del re che, sere dopo, torna a trovarla da solo. Ignara dei suoi desideri, Lucrezia lo accoglie con gli onori riservati agli ospiti, offrendogli un riparo per la notte: è approfittando degli obblighi sociali della padrona di casa che Sesto penetra nella sua stanza, la sveglia di soprassalto e, minacciandone vita e soprattutto onore, abusa di lei.

Non passa un giorno dalla violenza che Lucrezia, dopo aver proclamato la propria innocenza e chiesto giustizia, ma rifiutando l’idea che l’episodio possa diventare una scusa per le donne scostumate che tradiscono i mariti, si suicida pugnalandosi al cuore.

La sua morte darà il via alla rivolta contro i Tarquini tiranni, e porterà all’instaurazione della Repubblica. Gli onori militari vanno all’amico di famiglia Marco Giunio Bruto (antenato del meglio noto cesaricida), che ne vendica lo stupro; d’altro canto, ora più che mai Lucrezia diventa l’incarnazione, per gli uomini, della libertà e per le donne il modello di comportamento che la società si aspetta seguano in casi simili.

La novella Repubblica, guidata da due consoli eletti a incarico annuale per assicurare un governo equanime, si trova ad affrontare una nuova (e inevitabile) forma di corruzione: quella dei decemviri, figure incaricate di sovrintendere alla diffusione al pubblico (ora obbligatoria), di ogni nuova legge.

Così, nel 451 a.C., a cinquantotto anni dall’istituzione della Repubblica, troviamo l’ultimo grande caso di tentato stupro catalizzatore di forti cambiamenti sociali: protagonista maschile della vicenda è per l’appunto uno dei decemviri, Appio Claudio; la vittima, una giovane plebea il cui nome è (casualmente) Virginia. La ragazza, assalita da Appio Claudio, riesce inizialmente a sfuggirgli ma, non diversamente da Rea Silvia contro Marte, si trova presto alla mercé delle macchinazioni del decemviro che convince un amico a dichiarare legalmente che Virginia è sua schiava, e in quanto tale un oggetto a disposizione dei desideri del padrone (e, soprattutto, del potente).

La ragazza, sostengono, è stata sottratta da un tale Virginio che si dichiara suo padre. Padre che, di fronte all’ineluttabile destino della figlia, la libera dai soprusi nell’unico modo possibile: pugnalandola al cuore. Ed è così che Virginia muore, senza esprimere mai una parola di propria volontà, simbolo postumo della lotta alla tirannia. Tra lo sdegno generale, i decemviri vengono deposti dall’incarico e nuovi diritti vengono concessi ai plebei.

Minimo comun denominatore tra tutti gli episodi di tradizione antica è la situazione di caos ridotto all’ordine grazie a un atto di forza. Spesso ai danni di una donna-catalizzatore.

È lo stesso caos che rivediamo dipinto in una delle maggiori opere del nostro Ovidio Nasone, composta tra il 3 d.C. e l’8 d.C.: quindici libri in esametri latini che, in circa duecentocinquanta storie, coprono un periodo che va dalla creazione del mondo alla Roma dei suoi tempi, le celeberrime Metamorfosi.

E il caos pubblico si fa spazio anche nella vita privata di Ovidio: proprio nell’8 d.C., a causa di un «carmen et error», di un’opera letteraria (probabilmente l’Ars amatoria) e di una indiscrezione personale (molte sono le ipotesi in merito: tra le altre, quella di una relazione con la figlia o la nipote di Augusto; addirittura la scoperta che fosse il princeps stesso a commettere incesto con una delle due Giulie), da poeta del momento finisce esiliato a vita a Tomi, ridotto per sempre al silenzio.

Potere esercitato e potere subìto: forse anche per queste particolari circostanze le Metamorfosi sono popolate di vittime e di carnefici, in una pletora di episodi mitologici di greca origine e romana appropriazione.

E, come ormai sappiamo, a Roma il potere è, per tradizione, maschio.

Stando così le cose, il ruolo della vittima è quasi (ma non) sempre riservato alla donna, il cui corpo viene continuamente modificato da quasi (ma non) sempre divini oppressori in cerca di piacere a spese della malcapitata di turno.

Che si strappi loro la lingua o si trasformino in flora o fauna, le donne si ritrovano costantemente silenziate, in maniera apparentemente non dissimile dai miti fondanti di cui sopra. Il punto di vista è spesso voyeuristico, come osserva Amy Richlin nel suo articolo Reading Ovid’s Rape.

Nell’episodio di Lucrezia (ri)raccontato da Ovidio, ad esempio, la narrazione si apre con la matrona spiata dagli uomini e si chiude col suo cadavere esibito al pubblico per aizzare la rabbia dei cittadini.

Esiste un piacere sadico nello sguardo. L’imbarazzo, la paura della vittima inseguita si tramuta, sempre secondo Richlin, in una bellezza puramente fisica, sensuale, che ha un effetto afrodisiaco: i volti sconvolti, le membra scomposte nella fuga, il disperato balzo in avanti diventano una fonte di attrazione tanto per l’inseguitore quanto per il lettore che assiste alla scena, in preda ad un’ineluttabile sorta di scopofilia.

Inevitabilmente raggiunte e afferrate, le vittime si fanno bestie, feroci o di rara grazia; oppure oggetti, di grande appeal o sacralità. Finiscono ridotte all’essenza della bellezza che ha attirato lo sguardo bramoso di chi ha fatto loro del male (l’implicazione, di natura palesemente misogina, è che sia il piacevole aspetto esteriore a causare la violenza).

Le Metamorfosi introducono, però, una novità. Per la prima volta, il narratore dimostra un senso di empatia nel validare e dare voce ai sentimenti delle vittime: terrore, vergogna, dolore. Un’empatia in quanto esseri umani, a prescindere dal ruolo nella società.

Impressione rafforzata dal fatto che il racconto non si ferma alla violenza sessuale, spesso liquidata in pochi versi, ma si esplora soprattutto il dramma che ne consegue. Un esempio è lo stupro di Callisto da parte di Giove che, per l’occasione, assume le sembianze della figlia Diana, cui la ninfa è devota; subito l’abuso, Callisto diviene capro espiatorio dell’ira di Giunone, che la trasforma in orso contro la sua volontà, e infine si fa una costellazione per volere del suo violentatore.

Le situazioni descritte conservano sconcertante modernità.

Come nel caso di Leucotoe, aggredita dal dio Sole mentre fila la lana: la divinità l’accosta trasformato nella madre della principessa achemenide; la bacia come una madre farebbe, prima di mandare via le donne della giovane con una scusa, e, una volta rivelatosi, sottometterla alla sua volontà.

Se in una certa misura la violenza sessuale è normalizzata a Roma, i racconti di Ovidio sono scritti per scioccare la sensibilità ed essere riconosciuti come vis dal suo pubblico.

Spesso, le vittime sono vergini: l’iniziazione al sesso è intesa come rito di passaggio tanto per la donna (nel suo ruolo di moglie e madre) che per l’uomo (la pederastia è in questo senso parte dell’educazione del cittadino). Un periodo della vita delicato, in cui il giovane individuo è oggetto di tentazione e soggetto a corruzione.

Proprio la massiccia e deliberata presenza di episodi di stupro (Richlin ne conta cinquanta), nonché l’atteggiamento ambivalente dell’autore rispetto al soggetto dell’opera, ha reso le Metamorfosi una lettura controversa, oggi come ieri.

Non mancano accuse di misoginia tout court, per la natura brutale della materia narrata; per contro, una corrente opposta vede invece un tentativo di dare una voce, seppur in maniera inaspettata, alle vittime censurate di una società patriarcale, a cui l’autore deve essersi sentito particolarmente vicino, data la sua vicenda personale.

Sicuramente, Ovidio introduce figure maschili, anche divine, che male si accostano al modello propugnato dal regime augusteo (sebbene, perlopiù a figure che precedono l’età romana: Enea, Romolo, Cesare e Augusto sono ben lontani dagli esseri frivoli, depravati e narcisisti derivati dalla mitologia greca). Tra le più celebri, Apollo ossessionato dal desiderio di possedere Dafne, tanto da arrivare a sfregarsi contro di lei persino dopo che si è tramutata in albero; o Tereo re di Tracia che, quando la cognata Filomela lo minaccia di rivelare lo stupro subito, piuttosto che ucciderla le strappa la lingua per continuare ad abusare di lei; o Pigmalione insoddisfatto delle donne di carne, che può amare solo il riflesso di sé stesso nella statua di Venere oggetto della sua passione.

Diversamente da Medea, Canace o Mirra, tutte preda di una vera e propria follia amorosa, gli uomini, mortali e non, non si fermano a riflettere sulle conseguenze delle loro azioni inconsulte, limitandosi a esercitare la propria volontà: non ritengono gli atti compiuti degni di biasimo, al contrario delle controparti femminili.

Considerata anche la dichiarazione di Ovidio in apertura all’Ars amatoria, e il chiaro intento di lasciarsi ispirare dall’esperienza diretta, potrebbe darsi che i comportamenti dei suoi personaggi maschili rispecchino da vicino quelli della società che lo circonda.

Se così è, lo sguardo del poeta sui coevi è ben poco lusinghiero. L’episodio di Apollo e Dafne è pervaso da un senso di ridicolo nel momento in cui il dio si propone alla ninfa in modo non diverso da come consiglia lo stesso Ovidio ai suoi studenti proprio nell’Ars amatoria. Di fronte al rifiuto derisorio della ninfa, il dio passa alle minacce, sottolineando il proprio status superiore. Un comportamento tristemente umano.

Gli dèi, in teoria i custodi dell’ordine del mondo, sono soprattutto dei distruttori detentori di un potere eccessivo che esercitano sui mortali impunitamente, guidati dall’impulso: basta uno sguardo e la sorte della mortale o della ninfa è segnata.

Tuttavia la violenza più disturbante in tutti i quindici libri è sicuramente quella inflitta dall’umano Tereo, sposato con Procne ma attratto dalla cognata Filomela. Che, come Dafne prima di lei, è solo una delle donne che sfidano i loro assalitori con la parola (un altro parallelismo con Ovidio e la sua sfida al regime augusteo?), mettendo in questione anche le abilità di uomo del re.

Dafne e Filomela vengono tacitate, oggettificate: se Apollo si appropria della prima, trasformata in alloro (segno del proprio culto), e Tereo strappa e rende muta con violenza la seconda, paradossalmente sono entrambe liberate dalle evoluzioni cui vanno incontro; Filomela, seppure senza lingua, ottiene vendetta e Dafne resta casta (ma, di nuovo come per Ovidio, paga l’integrità a caro costo, non potendo più esprimersi).

Diversamente dalla Io stuprata e rapita da Giove nel primo libro, dipinta come incapace di comprendere il proprio trauma e in balia de mutismo imposto dalla trasformazione, entrambe rifiutano di farsi dominare: Filomela in quanto donna e Dafne in quanto ninfa (le ninfe vengono già allora viste come esseri affamati di sesso e dunque tecnicamente non stuprabili, in maniera non dissimile dalle mimae dello scorso articolo).

Filomela, in particolare, ricorre a una violenza inaccettabile tanto quanto quella subita: assieme alla sorella Procne fa sì che Tereo si nutra dei resti del figlio, assassinato per l’occasione. La sua deumanizzazione è dunque più profonda della trasformazione in bestia, e la sua reazione è ben diversa dalla Lucrezia della leggenda.

Simile a Io per passività è invece la statua d’avorio di Pigmalione, a tutti gli effetti effige della fantasia maschile: desideroso di una donna lontana da quelle promiscue (quelle che apprezzano l’atto sessuale perdono automaticamente la rispettabilità) che lo circondano, lo scultore Pigmalione si innamora (tra virgolette) della propria creazione, una statua di Venere. L’oggetto del suo desiderio viene prima violato con lo sguardo e poi col corpo, dati i tentativi di copulare con lei. Portata poi in vita dalla dea, che ha compassione dell’abile mortale, la statua d’avorio è destinata a diventare una moglie amorevole e ubbidiente, in realtà simbolo della passione di suo marito per sé stesso.

In questo senso, la statua è l’incarnazione della donna perfetta secondo il gusto romano: virginale e sessualizzata, mancante di ogni libertà di azione; non così diversa dalla Filomela privata della lingua nella fantasia di Tereo.

La descrizione del comportamento misogino di Pigmalione ha un piglio ironico che riecheggia quello dell’episodio di Apollo nel Libro I; un’ironia che non sembra tanto destinata a intrattenere il lettore, o peggio, a ridicolizzare gli atti di violenza descritti nell’opera, quanto piuttosto a criticare il regime augusteo attraverso i personaggi maschili che sono anche i suoi bersagli. Lo dimostra il continuo uso di immagini che fanno riferimento a predatore e preda. In questo senso, l’intento delle Metamorfosi è stato da alcuni interpretato non come una discussione dello stupro e della posizione femminile, quanto piuttosto una protesta verso un sistema politico intimamente corrotto e una società fondamentalmente imperfetta.

Lo stupro sarebbe quindi un mezzo per raggiungere un dato scopo, piuttosto che esso stesso il fine: come abbiamo visto, essere uomini implica penetrazione e la penetrazione implica superiorità. Si tratta anche di un privilegio: l’atto di penetrare sottintende la presenza di ruoli di genere e di status a prescindere dal sesso di chi vi prende parte. L’uomo penetrato si fa donna. L’uomo che penetra, se di bassa o bassissima estrazione sociale (l’uomo libero è homo, non vir), varca i confini di classe a proprio rischio e pericolo.

Ma possono i ruoli rovesciarsi? Sono capaci di stuprare le donne? Nelle Metamorfosi troviamo un caso, se intendiamo lo stupro come penetratio coatta.

L’episodio, ambientato in una natura selvaggia e per questo inquietante, è quello dell’androgino (il marchio dell’anomalia) e bellissimo Ermafrodito, divino figlio di Venere e Mercurio. Il canovaccio è sempre il solito: il fascino del giovane indifeso attira bramosi occhi immortali; seguono un tentativo fallito di seduzione e infine la violenza. Stavolta, però, chi la commette è una creatura femminile, la ninfa Salmace; dunque una dalla natura bestiale, portatrice di sessualità incontrollata.

Come ogni sua controparte maschile, la ninfa attende un momento di vulnerabilità (Ermafrodito che si bagna nelle acque di un lago) per aggredirlo e penetrarlo: non essendo dotata del membro, la penetrazione avviene a un livello più profondo, fino a farsi fusione permanente; da allora in poi, i due saranno una creatura sola, con attributi tanto maschili quanto femminili. Nel mondo romano, l’idea stessa di penetrazione è legata all’insudiciamento, dunque modificazione, del corpo.

Salmace è una figura particolarmente inquietante per un Romano la cui intera comprensione del mondo si basa sulla supremazia del maschio. La ninfa ha un atteggiamento attivo, violento, prova piacere osservando degli attributi fisici della sua preda, incarna le peggiori paure di una società patriarcale: alla donna selvaggia e incontrollabile si coniuga un appetito sessuale smaccatamente maschile; in altre parole, il tanto temuto caos, causa di sofferenza e da ricondurre all’ordine.

Il solo modo di ritornare alla “norma”, dunque, è quello di femminizzare il casto Ermafrodito (che accoglie la sua violentatrice) e maschilizzare la predatoria Salmace: il che risulta per entrambi nella perdita di identità. La donna brutalizzata, per quanto umanamente compresa nel suo dolore, sembra fondamentalmente costretta nel ruolo di vittima… Altrimenti, non può che essere un uomo incompleto, un ibrido, una parodia. Anche se, in ogni caso, superiore a una donna.

Violenza, trasformazione, ritorno all’ordine: sembra questo il paradigma che sorregge ciascuno degli episodi di abuso narrati nelle Metamorfosi. Il significato della trasformazione è nebuloso. Una condizione necessaria per ristabilire lo status quo? O una punizione non dissimile dall’esilio, un mezzo per tacitare la voce dissenziente?

Quale che sia l’interpretazione dello stupro, come dissenso politico o come protesta personale, impossibile non trovare interessante la scelta della materia narrata. Se si prende poi in considerazione che la maggior parte dei miti narrati sono derivati dalla cultura greca, è facile comprendere la portata della violenza sessuale nel mondo antico, e quale sia il ruolo riservato agli oppressi nelle dinamiche quotidiane del tempo.

D’altra parte, la nostra reazione di lettori moderni ci rivela molto dei passi avanti che sono stati compiuti da allora, e di quanto invece certi retaggi siano duri a lasciarsi indietro.

Prendendo in considerazione anche solo uno degli episodi più significativi, cioè quello di Lucrezia, possiamo vedere come nel corso dei secoli ci si è concentrati sul ruolo della donna nel suo stesso stupro.

Perché si uccide, Lucrezia? Per vergogna? Per orgoglio? Per onore? O forse perché teme di aver in qualche modo dato il proprio consenso alla violenza subita o, ancora, perché durante l’atto si è innescata una reazione fisica (non è raro che le vittime di stupro raggiungano l’orgasmo, un meccanismo di mera difesa che, comprensibilmente, genera una forte confusione e un senso di colpa che va a complicare un trauma già intenso)?

L’intimità della vittima viene dissezionata, si dibatte sull’idea di consenso e su ciò che rappresenta o meno il consenso. Questioni sollevate fin dall’antichità, rimaste senza risposta certa anche ai pii tempi cristiani, da sant’Agostino ai nostri non così lontani anni Ottanta (tristemente famosa la disputa di alcuni critici dell’arte sulla Lucrezia dipinta da Tiziano Vecellio: ha o meno, in fondo, lo sguardo di una donna che ha cercato l’incontro sessuale? E quindi, forse, non se l’era un po’ cercata?).

Ciò che ancora oggi è messa da parte, a volte persino in questione, è la colpa dello stupratore. Segno che Ovidio e i suoi tempi non sono così distanti da noi come vorremmo.

Concludiamo qui il nostro viaggio nella Roma augustea, con un ennesimo ringraziamento a Carla per la sua ospitalità.

Vi ricordo che potete leggere le prime due parti qui e qui.


Bibliografia

Robbe grosse sull’erotismo – Ovidio, pt.2

Luci e ombre dell’aura aetas

Torna la nostra amata Lucrezia, che ci delizierà anche la prossima settimana con l’ultima parte sul nostro amatissimo Ovidio. Come avete notato, il fil rouge di questo Robbe Grosse è la condizione femminile e come la donna viene trattata nelle opere del nostro Grande Naso. Se la volta scorsa (recuperabile qui) il focus era sull’Ars Amatoria, questa volta ci spostiamo su un’altra fondamentale opera di Ovidio: le Metamorfosi.
Lascio la parola all’esperta e buona lettura!

Eccomi di nuovo ospite dell’adorabile Carla, che mi ha concesso questo spazio per continuare a raccontarvi della Roma ai tempi di Ovidio. E in particolare, di un argomento ricorrente tanto nell’Ars amatoria (al centro dello scorso episodio) ma soprattutto del suo capolavoro, le Metamorfosi. Lo stupro. 

Ma non si può parlare di stupro (femminile, e sì, anche maschile) senza guardare alla posizione della donna nella società della Roma del passato. Una posizione, come forse saprete, di minorità: per tutta la vita, la donna rimane sotto la protezione degli uomini di famiglia, del padre in primis; una condizione sottolineata anche dalla mancanza di nome proprio (i nomi di donna sono quelli della gens, la stirpe paterna, con desinenza femminile). 

Sudditanza che non ha certo fine col matrimonio: semplicemente, la donna passa perlopiù sotto la tutela del marito, secondo i principio della tutela mulierum perpetua

Ritenuta fisicamente e intellettualmente più debole, nonché naturalmente portata al vizio e alla ricerca del lusso, la donna nella società romana viene costantemente controllata “per il suo bene”; la sua passività è tale che (almeno teoricamente) le è negata l’autodeterminazione fisica, la libertà di scelta circa il portare o meno avanti una gravidanza, nonché il diritto di decidere altrimenti per un figlio rifiutato dal marito (spesso proprio perché… di sesso femminile).

Controllare la donna vuol dire anche preservare le proprietà di famiglia e il trasferimento delle proprietà attraverso l’istituzione del matrimonio, essenzialmente uno scambio di beni. Beni che è importante si mantengano intatti prima quanto dopo lo sposalizio: per questo, la donna romana è una vergine casta e una moglie fedele, caratterizzata da una pudicizia che è integrità morale ma anche fisica, che dia al marito figli legittimi e allo Stato cittadini romani in piena regola (un matrimonio legale assicura ai frutti dell’unione la cittadinanza paterna; in assenza di ciò, il figlio prende quella della madre, almeno che non si tratti di una cittadina romana). 

Nonostante la sfera pubblcia tarpi essenzialmente le ali della donna fin nelle sue scelte più intime per mezzo di una serie di leggi e consuetudini, si pretende che tra moglie e marito regni la stessa concordia che assicura la pace dello Stato. Fin dagli inizi della civiltà romana, con l’episodio del ratto delle Sabine, esiste un legame tra il corpo casto della donna e l’armonia della cosa pubblica. La donna, con la sua capacità riproduttiva, è essenziale per la crescita dello Stato; ma anche un pericoloso elemento di disturbo: il suo corpo è “penetrabile” (contro la supposta impenetrabilità di quello maschile), dunque possibile soggetto ad “invasione estranea”, quasi si trattasse di un territorio, o un possedimento; così l’onore femminile, costantemente in pericolo di ingerenze esterne, è equiparato a quello della sua famiglia, un retaggio che ci portiamo dietro fino ad oggi. 

Ma pace e concordia non sono mai i pilastri fondamentali di Roma tanto quanto nell’Età augustea. Il periodo compreso tra la morte di Cesare nel 44 a.C. e quella di Augusto nel 14 d.C. si apre col tumulto della guerra civile per culminare nel ritorno (apparente) di un’aura aetas (“età dell’oro”) a cui Augusto dà forma a colpi di legislazioni e propaganda. Parte della sua strategia è riappropriarsi dei miti fondanti della storia di Roma (lo stupro di Rea Silvia; il ratto delle Sabine; lo stupro di Lucrezia; la morte di Virginia) come arma per creare un nuovo modello di Stato. E inevitabilmente, la nuova moralità augustea va a toccare la cittadina romana nel corpo come nell’autonomia.

Durante gli ultimi anni della Repubblica, numerose figure femminili hanno preso preoccupante visibilità, anche se in associazione coi parenti uomini: Terenzia, Clodia, Fulvia sono nomi pericolosamente conosciuti nella scena pubblica. Le donne accedono al potere grazie a matrimoni vantaggiosi e divorzi relativamente rapidi. Non solo le unioni legittime, ma anche l’adulterio lega famiglie influenti (un famoso esempio: Cesare e la sua amante Servilia) che si riuniscono in fazioni avverse. Alleanze si fanno e si disfano nel letto coniugale e adultero; la legittimità dei figli è messa in discussione, e con essa quella dei cittadini romani. Un caos che non a caso rispecchia l’instabilità politica nell’Urbe dei tempi. 

Preso definitivamente il potere attorno al 27 a.C., Augusto si dà da fare per porre fine a tutto questo, a partire dalle fondamenta dello Stato: il nucleo domestico. La donna deve tornare all’antica castità. In casa, protetta dallo sguardo esterno e dalle inevitabili tentazioni della sua natura debole, dedita a filare la lana ad allargare la famiglia. Esempi virtuosi femminili dei tempi includono Ottavia, sorella del princeps, sposa tradita dall’infedele Marco Antonio per la corrotta straniera Cleopatra (non per nulla, donna notoriamente emancipata); Livia, la moglie del princeps (che ha avuto ben più di una consorte, e ha conosciuto e messo gli occhi su Livia quando era ancora incinta del primo marito), ritratta in abiti modesti e a capo coperto, ma col diadema di Cerere, dea delle messi e della fecondità; le due Antonie, figlie di Ottavia e Marco Antonio, rinomate per pudicizia; Agrippina maggiore, nipote del princeps, lealissima sposa di uno dei presunti eredi di Augusto. Si tratta spesso di apparenza: tanto Livia, quanto Ottavia e la stessa Agrippina, gioca ancora ruoli politici a porte chiuse, ma a contare è l’immagine di una famiglia imperiale imperniata su concordia e stabilità, con ruoli di genere rigidamente stabiliti. 

Perché ciò accada, è necessario che lo Stato metta mano più ferma nella vita privata dei suoi cittadini – e lo fa con due leggi che ho nominato nello scorso articolo, passate entrambe nel 18 a.C.: la Lex Iulia de maritandis ordinibus e la Lex Iulia de adulteriis coercendis

Piccolo recap per chi si fosse perso la puntata precedente: se il primo dei due provvedimenti promuove il matrimonio e l’aumento delle nascite negli alti ranghi della società (proibisce ad esempio alcune unioni tra individui di classi differenti: fuor di questione sono legami legittimi con prostitute, attrici, adultere e criminali, e, per i senatori e loro discendenti, con le liberte), garantendo tutta una serie di diritti e vantaggi a uomini sposati e con prole numerosa; la seconda legge disciplina invece l’adulterio, nelle sue varianti incesto, stupro e lenocinio. 

Lo stuprum in particolare regola la cosiddetta attività sessuale criminalizzata: un uomo libero può accompagnarsi a una prostituta, ma non ad una donna patrizia vedova o nubile. Chiaramente, il sesso fuori dal matrimonio è severamente punito per le donne in qualunque circostanza. L’adulterio diventa un crimine civile anche se commesso da un uomo; d’altra parte, lo Stato entra nelle case dei cittadini fungendo da giudice per le singole trasgressioni. 

Se una volta il marito poteva uccidere legalmente l’amante della moglie a prescindere dalla classe sociale, adesso l’adulterio deve consumarsi sotto il tetto coniugale, e l’amante può essere legittimamente eliminato solo se uno schiavo, liberto, criminale o gladiatore. 

La giustizia è nelle mani del paterfamilias, ma in misura ridotta rispetto la passato. Se in questo senso le donne sembrano più protette, d’altra parte le punizioni sono più severe. Un’adultera perde parte sostanziale della sua dote, la sua unica entrata, viene bandita a vita e non potrà più sposare un cittadino romano libero. La donna, se non è casta, inquina la nuova società che Augusto sta tentando di creare, fatta di matrimoni duraturi, con individui della giusta classe sociale, che risultano in prole numerosa e legittima. 

Le donne, inoltre, rimangono in condizione di minorità anche sotto un altro aspetto: se tradite dal marito, possono muovere accuse solo in certe circostanze (l’amante deve essere sposata o non registrata come prostituta) e mai in prima persona: padre o tutore dovrà farlo per lei. 

Lo stesso accade se vittime di stupro. La donna (esclusivamente libera) denuncia tramite il padre, il marito o il tutore, e il violentatore può essere condannato tanto a morte, quanto a una lauta multa (da pagarsi alla famiglia della vittima, non a lei in prima persona) oppure , semplicemente, a sposare la vittima senza una dote (suona familiare?), a seconda dei casi. E se dovesse continuare ad abusare di lei, poco male: un marito che stupra la moglie agisce nei suoi pieni diritti.

Le accuse possono essere civili quanto legali, come quella di vis, l’aggressione sessuale. Di tipo legale è anche lo stuprum, che si occupa dello stupro da parte di sconosciuti e conoscenti, ma anche della seduzione fuori dal matrimonio. Lo stupro in quanto minaccia alla castità femminile è invece un reato di iniuria.

Tutto molto complesso, senza dubbio. Ma la complessità non equivale al reale proposito di proteggere o garantire che giustizia sia fatta per la donna in quanto individuo. La donna stuprata è essenzialmente merce danneggiata. La parte lesa è sempre la famiglia. La famiglia è quella di liberi cittadini romani.

Le donne (ma non solo) sono merce fragile. Il loro ruolo nella società come oggetto di penetrazione è definito persino a livello medico: medicina galenica e corpus ippocratico concordano nel sostenere che il corpo è semi-permeabile, poroso, fluido. All’interno, secondo la teoria ippocratica, quattro umori si bilanciano nei fluidi corporei, che entrano ed escono da un corpo che è simile a una spugna, potenzialmente influenzato da forze esterne. 

La medicina galenica si concentra invece sul sangue e sulla temperatura. Il corpo femminile è freddo, aperto, permeabile, umido, perde fluidi (ma produce una dose di calore grazie al ciclo mestruale, arrivando allo stesso livello di quello di un ragazzo giovane).  Incontrollabile, in sostanza. 

Quello dell’uomo formato è solido, stoico, impenetrabile. L’uomo formato è teoricamente immune dalla penetrazione; è lui a penetrare, fisicamente e socialmente. 

Come difese facilmente espugnabili, le donne rappresentano un pericolo per il buon nome della famiglia anche quando sono vittime di violenza – al punto tale che in alcuni casi si cerca di liberarsi della donna abusata, perché ritenuta  ormai “inaffidabile” produttrice di discendenza legittima. Per questo, le donne vanno protette nel sancta sanctorum della casa.

Più esposte alle intemperanze della vita sociale, le donne delle classi più basse corrono i maggiori pericoli, ma è importante sottolineare che l’idea dello stupro permea la società romana a tutti i livelli, senza distinzioni di genere.

Vulnerabili sono le schiave, oggetti nelle mani del padrone, le prostitute (escluse, a sentire Catone, dal poter muovere accuse di vis), le straniere, le prigioniere di guerra. 

E sono proprio gli uomini a tramandarci alcuni di episodi che le vedono protagoniste e vittime, grazie alle declamatio, esercizi di retorica per giovani educandi nell’arte della parola. Si tratta di testi che spesso riportano dettagli di casi giudiziari, e la violenza sessuale contro le donne è un argomento ricorrente: le vittime vanno dai tredici anni in su, sono spesso rapite (dal verbo rapere, della stessa famiglia del “ratto”), vendute come schiave sessuali, stuprate in gruppo. 

Ritroviamo un nome familiare. Cicerone, famoso per il suo eloquio, non solo pubblica molti di questi testi, ma si occupa anche, famosamente, della difesa di un influente politico, di nome Gneo Placinio, accusato tra le altre cose di aver violentato una giovane mima di provincia, dando inizio a quello che è un vero e proprio stupro di gruppo. 

Le mime: attrici in spettacoli di bassa lega, spesso indirizzate alla carriera da genitori poveri in canna, o alternativamente delle schiave. Si esibiscono sul palco poco o a malapena vestite, il che le relega allo stato di oggetti sessuali agli occhi del pubblico pagante (Marziale, nel ricordare la danza di un’attrice, scrive: «Avrebbe fatto masturbare anche Ippolito!»). In quanto “volontariamente” esposte di fronte a un pubblico, ufficialmente rappresentano la feccia della società. E non può esserci violenza nell’aggredire una donna che si mette in mostra in questo modo.

La protagonista di questo episodio non ci lascia il suo nome, né parole dirette: le mime non possono testimoniare in tribunale, nel 54 a.C.. Sappiamo che si stava esibendo quando Placinio è salito sul palco, l’ha gettata a terra, le ha strappato i vestiti ed ha abusato di lei davanti alla folla plaudente (lo stupro delle attrici viene liquidato come una tradizione da Cicerone, di cattivo gusto, ma innocente; l’episodio, peraltro riportato alla luce dai nemici dell’accusato nel contesto di ben più importanti addebiti di corruzione, irrilevante). A quanto ne sappiamo, Placinio non ha fatto in tempo a staccarsi dalla ragazza che i suoi amici sono emersi dalla folla per gettarsi sulla mimula, come la definisce Cicerone: forse per sminuirla, forse per indicarne l’età (le mime iniziavano a lavorare sul palco attorno ai dodici anni).

La mimula non ottiene giustizia per quella che viene definita una sventatezza di gioventù. Né l’otterranno le altre donne da cui Placinio, il cui ricco padre è nelle grazie di Giulio Cesare, sarà accusato di violenza carnale. Certo se, a sentire Cicerone, si tratta solo di seguire una tradizione, viene da domandarsi come mai i suoi nemici abbiano ritirato fuori questa vecchia storiella sordida per dare contro al potente Placinio. 

Tornato dall’epoca di Augusto, nel corso del tempo lo stuprum diventa un reato separato dallo stupro, le cui pene saranno normate da una legge ad hoc, la Lex Iulia de vi.  Lo stuprum finisce dunque per indicare quelle relazioni sessuali inaccettabili con donne vedove, nubili, uomini liberi o ragazzi. 

Se infatti i rapporti tra uomini sono accettati, a Roma, sono accuratamente normati dalla Lex Scantinia, pena l’infamia per sé e la propria famiglia. Essenziale è che il cittadino romano formato non prenda posizione passiva in un rapporto sessuale (equiparandosi a una donna), in qualunque caso. Accettabili sono i rapporti con schiavi, prostituti o gladiatori, a patto che il cittadino romano conservi il ruolo di penetrator; ma mai con un pari. 

In una società in cui gli uomini interagiscono soprattutto con gli uomini, ciò non avviene mai come tra i ranghi militari. Il sesso tra soldati è trattato come stuprum, ed è severamente punito; accettabile è invece lo stupro di nemici e prigionieri in tempo di guerra, anche se esistono penalità in caso di pace. 

Severamente puniti sono i tentativi di violenza da un soldato a un altro, fosse anche un superiore: abbiamo notizia da Plutarco, nella sua biografia di Mario, di un soldato che, messo sotto processo per l’omicidio di un collega più alto in grado, rivelata la ragione del suo gesto (una tentata aggressione di carattere sessuale), viene rilasciato e onorato per aver protetto la propria virilità.

Qualcosa di simile accade per i civili, esentati dalle ripercussioni della Lex Scantinia se vittime di violenza; severamente puniti sono invece i violentatori. Ma bisogna ricordare che la punizione, come per la donna, non viene inferta in quanto colpevole di violenza contro in individuo, con la sua fisicità violata e il danno psicologico che ne consegue; quanto piuttosto al suo status privilegiato di uomo libero. 

O di giovane romano libero. I ragazzi sono prede particolarmente ambite, da un punto di vista medico accomunate alle donne per produzione di calore e permeabilità. Per questo, i giovani liberi indossano la praetexta, una toga che simboleggia la loro condizione di intoccabili. 

Non così per gli schiavi, soprattutto i più giovani. Il termine per uno schiavo di letto bambino o ragazzo è puer delicatus: privi di protezione di qualunque tipo, vengono spesso pettinati e imbellettati come bambole, vestiti con abiti femminili (non a caso), addirittura castrati per porli in una condizione di eterna infanzia. Al punto tale che verrà promulgata una legge che vieta la castrazione dello schiavo “contro la sua volontà” per guadagno monetario da parte dei mercanti. 

E le relazioni tra donne? Da quanto ne sappiamo vengono considerate innaturali. Troviamo un esempio di donne innamorate proprio nelle Metamorfosi di Ovidio: Ifi, figlia di Lidgo, viene cresciuta come un uomo dalla madre: Teletusa teme che il marito ucciderà la figlia, venuto a sapere il suo sesso di nascita. Ifi viene cresciuta con quella che diventerà poi la sua promessa sposa, Iante. Le due ragazze si innamorano, ma Ifi afferma che «nessuna donna desidera un’altra donna… la figlia del Sole ha desiderato un toro, ma almeno erano maschio e femmina, meno folle del mio desiderio». La frase si commenta da sé. 

La soluzione è trasformare Ifi in un uomo per intervento divino – l’unica forma in cui per Ifi e Iante possa esserci un lieto fine. Questo perché è probabilmente inconcepibile per la mente di un uomo romano che due donne possano stabilire una relazione sessuale che non culmini con la penetrazione (forse, a Ovidio mancava la fantasia, sotto questo aspetto; tanto più che, se proprio, la presenza di falli artificiali si registra fin dall’Antica Grecia). 

In tutto questo, siamo di fronte a un paradosso evidente. Relazioni perfettamente consensuali vengono disapprovate o ritenute improponibili dall’establishment, mentre atti di violenza sono condonati o nemmeno considerati tali. Anzi sono a volte persino celebrati. 

Quegli stessi miti fondanti di cui Augusto cerca di riappropriarsi per fondare il suo nuovo modello si Stato hanno al centro… proprio episodi di stupro. 

Ma di questo parleremo nell’ultima parte di questo ciclo di articoli. Avete capito bene: per gentilissima concessione di Carla, che ancora una volta ringrazio dal profondo del cuore, le puntate di questo excursus nella Roma di Augusto e Ovidio saranno tre. La prossima settimana torneremo alle origini di Roma e scopriremo lo stupro come tema ricorrente nella sua mitologia; ma anche a Ovidio e alle sue Metamorfosi, alla violenza sessuale come metafora e soggetto letterario. E poi: cosa è e cosa non è cambiato, col passare del secoli, per la donna abusata?

Se vorrete seguirmi per la tappa conclusiva di questo viaggio, ne sarò felice; intanto, vi ringrazio per aver essere arrivati fino a qui. 

Carle vs Lorenzo Palloni & Martoz.

Intervista a Martoz.

Tra Carle ci si intende al volo e quando abbiamo letto entrambe il fumetti di cui abbiamo deciso di parlarvi, non abbiamo avuto dubbi: dovevamo fare qualcosa. Ormai sulla stessa lunghezza d’onda, io e Carla di Una banda di Cefali, abbiamo, di nuovo, riunito le nostre menti per partorire una nuova puntata di “Carle vs” (la prima la trovate qui). Questa volta i mal capitati sono Lorenzo Palloni e Martoz, autori di Terranera edito da Feltrinelli Comics.

Estasiate da questo crudelissimo fumetto, incentrato sul racconto del capolarato e dello sfruttamento, abbiamo proposto agli autori un’intervista doppia: stesse domande a cui ci hanno risposto i giovani maestri del fumetto italiano. Qui troverete l’intervista a Martoz, mentre per conoscere le risposte di Lorenzo Palloni dovete spostarvi sul blog di Una banda di Cefali,qui.

Let’s go.

  • Ciao ragazzi e grazie mille per esservi prestati a questa doppia fatica per noi  Carle al quadrato. Voi siete una “squadra fortissimi” (per inserire una citazione colta) e dopo Istantly Elsewhere è bello che abbiate deciso di lavorare ancora insieme. È nata prima l’idea della storia di Terranera o quella di una nuova collaborazione?


    Dopo il successo di Instantly (inaspettato, perlomeno nella forma in cui si è presentato), credo che avessimo ancora voglia di lavorare assieme, ma le due cose sono andate di pari passo. Quando abbiamo “deciso davvero” di fare subito un altro libro, Lorenzo aveva già in mente il germe di Terranera. Del resto io e Lorenzo siamo diventati grandi amici e ci stimiamo professionalmente, quindi temo (per lui!) che lavoreremo ancora assieme in futuro, anche se non nell’immediato.
  • Terranera è un fumetto quasi precursore dei tempi, visto che è uscito (neanche se aveste voluto farlo apposta) nell’anno delle polemiche per le misure di regolarizzazione dei braccianti e quello in cui il movimento del Black Lives Matter è tornato sotto ai riflettori. Come mai avete scelto di trattare un tema politico così scottante come la questione dei migranti e lo sfruttamento del capolarato? È un tema sempre attuale eppure, in particolare quello del capolarato, sempre un po’ bistrattato nella letteratura, visto che non se ne parla, né se ne scrive mai abbastanza.

    Siamo stati tristemente fortunati ma la verità è che si tratta di un macro-tema del nostro tempo. Quella contro il razzismo, le disuguaglianze e i privilegi è una lotta ancora lunga. In Italia, poi, il nostro fumetto è rimasto attuale, durante la lavorazione, perché la situazione è cambiata poco. Abbiamo deciso di trattare il tema della (mancata) integrazione perché durante il Conte 1, sotto un inaccettabile Salvinismo, eravamo particolarmente preoccupati ed arrabbiati per la piega che stavano prendendo le cose. 
  • Visto il tema di scottante attualità, ci si sarebbe aspettati una sorta di reportage/documentario a fumetti. Voi invece, contro ogni previsione, vi date alla “fiction”. Quali motivi vi hanno spinto ad utilizzare questa forma narrativa?

    La fiction è più efficace per trasmettere un messaggio, avendo l’arma dell’intrattenimento che può spingere, in un secondo momento, ad una riflessione. Inoltre, al di là dei dati, che sono fondamentali, anche una storia inventata può bastare ad accendere un dibattito sui problemi reali che vengono trattati. In certi contesti, penso ai più giovani, il fumetto può fare breccia più facilmente, rispetto all’informazione tradizionale, ed essere l’inizio di un’informazione sul tema. Regalate Terranera ai vostri figl*! 😀
  • All’inizio del fumetto vengono citati tre libri: Stoner di John Williams, Il signore delle mosche di William Golding e Ab Urbe Condita di Tito Livio. Sono libri diversi nel tempo, nello spazio, nella trama sia tra loro stessi che con Terranera. Qual è il legame che li unisce alla storia che vogliono raccontare e come mai avete scelto libri apparentemente così distanti per aprire il fumetto?

    Qui è giusto che risponda Lorenzo. Vi rimando all’altra metà dell’intervista!
  • Un’altra cosa che sembra estremamente distante è uno dei protagonisti, Babbo Natale, criminale, violento, volgare, razzista (e l’abbiamo trattato bene), ma che poi ascolta ed è fan di Peter Gabriel. Da dove nasce questa scelta? 

    Natale è un personaggio complesso. Non volevamo un Palpatine, ma che avesse un certo spessore psicologico. Per quanto sia inequivocabilmente negativo, Natale ha una sua cultura, un suo passato difficile e difetti umani come l’indolenza che non gli permette di cambiare la sua vita. È convinto di essere tediato dalla sfortuna ma la verità è che gestisce le cose in maniera approssimativa e caotica (fa troppe cazzate). Per certi versi è il personaggio più accattivante, sebbene non tifiamo mai per lui.
  • Viviamo alla stessa latitudine e conosciamo il disagio, soprattutto sentito dalle persone più anziane, di vedere un gatto nero e in ogni culla che si rispetti, nelle auto, attaccati a catenine, insomma da qualche parte ci deve essere il cornetto che ci protegge dal malocchio. Anche i personaggi di Terranera hanno cornetti, si preoccupano per i gatti neri e insomma sono estremamente superstiziosi. Qual è il vostro rapporto con la superstizione? Che ruolo svolge la superstizione nella storia di Terranera? 

    Ho sempre cercato di non essere superstizioso. Guardo anche con un certo fastidio, diciamo insofferenza, chi dimostra di esserlo parecchio. Temo, però, che una parte di noi sia soggetta ad una qualche forma di superstizione che non ci permette di essere spregiudicati fino in fondo. Nel caso di Natale, ripeto, è tutta una scusa. Il suo odio verso “la sfortuna” nasce dalla sua incapacità di prendere le redini del suo destino.
  • Una delle caratteristiche grafiche che ci ha maggiormente colpito è il campo di pomodori disegnato come fosse una trincea. I braccianti non possono uscire perché ne andrebbe delle loro vite, ma pur rimanendo al loro interno non sono al sicuro: le loro vite sono continuamente minacciate come se fossero in una guerra continua. Come è avvenuta la costruzione del fumetto? Come vi siete documentati e quali sono state le vostre referenze? 

    Quando abbiamo iniziato a lavorare al fumetto, era un altro “momento propizio” perché si parlava molto di discariche, Terra dei cuori (cit. Presidente Conte), e immigrazione. Tutti temi contenuti in Terranera. Abbiamo letto più che altro notizie di cronaca, visto documentari, analizzato mappe degli incendi, letto articoli o reportage dell’Espresso e di Internazionale. Per quanto riguarda il campo (di concentramento) di pomodori, volevamo esagerare per rendere più espressivo ed efficace il racconto. Ahimè, rispetto alla realtà, il nostro incipit si è rivelato ben poco distopico… forse la violenza che “noi” facciamo agli ultimi, in questo caso i migranti, assume forme diverse, a volte invisibili, psicologiche, a volte semplicemente nascoste.
  • I colori sono saturi ed in forte contrasto tra loro fatto che rende ancora più dinamica una storia fortemente propulsiva a scattante: sfondi gialli e personaggi verdi o viceversa, blu e rosa, verde e rosa, perché  questa scelta di colori che si alternano moltissimo in base alle situazioni narrate, senza “rispettare” i colori standard del giorno/notte, buio/luce, e i vari colori convenzionali degli oggetti e delle persone.

    Il colore è utilizzato in maniera strettamente narrativa per suddividere le scene e trasmettere sensazioni. Ci sono un paio di scene in cui ho utilizzato un “blu notturno” in maniera più tradizionale, ma per il resto era molto importante che i contrasti malati andassero a braccetto con i contenuti malati. C’è un’eccezione, nella scena più tremenda e disgustosa ho volutamente scelto un contrasto “zuccheroso” che rendesse la situazione ancora più inquietante (non posso fare spoiler).
  • Come si dice: non c’è due senza tre. È già in programma un nuovo lavoro insieme o saremo costrette a far partire una petizione online?

    Come ho già anticipato, lavoreremo ancora assieme. Su storie brevi nell’immediato e tra qualche tempo, magari, ad un terzo libro. credo che finché non tirerò le cuoia non mi libererò del mio amato Palloni ❤

Con questa dichiarazione d’amore, termina la nostra intervista. Se non l’avete già fatto vi invitiamo a leggere l’altra metà con Carla e Lorenzo.
Io ringrazio ancora moltissimo Martoz per essersi prestato a questa cosa e vi possiamo dire che le Carle al quadrato torneranno presto.

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