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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

luglio 2020

Robbe Grosse sull’erotismo – Ovidio pt. 1

Condividere è la cosa che amiamo di più e siamo davvero onoratissimi di aver condiviso questo piccolo progetto con Sotto la Copertina. Lucrezia e Ornella infatti sono piene di idee e inventiva e abbiamo parlato molto durante questa quarantena, captando i nostri punti in comune e gettando le basi per una meravigliosa collaborazione. Il nostro sodalizio inizia ufficialmente ora, con la “delega” della rubrica che amo di più a Lucrezia, che vi parlerà in due puntate di Ovidio, il mio autore latino preferito, dopo Apuleio.


Se vuoi sapere di me, cantore di teneri amori, tu che mi leggi, ascolta, o posterità. La mia patria è Sulmona, ricca di fresche acque, che dista da Roma nove volte, dieci miglia. 

Ovidio, poeta cittadino – della Città per antonomasia.
Seppure originario di Sulmona, col corpus delle sue opere Publio Ovidio Nasone sembra essere stato per la Roma dell’età augustea quello che Baudelaire era per la Parigi dell’Ottocento. Ne canta gli usi e i costumi, ne racconta i vizi. E, a distanza di secoli, li tramanda fino a noi. 

Nella capitale Ovidio arriva giovanissimo, e ne fa presto casa propria. Si dedica prima alla retorica, poi alla poesia e con grande fortuna: entrato a far parte del circolo di Messalla, colleziona una serie di conoscenze illustri, tra cui Properzio e Orazio; soprattutto, si guadagna un posto alla corte di Augusto, guadagnandosi la preferenza del pubblico della Roma bene.

 In quegli anni frequentai e adorai i poeti, star loro accanto era essere accanto agli dèi.


La sua giovinezza è brillante: tra un matrimonio e l’altro (ne contrae ben tre, nemmeno molti per l’epoca), presto comincia a farsi un nome, prima con la tragedia Medea e poi con gli Amores; il successo arriva però con la rivoluzionaria Ars amatoria, che lo rende a tutti gli effetti il più ammirato e chiacchierato poeta del suo tempo tra l’alta società romana. Rapidamente seguono Remedia amoris e De medicamine faciei; ma i suoi capolavori risalgono ai primi anni dopo Cristo: Fasti e Metamorfosi.

Ero appena un ragazzo, quando mi dettero moglie: una donna indegna e inutile, che stette poco con me. A lei successe un’altra destinata anch’essa a restare per poco nel mio letto, sebbene senza sua colpa. Ultima, accanto a me fino ai suoi tardi anni, quella che ha dovuto soffrire d’esser sposa d’un esule.

Una carriera inarrestabile – se non fosse che, nell’8 d.C., lo troviamo bruscamente e irrevocabilmente relegato a Tomi (probabilmente l’odierna Costanza), in Scizia, per volontà dello stesso Augusto. In esilio, nonostante le suppliche al suo successore Tiberio, passa il resto della vita.

Non per questo la sua opera viene dimenticata; anzi, a distanza di centinaia di anni mantiene tutto il suo potere sovversivo. Basti pensare che troviamo l’Ars amatoria e gli Amores tra i bersagli favoriti del domenicano Girolamo Savonarola nella Firenze dei falò delle vanità, Anno Domini 1497; e, se non viene data in pasto alle fiamme, l’edizione inglese del suo primo grande successo è confiscata alla dogana americana ancora fino al 1930. 

Per non parlare dell’influenza delle Mefamorfosi sull’immaginario letterario nel corso dei secoli. Guardando solo agli anni Novanta, ecco Tales from Ovid, di Ted Huges; la sua Sibilla viene reinterpretata da Margaret Atwood nella poesia A sybil, mentre Joyce Carol Oates si concentra sul mito di Atteone nel racconto breve The Sons of Angus McElster; ritroviamo echi del mito di Fetonte in Cees Nooteboom e quello di Aracne in A.S. Byatt. 

Io canto amori certi e furti leciti, nessun delitto toccherà il mio carme. 

Ars amatoria, Metamorfosi. Ad accomunarle, l’approccio franco a due degli argomenti che da sempre fanno girare il mondo: amore e sesso. 

Se ne è già occupato negli Amores, originariamente composto da cinque libri poi ridotti a tre, scritti tra il 23 a.C. e il 14. a.C. Al centro, l’esperienza sessuale. L’interesse della voce narrante, il Poeta, verso la figura femminile poco definita che sporadicamente appare, Corinna, è soprattutto fisico: vengono descritti episodi intimi (tra cui spicca una celebre scena di post-coito pomeridiano), ma, più inaspettatamente, si accenna al tema della violenza domestica (il Poeta schiaffeggia Corinna e se ne pente amaramente) e dell’aborto (Corinna, rimasta incinta, ha scelto autonomamente di terminare la gravidanza). Vi ritroviamo anche un’argomentazione familiare a sfavore della pratica: «se tua madre avesse fatto lo stesso con te, non saresti qui». Non mancano l’impotenza né l’adulterio: Corinna viene a sapere che il Poeta la tradisce con la sua schiava; e se l’uomo giura e spergiura la propria innocenza, di seguito si rivolge alla schiava stessa, domandandole come diavolo abbia fatto la padrona a scoprire della tresca.

Tradimento, aborto, violenza, impotenza, castità forzata: più che a una narrazione autobiografica sembra ci troviamo davanti a uno sguardo a tutto tondo sui meccanismi che regolano le relazioni sessuali, così comuni (e così aspramente combattute dall’establishment augusteo) tra i membri della buona società romana. 
In questo, gli Amores diventano degni antesignani della più controversa Ars amatoria, l’opera che, di fatto, ha determinato la caduta di Ovidio dal suo stato di grazia. 

Due crimini insieme mi persero, un carme e il traviamento: e la colpa del secondo debbo tacere.

Dedicarsi alla composizione di un manuale di sesso e seduzione proprio negli anni in cui Augusto è intento a mettere deciso freno alle abitudini di una società promiscua e dissennata può non sembrare una grande idea, in effetti. Durante la composizione delle Heroides (lettere di eroine mitologiche perlopiù sedotte e abbandonate da guerrieri semidivini) e, appunto, dell’Ars amatoria, vengono promulgate leggi severe contro l’adulterio e a favore del matrimonio. 

La lex Iulia de adulteriis rende l’uomo passibile di esilio e confisca di metà dei beni e la donna di metà della dote e un terzo del patrimonio (certo un passo avanti rispetto alle leggi precedenti, che permettevano al marito tradito di uccidere l’amante e disconoscere la moglie fedifraga). In questo, c’è qualcosa di rivoluzionario: per la prima volta, anche le abitudini sessuali dell’uomo sono oggetto di regolamentazione da parte dello Stato. 

La lex Iulia de maritandis ordinibis (entrambi i provvedimenti risalgono al 18 a.C.) vieta il celibato tra i venticinque e i sessant’anni e il nubilato tra i venti e i cinquanta; scoraggiata la vedovanza anche per le donne, in precedenza celebrate se univire (se sceglievano, cioè, di non riprendere marito dopo le prime nozze): non sposarsi comporta la perdita del diritto di lasciare i propri beni in eredità ai famigliari. Sarebbero invece finiti nelle casse dello Stato. 

Unioni, in un mondo in cui il matrimonio è strumento di alleanze potenzialmente pericolose (lo sa bene Augusto, lui stesso grande tessitore di complesse ragnatele nuziali tra i parenti più prossimi), non solo monogame ma anche fruttuose: provvedimenti vengono presi per garantire ai padri di una prole adeguatamente numerosa agevolazioni nella carriera politica, e altri privilegi.

Incitare all’amore libero con più di un partner – con tutte le conseguenze del caso, comprese le gravidanze indesiderate – dunque, sembra essere in aperta sfida con la nuova politica augustea. Ma la realtà sembra essere ben diversa da quella auspicata da Augusto; Ovidio afferma in apertura all’Ars amatoria di non essere ispirato da Apollo o dalla Musa, bensì dall’esperienza diretta.

Non io, o Apollo, mentirò, dicendo che tu m’ispiri; non mi detta il canto voce d’aerei uccelli, né mai vidi, seguendo il gregge, Clio e le sorelle nelle tue valli, o Ascra! A dirmi il carme è l’esperienza. Seguitate dunque il vate esperto.

La città in cui vive, l’esistenza che conduce. Le compagnie che frequenta.

L’Ars amatoria non si rivolge a un pubblico universale, ma a un target ben preciso: quello della buona società (maschile) che già inizia a idolatrarlo come poeta amoroso. Maschile, perché le donne sposate sembrano escluse dal suo pubblico di riferimento. Sennonché, si fa riferimento a mariti gelosi nelle cui ire è meglio non incorrere. 

Una contraddizione che è stata interpretata in diversi modi: se gli studenti uomini sono sicuramente esponenti dell’alta società, le donne potrebbero essere tanto le liberte (di status inferiore e dunque più libero delle nobili matrone) quanto le cortigiane – il che spiegherebbe l’insistenza sulla consumazione del rapporto, piuttosto che sul lato sentimentale del legame. 

Roma è il punto focale di ogni liason, e i suoi luoghi di incontro (il circo, il teatro, ad esempio: incidentalmente, la lex Iulia de maritandis ordinibis proibiva di visitarli agli uomini celibi) diventano protagonisti quando si tratta di enumerare per i suoi studenti le giuste riserve della caccia amorosa.

Passeggia sotto i portici ombrosi di Pompeo, quando cavalca il sole sopra il dorso dell’erculeo Leone, o dove aggiunse la madre i doni ai doni del figliolo, ricco lavoro di stranieri marmi; rècati sotto i portici, adornati di antichi quadri, quelli che da Livia che li ordinò prendono il nome, o quelli dove con le Belidi, che ai cugini prepararono morte, sta feroce con snudata la spada il padre loro. Né trascurare Adone che da Venere ebbe onore di pianto, o dei Giudei le cerimonie ad ogni sette giorni, né i templi egizi e la giovenca adorna di puro lino: ella fa sì che molte si mutino in ciò ch’ella fu di Giove. Persino il Foro (e chi potrebbe crederlo?) è propizio ad Amor: più d’una fiamma nel rumoroso Foro alta riarse. Presso il tempio marmoreo di Venere, dove all’aperto un getto la ninfa Appia fa irromper d’acqua, spesso l’avvocato cade in braccio d’amore: nonché d’altri, spesso si scorda di curar se stesso. […] Ma i teatri, siano riservati alle tue cacce: ce n’è da soddisfare ogni capriccio. Tutto vi troverai: amore e scherzo, quella che ti godrai solo una volta, quella che val la pena mantenere. 

Ovidio consiglia di tenersi buoni schiavi e schiave della donna desiderata; anche le parrucchiere possono pavimentate la via che porta alla consumazione amorosa. 

Un amore soprattutto fisico, al massimo un’infatuazione poco seria. Non un sentimento duraturo, ma un costrutto sociale e un’attività ricreativa; per questo è perfettamente accettabile avere più donne – così come (in un guizzo di parità di genere) l’uomo deve essere consapevole che sarà tradito. 

E quando in sul mattino la sua schiava le scioglierà col pettine i capelli, ne ravvivi la pena astutamente, dia vele e remi all’opra; e sospirando, dica tra sé, sommessa: “Ahimè, ho paura che non potrai così farlo soffrire come tu soffri!”. E poi parli di te, e aggiunga parolette persuadenti e giuri che per lei muori d’amore. 

Rapidamente il guizzo si spegne man mano che si ammucchiano i consigli. La donna da corteggiare non si sceglie per affinità, ma per tutta una serie di caratteristiche che la rendono una piacevole e disponibile compagna di sollazzi amorosi. Si sceglie come la merce al mercato. Ad esempio, meglio una donna coi primi capelli grigi (trentacinque anni è l’età giusta), che sarà più disposta a cedere perché meno ambita; conosce sicuramente i giochi amorosi e ci sono forti possibilità che sia esperta a letto. Desiderabile è anche la donna abbandonata dall’amante che, vulnerabile a nuove attenzioni, cederà più facilmente a un nuovo corteggiatore.

Parlando di rapporti basati sull’attrazione fisica, l’uomo non deve trascurare la propria immagine: ma è sottile la linea tra incuria ed “effemminatezza”. Non bisogna arricciarsi i capelli o radersi i peli delle gambe, ad esempio, ma è fortemente consigliato indossare abiti puliti e tagliarsi capelli, unghie e peli del naso; un alito fresco e delle ascelle profumate sono punti a favore altrettanto validi di un bell’aspetto, un eloquio forbito, un perpetuo buonumore e la giusta quantità di regali (acquistati al minimo prezzo e presentati con un po’ di astuzia).

Quando il campo è ricco e sotto il peso piegano le fronde, rechi un ragazzo a lei, dentro un cestello, rustici doni. Potrai sempre dirle: “Sono del mio podere suburbano”, anche se li hai comprati per Via Sacra.

L’igiene fa più magie degli incantesimi, che Ovidio ritiene inefficaci; ma riconosce che cipolle, miele, uova e pinoli fanno miracoli per la libido maschile. 

Sbaglia chi fa ricorso alla magìa dell’arte emonia e dona ciò che tolse dalla fronte di giovane polledro. Non dà vita all’amor l’erba medea né la nenia dei Marsi, mescolata con magiche canzoni. Avrebbe allora la femmina di Faso il suo Giasone ben trattenuto a sé, e Ulisse Circe, se vita i carmi dessero all’amore. Non gioveranno mai pallidi filtri a piegar donna; turbano la mente e scatenano i filtri la follia. Via dunque i malefìci.

Allo stesso tempo, Ovidio sconsiglia approcci troppo brutali: il sesso, e in questo c’è una piccola rivoluzione, va (generalmente) goduto in due. Generalmente. Ma ne riparleremo. 

Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che, resistendo, essere vinta insieme. Bada soltanto di non farle male, di non ferire le sue molli labbra quando i baci le rubi, e che non possa dire che sono i tuoi rozzi e maldestri.

Per ora, una premessa va fatta: la cultura romana vede la donna non solo come il sesso debole, ma anche come intellettualmente inferiore e proprietà prima del padre e spesso, poi, del marito. A letto, una donna che dia segno di apprezzare le attenzioni, persino del coniuge, mette in questione la propria rispettabilità. Il sesso, per la donna, è tradizionalmente una questione riproduttiva. 

Per questo, ancor più rivoluzionario è il fatto che l’ultimo libro dell’opera, il terzo, si rivolga a un diverso tipo di studenti: le donne. 

Ma se a prima vista, i consigli sembrano sulla stessa lunghezza d’onda di quelli offerti agli uomini, il ruolo della donna nella relazione, a uno sguardo più approfondito, emerge come marcatamente passivo. La donna attira, non conquista. La donna manipola: attraverso l’aspetto fisico, il trucco, l’artificio nelle parole e nei modi. 

Così pure tu, mentre hai cura di te, fai che l’amante ti pensi a letto addormentata e sola; più bella apparirai, uscita allora dall’ultimo ritocco, E perché, dimmi, dovrei sapere donde alla tua bocca derivi lo splendore? Chiudi, sbarra la porta alla tua stanza. Non mostrarmi l’opera ancora rozza ed imperfetta. L’uomo deve ignorare molte cose; le più l’offenderebbero nel gusto. Celagli sempre gl’intimi segreti. 

Una donna dovrebbe sempre tenere a bada la peluria superflua; non trascurare il trucco, ma senza esagerare e nella privacy della sua stanza; nascondere i difetti assumendo le posizioni più consone ad altezza e corporatura; camminare nel modo giusto, cantare e suonare discretamente; recitare poesie, danzare e conoscere le attività ricreative in voga. 

Al bando la timidezza: la donna desiderabile è quella che si concede –  ma faccia attenzione ai latin lover approfittatori; se però un uomo le fa un dono che apprezza, il minimo che possa fare è andarci a letto. 

Se non riesce ad avere un orgasmo, che finga, e finga bene (Ovidio consiglia di rivoltare gli occhi all’indietro, per rendere credibile la performance). Che stia attenta a come mangia –  e a quanto beve, soprattutto. 

È orribile veder donna giacere sozza di vino: non meriterebbe che d’esser preda al primo sconosciuto. E non crollare mai addormentata sopra la mensa: non è mai sicuro. Ti possono accadere, mentre dormi, càpita spesso, vergognosi guai. 

Una donna ubriaca è una visione rivoltante e chi ne approfitta non le fa torto. Non è il solo passaggio in cui lo stupro è considerato una delle vie verso la soddisfazione sessuale. Nel passo più controverso dell’Ars amatoria, Ovidio afferma che l’uso della forza non solo sia legittimo, ma anche apprezzato dalla donna, che potrà così concedersi senza perdere la propria onestà.

Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! Ciò che piace a loro è dar per forza ciò che voglion dare. Colei che assalì in impeto d’amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono; se la lasci intatta ancor quando potevi averla, simulerà col volto una sua gioia, ma avrà dispetto in cuore. 

E di stupro nell’opera ovidiana parleremo nella seconda e ultima parte di questo focus, per il ciclo a tema eros e letteratura latina a cui sono stata invitata a partecipare da Carla, che ringrazio ancora moltissimo per l’opportunità! 

La Fattoria dell’Animale, Antonucci, Fabbri, Boscarol.

“Viviamo tempi veloci.
Immersi in una realtà mordi e fuggi da consumare con superficialità, carichi di notizie e di eventi che siamo forzati a conoscere ma scoraggiati ad approfondire, al centro di una battaglia perenne in cui ci dobbiamo continuamente schierare, ma privati del tempo necessario per comprendere le ragioni del conflitto.
In tempi come questi, abbiamo scelto di raccontare una storia fuori dal tempo, ferma nel tempo, per azzerare tutto.”

La storia che raccontano Antonucci e Fabbri, con i disegni di Boscarol è tratta dalla celeberrima opera di Orwell “La Fattoria degli Animali”, solo che nella parallela opera a fumetti siamo più vicini ai nostri giorni e la critica non è più allo stalinismo che aveva per protagonista il maiale Napoleone, ma al populismo impersonato dal (sempre maiale) Capitano. Come nella crudele favola di Orwell anche qui gli animali si autogestiscono eliminando l’elemento umano, ma non lo fanno solamente per la voglia di autogestione a di autodeterminazione. Tutto parte da un terribile momento di crisi nella fattoria che però culmina in una storia losca di corruzione che vede protagonisti il fattore Ross e il progenitore di quella che sarà la nuova fattoria: il Senatore.

Nel fumetto viene descritta la storia e la crescita della fattoria, grazie alla narrazione fuori campo, di un maiale che vuole finalmente rivelare al mondo come si è creata la nuova struttura e come effettivamente si sia evoluta.
Conosciamo tutti i retroscena di questa nuova organizzazione politica e sociale e tutte le vicende che hanno portato il Capitano al potere. Da quello che sembrerebbe essere un maiale sorridente, positivo, impacciato e buono vediamo sotto i nostri occhi la trasformazione del Capitano in maialicida e terrorista, nel senso che diffonde terrore in tutti gli abitanti della fattoria a discapito di capri espiatori che gli servono per coprire le sue malefatte, visto che non si rivela essere poi così scaltro.

Ci sono molte differenze tra questa storia e la narrazione orwelliana, ma anche La Fattoria dell’Animale centra perfettamente l’obbiettivo, mostrandoci con personaggi atipici la nostra tipica quotidianità. La critica è feroce e impertinente, le risate sono effettivamente molto poche e molto poco sguaiate, perché purtroppo è tutto così vicino alla realtà, che c’è ben poco da ridere. Quello che viene raccontato come l’accanimento contro alcuni animali è tangibile nel nostro mondo, così come la stampa (qui capeggiata dai gatti) in balia del governo maialesco, ma anche tutta la vicenda che ruota intorno al Mulino, che poi si rivela essere una enorme presa in giro.

L’epilogo potrebbe essere una predizione del futuro prossimo, o forse è pure quella una fake news. Il fumetto è estremamente godibile e riesce a raccontare molte delle controversie che ci riguardano, il tutto è corredato dal bianco e nero di Boscarol che contiene la storia in tratti nervosi e grossi, divisi in parte nella solita squadratura con 6 vignette per pagina e in parte con splash page che riguardano sempre i maiali, a sottolineare quasi quello che poi emergerà nella storia culminando con lo slogan “Prima i maiali”, a evidenziare la centralità politica, governativa ed esecutiva dei maiali che sovrastano in ogni campo gli altri animali.

È una satira veloce, ma complessa in cui i riferimenti si mescolano tra Orwell, la politica nostrana con alcuni dei protagonisti più beceri o con la onnipresente campagna elettorale e il sempreverde mordente degli autori, che ci hanno già catturato con gli altri fumetti satirici come Quando c’era LVI e Il piccolo Fuhrer e che hanno solo riconfermato la bravura e il particolare occhio vigile nel raccontare la nostra quotidianità .

Mors Pretiosa, I. Cenzi – C. Vannini.

“Nella cappella, sopra all’altare in marmo è collocata una pietà che mostra Nostra Signora Dolorosa de Soledad in ginocchio di fronte al Cristo Morto.
Alla sinistra di questo altare, la leggenda vuole che fra gli altri resti accatastati giaccia nascosto lo scheletro integro di una giovane fanciulla. Secondo il racconto, la notte di Ognissanti la ragazza prende vita.
Scivolando quindi fra i teschi e le tibie, attraverso un passaggio soltanto a lei noto, ella riesce a uscire dalla prigione di ossa per entrare nella cappella. Allora con un magico gesto della sua mano, tutti gli scheletri si ricompongono all’istante, e scendono dalle pareti per raggiungerla in una danza macabra.
Non si tratta certo di un minuetto o di un altro passo grazioso: il ballo dei morti è sfrenato, febbrile, vertiginoso, tanto che lo sbattere e lo schioccare delle ossa nella frenesia della danza si può sentire riecheggiare nella notte fino all’esterno della chiesa.”

Stiamo parlando di un macabro fatto che può succedere nella Cappella degli Innocenti, nella chiesa di Sam Bernardino delle Ossa a Milano, uno dei tre ossari descritti nel meraviglioso volume Mors Pretiosa, Ossari Religiosi Italiani, nella Collana Bizzarro Bazar di Logos Edizioni.

L’incantevole viaggio, perché per me da archeologa non può essere nient’altro che incantevole, in cui vi porteranno le suggestive parole di Ivan Cenzi e i magici scatti di Carlo Vannini, si snoda in tre punti:

  • Il primo luogo è La Cripta dei Cappuccini a Roma, dove tra il 1732 e il 1775 si iniziano a decorare le pareti con le ossa dei confratelli Cappuccini e di gente che non aveva avuto la fortuna di avere una famiglia che provvedesse all’inumazione. Le foto ci fanno vivere tutta la maestosità e la meraviglia delle sei cripte: Cripta dei tre scheletri, Cripta delle tibie e dei femori, Cripta dei bacini, Cripta dei teschi, Cappella per la Messa e Cripta della Resurrezione.
    Rosoni, decorazioni floreali, finte volte, arcosoli, pseudo absidi: vengono riproposti tutti gli elementi dell’architettura sacra, ma costruiti con le ossa. Uno spettacolo impressionante.
  • Si vola poi a Milano con la già sopracitata Cappella degli Innocenti nella chiesa di San Bernardino alle Ossa, completata nel 1692 dai Disciplini (una delle confraternite nate dal movimento dei flagellanti) con ossa provenienti dal cimitero dell’ospedale, delle vittime di lebbra o altre malattie e successivamente anche con i resti dei condannati a morte per decapitazione, dei morti in prigione e ovviamente dei confratelli. Anche qui ci troviamo di fronte ad un’altra rappresentazione fantastica in particolar modo se si guarda alla spettacolare decorazione di teschi e ossa che accompagnano lo spettatore verso l’affresco di Sebastiano Ricci che mostra le anime del Purgatorio che ascendono al Paradiso.
  • La terza ed ultima tappa è Il Cimitero dei Poveri a Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma, che non solo è un altro esempio meraviglioso di decorazione con le ossa, ma trasmette anche la storia della Compagnia della Morte, nata nel XVI secolo per seppellire tutti i morti insepolti abbandonati nelle campagne romane o gettati nel Tevere e anche per pregare per la loro anima.

Tra suggestioni e leggende gli autori ci accompagnano in un viaggio sensazionale. Le immagini sono di una bellezza indescrivibile, di una qualità altissima e a pagina intera, in modo da far vivere al lettore anche se a distanza emozioni vivissime. Inoltre l’intero testo del volume è tradotto anche in ingleseda Sally McCorry. Ottimo e davvero ben fornito anche l’apparato bibliografico. Un solo minuscolo appunto a questo volume davvero mirabile: avrei preferito che ci fosse un numero o un’indicazione che legasse le foto al testo, perché in alcuni casi le parti scritte fanno riferimento a delle immagini che si trovano a qualche pagina di distanza e potrebbe quindi essere utile per il lettore avere dei riferimenti precisi per ancorare l’immagine al testo che la riguarda e vivere ancora meglio questa esperienza.

Se questi tre luoghi non vi bastano e siete affamati di ulteriori cripte e meraviglie create con le ossa, gli autori hanno creato anche altri volumi, che ci portano in altri suggestivissimi luoghi d’Italia:

  • De Profundis, che tratta del Cimitero della Fontanelle nei sotterranei del Rione Sanità di Napoli, in cui si trovano le ossa di ben oltre 40.000 persone, che sono ancora oggi oggetti di preghiere e di grazie.
  • La Veglia Eterna che ci porta invece a Palermo, nelle Catacombe dei Cappuccini in cui si possono trovare anche dei corpi intatti, oltre alle meravigliose opere scheletriche.

I quaderni di Luisa, Luisa T.

Nel 1946, in provincia di Frosinone, nasce Luisa. Luisa è la scrittrice e protagonista dei suoi quaderni, che vincono il Premio Pieve Saverio Tutino nel 1994. “L’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) conserva dal 1984 i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani e ha raccolto fino ad oggi oltre 8000 storie di vita.Cercate nelle soffitte e nei cassetti i carteggi d’amore dei nonni, le lettere d’emigrazione, i taccuini dalle trincee di guerra, il diario di un vecchio antenato, inviateci le pagine personali che avete scritto durante la vostra vita, le memorie autobiografiche di eventi passati, ma anche i vostri diari intimi giovanili: raccoglieremo questo materiale in una sede pubblica e lo metteremo a disposizione delle generazioni future.”

Attraverso una scrittura limpida, cruda, Luisa riesce ad esprimere ciò che ha dentro, dandoci un quadro crudelissimo di un matrimonio tossico, della depressione, della difficoltà di essere donna. I Quaderni sono editi da Terre di Mezzo Editore che dal 2001 pubblica il diario vincitore del Premio Pieve.

Le prime pagine del diario sono del febbraio 1970, ma diventano effettivamente continuative dal 1981, quando Luisa cambia quaderno, appone foto e nome e si dice che ciò che scriverà non potrà più rinnegarlo, non potrà bruciarlo come aveva fatto con il diario precedente, perché è proprio in quelle pagine che si cela la vera Luisa.

Luisa è una casalinga, che cura anche l’orto e gli animali nei pressi della sua casa, ma in realtà sente di non essere fatta per quella vita. Vorrebbe essere indipendente, vorrebbe studiare, ma ormai è troppo tardi. Non voleva dare un dispiacere alla sua famiglia, quindi ha seguito il percorso comune a tutte: sposarsi e fare una famiglia, ma ora si sente imprigionata, depressa, delusa. Non sa se il matrimonio faccia davvero per lei, sa per certo però che è suo marito Nando a non fare per lei. Scontroso, povero di idee e di curiosità, severo, molesto, violento, irrispettoso, geloso, non la lascia vivere, le proibisce addirittura di andare dalla psicologa, grazie a cui Luisa era riuscita a raggiungere un po’ di pace.

“Ora cerco di spiegare i miei sentimenti verso la statuina quasi sposa, è un insiemi di sentimenti forse direi tristi e belli, perché mi dice la loro scelta, che sono importante in casa come sposa e come madre, ma anche che non posso pensare a me stessa un non sò che non posso sfuggire dal mio posto.”

Il diario di Luisa è effettivamente un personaggio, a lui si rivolge come fosse un interlocutore, come fosse l’unico a poterla capire. Si scusa quando ha troppo da fare e non riesce a scrivere, è contenta di rivederlo dopo una giornata di lavoro, a lui confida e chiede. Racconta delle umiliazioni ricevute dal marito, dei suoi sentimenti, delle depressione che la divora e la lascia ogni giorno più fiacca e stanca, dell’educazione dei suoi due figli Antonio e Angela, di cui si preoccupa immensamente.

La prefazione ad opera di Patrizia Gabrielli inquadra il turbolento periodo storico in cui Luisa scrive, perché dal diario non ne abbiamo invece traccia. “La Storia quella con la S maiuscola, sembra scivolare senza lasciare segni o impressioni nella biografia dell’autrice. […] I cenni alla sfera pubblica filtrano limitatamente, l’universo di Luisa resta l’interno della propria casa e della domesticità.”
Ma questo non deve far pensare che Luisa non vivi il momento, è una persona curiosa, pentita del fatto che, come lei stessa si definisce a scuola fosse una somara. Nelle pagine del diario infatti commenta alcuni avvenimenti, come la vittoria dei mondiali di calcio, ci dice che legge le notizie dal giornale, Il Messaggero, alcune volte commenta articoli, poesie, interviste, dimostrando di essere estremamente attenta a ciò che succede fuori dalla sua casa e dimostrando anche di avere uno spiccatissimo senso critico. C’è qualcosa che si muove in Italia in quegli anni, ed è il femminismo, la consapevolezza che le donne possono avere di più, devono pretendere diritti, riconoscimenti, rispetto. Pur non facendo parte in prima persone del movimento, le pagine del diario di Luisa sono intrise di un senso di rivalsa, di cambiamento, estremamente affine al femminismo che stava esplodendo in quegli anni. In una pagina del 1982, Luisa commenta un articolo, definendo un passo come maschilista e concludendo la riflessione con queste parole:

“Io penso che sarebbe ora di finirla di ritenere ogni uomo superiore a tutte le donne del mondo e che si incominciasse ad educare le donne in modo che quanto sa i motivi per la quale la famiglia va a rotoli ha il dovere e l’obbligo di salvare quello che può soprattutto per la vita dei figli, così come è obblico dell’uomo.”

Ci sono dei passaggi nei quaderni, davvero molto duri, in cui Luisa racconta tutta la crudeltà del marito, ma soprattutto le sue sensazioni, la sua profonda depressione, il suo infinito dispiacere per aver vissuto una vita così terribile. Ma non è solo nel matrimonio che Luisa sente una sorta di fallimento, l’ultima parte dei quaderni sono dedicata alla figura di Antonio, il suo primogenito. L’educazione di Antonio è un enorme problema nella vita di Luisa, perché ha capito che l’irascibilità, la volgarità, l’insoddisfazione del figlio sono stati alimentati dal comportamento del padre e dai continui litigi che hanno accompagnato i figli nella loro crescita. Luisa è profondamente turbata perché non si sente all’altezza di poter governare i sentimenti esplosivi del figlio, nella delicatissima età dell’adolescenza. Questo peso, insieme alla mancata libertà di azione, al marito che non riesce a trattare Luisa come una persona, alla depressione che si porta dietro la faranno arrivare ad una decisione drastica, ad un cambiamento profondo nella sua vita.

Luisa sa che può cambiare, che quella vita non è la sua vita, che non deve sottostare, che ha ancora tempo per raggiungere la stabilità emotiva e l’indipendenza che sognava.
Luisa esce da una vita tortuosa e da un matrimonio che l’aveva fatta cadere nella disperazione più nera, iniziando finalmente una nuova esistenza.

Dalla storia di Luisa è tratto anche il docufilm di Isabella Sandri, per la raccolta “I diari della Sacher” di Nanni Moretti.

SS Tata, W. Leoni

Tutti abbiamo visto Heidi. Abbiamo quindi presente la straziante separazione dell’iperattiva bambina dal suo burbero nonno, per approdare ad una vita agiata sì, ma piena di limiti, barriere, regole e soprattutto vissuta con la signorina Rottenmeier.
Gli strampalati metodi pedagogici della signorina Rottenmeier non hanno solo distrutto la vita ad Heidi, ma hanno anche educato e preparato al peggio Klaus Von Truppen, il geniale scienziato protagonista di SS Tata, di Walter Leoni (Edizioni BD).

Siamo in un’Italia del futuro, ma estremamente immaginabile: perché la Destra ha creato un clima di odio e di paura, in cui dilaga la xenofobia, il razzismo e la paura per ogni ideologia diversa. In questo clima di terrore, Von Truppen sembra quasi un agnellino, sta nel suo laboratorio a cercare di clonare Hitler da un baffetto recuperato sulle Ande, suo unico obbiettivo praticamente da sempre. Lui è li quieto a casa sua, niente potrebbe turbarlo o distoglierlo dal suo intento, ma…

Arriva B. Yonzé, la bis – bis nipotina: un terremoto, un uragano che porta nella vita di Klaus tutto ciò che mai avrebbe pensato. All’inizio tra i due c’è una profonda diffidenza, Klaus non sa neanche come si deve trattare una bambina, sa come NON si deve trattare, ricordando i terribili momenti passati con la sua spietata tata, Rottenmeier. Presto però Klaus inizierà a empatizzare con la sua nipotina, ma soprattutto inizierà a capire quanto sia dannoso e spregevole uno stato razzista, discriminante, xenofobo, anche con chi, come B. Yonzé non può avere colpe. Il suo modo di vedere il mondo, la sua idea politica, cambieranno di pari passo con le discriminazioni che la sua nipotina subisce, solo perché è nera.

Il fumetto ha tre storyline principali:
– quella di Klaus nel presente, che vive per clonare Hitler, ma in realtà deve cercare di mantenere un equilibrio nel caos generato da B. Yonzé.
– Quella di Klaus nel passato, tormentato dal ricordo delle angherie subite da piccolo quando era educato dalla perfida signorina Rottenmeier.
– L’ambiente esterno, quello degli altri cittadini, in cui si vedono loschi personaggi di estrema destra che fanno campagne elettorali, vecchi intransigenti che guardano con sospetto tutto ciò che potrebbe danneggiare lo status quo e un talk show televisivo in cui si confrontano l’onorevole Zannoni e Antonio Segantini rappresentante, della resistente sinistra, a cui però non lasciano mai spazio, timoroso e debole, vorrebbe solo sostenere e magari riuscire ad esprimere una sua opinione, ma Zannoni e il conduttore non fanno altro che mettergli in bocca cose che non ha mai detto, per renderlo ancora più odioso alla maggioranza, che ovviamente, osanna il Premier Zannoni.

L’esterno si amalgama con la vita privata di Klaus e di sua nipote, che non riescono a vivere serenamente come dovrebbero poter fare un bis – bis nonno e la sua bis – bis nipotina. Attraverso una sagace critica di tutto ciò che già oggi possiamo appurare, uscendo semplicemente di casa, Leoni ci regala una storia divertente, ma che porta moltissime riflessioni. Anche se l’ambientazione e i personaggi sono estremamente sopra le righe, la trama espone tantissime verità e la speranza è che nel futuro, più persone sicure del loro credo pericoloso come Von Truppen aprano gli occhi su ciò che c’è dall’altra parte e sul male che generano, se poi diventano anche nonni grandiosi, tanto meglio.

La ventata di novità, di disordine ma anche di consapevolezza morale che porta B.Yonzé è sottolineata dall’autore anche graficamente. Nell’intervista che potete trovare qui, sul sito di Edizioni BD, infatti, a proposito delle tavole ricche di colori che esplodono solo dopo l’arrivo della bambina, quando invece le tavole precedenti sono in bianco e nero, dice che:

Prima della nascita di mio figlio, il mio mondo aveva morbidi ed eleganti colori pastello, basse saturazioni, sfumature, tinte autunnali e colori per lo più scuri. Era fatto di legno, cartone, grafite, acciaio, vetro… Poi sono arrivati pupazzi, copertine, tutine, giocattoli, e il mio mondo è stato travolto da colori accesi, violenti, fluo ed efferati arcobaleni: è stato uno shock cromatico. Ed è quello shock che ho voluto riprodurre nel fumetto. Ho cercato di dare ad ogni tinta un significato ben preciso perché aiutasse la lettura della storia e ne chiarisse il senso.

È stata una lettura estremamente piacevole, soprattutto grazie ai continui andirivieni nel passato e nel presente di Klaus che creano grande dinamismo, anche se la trama era già molto originale in partenza. Un finale scoppiettante e molto sorprendente concludono nel migliore dei modi questo grandioso fumetto!

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