Apriamo un libro di Storia, uno qualsiasi: elementari, medie, superiori, università. I capitoli più corposi sono affidati alle battaglie, alle successioni dei regni, alla descrizione dei sovrani, del loro operato e delle loro leggi, poi ci saranno gli usi e costumi delle varie epoche, la cultura, la religione, magari troviamo anche approfondimenti sulle mode del tempo, sui cibi; ma solo se siamo estremamente fortunati troveremo uno striminzito capitolo sulle donne.

Nell’anno 2017/2018 su 1.690.834 iscritti all’università, 936.704 sono state donne. Siamo studiose, istruite, dottoresse, ricercatrici, ma ancora siamo alla fine dei capitoli nei libri (quando ci siamo), bandite completamente dai programmi di letteratura, storia dell’arte, latino, greco (e parlo solo di queste materie, perché non voglio sconfinare in campi che non sono “miei”).

In tutto il mio percorso di studi non ho mai assaporato la pienezza di sentirmi rappresentata da quello che stavo studiando, eppure le donne ci sono sempre state, non sono una nuova invenzione e allora perché non fanno parte delle materie che definiamo umanistiche, che dovrebbero riguardare l’umanità tutta, non una parte di essa? Una minima risposta, almeno nel mio campo viene data qui:

Don Bosco, Svizzera, Sepoltura femminile, 850-400 a.C.

“Sebbene negli ultimi decenni molte donne si siano dedicate agli studi archeologici, abbiamo sempre imparato e lavorato all’interno di istituzioni dirette da uomini e siamo cresciute abituandoci a considerare argomenti come le armi, la guerra e le invasioni solo da un punto di vista prettamente maschile di vittoria, conquista e trionfo. Eppure in molte donne (ed anche uomini, naturalmente) sorgono altri pensieri e preoccupazioni quando si discute di questi argomenti riferendoli al proprio mondo, e non sono pochi. Come qual era nell’insieme il prezzo sociale pagato dalle popolazioni in caso di guerra o di battaglie? […] A queste domande non è facile rispondere basandosi soltanto sui reperti archeologici, ma all’interno dell’attuale campo d’indagine archeologico sono perfettamente valide; le prove che motiverebbero le interpretazioni del colonialismo maschile che ci vengono solitamente offerte vanno studiate accuratamente, e non accolte senza riflessione.” Questo lo scrive Margaret Ehsenberg, archeologa inglese, nel suo saggio Le donne nella preistoria.

Dobbiamo quindi studiare di nuovo, far emergere tutto ciò che fino ad ora è stato latente. Gli uomini hanno deciso di eliminare dalla storia tutto ciò che non gli interessava, ciò che rientra nella sfera femminile. Che poi cos’è che rientra davvero nella sfera femminile o no sempre loro l’hanno deciso, visto che non abbiamo l’assoluta certezza dei compiti, delle situazioni, del potere che avevano gli uomini e le donne, almeno nei tempi antichi. Le studiose quando si sono trovate davanti ad una materia così composta hanno sollevato il problema: come si può raccontare la storia in modo imparziale e oggettivo annullando la metà della popolazione? Le prime risposte alla storiografia ufficiale e maschilista iniziano ad emergere di pari passo con la diffusione delle idee femministe.

“Sin dagli anni ’60, e soprattutto nei ’70, si era diffuso un taglio femminista nell’archeologia, grazie al sempre maggior numero di donne che cominciavano ad integrarsi nella professione. […] L’immobilismo nell’archeologia si spiega con il rifiuto da parte della comunità archeologica di demolire il bastione della pretesa oggettività della loro disciplina. L’archeologia di genere è post-processuale, mi sembra, dato che interpreta la società come formata da individui che agiscono come agenti sociali attivi, da individui le cui attività e negoziazioni quotidiane formano una parte essenziale della dinamica storica. Nella costante interazione, ossia nella continua pratica sociale, le relazioni di genere svolgono un ruolo essenziale come uno dei principi strutturanti essenziali e basilari su cui si organizzano le relazioni sociali. Il genere è, pertanto, un’identità che sta alla base delle relazioni sociali e in pratica viene continuamente rinegoziata in questo contesto, e quindi è in continuo cambiamento. Ciò spiega non solo le differenze del significato dei generi tra i diversi gruppi, ma anche la loro trasformazione, all’interno dello stesso gruppo, nel corso del tempo.”

Dice Margarita Diaz Andreu sulla situazione degli studi archeologici di genere in Italia e continua così nel suo articolo Identità Di Genere e Archeologia: Una Visione Di Sintesi:

(Giuro che questa è l’immagine più neutra e meno sessista trovata su internet, digitando “percorso evolutivo della donna”, “evoluzione della donna”.)

“Spesso gli autori e le autrici si immaginano i rapporti fra generi e fra età diverse nel passato come una immagine speculare del mondo contemporaneo occidentale, nel quale dominano ancora rapporti gerarchici e diseguali tra i generi. Il presentismo si scopre, in primo luogo, nell’uso acritico del linguaggio e delle illustrazioni. Si impiegano di solito denominazioni di genere maschile, come se si trattasse di una cosa naturale: termini come “l’origine dell’uomo”, “gli uomini preistorici”, “i romani”, in teoria dovrebbero comprendere sia uomini che donne. Tuttavia questa illusione finisce rapidamente quando si individua ciò che queste parole significano. Un esempio basterà per illustrare ciò: quasi ovunque troviamo nei musei di tutto il mondo la spiegazione dell’evoluzione umana attraverso l’esposizione di una serie di uomini, ognuno dei quali più evoluto rispetto all’altro, ma mai una serie di donne. Se il termine ‘uomo’ fosse neutrale come si vuole pretendere, sarebbe legittimo aspettarsi che almeno un 50% dei musei scegliesse le donne per rappresentare le fasi evolutive, o per lo meno che un numero elevato di questi includesse le immagini di entrambi i sessi.

Siamo cancellate dalla narrazione che dovrebbe includerci nell’umanità tutta e siamo rimaste escluse da una ricerca che ci ha messe da parte, non vedendo nel nostro sesso un’espressione valida dell’essere umano. I ricercatori hanno proiettato nelle civiltà del passato i modelli sociali patriarcali e maschilisti che vigono nell’attualità e hanno filtrato le ricerche osservando solo ciò che interessava al maschio.

Partiamo dal principio: le cosiddette Veneri. Le Veneri preistoriche, che tutti conosciamo e abbiamo studiato sono state molto spesso strumentalizzate e quasi mai fatte studiare criticamente nel loro contesto effettivo. Sono state tramandate come oggetti volti ad esaltare la donna come madre dagli albori dell’umanità, ci è stato inculcato che si trattassero di elementi che esprimessero fertilità ed abbondanza, identificando la donna solo come genitrice, nient’altro. Questa in realtà, è solo una delle moltissime probabili interpretazioni delle Veneri, un’altra interpretazione, in questo caso tendenziosa dal lato opposto è quella che vede le Veneri come segnale di una maggiore importanza della sfera femminile nella società, viste che sono molte le statuette con forme femminili (in realtà queste statue non rappresentano neanche una maggioranza inconfutabile, perché molte delle altre statue trovate non hanno caratteristiche tali da poter essere identificate come uomo, donna, bambino o altro, quindi…), ma nella storia e anche nel mondo di oggi, quanto viene mercificata e strumentalizzata l’immagine femminile? Siamo pieni di statue di dee, quadri madonnali, pubblicità, foto di corpi di donne: queste rappresentazioni sono forse simbolo di una società matriarcale?

Non mi sento di discutere in questa sede se siano esistite o meno società matriarcali, quindi focalizziamoci sull’argomento principale: quanto la Storia sia di parte. Gli uomini, studiosi, definiti “umanisti” hanno plasmato per le donne un mondo fatto di maternità e cura filiale ed hanno modellato anche i dati archeologici e le fonti su questo quadro. Le tombe sono per l’archeologia il sale della vita, e infatti dice Rossana Di Poce:

“Un’analisi di carattere archeologico deve necessariamente partire dal presupposto che il contesto funerario nella maggioranza dei casi, è il solo giunto a noi e che esso rappresenta solo una parte di un linguaggio
articolato ormai perduto. Gli elementi del corredo funerario, il trattamento del corpo del defunto, le tombe, i cicli pittorici in esse contenuti, i rituali e gli oggetti sono alcuni dei riflessi di quel linguaggio: il mondo dei morti, infatti, con tutti i suoi segni, non è che in rapporto metaforico col mondo dei vivi che furono; un rapporto indiretto, simbolicamente e ideologicamente mediato.
Nella mentalità antica, la morte è un fenomeno di ‘scandalo’ perché con la scomparsa dell’individuo essa crea una crisi nel gruppo sociale ristretto cui appartiene. Il momento della morte conclude l’esperienza di un soggetto attraverso quella che è stata giustamente definita come una doppia performance: tutti i rituali, gli oggetti di corredo, la tomba, il trattamento del defunto da parte del gruppo parentale del morto e le scelte individuali del defunto stesso convergono in una sorta di rappresentazione collettiva. In questa messa in scena pubblica si percepisce il ruolo attivo di negoziazione dei valori propri della cultura cui appartiene il morto e del suo gruppo parentale-sociale: la performance funeraria può legittimare nuovi stili di vita, affermare nuove concezioni o scegliere di aderire alla mentalità comune di una cultura. Per questa ragione si può facilmente intuire come sia difficile decriptare tutti i segni che una sepoltura contiene: segni, appunto, prendendo in prestito dalla linguistica l’unità di base di un codice che va ricostruito.
Le negoziazioni del genere avvengono, infatti, in rapporto all’adesione o meno dell’individuo a un costrutto sociale di cui egli stesso deve essere riconosciuto come parte attiva, ed in archeologia abbiamo detto, se ne percepisce solamente il risvolto materiale: ma è in questa sfida interpretativa che si gioca la capacità di percezione della mentalità antica, come ha insegnato la scuola francese di antropologia del mondo antico e di psicologia della storia.
Sintetizzando, le identità di genere sono basate sulle similarità e differenze ascritte culturalmente e sono indagate in quanto oggetto di ‘negoziazione’ sociale, storica, contestuale: le relazioni di genere, i loro mutamenti e le ideologie correlate sono indagati come uno dei principi strutturanti basilari delle relazioni sociali. Occorre considerare le categorie e le ideologie di genere come variabili e multidimensionali: sono variabili in quanto culturalmente e storicamente determinate, e, dunque, dipendenti dalle diverse situazioni temporali e contestuali; sono multidimensionali in quanto nella maggioranza delle società esistono più di due generi ed anche perché all’interno dello stesso contesto, alle identità di genere possono essere attribuiti significati diversi in relazione alle categorie d’età e ad altre differenziazioni sociali o culturali.”

Di tutta questa complessità di generi, di compiti e di ciò che i corredi funerari ci dicono, ne abbiamo fatto volentieri a meno. Dondlon infatti ricorda come si siano sempre realizzate attribuzioni sessuali delle tombe o dei corredi, sulla base di associazioni universali e rigide prefissate sul genere, il che inevitabilmente influiva sulle conclusioni a cui si giungeva. Le conclusioni di varie ricerche hanno mostrato una tendenza sospetta a contare un numero maggiore di individui di sesso maschile che femminile, dovuta alla propensione a considerare come ma­schili dei resti che in realtà sono indeterminati.
Il metodo più comune di attribuzione a un genere di resti umani si basa principalmente sul corredo depositato nella sepoltura: quindi le tombe con corredo di armi sono interpretate come maschili, ignorando il fatto che presso alcune società le donne potevano partecipare all’arte della guerra o che potrebbero essere lì per una serie di altre spiegazioni. Nell’eventualità in cui vi siano corredi fuori dalla norma si cercano spiegazioni ad hoc per questi. Se si trova un oggetto d’importazione o qualche oggetto di grande pregio in una tomba femminile si afferma che è un regalo o un simbolo della ricchezza che l’uomo ostenta attraverso le donne. La Ehrenberg ancora, ci mostra uno degli esempi tipo:

“Un esempio del Nuovo Mondo che ha fatto molto discutere è la scoperta di giavellotti, in alcune donne della cultura Knoll, fiorita nel Midwest del Nord America nella seconda metà del II Millennio a. C. Nella letteratura tradizionale sono state avanzate numerose ipotesi per poter evitare la conclusione ovvia secondo cui le donne, come gli uomini, andavano a caccia: si disse che queste armi dovevano avere un significato cerimoniale, che appartenevano ad un esercito di amazzoni o che costituivano l’eredità di una famiglia o un gruppo.”

Insomma, un uomo può essere ricco, coraggioso, combattente, una donna può ricevere solamente un’eredità o almeno questo traspare. Avanzando un po’ negli anni e scomodando alcuni autori del passato come Cesare, Tacito, Strabone, Procopio di Cesarea, vediamo che in realtà le donne non avevano solo una funzione passiva, come invece ci hanno tramandato. (Non ce lo dovevano dire di certo loro, però.) Nella descrizione che Cesare e Tacito compiono delle civiltà celtiche, ad esempio, c’è largo spazio per le donne. Vengono infatti descritte come guerriere, druide, capi, consigliere, ma quello che questi autori sostenevano non è stato preso in considerazione dagli storici moderni. Gli studiosi e gli storici hanno pensato che queste narrazioni della società celtica femminile fossero sicuramente delle esagerazioni, solo storielle, per contrapporre le celtiche alle romane accentuandone le divergenze, per portare a Roma un po’ di esotismo. Gli stessi autori però sono considerati estremamente autorevoli nella descrizione di battaglie, degli usi e costumi celtici (maschili), insomma a chi figli e chi figliastre.

Se pensiamo per un attimo alle donne che la Storia ci ha tramandato sono tutte o emblema della maternità, della carità, dell’amore cristiano e filiale o al contrario disinibite, pazze furiose, impulsive assassine. In entrambi i casi si mettono in evidenza pochissimi fatti della loro vita, che tendono o a glorificare le prime o a condannare le seconde. Non c’è una via di mezzo e soprattutto non c’è mai una narrazione oggettiva delle donne, sempre ad esempio viene messo in evidenza quando si parla nella storiografia di donne, il loro aspetto fisico. Avete mai sentito nulla sul fisico di Giustiniano? O sulle sue abitudini sessuali? La moglie Teodora è stata invece martoriata da subito, da Procopio di Cesarea che dice:

“Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena (Teodora faceva la ballerina), poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini e fare la ballerina né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.
Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria.”

Messalina e Britannico

Ma voi ve la ricordate la madre dei Gracchi? Che manco le danno un nome povera stella (si chiamava Cornelia), il suo unico merito per la storiografia è essere proprio la madre di Tiberio e Gaio, e su ogni libro c’è quella roba oscena: cioè che Cornelia dice ad un’altra matrona, che ostentava le sue pietre preziose: «haec ornamenta mea» – ecco i miei gioielli– in riferimento ai suoi figli.
Di contro a Cornelia, parecchio tempo dopo avremmo Messalina. Mentre Cornelia è l’incarnazione della pia donna, Messalina… no. Sono tramandate su di lei le storie più squallide, più oscene: in realtà l’accanimento contro di lei è dovuto alla sua posizione, moglie dell’imperatore Claudio, donna risoluta, potentissima, voleva solo che il figlio Britannico diventasse imperatore (niente che non hanno fatto prima o dopo, pensiamo ad Agrippina che ci ha regalato quel bel gioiello di Nerone subito dopo), ma non dimentichiamo che il suo quadro estremamente negativo è stato portato avanti specialmente da Giovenale, il cui bersaglio principale erano le donne indipendenti e libere ed è a causa sua se noi diciamo di Messalina le peggio cose. (Per completezza, ricordiamo che Giovenale si scagliava contro i nobili patrizi perché non lo pagavano per oziare e contro gli omosessuali perché erano dei pervertiti contronatura, suo bersaglio furono anche Adriano ed Antinoo, quindi guardate a chi abbiamo affidato la narrazione storica.)
Poi abbiamo Teodolinda, un’altra pia donna, ricordata solo perché fece convertire i Longobardi al cristianesimo, e su questa cosa io non voglio esprimermi oltre perché già è lunga sta roba e se inizio con i Longobardi non finiamo più: comunque non è stato quello il suo miglior momento (migliore poi per chi? Per i cristiani?).

Questi sono solo minimi esempi, possiamo citarne tantissimi, pensiamo a come ci vengono narrate le storie delle donne più “importanti” come Giovanna d’Arco, Elisabetta I, Maria Antonietta, sono tutte belle e dannate, magari senza figli quindi non proprio il linea con l’essere donne, che hanno costruito su di noi gli uomini. La narrazione storica sulle donne ha tramandato più giudizi che fatti, per non parlare di quante donne la Storia non ci ha mai parlato?

Boudicca

Di Boudicca ad esempio, capo-tribù degli Iceni, che ha guidato la rivolta britannica contro i Romani nel 60-61 d. C. distruggendo la colonia di Camulodunum e Lundinum, mentre contemporaneamente la regina dei Briganti (popolazione della Britannia del Nord) era Cartimandua. (Quindi forse Cesare e Tacito avevano ragione, ma vabbè.)
E che dire di Zoe Porfirogenita (una delle mie donne preferite), dal 798 al 1050 governa l’Impero Bizantino, fa assassinare il suo consorte Romano III Argiro che voleva per forza un erede. Il suo secondo marito Michele IV morì dopo pochi anni di matrimonio. Dopo aver reso erede il nipote Michele V, fu proprio lui a osare allontanare Zoe dalla corte: il popolo insorse ferocemente, era Zoe l’imperatrice, nessun altro poteva governare. Dopo che Michele V fu accecato, imprigionato e poi ucciso, arrivò a condividere il trono con Zoe, la sorella Teodora. Insieme le due basilisse promulgarono leggi contro la compravendita di cariche, apportarono migliorie all’amministrazione civile e militare, durante il loro regno venne istituito un tribunale con il compito di indagare sugli abusi del loro predecessore. Zoe si risposò, e alla morte di lei e del marito Costantino IX, Teodora governò da sola fino alla morte, senza mai sposarsi.
Ci furono altre donne bizantine importantissime tra cui Irene d’Atene, imperatrice dal 797 all’802, ed Eudocia Macrembolitissa (regnante dal 1021 al 1096). Sovrana illuminata e grandissima letterata, entrambe riuscirono a governare il regno da sole, ma sono moltissime le sovrane orientali, così come quelle occidentali che hanno avuto un ruolo importantissimo nella politica, di cui non si sa nulla.
Rimanendo a Bisanzio nomino anche Anna Comnena (1083 – 1153), principessa ma soprattutto storica, scrisse una cronaca l’Alessiade, importantissima opera attraverso cui si possono ricostruire i fatti tra il 1081 – 1118, mai studiata lei, eh.
La storiografia ha sempre evitato di citare le donne e la tendenza a parlare solamente di pie donne e solo di minuzie per quanto riguarda il mondo femminile lo ritroviamo in tutte le parti dell’universo, Giorgia Sallusti qualche giorno fa nel suo articolo Le voci femministe dell’islam, trattando la questione femminile e le protagoniste attuali del femminismo nel mondo arabo, parla brevemente anche della storiografia araba dicendo:

“L’impareggiabile lavoro di Mernissi è stato quello di ricostruire la storia delle donne di potere nell’islām che la storiografia ufficiale tende a dimenticare con colpevole negligenza; e lo fa a partire dalla prima donna che sceglie lo spazio pubblico per la politica: ‘Ā’išah, moglie del Profeta e prima musulmana a rivendicare una carriera politica, era «la donna più sapiente fra le genti in materia di scienze religiose, e quella che aveva maggiori conoscenze», così la descrive Ibn Haǧar Al-‘Asqalānī Al-Isābah fī Tamyīz al-Ṣaḥābah, storico e giurista arabo sciafeita del XV secolo. È lei a guidare la prima sanguinosa resistenza armata contro un califfo, nell’anno 658, il trentaseiesimo dell’ègira, mettendosi alla testa di un’insurrezione contro il quarto califfo ortodosso, ‘Alī Ibn Abī Ṭālib. Questo scontro è ricordato come waqa’at al-ǧamal, la «battaglia del cammello», con riferimento a quello cavalcato da ‘Ā’išah, la sola donna sul campo. ‘Ā’išah è la prima a violare gli ḥudūd, a oltrepassare la frontiera tra il territorio delle donne e quello degli uomini, a incitare all’omicidio, uscendo dall’harem e mettendo in discussione la prerogativa maschile di muover guerra. […] Le donne presenti nella storia ufficiale, quella compilata dagli uomini, sono le sante e le figure legate alla famiglia del Profeta, e tra i primi sufi compare una donna di Basra, Rābi’a al-‘Adawiyya. Si dice che fosse una schiava, liberata dal padrone che aveva riconosciuto in lei le caratteristiche dell’ascesi e della santità. Rābi’a diventa in effetti un’asceta dedita al misticismo e alla castità, e riunisce attorno a sé un gruppo di discepoli. L’essere donna non rappresenta mai per lei un ostacolo al suo prestigio e al suo cammino verso dio attraverso l’amore: «O Dio […] non lesinarmi la tua eterna bellezza» canta una delle sue invocazioni ripetuta nei secoli.”

Ho studiato per tutta la vita le materie definite umanistiche, rendendomi conto anno dopo anno di essere esclusa, in quanto donna, da tutto ciò che il mondo è stato, ed è oggi. Per conoscere la nostra storia, si devono compiere studi da parte, paralleli a quelli ufficiali. La storia delle donne, l’archeologia femminista, l’archeologia e l’antropologia di genere, ancora, purtroppo, non rientrano in nessun programma (neanche in quelli universitari). Non sarà arrivata l’ora di cambiare registro e appropriarci del nostro passato per vivere meglio il nostro presente?

Umanesimo, Periodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del 14° sec., e culminato nel 15°: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis. […]  Con riferimento, esplicito e implicito, all’U. quale periodo storico, il termine è usato infine per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua ‘dignità’ quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica.

Questa è una delle tante definizioni di umanesimo e credo sia arrivato il momento di impegnarci quanto più possibile, per fare in modo che quell’amore per la concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, possa diventare l’amore per la concezione di umanità tutta, indipendentemente da sessi e generi e della dignità di ogni persona come autrice della sua storia.


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