L’elogio del silenzio è un saggio, breve, ma estremamente interessante scritto da John Biguenet ed edito da Il Saggiatore, che indaga tutto ciò che l’uomo percepisce come silenzio, ma che forse proprio silenzio non è.

Cosa ne sappiamo noi in fondo della totale assenza di suono? Siamo circondati da rumore: i veicoli, le persone, gli elettrodomestici, il vento, la pioggia… e anche quando tutto sembra silenzioso ci siamo sempre noi a fare rumore: con il battito del cuore, il sangue che fluisce, il respiro.

A Redmond, nello stato di Washington, si trova la camera “aneoica“. Una stanza che annulla qualsiasi rumore esterno, ma che di contrasto amplifica quelli prodotti dall’interno. Per ottenere un silenzio estremo, la stanza è progettata con una struttura simile a quella di una cipolla che la isola dal resto dell’edificio e dal mondo esterno. È fatta di sei strati di cemento e acciaio ed è scollegata dall’edificio circostante, perché si trova in cima a una serie di molle antivibranti. All’interno, cunei in fibra di vetro sono montati sul pavimento, sul soffitto e sulle pareti per rompere le onde sonore prima che abbiano la possibilità di rimbalzare nella stanza. Il pavimento stesso è semplicemente una griglia di cavi sospesi fonoassorbenti.

All’interno di questa stanza ci si deve accoccolare su sé stessi, stare seduti, raccogliersi: il silenzio infatti fa perdere l’equilibrio. Non ci si riesce a stare dentro per molto, dopo 40 minuti circa si rischia di impazzire, i rumori del nostro corpo diventano infatti assordanti, il silenzio stesso diventa insopportabile.

Il silenzio che intendiamo noi è molto diverso da questo, non rischiamo di impazzire, di solito.
È pur vero che al silenzio non siamo abituati, pensate a quanto per noi il silenzio sia imbarazzante. Quando stiamo in silenzio dobbiamo per forza fare qualche rumore o cercare di riempire la mente con qualche suono: parole, tamburellare con le dita sul tavolo, fare rumore con i piedi, respirare più forte.
Per quanto davvero riusciamo a stare zitti? E quanto cambia il nostro modo di sentire rumore?

Una riflessione importante che fa Biguenet nel suo saggio è quanto la percezione del rumore cambi in base alla ricchezza. L’inquinamento acustico è infatti un problema globale, ma chi è che è più esposto ad esso? Chi è che abita vicino alle fabbriche, vicino alle strade più trafficate?

“La soglia del dolore per gli esseri umani si trova al di sopra dei 130 decibel, anche se la perdita graduale dell’udito a causa del rumore continuo è uno dei grandi problemi a livello mondiale. Uno dei punti di forza di Why noise matters è che considera l’inquinamento acustico come un fenomeno globale. Mentre la sua ricerca non è (e non pretende di essere) onnicomprensiva, questo tipo di approccio globale mette in evidenza le disparità fra ricchi e poveri, tra i paesi industrializzati e quelli in via di industrializzazione, in merito all’esperienza dell’inquinamento acustico e si chiede perché sia ancora stato fatto così poco affinché il rumore sia considerato un’ingiustizia sociale. Il rumore è, come le altre forme di inquinamento, una questione di classe sociale. Per esempio un sondaggio del MORI del 2003 ha rivelato che almeno il 20% delle persone nel Regno Unito, che hanno un reddito familiare inferiore a 17.500 sterline, normalmente avverte i rumori dei vicini, e tra essi il 93% degli affittuari di case popolari. Di contro solo il 12% delle persone con un reddito superiore a 30.000 sterline dichiara di sentire i propri vicini. Considerando globalmente il fenomeno, il divario fra ricchi tranquilli e poveri infastiditi si fa più grande in base al luogo in cui si vive.”

Biguenet dice che un’ottima trasposizione del silenzio sia la fotografia, cattura un momento, imprime un’immagine, ma non può riportare un suono, anche se guardando una foto la nostra mente viaggia e crea il suono che le occorre per “sentirla”. Ma effettivamente la fotografia è silenziosa. L’arte, la letteratura, il teatro, hanno cercato sempre di esprimere e di ragionare sul silenzio, ci sono molte opere teatrali che hanno messo il silenzio al centro e a teatro, interpretare i silenzi, far arrivare agli spettatori tutto ciò che il silenzio può comunicare è molto più complesso di recitare delle battute, anche se molto spesso chi guarda non si accorge di questa difficoltà.

“La differenza fra le battute scritte sul copione e la loro resa sul palcoscenico spesso dipende dal valore e dalla varietà dei silenzi introdotti da un attore esperto quando trasforma un copione in una performance. Le opere teatrali di Harold Pinter sono fra le poche che riescono a mettere davvero alla prova l’abilità degli attori di saper rendere i silenzi sul palcoscenico. Come afferma Peter Hall, primo direttore del Teatro nazionale della Gran Bretagna: <<Nelle opere di Pinter si evince una chiara differenza fra una pausa, un silenzio e tre puntini di sospensione. Una pausa è un vero e proprio ponte da attraversare: gli spettatori credono di stare da un lato del fiume e, dopo la pausa, quando si ricomincia a parlare, di ritrovarsi sull’altra sponda. Questa è una pausa. Spesso è persino preoccupante, perché è uno spazio da riempire retrospettivamente. Il silenzio non è un punto morto. Quando il confronto diventa estremo, non si dice più nulla finché la temperatura non si sarà abbassata o alzata. Solo allora accade qualcosa di nuovo. Tre puntini di sospensione, rappresentano, invece, un’esitazione molto breve, che pure esiste ed è diversa dal punto e virgola (tra l’altro quasi mai usato da Pinter) e anche dalla virgola. Con una virgola ci si può rimettere al passo, la si può attraversare. Il punto è semplicemente un punto. Ti devi fermare.>>”

Il silenzio però è protagonista anche nel campo che meno si può immaginare: la musica. Senza silenzio e pause, la musica non può esistere, non avrebbe la base in cui propagarsi, ma non è solo questo, anche in musica ci sono brani composti dal silenzio. L’autore parla infatti di 4’33” di John Cage, un componimento silenzioso, scritto nel 1952, controverso perché c’è chi la giudica non proprio un’opera musicale in cui, come spiega Selene de La musica di Sugar:

“L’intenzione dell’autore è quella di dimostrare che il silenzio assoluto non esiste. È vero che l’organico non sta suonando, però intanto c’è il suono del direttore, perché è necessario che ci sia un direttore se c’è un’orchestra, c’è chi dovrebbe suonare, già girare il foglio della partitura si sente e dimostra che il silenzio di fatto non esiste, ma anche gente che tossisce nel pubblico. […] In sostanza la composizione qual è? Il silenzio all’interno del quale vengono a crearsi i rumori della sala in cui viene eseguita la composizione.

Visto che io non sono un’esperta, per approfondire vi lascio qui il video di Selene che parla proprio di quest’opera e che si pone inoltre, sulla stessa lunghezza d’onda di Biguenet, accordando a 4’33” la “dignità” di vero e proprio componimento musicale, densissimo di significato, proprio nella sua grande originalità compositiva.

Il saggio di Biguenet è un piccolo gioiellino, che mi ha fatto capire soprattutto che quello che noi percepiamo come silenzio è estremamente relativo: per chi magari vive in campagna, il silenzio prevede solo il suono del vento tra gli alberi, il cinguettare degli uccellini, ma per me personalmente il silenzio è anche ascoltare la musica con le cuffie che mi isolano dagli altri rumori, e sarà comunque un silenzio molto diverso rispetto a quello percepito da una persona che abita in città. Ci sono una marea infinita di silenzi, ma mai quello assoluto, neanche sappiamo starci in silenzio anzi, ne abbiamo imbarazzo, quasi paura, riusciremo mai a sfuggire quindi, dail rumore del mondo?