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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

giugno 2020

L’umanesimo del maschio.

Apriamo un libro di Storia, uno qualsiasi: elementari, medie, superiori, università. I capitoli più corposi sono affidati alle battaglie, alle successioni dei regni, alla descrizione dei sovrani, del loro operato e delle loro leggi, poi ci saranno gli usi e costumi delle varie epoche, la cultura, la religione, magari troviamo anche approfondimenti sulle mode del tempo, sui cibi; ma solo se siamo estremamente fortunati troveremo uno striminzito capitolo sulle donne.

Nell’anno 2017/2018 su 1.690.834 iscritti all’università, 936.704 sono state donne. Siamo studiose, istruite, dottoresse, ricercatrici, ma ancora siamo alla fine dei capitoli nei libri (quando ci siamo), bandite completamente dai programmi di letteratura, storia dell’arte, latino, greco (e parlo solo di queste materie, perché non voglio sconfinare in campi che non sono “miei”).

In tutto il mio percorso di studi non ho mai assaporato la pienezza di sentirmi rappresentata da quello che stavo studiando, eppure le donne ci sono sempre state, non sono una nuova invenzione e allora perché non fanno parte delle materie che definiamo umanistiche, che dovrebbero riguardare l’umanità tutta, non una parte di essa? Una minima risposta, almeno nel mio campo viene data qui:

Don Bosco, Svizzera, Sepoltura femminile, 850-400 a.C.

“Sebbene negli ultimi decenni molte donne si siano dedicate agli studi archeologici, abbiamo sempre imparato e lavorato all’interno di istituzioni dirette da uomini e siamo cresciute abituandoci a considerare argomenti come le armi, la guerra e le invasioni solo da un punto di vista prettamente maschile di vittoria, conquista e trionfo. Eppure in molte donne (ed anche uomini, naturalmente) sorgono altri pensieri e preoccupazioni quando si discute di questi argomenti riferendoli al proprio mondo, e non sono pochi. Come qual era nell’insieme il prezzo sociale pagato dalle popolazioni in caso di guerra o di battaglie? […] A queste domande non è facile rispondere basandosi soltanto sui reperti archeologici, ma all’interno dell’attuale campo d’indagine archeologico sono perfettamente valide; le prove che motiverebbero le interpretazioni del colonialismo maschile che ci vengono solitamente offerte vanno studiate accuratamente, e non accolte senza riflessione.” Questo lo scrive Margaret Ehsenberg, archeologa inglese, nel suo saggio Le donne nella preistoria.

Dobbiamo quindi studiare di nuovo, far emergere tutto ciò che fino ad ora è stato latente. Gli uomini hanno deciso di eliminare dalla storia tutto ciò che non gli interessava, ciò che rientra nella sfera femminile. Che poi cos’è che rientra davvero nella sfera femminile o no sempre loro l’hanno deciso, visto che non abbiamo l’assoluta certezza dei compiti, delle situazioni, del potere che avevano gli uomini e le donne, almeno nei tempi antichi. Le studiose quando si sono trovate davanti ad una materia così composta hanno sollevato il problema: come si può raccontare la storia in modo imparziale e oggettivo annullando la metà della popolazione? Le prime risposte alla storiografia ufficiale e maschilista iniziano ad emergere di pari passo con la diffusione delle idee femministe.

“Sin dagli anni ’60, e soprattutto nei ’70, si era diffuso un taglio femminista nell’archeologia, grazie al sempre maggior numero di donne che cominciavano ad integrarsi nella professione. […] L’immobilismo nell’archeologia si spiega con il rifiuto da parte della comunità archeologica di demolire il bastione della pretesa oggettività della loro disciplina. L’archeologia di genere è post-processuale, mi sembra, dato che interpreta la società come formata da individui che agiscono come agenti sociali attivi, da individui le cui attività e negoziazioni quotidiane formano una parte essenziale della dinamica storica. Nella costante interazione, ossia nella continua pratica sociale, le relazioni di genere svolgono un ruolo essenziale come uno dei principi strutturanti essenziali e basilari su cui si organizzano le relazioni sociali. Il genere è, pertanto, un’identità che sta alla base delle relazioni sociali e in pratica viene continuamente rinegoziata in questo contesto, e quindi è in continuo cambiamento. Ciò spiega non solo le differenze del significato dei generi tra i diversi gruppi, ma anche la loro trasformazione, all’interno dello stesso gruppo, nel corso del tempo.”

Dice Margarita Diaz Andreu sulla situazione degli studi archeologici di genere in Italia e continua così nel suo articolo Identità Di Genere e Archeologia: Una Visione Di Sintesi:

(Giuro che questa è l’immagine più neutra e meno sessista trovata su internet, digitando “percorso evolutivo della donna”, “evoluzione della donna”.)

“Spesso gli autori e le autrici si immaginano i rapporti fra generi e fra età diverse nel passato come una immagine speculare del mondo contemporaneo occidentale, nel quale dominano ancora rapporti gerarchici e diseguali tra i generi. Il presentismo si scopre, in primo luogo, nell’uso acritico del linguaggio e delle illustrazioni. Si impiegano di solito denominazioni di genere maschile, come se si trattasse di una cosa naturale: termini come “l’origine dell’uomo”, “gli uomini preistorici”, “i romani”, in teoria dovrebbero comprendere sia uomini che donne. Tuttavia questa illusione finisce rapidamente quando si individua ciò che queste parole significano. Un esempio basterà per illustrare ciò: quasi ovunque troviamo nei musei di tutto il mondo la spiegazione dell’evoluzione umana attraverso l’esposizione di una serie di uomini, ognuno dei quali più evoluto rispetto all’altro, ma mai una serie di donne. Se il termine ‘uomo’ fosse neutrale come si vuole pretendere, sarebbe legittimo aspettarsi che almeno un 50% dei musei scegliesse le donne per rappresentare le fasi evolutive, o per lo meno che un numero elevato di questi includesse le immagini di entrambi i sessi.

Siamo cancellate dalla narrazione che dovrebbe includerci nell’umanità tutta e siamo rimaste escluse da una ricerca che ci ha messe da parte, non vedendo nel nostro sesso un’espressione valida dell’essere umano. I ricercatori hanno proiettato nelle civiltà del passato i modelli sociali patriarcali e maschilisti che vigono nell’attualità e hanno filtrato le ricerche osservando solo ciò che interessava al maschio.

Partiamo dal principio: le cosiddette Veneri. Le Veneri preistoriche, che tutti conosciamo e abbiamo studiato sono state molto spesso strumentalizzate e quasi mai fatte studiare criticamente nel loro contesto effettivo. Sono state tramandate come oggetti volti ad esaltare la donna come madre dagli albori dell’umanità, ci è stato inculcato che si trattassero di elementi che esprimessero fertilità ed abbondanza, identificando la donna solo come genitrice, nient’altro. Questa in realtà, è solo una delle moltissime probabili interpretazioni delle Veneri, un’altra interpretazione, in questo caso tendenziosa dal lato opposto è quella che vede le Veneri come segnale di una maggiore importanza della sfera femminile nella società, viste che sono molte le statuette con forme femminili (in realtà queste statue non rappresentano neanche una maggioranza inconfutabile, perché molte delle altre statue trovate non hanno caratteristiche tali da poter essere identificate come uomo, donna, bambino o altro, quindi…), ma nella storia e anche nel mondo di oggi, quanto viene mercificata e strumentalizzata l’immagine femminile? Siamo pieni di statue di dee, quadri madonnali, pubblicità, foto di corpi di donne: queste rappresentazioni sono forse simbolo di una società matriarcale?

Non mi sento di discutere in questa sede se siano esistite o meno società matriarcali, quindi focalizziamoci sull’argomento principale: quanto la Storia sia di parte. Gli uomini, studiosi, definiti “umanisti” hanno plasmato per le donne un mondo fatto di maternità e cura filiale ed hanno modellato anche i dati archeologici e le fonti su questo quadro. Le tombe sono per l’archeologia il sale della vita, e infatti dice Rossana Di Poce:

“Un’analisi di carattere archeologico deve necessariamente partire dal presupposto che il contesto funerario nella maggioranza dei casi, è il solo giunto a noi e che esso rappresenta solo una parte di un linguaggio
articolato ormai perduto. Gli elementi del corredo funerario, il trattamento del corpo del defunto, le tombe, i cicli pittorici in esse contenuti, i rituali e gli oggetti sono alcuni dei riflessi di quel linguaggio: il mondo dei morti, infatti, con tutti i suoi segni, non è che in rapporto metaforico col mondo dei vivi che furono; un rapporto indiretto, simbolicamente e ideologicamente mediato.
Nella mentalità antica, la morte è un fenomeno di ‘scandalo’ perché con la scomparsa dell’individuo essa crea una crisi nel gruppo sociale ristretto cui appartiene. Il momento della morte conclude l’esperienza di un soggetto attraverso quella che è stata giustamente definita come una doppia performance: tutti i rituali, gli oggetti di corredo, la tomba, il trattamento del defunto da parte del gruppo parentale del morto e le scelte individuali del defunto stesso convergono in una sorta di rappresentazione collettiva. In questa messa in scena pubblica si percepisce il ruolo attivo di negoziazione dei valori propri della cultura cui appartiene il morto e del suo gruppo parentale-sociale: la performance funeraria può legittimare nuovi stili di vita, affermare nuove concezioni o scegliere di aderire alla mentalità comune di una cultura. Per questa ragione si può facilmente intuire come sia difficile decriptare tutti i segni che una sepoltura contiene: segni, appunto, prendendo in prestito dalla linguistica l’unità di base di un codice che va ricostruito.
Le negoziazioni del genere avvengono, infatti, in rapporto all’adesione o meno dell’individuo a un costrutto sociale di cui egli stesso deve essere riconosciuto come parte attiva, ed in archeologia abbiamo detto, se ne percepisce solamente il risvolto materiale: ma è in questa sfida interpretativa che si gioca la capacità di percezione della mentalità antica, come ha insegnato la scuola francese di antropologia del mondo antico e di psicologia della storia.
Sintetizzando, le identità di genere sono basate sulle similarità e differenze ascritte culturalmente e sono indagate in quanto oggetto di ‘negoziazione’ sociale, storica, contestuale: le relazioni di genere, i loro mutamenti e le ideologie correlate sono indagati come uno dei principi strutturanti basilari delle relazioni sociali. Occorre considerare le categorie e le ideologie di genere come variabili e multidimensionali: sono variabili in quanto culturalmente e storicamente determinate, e, dunque, dipendenti dalle diverse situazioni temporali e contestuali; sono multidimensionali in quanto nella maggioranza delle società esistono più di due generi ed anche perché all’interno dello stesso contesto, alle identità di genere possono essere attribuiti significati diversi in relazione alle categorie d’età e ad altre differenziazioni sociali o culturali.”

Di tutta questa complessità di generi, di compiti e di ciò che i corredi funerari ci dicono, ne abbiamo fatto volentieri a meno. Dondlon infatti ricorda come si siano sempre realizzate attribuzioni sessuali delle tombe o dei corredi, sulla base di associazioni universali e rigide prefissate sul genere, il che inevitabilmente influiva sulle conclusioni a cui si giungeva. Le conclusioni di varie ricerche hanno mostrato una tendenza sospetta a contare un numero maggiore di individui di sesso maschile che femminile, dovuta alla propensione a considerare come ma­schili dei resti che in realtà sono indeterminati.
Il metodo più comune di attribuzione a un genere di resti umani si basa principalmente sul corredo depositato nella sepoltura: quindi le tombe con corredo di armi sono interpretate come maschili, ignorando il fatto che presso alcune società le donne potevano partecipare all’arte della guerra o che potrebbero essere lì per una serie di altre spiegazioni. Nell’eventualità in cui vi siano corredi fuori dalla norma si cercano spiegazioni ad hoc per questi. Se si trova un oggetto d’importazione o qualche oggetto di grande pregio in una tomba femminile si afferma che è un regalo o un simbolo della ricchezza che l’uomo ostenta attraverso le donne. La Ehrenberg ancora, ci mostra uno degli esempi tipo:

“Un esempio del Nuovo Mondo che ha fatto molto discutere è la scoperta di giavellotti, in alcune donne della cultura Knoll, fiorita nel Midwest del Nord America nella seconda metà del II Millennio a. C. Nella letteratura tradizionale sono state avanzate numerose ipotesi per poter evitare la conclusione ovvia secondo cui le donne, come gli uomini, andavano a caccia: si disse che queste armi dovevano avere un significato cerimoniale, che appartenevano ad un esercito di amazzoni o che costituivano l’eredità di una famiglia o un gruppo.”

Insomma, un uomo può essere ricco, coraggioso, combattente, una donna può ricevere solamente un’eredità o almeno questo traspare. Avanzando un po’ negli anni e scomodando alcuni autori del passato come Cesare, Tacito, Strabone, Procopio di Cesarea, vediamo che in realtà le donne non avevano solo una funzione passiva, come invece ci hanno tramandato. (Non ce lo dovevano dire di certo loro, però.) Nella descrizione che Cesare e Tacito compiono delle civiltà celtiche, ad esempio, c’è largo spazio per le donne. Vengono infatti descritte come guerriere, druide, capi, consigliere, ma quello che questi autori sostenevano non è stato preso in considerazione dagli storici moderni. Gli studiosi e gli storici hanno pensato che queste narrazioni della società celtica femminile fossero sicuramente delle esagerazioni, solo storielle, per contrapporre le celtiche alle romane accentuandone le divergenze, per portare a Roma un po’ di esotismo. Gli stessi autori però sono considerati estremamente autorevoli nella descrizione di battaglie, degli usi e costumi celtici (maschili), insomma a chi figli e chi figliastre.

Se pensiamo per un attimo alle donne che la Storia ci ha tramandato sono tutte o emblema della maternità, della carità, dell’amore cristiano e filiale o al contrario disinibite, pazze furiose, impulsive assassine. In entrambi i casi si mettono in evidenza pochissimi fatti della loro vita, che tendono o a glorificare le prime o a condannare le seconde. Non c’è una via di mezzo e soprattutto non c’è mai una narrazione oggettiva delle donne, sempre ad esempio viene messo in evidenza quando si parla nella storiografia di donne, il loro aspetto fisico. Avete mai sentito nulla sul fisico di Giustiniano? O sulle sue abitudini sessuali? La moglie Teodora è stata invece martoriata da subito, da Procopio di Cesarea che dice:

“Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena (Teodora faceva la ballerina), poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini e fare la ballerina né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.
Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria.”

Messalina e Britannico

Ma voi ve la ricordate la madre dei Gracchi? Che manco le danno un nome povera stella (si chiamava Cornelia), il suo unico merito per la storiografia è essere proprio la madre di Tiberio e Gaio, e su ogni libro c’è quella roba oscena: cioè che Cornelia dice ad un’altra matrona, che ostentava le sue pietre preziose: «haec ornamenta mea» – ecco i miei gioielli– in riferimento ai suoi figli.
Di contro a Cornelia, parecchio tempo dopo avremmo Messalina. Mentre Cornelia è l’incarnazione della pia donna, Messalina… no. Sono tramandate su di lei le storie più squallide, più oscene: in realtà l’accanimento contro di lei è dovuto alla sua posizione, moglie dell’imperatore Claudio, donna risoluta, potentissima, voleva solo che il figlio Britannico diventasse imperatore (niente che non hanno fatto prima o dopo, pensiamo ad Agrippina che ci ha regalato quel bel gioiello di Nerone subito dopo), ma non dimentichiamo che il suo quadro estremamente negativo è stato portato avanti specialmente da Giovenale, il cui bersaglio principale erano le donne indipendenti e libere ed è a causa sua se noi diciamo di Messalina le peggio cose. (Per completezza, ricordiamo che Giovenale si scagliava contro i nobili patrizi perché non lo pagavano per oziare e contro gli omosessuali perché erano dei pervertiti contronatura, suo bersaglio furono anche Adriano ed Antinoo, quindi guardate a chi abbiamo affidato la narrazione storica.)
Poi abbiamo Teodolinda, un’altra pia donna, ricordata solo perché fece convertire i Longobardi al cristianesimo, e su questa cosa io non voglio esprimermi oltre perché già è lunga sta roba e se inizio con i Longobardi non finiamo più: comunque non è stato quello il suo miglior momento (migliore poi per chi? Per i cristiani?).

Questi sono solo minimi esempi, possiamo citarne tantissimi, pensiamo a come ci vengono narrate le storie delle donne più “importanti” come Giovanna d’Arco, Elisabetta I, Maria Antonietta, sono tutte belle e dannate, magari senza figli quindi non proprio il linea con l’essere donne, che hanno costruito su di noi gli uomini. La narrazione storica sulle donne ha tramandato più giudizi che fatti, per non parlare di quante donne la Storia non ci ha mai parlato?

Boudicca

Di Boudicca ad esempio, capo-tribù degli Iceni, che ha guidato la rivolta britannica contro i Romani nel 60-61 d. C. distruggendo la colonia di Camulodunum e Lundinum, mentre contemporaneamente la regina dei Briganti (popolazione della Britannia del Nord) era Cartimandua. (Quindi forse Cesare e Tacito avevano ragione, ma vabbè.)
E che dire di Zoe Porfirogenita (una delle mie donne preferite), dal 798 al 1050 governa l’Impero Bizantino, fa assassinare il suo consorte Romano III Argiro che voleva per forza un erede. Il suo secondo marito Michele IV morì dopo pochi anni di matrimonio. Dopo aver reso erede il nipote Michele V, fu proprio lui a osare allontanare Zoe dalla corte: il popolo insorse ferocemente, era Zoe l’imperatrice, nessun altro poteva governare. Dopo che Michele V fu accecato, imprigionato e poi ucciso, arrivò a condividere il trono con Zoe, la sorella Teodora. Insieme le due basilisse promulgarono leggi contro la compravendita di cariche, apportarono migliorie all’amministrazione civile e militare, durante il loro regno venne istituito un tribunale con il compito di indagare sugli abusi del loro predecessore. Zoe si risposò, e alla morte di lei e del marito Costantino IX, Teodora governò da sola fino alla morte, senza mai sposarsi.
Ci furono altre donne bizantine importantissime tra cui Irene d’Atene, imperatrice dal 797 all’802, ed Eudocia Macrembolitissa (regnante dal 1021 al 1096). Sovrana illuminata e grandissima letterata, entrambe riuscirono a governare il regno da sole, ma sono moltissime le sovrane orientali, così come quelle occidentali che hanno avuto un ruolo importantissimo nella politica, di cui non si sa nulla.
Rimanendo a Bisanzio nomino anche Anna Comnena (1083 – 1153), principessa ma soprattutto storica, scrisse una cronaca l’Alessiade, importantissima opera attraverso cui si possono ricostruire i fatti tra il 1081 – 1118, mai studiata lei, eh.
La storiografia ha sempre evitato di citare le donne e la tendenza a parlare solamente di pie donne e solo di minuzie per quanto riguarda il mondo femminile lo ritroviamo in tutte le parti dell’universo, Giorgia Sallusti qualche giorno fa nel suo articolo Le voci femministe dell’islam, trattando la questione femminile e le protagoniste attuali del femminismo nel mondo arabo, parla brevemente anche della storiografia araba dicendo:

“L’impareggiabile lavoro di Mernissi è stato quello di ricostruire la storia delle donne di potere nell’islām che la storiografia ufficiale tende a dimenticare con colpevole negligenza; e lo fa a partire dalla prima donna che sceglie lo spazio pubblico per la politica: ‘Ā’išah, moglie del Profeta e prima musulmana a rivendicare una carriera politica, era «la donna più sapiente fra le genti in materia di scienze religiose, e quella che aveva maggiori conoscenze», così la descrive Ibn Haǧar Al-‘Asqalānī Al-Isābah fī Tamyīz al-Ṣaḥābah, storico e giurista arabo sciafeita del XV secolo. È lei a guidare la prima sanguinosa resistenza armata contro un califfo, nell’anno 658, il trentaseiesimo dell’ègira, mettendosi alla testa di un’insurrezione contro il quarto califfo ortodosso, ‘Alī Ibn Abī Ṭālib. Questo scontro è ricordato come waqa’at al-ǧamal, la «battaglia del cammello», con riferimento a quello cavalcato da ‘Ā’išah, la sola donna sul campo. ‘Ā’išah è la prima a violare gli ḥudūd, a oltrepassare la frontiera tra il territorio delle donne e quello degli uomini, a incitare all’omicidio, uscendo dall’harem e mettendo in discussione la prerogativa maschile di muover guerra. […] Le donne presenti nella storia ufficiale, quella compilata dagli uomini, sono le sante e le figure legate alla famiglia del Profeta, e tra i primi sufi compare una donna di Basra, Rābi’a al-‘Adawiyya. Si dice che fosse una schiava, liberata dal padrone che aveva riconosciuto in lei le caratteristiche dell’ascesi e della santità. Rābi’a diventa in effetti un’asceta dedita al misticismo e alla castità, e riunisce attorno a sé un gruppo di discepoli. L’essere donna non rappresenta mai per lei un ostacolo al suo prestigio e al suo cammino verso dio attraverso l’amore: «O Dio […] non lesinarmi la tua eterna bellezza» canta una delle sue invocazioni ripetuta nei secoli.”

Ho studiato per tutta la vita le materie definite umanistiche, rendendomi conto anno dopo anno di essere esclusa, in quanto donna, da tutto ciò che il mondo è stato, ed è oggi. Per conoscere la nostra storia, si devono compiere studi da parte, paralleli a quelli ufficiali. La storia delle donne, l’archeologia femminista, l’archeologia e l’antropologia di genere, ancora, purtroppo, non rientrano in nessun programma (neanche in quelli universitari). Non sarà arrivata l’ora di cambiare registro e appropriarci del nostro passato per vivere meglio il nostro presente?

Umanesimo, Periodo storico le cui origini sono rintracciate dopo la metà del 14° sec., e culminato nel 15°: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l’uomo, e perciò chiamati, secondo un’espressione ciceroniana, studia humanitatis. […]  Con riferimento, esplicito e implicito, all’U. quale periodo storico, il termine è usato infine per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua ‘dignità’ quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica.

Questa è una delle tante definizioni di umanesimo e credo sia arrivato il momento di impegnarci quanto più possibile, per fare in modo che quell’amore per la concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, possa diventare l’amore per la concezione di umanità tutta, indipendentemente da sessi e generi e della dignità di ogni persona come autrice della sua storia.


Bibliografia

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CESARE, De Bello Gallico, a cura di M. Serrao, Signorelli Scuola, Milano, 1990.

COMNENA Anna, L’Alessiade, Nabu Press, Firenze, 2012.

CUOZZO Mariassunta, Prospettive teoriche e metodologiche nella interpretazione delle necropoli: la PostProcessual Archeology, in AION ArchStant n.s. 3, 1996.

DIAZ ANDREU Margarita, Identità di Genere e Archeologia: una visione di sintesi, in Archeologia teorica, X ciclo di lezioni sulla ricerca applicata in Archeologia, Terrenato, Firenze, 2000.

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DONLON Denise, Imbalance in the sex ratio in collections of Australian Aboriginal skeletal remains, in H. DU CROS, L. SMITH (a cura di), Women in Archaeology. A Feminist Critique, Canberra, 1993.

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GIOVENALE, Satire, a cura di E. Barelli, BUR, Milano, 1976.

KAISER Alan, Archaeology, Sexism, and Scandal: The Long-Suppressed Story of One Woman’s Discoveries and the Man Who Stole Credit for Them,  Rowman & Littlefield Pub Inc, Lanham, 2014.

NICOTRA Laura, Archeologia al femminile. Il cammino delle donne nella disciplina archeologica attraverso le figure di otto archeologhe classiche vissute dalla metà dell’Ottocento, L’Erma di Bretschneider, Roma, 2004.

OSTROGORSKY Georg, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino, 2014.

PROCOPIO DI CESAREA, Storie segrete, a cura di F. Conca, BUR, Milano, 1996.

SALLUSTI Giorgia, Le voci femministe dell’islām, su Altri Animali, 2020.

TACITO, Annali, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1981.

TACITO, La vita di Agricola, La Germania, traduzione di B. Ceva, BUR, Milano, 1990.

Elogio del silenzio, J. Biguenet.

L’elogio del silenzio è un saggio, breve, ma estremamente interessante scritto da John Biguenet ed edito da Il Saggiatore, che indaga tutto ciò che l’uomo percepisce come silenzio, ma che forse proprio silenzio non è.

Cosa ne sappiamo noi in fondo della totale assenza di suono? Siamo circondati da rumore: i veicoli, le persone, gli elettrodomestici, il vento, la pioggia… e anche quando tutto sembra silenzioso ci siamo sempre noi a fare rumore: con il battito del cuore, il sangue che fluisce, il respiro.

A Redmond, nello stato di Washington, si trova la camera “aneoica“. Una stanza che annulla qualsiasi rumore esterno, ma che di contrasto amplifica quelli prodotti dall’interno. Per ottenere un silenzio estremo, la stanza è progettata con una struttura simile a quella di una cipolla che la isola dal resto dell’edificio e dal mondo esterno. È fatta di sei strati di cemento e acciaio ed è scollegata dall’edificio circostante, perché si trova in cima a una serie di molle antivibranti. All’interno, cunei in fibra di vetro sono montati sul pavimento, sul soffitto e sulle pareti per rompere le onde sonore prima che abbiano la possibilità di rimbalzare nella stanza. Il pavimento stesso è semplicemente una griglia di cavi sospesi fonoassorbenti.

All’interno di questa stanza ci si deve accoccolare su sé stessi, stare seduti, raccogliersi: il silenzio infatti fa perdere l’equilibrio. Non ci si riesce a stare dentro per molto, dopo 40 minuti circa si rischia di impazzire, i rumori del nostro corpo diventano infatti assordanti, il silenzio stesso diventa insopportabile.

Il silenzio che intendiamo noi è molto diverso da questo, non rischiamo di impazzire, di solito.
È pur vero che al silenzio non siamo abituati, pensate a quanto per noi il silenzio sia imbarazzante. Quando stiamo in silenzio dobbiamo per forza fare qualche rumore o cercare di riempire la mente con qualche suono: parole, tamburellare con le dita sul tavolo, fare rumore con i piedi, respirare più forte.
Per quanto davvero riusciamo a stare zitti? E quanto cambia il nostro modo di sentire rumore?

Una riflessione importante che fa Biguenet nel suo saggio è quanto la percezione del rumore cambi in base alla ricchezza. L’inquinamento acustico è infatti un problema globale, ma chi è che è più esposto ad esso? Chi è che abita vicino alle fabbriche, vicino alle strade più trafficate?

“La soglia del dolore per gli esseri umani si trova al di sopra dei 130 decibel, anche se la perdita graduale dell’udito a causa del rumore continuo è uno dei grandi problemi a livello mondiale. Uno dei punti di forza di Why noise matters è che considera l’inquinamento acustico come un fenomeno globale. Mentre la sua ricerca non è (e non pretende di essere) onnicomprensiva, questo tipo di approccio globale mette in evidenza le disparità fra ricchi e poveri, tra i paesi industrializzati e quelli in via di industrializzazione, in merito all’esperienza dell’inquinamento acustico e si chiede perché sia ancora stato fatto così poco affinché il rumore sia considerato un’ingiustizia sociale. Il rumore è, come le altre forme di inquinamento, una questione di classe sociale. Per esempio un sondaggio del MORI del 2003 ha rivelato che almeno il 20% delle persone nel Regno Unito, che hanno un reddito familiare inferiore a 17.500 sterline, normalmente avverte i rumori dei vicini, e tra essi il 93% degli affittuari di case popolari. Di contro solo il 12% delle persone con un reddito superiore a 30.000 sterline dichiara di sentire i propri vicini. Considerando globalmente il fenomeno, il divario fra ricchi tranquilli e poveri infastiditi si fa più grande in base al luogo in cui si vive.”

Biguenet dice che un’ottima trasposizione del silenzio sia la fotografia, cattura un momento, imprime un’immagine, ma non può riportare un suono, anche se guardando una foto la nostra mente viaggia e crea il suono che le occorre per “sentirla”. Ma effettivamente la fotografia è silenziosa. L’arte, la letteratura, il teatro, hanno cercato sempre di esprimere e di ragionare sul silenzio, ci sono molte opere teatrali che hanno messo il silenzio al centro e a teatro, interpretare i silenzi, far arrivare agli spettatori tutto ciò che il silenzio può comunicare è molto più complesso di recitare delle battute, anche se molto spesso chi guarda non si accorge di questa difficoltà.

“La differenza fra le battute scritte sul copione e la loro resa sul palcoscenico spesso dipende dal valore e dalla varietà dei silenzi introdotti da un attore esperto quando trasforma un copione in una performance. Le opere teatrali di Harold Pinter sono fra le poche che riescono a mettere davvero alla prova l’abilità degli attori di saper rendere i silenzi sul palcoscenico. Come afferma Peter Hall, primo direttore del Teatro nazionale della Gran Bretagna: <<Nelle opere di Pinter si evince una chiara differenza fra una pausa, un silenzio e tre puntini di sospensione. Una pausa è un vero e proprio ponte da attraversare: gli spettatori credono di stare da un lato del fiume e, dopo la pausa, quando si ricomincia a parlare, di ritrovarsi sull’altra sponda. Questa è una pausa. Spesso è persino preoccupante, perché è uno spazio da riempire retrospettivamente. Il silenzio non è un punto morto. Quando il confronto diventa estremo, non si dice più nulla finché la temperatura non si sarà abbassata o alzata. Solo allora accade qualcosa di nuovo. Tre puntini di sospensione, rappresentano, invece, un’esitazione molto breve, che pure esiste ed è diversa dal punto e virgola (tra l’altro quasi mai usato da Pinter) e anche dalla virgola. Con una virgola ci si può rimettere al passo, la si può attraversare. Il punto è semplicemente un punto. Ti devi fermare.>>”

Il silenzio però è protagonista anche nel campo che meno si può immaginare: la musica. Senza silenzio e pause, la musica non può esistere, non avrebbe la base in cui propagarsi, ma non è solo questo, anche in musica ci sono brani composti dal silenzio. L’autore parla infatti di 4’33” di John Cage, un componimento silenzioso, scritto nel 1952, controverso perché c’è chi la giudica non proprio un’opera musicale in cui, come spiega Selene de La musica di Sugar:

“L’intenzione dell’autore è quella di dimostrare che il silenzio assoluto non esiste. È vero che l’organico non sta suonando, però intanto c’è il suono del direttore, perché è necessario che ci sia un direttore se c’è un’orchestra, c’è chi dovrebbe suonare, già girare il foglio della partitura si sente e dimostra che il silenzio di fatto non esiste, ma anche gente che tossisce nel pubblico. […] In sostanza la composizione qual è? Il silenzio all’interno del quale vengono a crearsi i rumori della sala in cui viene eseguita la composizione.

Visto che io non sono un’esperta, per approfondire vi lascio qui il video di Selene che parla proprio di quest’opera e che si pone inoltre, sulla stessa lunghezza d’onda di Biguenet, accordando a 4’33” la “dignità” di vero e proprio componimento musicale, densissimo di significato, proprio nella sua grande originalità compositiva.

Il saggio di Biguenet è un piccolo gioiellino, che mi ha fatto capire soprattutto che quello che noi percepiamo come silenzio è estremamente relativo: per chi magari vive in campagna, il silenzio prevede solo il suono del vento tra gli alberi, il cinguettare degli uccellini, ma per me personalmente il silenzio è anche ascoltare la musica con le cuffie che mi isolano dagli altri rumori, e sarà comunque un silenzio molto diverso rispetto a quello percepito da una persona che abita in città. Ci sono una marea infinita di silenzi, ma mai quello assoluto, neanche sappiamo starci in silenzio anzi, ne abbiamo imbarazzo, quasi paura, riusciremo mai a sfuggire quindi, dail rumore del mondo?

Nerdopoli, a cura Eleonora C. Caruso.

“A volte i nerd hanno problemi di amore, ahiloro, ma mai di innamoramento. È una vita fatta di passioni totalizzanti. E di una certa generosità, non richiesta, nel condividerle. Qui sta una contraddizione, però. Il nerd, da una parte, vorrebbe che tutti partecipassero al suo innamoramento. Tuttavia, quando ciò comincia a succedere, e un culto diventa mainstream, il nerd si sente tradito e si disamora. O forse, più generosamente, pensa che quello che doveva fare ormai lo ha fatto, e adesso è tempo di contaminare il mondo con un’altra ossessione, nuova di zecca. Oppure più d’una.
Ai miei tempi, i nerd erano monotematici. Oggi i nerd hanno tante passioni. Cosa di musica, fumetti, serie televisive, cinema, libri… da nerd, appunto.”

E proprio di alcune delle cinquanta sfumature del nerd, tratta Nerdopoli, Espressioni di una comunità in evoluzione, saggio a cura di Eleonora C. Caruso, edito da effequ. Indagando dagli shonen, alle fanfiction, dai gdl a Lost, questo libro attraverso le voci di Susanna Scrivo, Eleonora C. Caruso, Alice Cuchetti, Arianna Buttarelli, Simone Laudiero, Matteo Grilli e Aligi Comandini esplora come si è evoluto il mondo nerd dagli albori ad oggi, quando tutto è diventato più “semplice” ed immediato grazie ad internet e alla quantità enorme di informazioni e di materiale condiviso tra le genti.

Io non so che vita sia quella di un non nerd sinceramente, la mia vita è stata ed è ancora costellata da fisse su fisse, quella più longeva, sempre presente è quella per il fumetto, ma… anche quella per Sailor Moon, che continuo a rivedere ad intervalli regolari (l’immagine in basso è stata la mia icon su whatsapp per anni, le cover dei miei cellulari sono tutte di Sailor Moon et. etc. etc). Adesso ad esempio ho la fissa delle serie coreane, con cui rompo l’anima a tutte le persone che mi conoscono, sicuramente tra qualche tempo prenderò chissà quale strana mania, e per me è sempre stato così. Davvero si può vivere senza appassionarsi totalmente alle cose, parlarne in continuazione e poi cambiare soggetto e partire di nuovo dall’inizio tutto il processo?

Per me questo saggio è stata una grande conferma, la conferma che siamo tantissimi a fare delle nostre passioni il perno su cui gira gran parte del nostro tempo. Nerdopoli è un continuo andirivieni tra presente e passato, tra cose che hanno catturato il mondo di oggi, come GOT, cioè ma ci rendiamo conto dell’hype che ha generato questa serie? Per mesi non si è parlato di altro e ancora oggi per fare una scrematura delle persone di cui fidarsi basta chiedere chi sono i tuoi personaggi preferiti di GOT e ti è piaciuto il finale? (Voglio subito dire che io ho adorato il finale, perché dalla prima scena ho tifato solo e solamente per Bran, quindi ora potete smettere di seguirmi, perché so che non siete d’accordo!)
Senza dimenticare fumetti, videogiochi, anime e serie che hanno conquistato le generazioni precedenti, pensiamo a Star Trek, che mia madre adorava e che quindi ha fatto parte della mia infanzia, o Lost. Grazie o forse devo dire per colpa di Alice Cuchetti ho scoperto anche che “Hurley non dice mica “coso”, ma “dude”, e io che lo identificavo come “cosocosi” la mia vita basata su una menzogna. Perché nel suo Big Damn Heroes parla anche di come la televisione italiana abbia tradotto, malamente, molte serie e anche di come le ha piazzate, sempre malamente, nel palinsesto televisivo.

Uno degli interventi più divertenti ed interessanti è sicuramente quello di Eleonora C. Caruso, che tratta del fenomeno delle fanfiction, dicendo che le fanfiction sono nate effettivamente ben prima di quanto ci immaginiamo:

“Adesso proviamo a essere ancora più precisi, andando ancora più indietro, fino al 1562, quando venne pubblicato un poema narrativo a opera di Arthur Booke dal titolo La tragica storia di Romeo e Giulietta. Si trattava di un cautionary tale, una di quelle noiose storie scritte per mettere in guardia i giovani dal rischio di fare di testa propria. Senonché un certo drammaturgo inglese ebbe l’idea di scriverne una sua versione, stavolta dal punto di vista dei giovani.
L’opera più famosa di William Shakespeare è, insomma, una fanfiction. Ha scritto una fanfiction Ludovico Ariosto quando si è inventato il seguito – critico e parodico – dell’Orlando Innamorato di Boiardo, e ha scritto una fanfiction Virgilio con l’Eneide.”

Estremamente interessante è la storia della fanfiction moderna e la sua evoluzione di pari passo con l’evoluzione e l’accessibilità sempre maggiore di internet. Effettivamente non avevo mai pensato a quanto potesse essere faticoso gestire un sito di un fandom, in cui approvare i commenti uno per uno, leggere e caricare una alla volta ogni fanfiction e così via, una mole di lavoro che noi nati dopo, quando internet era ormai progredito al massimo non abbiamo mai sperimentato, ora abbiamo tutto bell’è pronto e possiamo leggere fanfiction su wattpad, senza che nessuno le abbia selezionate precdentemente.

Nella comunità nerd c’è però anche qualche ombra e ne parla Aligi Comandini nell’ultimo articolo “Tu non puoi passare”, che si sofferma sul fenomeno del gatekeeping cioè “il comportamento di qualcuno che si fa carico del fardello di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di decidere se un altro individuo abbia o meno il diritto di far parte di una comunità o un’identità.” Avete presente quanto sostenete di essere fan di qualcosa, che sia un gruppo musicale, un manga, un anime, un videogioco e vedete che inizia a crearsi troppo interesse, o troppo seguito e quindi si inizia a vedere male chi è nuovo ed entra nella cerchia perché “eh ma tu non c’eri quando è successo x”, “io c’ero da prima”, “tu non puoi essere un vero nerd perché io da bambino mi rifugiavo nella mia passione per sfuggire a (inserire qui qualsiasi causa di disagio) e tu invece avevi una vita serena.” Siete davvero fortunati se non avete mai incontrato persone che la pensano così, che vogliono tenersi la loro passione per la loro cerchia ristretta e sicura, come se gli altri “estranei” potessero trasformare in chissà che modo l’oggetto della mania, perché più c’è seguito, più c’è il rischio che quella determinata cosa diventi commerciale, mainstream, che perde la scintilla che ci aveva catturati, ma come spiega egregiamente Comandini, dietro ogni oggetto del piacere che sia un libro, un fumetto, un videogioco, un film, c’è sempre un’azienda che lo ha prodotto, il cui intento è vendere e arrivare a quante più persone possibili, quindi il fenomeno del gatekeeping oltre ad essere un fatto discriminatorio, è anche un po’ una sorta di scollamento dalla realtà.

Comunque, sia che vogliate saperne di più di alcuni fenomeni, sia che volete ridere sulla stramba programmazione televisiva italiana o che volete riassaporare quel momento perfetto della vita in cui Lady Oscar era l’idolo supremo, dovete leggere Nerdopoli, che scorre velocissimamente portandovi in un turbinio di ricordi e bellissimi sentimenti, potrebbe anche avvicinarvi a qualche nuova mania, io ad esempio mi sono appuntata una serie di boy’s love grazie al primo articolo di Susanna Scrivo.

Beastars

Per chi ha nostalgia di Bojack Horseman o del più “candido” Zootropolis la soluzione potrebbe essere fare un bel binge-watching della prima stagione di Beastars, anime della Orange Production tratto dal manga omonimo di Paru Itagaki e che fa parte del catalogo di Netflix

Infatti i temi principali della serie richiamano una sorta di legame con le opere citate, che non sembrano avere niente in comune tra loro: un universo di soli animali antropomorfi – gli umani si affiancano a essi solo in Bojack – i rapporti tra le diverse specie e la difficile convivenza tra la classe dei carnivori e quella degli erbivori. Il tutto è mixato nell’atmosfera giapponese dei tipici anime adolescenziali, divise scolastiche, situazioni adolescenziali e un po’ di patemi amorosi. 

La storia è ambientata principalmente nell’istituto privato Cherryton, all’alba di un evento tragico: l’omicidio di un alpaca di nome Tem. Inizia così a farsi strada, ancora una volta, la diffidenza degli erbivori della scuola verso i compagni carnivori, fortemente discriminati per la loro natura aggressiva. 

Uno di questi è Legoshi, un lupo grigio in possesso di un’innata sensibilità con cui cerca di limitare sé stesso mostrandosi schivo e mansueto. Le cose cambieranno a causa (oppure per merito?) di un particolare incontro con la coniglietta Haru che lo metterà di fronte ai suoi istinti, facilmente interscambiabili: la vede come oggetto di desiderio o come preda?

Con i suoi dodici episodi (e una seconda stagione in arrivo) Beastars riesce a catturare, anche grazie ai cliffhanger e al clima di tensione generale che si ricrea anche nelle varie dinamiche: una tra tutte quella tra Legoshi e la star del club di teatro, il cervo rosso Louis che cerca di farsi spazio nel mondo grazie alla sua popolarità e alla sua ambizione, ma non riesce ad accettare la sua condizione di erbivoro – che lo rende certo più debole – e disprezzando chi, come Legoshi, non sa essere fiero della propria superiorità fisica, del suo status di predatore. Chi vedrà la serie doppiata riconoscerà subito nella sua voce il grande Flavio Aquilone, che sembra dare vita a un Light Yagami versione animale (le caratteristiche per ora sembra averle tutte!). 

Spesso viene dato spazio ai vari personaggi secondari, concedendoci di entrare nei loro pensieri: i più divertenti e ricchi di “empowering” sono decisamente quelli della gallina Legom e della sua missione di vita.  

Per quanto sembri un classico anime adolescenziale di amoretti, ci sono molti elementi che lo rendono differente. C’è molta tridimensionalità nei personaggi che evitano di sembrare scontati: tutte le specie, carnivori ed erbivori, hanno i loro pregi e difetti anzi, quelli che ne pagano di più il prezzo sono stranamente quelli considerati più forti, che subiscono attacchi di bullismo e di isolamento a causa del pregiudizio. Sorprendentemente anche il personaggio di Haru vive una sorta di dualità del suo essere, che la rende oggetto di pettegolezzi e derisioni ma spinta da una motivazione forte, fuori dalla semplice apparenza. La tridimensionalità si avverte anche nelle ambientazioni, che si estendono al di là della scuola: i ragazzi visitano la città e scoprono a loro spese il prezzo che ha il compromesso della convivenza pacifica.

Un’ultima nota è da dedicare alla sigla, stravagante e meravigliosa, realizzata mediante lo stop motion in cui Haru e Legoshi si muovono tra il giorno e la notte, sempre sul filo del rasoio riguardo al loro rapporto e al modo in cui viverlo. 

Maria Chiara Paone

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