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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

Maggio 2020

Come gente normale, H. Lin

Uscito in Italia qualche giorno fa (il 6 per l’esattezza, per Edizioni BD), Come la gente normale del canadese Hartley Lin è un esordio, che ha vinto il Doug Wright Award, è in nomination agli Eisner nel 2018 – e tra le cinque migliori grapihc novel del 2018 secondo Publishers Weekly.

Non ho mai letto un fumetto che avesse come protagonista una paralegale, o un avvocato. In realtà non ho neanche mai letto libri che avessero come protagonisti avvocati, qualche serie sì. Mia madre è fissata con le serie in cui si passano ore al tribunale parlando dei peggiori crimini. Sono cresciuta a pane e JAG (vi prego, ditemi che vi ricordate di Avvocati in divisa), ogni puntata di Law & Order era d’obbligo. Crescendo ne ho fatto volentieri a meno di questo filone di intrattenimento, tranne per due eccezioni: The Good Wife e Mad Dog che è finanziario – avvocatese.

In Come la gente normale conosciamo subito Frances, paralegale di un grande studio di Toronto e subito siamo immessi in un circuito di crimini efferatissimi (e pratiche ad essi legati), grande classico del genere: il caso di cannibalismo. Ma non è questo il punto della situazione, Frances lavora benissimo, colpisce i suoi referenti e subito arrivano maggiori responsabilità, viene infatti trasferita alle dipendenze di “Uno dei quattro angoli del 25° piano […] Quello che porta i clienti più grossi.” Ed è un omone gigantesco, accanto a cui Frances diventa minuscola. È inglobata nel lavoro, non dorme, non ha una vera e propria vita sociale, tutto quello che vuole è migliorarsi e soprattutto non perdere il lavoro. Vorrebbe una vita come le persone normali, anche un sonno tutto sommato e cerca ogni escamotage per dormire. Devo dire che anche io nel mio periodo insonne mi sono abbandonata ai suoni rilassanti per sconfiggere l’insonnia, adoravo le onde del mare, ma non stiamo parlando di me adesso.

Dunque sì, Frances: è una ragazza alla mano, gentile, sempre con i piedi puntati per terra, forse un po’ troppo. Concreta e crudele con sé stessa al punto di non riuscire a godersi una telefonata senza ansie e paure. Il lavoro per lei è qualcosa di totalizzante, investe ogni piccolo aspetto della sua vita, come una marea la travolge, ma Frances non molla, continuerà a perseguire i suoi obbiettivi, nonostante le difficoltà e anche se riceverà delle proposte veramente allettanti, non smetterà mai di inseguire i suoi obbiettivi.

Da contraltare a Frances c’è Vicky, una ragazza solare, sempre in cerca di attenzioni, festaiola e allegra. Anche lei ha dei sogni e una carriera lanciatissima in cui investirà tutta sé stessa, ma lo farà senza dimenticarsi le cose che le piacciono, senza smettere di festeggiare e di sentirsi diva. Ha un equilibrio diverso da Frances e sicuramente moltissimo amor proprio rispetto a lei. Anche se agli antipodi, sono due persone che riescono a vivere quasi in simbiosi, insomma l’una colma le mancanze dell’altre. Sicuramente leggendo questo fumetto vi sentirete più Frances o più Vicky, io sono assolutamente più Vicky, ad esempio.

Davvero interessante in questo lavoro è il focus anche se breve in relazione alla trama, sul femminismo e sugli ambienti di lavoro difficili. C’è la volontà di dimostrare che si può lottare per i propri diritti essendo molte cose e che non c’è un tipo di donna tosta migliore di altri. Siamo tutte donne toste e soprattutto sono state tutte donne toste coloro che hanno subito angherie, molestie, discriminazioni sul luogo di lavoro solo per il fatto di essere donne e che hanno lottato strenuamente per cercare di migliorare gli ambienti e di lasciare quanto più possibile alle future donne sempre migliori spazi in cui lavorare.

La storia di queste due ragazze in questo fumetto diventa storia generazionale, di giovani che investono su loro stessi, che non mollano, che sono onesti, genuini e che cercano in tutti i modi di farsi largo nel mondo del lavoro, un mondo ostico e sicuramente molto mutato, soprattutto ultimamente. I millennial vengono raccontati in modo finalmente concreto, non come bambini lasciati alla deriva, incapaci di pensare a loro stessi, figurarsi ad avere un lavoro, mantenerlo e farlo pure bene.
Siamo sempre stati rimproverati di essere cresciuti nella bambagia, di essere una generazione di privilegiati, di scansafatiche, di assoluti buoni a nulla. È impensabile che si scommetta su di noi e sulla nostra riuscita, a qualsiasi età siamo troppo giovani, qualsiasi percorso di studio pur se qualificato è troppo teorico, troppo lacunoso o semplicemente troppo troppo, quindi come potremmo farcela nella vita vera, dove ci sono sempre lupi pronti a sbranarci? Siamo un disastro o almeno è quello che si pensa sulla nostra generazione. Questa storia invece evidenzia tutta la tenacia, l’organizzazione, la meticolosità che siamo capaci di mettere in campo, nonostante luoghi di lavoro duri, nonostante pochi stimoli, nonostante vorremmo altro. Ci impegniamo e lo facciamo bene, sia che ci piace stare con i piedi per terra e moriamo d’ansia ogni secondo come Frances, sia che adoriamo le feste e ci dimentichiamo delle scadenze come Vicky.

Il giardino delle delizie, J. C. Oates

Carleton Oates era il nonno della scrittrice Joyce Calor Oates, che con Il giardino delle delizie inaugura l’Epopoea Americana, una quadrilogia di romanzi (tutti pubblicati in Italia dal Saggiatore) in cui vengono descritti americani alle prese con il loro essere cittadini e con le conquiste delle loro epoche e vite. Il sogno americano e il suo mito sono al centro della narrazione dell’Epopea, che viene raccontata nei vari volumi, dal punto di vista di personaggi e classi sociali differenti. Carleton Oates era un alcolizzato, un proletario, un appartenente al white trash ed è colui che dà il nome al personaggio che anima la prima parte del romanzo: Carleton Walpole, che è un po’ come il nonno della Oates.

Sono testardi i Walpole, uomini di parola, forti, intelligenti. Carleton, la moglie Pearl e i suoi figli viaggiano su un pullman insieme ad altri braccianti, si spostano di continuo in base alla stagione, in tutti i luoghi d’America, per raccogliere fagiolini, arance, fragole, pomodori. Hanno delle capanne o piccoli fabbricati in ogni posto, nessuna casa, nessun luogo stabile. Carleton è fermo, serioso, ma perde le staffe facilmente quando beve e di questo farà le spese sua figlia Clara. Anche se il romanzo è diviso in tre parti che hanno il nome di tre uomini: Carleton, Lowry e Swan, la protagonista indiscussa è Clara, che con la sua presenza massiccia irrompe, cambia, deforma, si appropria delle vite di tutti coloro che attraversano la sua esistenza.

Clara è figlia di Carleton, amante di Lowry e madre di Swan. Nel libro è rappresentata e raccontata in tutte le sue sfaccettature: da bambinetta innamorata di suo padre, a sboccata adolescente pronta a tutto pur di abbandonare la feccia bianca di cui lei stessa fa parte, fino a diventare dipendente dall’amore per Lowry e madre apprensiva nei confronti di Swan. Tutto il suo pesante vissuto, i soprusi, le violenze, non fanno desistere Clara dal sognare una vita migliore, dal diventare quello che i suoi familiari e antenati non sono mai stati. Ad ogni costo lei deve raggiungere il sogno americano: la ricchezza, i vestiti, una casa grande, un porto sicuro.

Nonostante attraverso sacrifici e sotterfugi riuscirà ad ottenere molto di ciò che vuole, Clara è manchevole di una cosa: l’istruzione. Questo la porterà a proiettare sul figlio nuovi desideri, nuove speranze e tutto ciò che lei, nonostante si sia innalzata da semplice feccia a Signora Revere, non ha mai avuto. Swan si fa carico così dei desideri della madre, delle necessità del padre, del peso che si porta dietro dopo quello che è successo ai suoi fratelli, sarà un fardello enorme, che non lo farà arrivare mai a raggiungere il suo di sogno americano.

Non sono d’accordo con chi dice che il sogno americano proiettato nel romanzo da Joyce Carol Oates, sia semplicemente l’arricchimento, senza scrupoli e senza fatica. Clara ha faticato moltissimo, da bambina lavorava insieme a tutta la sua famiglia come bracciante, non ha ricevuto alcun tipo di educazione, sapeva solo come andava il mondo dei suoi simili. Si è ingegnata, ha mentito, è stata poco corretta, ma non si può dire che sia una persona totalmente senza scrupoli. Ha pianificato tutto, nei minimi dettagli, rischiando moltissimo, ma facendo in modo che nessuno si facesse male, che il mondo squallido e terrificante che aveva lasciato non venisse più a fare visita né a lei né alle nuove persone che ora fanno parte della sua vita. Ha lasciato la violenza, la brutalità, la bestialità di quello che conosceva per abbracciare una nuova vita, ricca certo, ma anche serena.

Clara ha anche lasciato l’amore della sua vita, si è allontanata dalla sua famiglia, dal padre che tanto amava. Il raggiungimento del nuovo status e della ricchezza non è stato facile e privo di sofferenza. La sofferenza è il reale protagonista di questo libro, anche quando Clara si reputa felice, anche quando sposa Revere, quando ha una casa immensa e talmente tanti soldi che non sa che farne. C’è un’ombra, una patina di tristezza che la segue sempre e dovunque, fino alla fine, fino a quando Swan…

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