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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

Maggio 2020

Il sogno del villaggio dei Ding, Y. Lianke.

Non credo ci sia momento migliore di questo per leggere Il sogno del villaggio dei Ding edito da Nottetempo, cronaca romanzata della diffusione dell’AIDS nella provincia di Henan, in Cina negli anni ‘90, scritta da Yan Lianke. C’è una febbre che divora, consuma, che sembra diffondersi più velocemente di qualsiasi altra cosa, sembra propagarsi nell’aria. Tutti sono fiaccati, distrutti. C’è chi è malato, privo di forze, di appetito e chi assiste i malati, conscio che forse quel momento arriverà anche per lui. La chiamano semplicemente febbre o più evocativamente ondata rosso sangue, perché i corpi dei malati si riempiono di pustole che scoppiano e poi basta un graffio, minuscolo, imprevedibile, per raggiungere la fine.

Pensare che il Villaggio dei Ding inizialmente aveva dato un sacco di problemi al governo: i cittadini di vendere il sangue proprio non ne volevano sapere, fino a che il guadagno e l’avarizia non hanno preso il sopravvento. Si guardano intorno gli abitanti del Villaggio o meglio, devono guardarsi intorno. Il governo gli impone di fare delle gite d’istruzione, per far vedere come sono diventati lussureggianti i villaggi vicini, quelli che non hanno avuto remore nell’accettare le proposte del governo. Incantati dalla facilità del guadagno, dalla prospettiva di una vita ricca in cambio di cosa poi? Un po’ di sangue? Gli abitanti si lasciano convincere, all’inizio ancora un po’ titubanti, ma quando iniziano ad arrivare davvero i soldi un’ondata, anzi una marea di persone si convince che vendere sangue è cosa buona e giusta. Non c’è nessuna protezione per loro, ma come potevano sapere che vendere sangue potesse essere così pericoloso?

Ad una prima organizzazione governativa si sostituiscono ben presto organizzazioni private che si assicurano di prelevare il sangue richiesto dalle autorità, tra queste organizzazioni brilla quella del primogenito dei Ding, che diventa in poco tempo il più ricco del villaggio. Lui voleva ottenere quanto più sangue possibile, cosa importa se si dovevano fare controlli prima? Se la gente stava bene perché non avrebbe dovuto vendere il suo sangue ogni 10, perché aspettare 15 giorni o addirittura un mese? Poi quante storie, per un po’ di sangue! Meglio risparmiare usando lo stesso batuffolo di cotone su più persone per pulire, no? Cosa ce ne dobbiamo fare mai di aghi sterilizzati, tanto la gente sta bene, è felice, il governo la sta riempendo di cibo, gioia, benessere, cosa mai può andare storto? (In alcuni casi chi gestiva il traffico locale, visto che i contadini erano fiaccati dalle vendite continue si premurarono di reinfondere il sangue, dopo che era estratto il liquido plasmatico, che era la cosa che interessava al governo, al modico prezzo di 5 yuan.)

“Nelle città e nelle campagne i dottori piangevano disperati di fronte all’avanzare della malattia, ma al Villaggio dei Ding, un medico, seduto tutti i giorni in strada, rideva.”

Il Maestro Ding sa che quella febbre non è semplice febbre, si tratta di una malattia nuova, che pare chiamino AIDS, forse si sopravvive qualche mese, anni, una volta che è arrivata non si può più tornare sani, però sembra che stiano trovando una cura, un vaccino. In fondo il governo Cinese tiene così tanto ai suoi cittadini, non permetterà che questa febbre si diffonda ancora.

(Fino a pochi anni fa, vendere sangue era l’unico modo per sopravvivere nelle regioni più povere della Cina. In realtà le donazioni di sangue dovevano essere gratuite, ma le autorità pagavano fino a 160 yuan per 600 cc di sangue. Nella Contea di Yunxian c’era un centro di raccolta nato nel 1998 che in 11 anni ha accolto circa ventimila persone, raccogliendo sessantamila sacche di sangue all’anno, per un giro d’affari di oltre 10 milioni di yuan. Questo circolo di sangue doveva arricchire il paese attraverso la vendita di plasma liquido alle industrie biotecnologiche dei paesi esteri. Solo con lo scoppio dell’epidemia di Sars nel 2003 il governo ha cambiato le regole, ora il governo continua ad incoraggiare la donazione volontaria, tra individui sani dai 18 ai 55 anni, ma in centri specializzati e a titolo gratuito.)

C’è speranza, nel cuore del maestro Ding, che come sempre cerca di fare la cosa giusta. Lui, il custode della scuola, trasforma quell’edificio, ormai abbandonato, scheletro inerme che un tempo era stato contenitore di sorrisi, giochi, lezioni, in un ricovero per i malati di febbre. Sembra non aver minimamente paura che quella malattia possa colpirlo, si fa in quattro per cercare di alleviare le sofferenze dei malati del villaggio, istituendo una comune, in cui i malati vivono tutti insieme e possono mangiare, riscaldarsi, passare momenti di vita tranquilli senza poter essere un pericolo per i loro familiari ancora sani. Sembra andare tutto benissimo, ma poi iniziano ad esserci scandali su scandali che costringono il Maestro Ding a lasciare la sua posizione e ad affidare la gestione della scuola ad altre persone. La causa di tutti i mali del villaggio dei Ding sembrano essere i figli del Maestro. Il più grande non solo ha portato avanti la più spregiudicata compravendita di sangue, ma ora specula anche sulle morti, comprando e rivendendo bare che sono diventate un bene di prima necessità in una provincia in cui ci sono più morti che vivi. Purtroppo il secondogenito non è da meno, pazzo, cieco d’amore e anche di febbre tenta di divorziare dalla moglie, di passare le sue ultime giornate con la splendida Lingling, moglie del cugino, anche lei malata, devono consolarsi a vicenda, per sopravvivere almeno un altro po’. I figli. Che problema enorme per il povero Maestro Ding, rispettato e amato da tutti, deve cedere tutto ciò che ha perché i suoi figli non hanno avuto un minimo di scrupolo e di dignità, hanno ciecamente seguito i più bassi istinti di guadagno e di lussuria. L’unico discendente che sembra avere la tempra del Maestro sembra essere suo nipote, è sua la voce che ci racconta la storia del Villaggio, una vocina esile, dolce, strappata dalla vita a 10 anni, perché era figlio di suo padre.

Quella prosperità promessa e assicurata dalle autorità cinesi è stata cancellata da una sola sicurezza: la morte. Il Villaggio dei Ding, si prosciugherà come il letto del Fiume Giallo su cui sorge, le persone muoiono di continuo, la morte è così terribilmente presente che lascia totalmente indifferenti, si usa di tutto per costruire una bara, si tagliano tutti gli alberi, si demoliscono armadi, tavoli, lavagne e una volta che la bara è pronta ci si rilassa: si può morire. È di certo un’epidemia completamente diversa, ma in alcuni momenti, durante la lettura, mi sono chiesta se Yan Lianke non stesse anche descrivendo quello che stiamo vivendo ora, senza certezze, con l’ombra di una cura che forse arriverà, ma chissà quando.

“Con la morte in agguato dietro alle porte, chi aveva ancora voglia di coltivare i campi, di uscire di casa per andare a lavorare e a guadagnare soldi? Si restava chiusi in casa, porte e finestre sbarrate, per paura che la febbre trovasse uno spiraglio per intrufolarsi. A dire il vero, la si aspettava, la febbre. Si aspettava e si stava in guardia, giorno dopo giorno. Qualcuno diceva che il governo avrebbe mandato l’esercito con grandi camion a prelevare tutti i malati e li avrebbe portati nel deserto del Gansu per seppellirli vivi, come si faceva una volta, secondo la tradizione, durante le epidemie di peste.”

Il sistema del tatto, A. Costamagna.

Andare e venire, uscire, finalmente poter andare fuori di casa, fuori dall’Argentina. Una bambina, una semplice bambina come Ania può farlo, ma viaggiare non sembra essere il destino di Augustin, cugino del padre di Ania e personaggio più meraviglioso de Il sistema del tatto, libro di Alejandra Costamagna, in uscita domani per Edicola Edizioni.
Augustin è un aspirante dattilografo e un appassionato di libri noir e gialli che ogni estate vede Ania giocare nella sua casa, a Campana. Sembra che quella bambina accolga tutto con sufficienza, con superficialità e infatti è con questo sentimento che sembra accogliere i libri che Augustin le propone, anche se poi ne discutono insieme. In realtà sembra che Ania accolga tutto con leggerezza e superficialità, sembra sempre stanca di agire o forse più che stanca è semplicemente annoiata dalla vita che ha, niente sembra avere presa su di lei, né da bambina, né da adulta.

Sono vari i piani narrativi di questo libro, si intrecciano i punti di vista di Ania bambina e quelli di lei da adulta, che deve, purtroppo, presenziare al funerale di Augustin in vece del padre. Che poi come si presenzia ad un funerale? Sì lei ricorda Augustin, lo ricorda bene, ma cosa si risponde alle condoglianze? Come si manifesta il proprio dolore?

Il racconto della Costamagna è un continuo andirivieni tra passato e presente, tra le esperienze di Ania che non riesce a dormire ed ha un fidanzato di 25 anni più grande di lei, di Augustin che strenuamente non smetterà mai di praticare la dattilografia e di Nelida che ha dovuto lasciare l’Italia per sposare un suo cugino, in Argentina, e che viveva in un mondo suo, nostalgico e malinconico mondo che sembra aver trasmesso al figlio, sempre preoccupato per le sorti della chilenita, che anche se solo durante le vacanze si trova in un paese straniero e lui ha sempre paura che possano farle del male, d’altronde i cileni non sono ben visti, tanto meno suo padre, un rosso.

La Costamagna in questo libro ci presenta il distacco in moltissime sfaccettature. Prima c’è quello di Nelida, che deve, anzi è costretta a staccarsi dalle sue sicurezze, dalla sua vita piemontese, da sé stessa quasi, per abbracciare una nuova vita di cui lei non aveva mai fatto richiesta, ma che dovrà vivere per forza, per accontentare la sua famiglia. Poi c’è il distacco di Augustin, dalla vita. Lascia una traccia in tutti quelli che ha conosciuto Augustin e lascerà una traccia anche in voi lettori, è caparbio, appassionato e soprattutto è una delle voci del romanzo, quella che intervalla gli andirivieni temporali di Ania, e che viene presentata graficamente anche in modo diverso rispetto al resto della narrazione, noi lettori infatti siamo estremamente fortunati a poter leggere le sue prove di dattilografia, le sue lettere di presentazione e il suo manuale per una buona scrittura a macchina.

Poi c’è Ania, che con la morte di Augustin si deve distaccare dal passato. Andrà in Argentina, tornerà in quella casa che ha il sapore dell’infanzia ma che non ha più nessun abitante, si tufferà nei suoi ricordi e anche in quelli di Nelida attraverso le sue fotografie e le sue lettere e in quelli di Augustin, con le sue prove di stampa, attraverso una scatola che non aveva mai notato, ma che dovrà lasciarsi alle spalle, perché in fondo la vita va avanti.
La storia familiare de Il sistema del tatto, che attraversa diverse generazioni, potrebbe essere la storia familiare di moltissimi degli italiani che sono emigrati in America Latina, in cerca di ricchezze e fortune che non sempre si sono poi materializzate. Due dei fratelli di mio nonno sono stati in Sud America, uno in Venezuela ed uno proprio in Argentina e anche zio Mario come Augustin ha fatto capatine veloci a Mar Del Plata, senza mai andare troppo lontano da casa sua. Augustin è il quadro di quel parente particolare, un po’ sopra le righe che abbiamo in tutte le famiglie, ed è secondo me la vera forza di questo romanzo, perché chi non ha fatto esperienze di distacco e di emigrazione forse non riesce ad empatizzare pienamente con Nelida e Ania, ma Augustin ha tutto un suo modo di essere, che ti porta a volergli bene, si riesce a familiarizzare con lui ed anche quando ormai non c’è più rimane una presenza fissa nel romanzo a ricordarci di che meraviglioso personaggio sia.

Febbre, J. Bazzi

«Il mondo va avanti anche se io sono in pericolo – Non fare la vittima. Ma è vero: per ogni malato la sua condizione è un evento assoluto. L’enigma che dovrebbe fermare il corso del tempo, la vita degli altri».

Questo pensiero, formulato ormai più di un anno fa da Jonathan Bazzi in Febbre (Fandango Libri) – ora presente nella dozzina di candidati al Premio Strega – sembra descrivere pienamente la situazione che stiamo vivendo in questo momento con la pandemia in circolazione, a prescindere dal numero delle fasi a cui siamo arrivati. 

Anche questa febbre, fin dal principio leggera ma debilitante, è sintomo di qualcosa di più grande: dopo aver fatto le analisi Jonathan scopre di essere sieropositivo. Da qui parte una narrazione estremamente autobiografica, che si altalena in perfetto equilibrio tra passato e presente, tra il prima e dopo la scoperta: il suo concepimento, una crasi tra i suoi genitori destinata a non durare, l’incontro con l’infettivologo, la sua infanzia a Rozzano, quasi un non-luogo della periferia milanese, («Rozzano è Milano, ma non è Milano. […] A Rozzano tanta gente ha origini meridionali, ma Rozzano non è Sud. È una specie di Sud senza il calore del Sud. […] È Sud raffreddato, senza mare, senza famiglia, senza più tradizioni»), il dialogo con la madre Tina e il compagno Marius, una triade che si farà forza in questo nuovo mondo con l’HIV, il rapporto con l’amore e il sesso, divisi fino a un certo punto seccamente in due metà distinte.  

«I ragazzi di cui mi innamoro e gli uomini che cerco per gli incontri occasionali. Bene e male, angeli i primi, minotauri i secondi. […] ragazzi giovani, visi bellissimi, occhi, bocche, mani, stelle, barbe bionde, fiori di luce, ecco l’amore. […] pezzi di carne senza testa, gente di spalle, muscoli, piedi, rettili e buio, sfondo rosso scuro, la furia dell’anonimato».

Immergendosi nella storia sembra che questa febbre, arrivata a manifestare l’immunodeficienza, sia l’ultima materializzazione di uno stato sempre presente in Jonathan, che si fa strada dai tempi delle medie prima e delle superiori poi e che si esprime in ossessioni di vario tipo: l’acquisto compulsivo di tarocchi, il disagio che gli provoca il suo balbettare, la scelta dilaniante dell’avviamento professionale – che gli consentirà di parlare di meno – e il bisogno a metà tra il necessario e lo smanioso di uno studio matto e disperato.  

L’identità è il perno su cui ruota tutto il racconto ma non è sinonimo di autoreferenziale, anzi: all’inizio la scoperta della malattia è vista come l’ingresso in una realtà più grande, comunitaria perché sì, il virus potrebbe colpire chiunque indistintamente e Bazzi lo descrive in un pezzo di immedesimazione che va riportato integralmente per goderne a pieno, come se si leggesse di un viaggio mistico quanto tragico: «Sono stato in Africa, sono stato ad Haiti, sono stato a New York, in California, sono stato in tutti gli Stati Uniti – raro cancro osservato in 41 pazienti gay, deficienza immunitaria correlata all’omosessualità –, sono stato in Brasile, sono arrivato in Europa, sono stato scimmia, membro della tribù, partner inconsapevole, attore porno, aspirante cantante, e poi sconosciuto, donna tradita, danzatore, tossico, escort, parrucchiere, dirigente d’azienda, sportivo paziente a cui è andata male, marito infedele, impiegato, senzatetto, figlio di balordi, attivista, prete, drag queen, ragazza transgender, professore, casalinga, medico, operaio, poeta, fotografo, madre che l’ha trasmesso al figlio untore, vendicatore, adolescente alle prime esperienze, vittima di stupro: il virus è stato in tutti questi corpi, li ha attraversati, sfruttati, erosi. Le persone finiscono, sono finite: quei corpi non esistono più. Invece lui è sopravvissuto, immortale, li ha trascesi, va oltre. È passato ad altri – in altri, in altre – arrivando fino a qui». 

Ma a un certo punto quella stessa diagnosi che aveva spezzato irrimediabilmente in due la sua vita, che gli ha aperto gli occhi sulla mortalità, sembra passare quasi in secondo piano perché visita dopo visita, pastiglia dopo pastiglia non è più la cosa che l’ha segnato ma parte integrante del suo essere: «L’HIV è una mia caratteristica reale, incontrovertibile. Una delle tante. […] E allora? Condizione corporea, oggettiva. Non decisa, scelta, voluta: il virus in realtà non dice niente di me, non dice niente di chi ce l’ha. […] Ho deciso di essere un sieropositivo che si lascia individuare, che racconta più che lasciarvi immaginare».

Da qui questo report, questa confidenza-manifesto in cui ognuno può trovare il suo angolo di immedesimazione. 

Maria Chiara Paone

How to: Leggere in inglese.

Da ormai un po’ di tempo ci siamo addentrati nella lettura in lingua, dopo che cerchiamo di vedere film e telefilm solo in inglese. Quando lo raccontiamo le persone ci guardano strano, ci chiamano coraggiosi, ma in realtà non stiamo andando ad acchiappare fantasmi, cioè leggiamo in inglese e vi possiamo assicurare che non è nulla di così estremo. Se ci siamo riusciti noi, voi potete farlo tranquillamente. Ecco quindi i nostri 5 punti su come affrontare più o meno serenamente e con molta calma la lettura di un libro in inglese.

  1. Iniziate dall’inizio.
    Non credo sia troppo utile per incrementare le vostre capacità di lettura leggere come primo libro l’Ulisse di James Joyce, inizialmente magari sarebbe il caso di mantenervi bassini con le pretese. Noi ci siamo battezzati con un libro per adolescenti, siamo stati particolarmente attratti dalla sua copertina, sapevamo fosse una storia banalotta e moderna, quindi ci potevamo arrivare: Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe di Benjamin Alire Sáenz, niente di metafisico si tratta di un normalissimo Young Adult, che ci ha aiutato a familiarizzare con la lettura in inglese e ovviamente a scoprire qualche termine. Puntate su libri per ragazzi per abituarvi a quello che verrà dopo.
  2. Meglio le cose note.
    Un altro consiglio che sentiamo di darvi è familiarizzare con la lingua attraverso qualcosa che conoscete bene, soprattutto se volete leggere un classico in cui ci sono termini desueti e costrutti che magari non conoscete troppo bene. Abbiamo letto, anzi riletto in inglese A Christmas Carol di Charles Dickens che insomma suvvia, chi non l’ha letto, e anche se c’era qualcosa che non ci suonava troppo noto, non abbiamo avuto problemi. Vogliamo assolutamente leggere in inglese anche Harry Potter, pilastro della nostra adolescenza, secondo noi ci può aiutare moltissimo.
  3. Cosa vi piace?
    Dopo aver iniziato ad entrare nel mondo dell’inglesità, è ovvio che non potete leggere solo cose per ragazzi o roba che avete già letto, quindi scegliete qualcosa che vi piace e buttatevi, ci raccomandiamo la pazienza. Leggere in inglese può essere devastante in alcuni casi, lentissimo, ma non demordete poi andrà sempre meglio. Se almeno il libro che avete scelto ha una tematica o un genere che vi piace allora tenete duro e finitelo, noi ci abbiamo messo una vita a leggere Emma di Jane Austen perché alcune parole non riuscivamo a trovarle neanche sul vocabolario, alcuni costrutti proprio non sapevamo come decifrarli, però poi è andata sempre meglio e lo abbiamo finito, contentissimi.
  4. Appunti.
    Una cosa che facciamo sempre quando leggiamo in inglese è appuntarci le parole nuove, che sia su un quaderno o direttamente sul libro, scrivere la traduzione ci aiuta a memorizzarla. Ovvio non traduciamo e ricerchiamo proprio tutte, tutte le parole che non conosciamo, molte frasi e concetti riescono ad essere interpretati anche senza conoscere tutti i termini, cerchiamo però sempre di appuntarci quanto più è possibile, anche se è ovvio che non immagazziniamo tutto ciò che traduciamo, però anche una parola nuova al giorno è una grande conquista.
    Ovvio che andare a cercare le parole di volta in volta e appuntarsele fa rallentare molto tutto il processo, però un po’ di lentezza oggi, più velocità domani.
  5. Traduzione simultanea.
    Sì questa cosa vi farà rallentare ancora di più ma con noi funziona perfettamente. Mettetevi in piedi (ma pure seduti eh) e cercate di tradurre simultaneamente ciò che leggete ad alta voce, così capite se state effettivamente traducendo bene quello che leggete e se effettivamente ha senso nell’universo e non state dando per scontato di sapere le costruzioni grammaticali e di conoscere il lessico. Quando dite ad alta voce in italiano ciò che c’è scritto in inglese, riuscite meglio a costruire la frase e vi rimarrà più impresso ciò che state leggendo, noi applichiamo questo metodo soprattutto alla saggistica, perché se non si legge integralmente e non si capisce un saggio era meglio leggere Diva&Donna. Noi stiamo leggendo The Beauty Myth di Naomi Wolf e in realtà anche se stiamo applicando il metodo della traduzione simultanea non ci stiamo mettendo molto, è molto più spedita la lettura di questo saggio che quella di Emma che è un romanzo che leggevamo cercando di estrapolare più concetti possibili, senza però applicare questo processo.

Poi non è detto che dobbiate leggere per forza in inglese, noi lo facciamo per non arrugginirci troppo, ma non è che chissà che numeri sappiamo fare con l’inglese, cioè fa sicuramente bene, ma manco fa i miracoli, queste sono solo delle dritte che vi diamo, soprattutto per farvi capire che non ci vuole granché a leggere in lingua!

Emma, J. Austen.

“Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una dimora confortevole e una felice disposizione d’animo, pareva riunire in sé alcuni dei maggiori vantaggi dell’esistenza; ed era vissuta in questo mondo per quasi ventun anni con pochissimi motivi di angustia e di irritazione.
Era la minore delle due figlie di un padre affettuosissimo e indulgente e, in seguito al matrimonio della sorella, aveva assunto assai presto il ruolo di padrona di casa. Da troppo anni perché lei potesse ricordarne poco più che vagamente le carezze le era morta la madre e il suo posto era stato occupato, in qualità di governante, da una donna eccellente, il cui affetto era stato di ben poco inferiore a quello di una madre.”

Elif Sakalli

Emma ha tutte le grazie del creato, donzella meravigliosa vive insieme ai suoi gioviali amici e familiari in una tenuta grandiosa e la sua unica occupazione è andare a far visita alle amichette e fare gradevoli feste danzanti. Emma è un personaggio molto particolare, soprattutto se la caliamo nella sua epoca: l’Ottocento. Ho letto tante cose su Emma, tanti pareri che io non condivido, ho letto che viene definita come l’anti eroina della Austen, e che paragonata agli altri personaggi creati dalla spettacolare penna dell’autrice inglese non brilli così tanto, anche che suscita antipatie. No ma dico, stiamo scherzando? Emma è FAVOLOSA e forse la amo così tanto perché mi rispecchio in lei in una maniera spaventosa.

È una ragazza sicura, non di quelle fanciullette tutte tramortite dal mal di nervi e con le emicranie perenni e quella malinconia, che diciamocelo, investe ogni campo dell’esistenza; è vanitosa, lei è la migliore della sua specie: non c’è donna che possa competere con lei, non c’è uomo che possa ambire a soddisfarla. Vive nella sua casa, prendendosi cura del padre e spettegolando, spettegolando su tutti e tutte, creando matrimoni, favorendo unioni, insomma una vita come quella di Emma io non la cambierei per nessuna esistenza tutta amorevole di qualche sorella Bennet.

Emma e Mr. Knightley by Jenna Paddey

Ovvio che non ha fatto pratica con le nciucesse giuste la nostra cara Emma, perché addò vere e addò ceca, insomma la dote di scovare gossip e di auscultare unioni sentimentali deve essere un po’ raffinata, perché purtroppo in alcuni casi prende delle cantonate, ma l’arte dell’inciucio è così: ci vuole tempo per esprimerla al meglio. Emma è sicuramente sulla buona strada. Credo che la Austen con Emma abbia dato prova di grandissima modernità. Quello che le altre protagoniste dei suoi libri, ma in generale dei libri ottocenteschi non hanno è la forte indipendenza e sicurezza. Emma non si lascia abbindolare da sentimentalismi, ha la sua idea, il suo stile di vita e quello è dall’inizio alla fine. Mentre tutti intorno a lei si sposano, procreano e intraprendono un cammino di coppia, lei stoicamente continua nel suo proposito di non sposare nessuno: lei sta benissimo così, un uomo non le serve, ha tutte le qualità che una persona può desiderare, è pure ricca, ma che cosa se ne farà mai di un imbecille che le mette i bastoni tra le ruote, la stressa e non la lascia libera di fare quello che vuole. Soprattutto sa che sposandosi dovrebbe necessariamente cambiare casa, abbandonare suo padre e questo proprio non riesce ad accettarlo, ha le sue condizioni e se non può sposarsi alle sue regole, allora niente. La sua volontà di vivere e di rimanere indipendente è la chiave per comprendere la modernità di questo libro, che forse è più frivolo degli altri prodotti della Austen: ci sono capitoli interi sulle mele ottimali per la torta o per la calligrafia di uomini e donne, possiamo anche definirlo un divertissement, che però lascia una grande impronta.

Mo mi verrete a dire che Emma non è coerente con sé stessa fino alla fine, perché poi succede il fattaccio con Mr. Knightley e allora tradisce tutti i suoi propositi. No, non tradisce proprio nulla, perché anche se l’amore è imprevedibile e colpisce dove capita, Emma che non si rende conto di quanto il sentimento verso Giorgino sia maturato in lei e sia diventato importante, comunque non si mette nelle mani dell’amato, ma è sempre lei a gestire l’unione, il legame e infine il matrimonio e poi, riflettete su una cosa: dove va a vivere Mr. Knightley? Quindi chi è che ha mantenuto quello che voleva fino alla fine?

Emma, Mr. Knightley e Frank Churchill by Margana

Io vi consiglio assolutamente la lettura di Emma, che sicuramente nella prima metà del libro procede un po’ lenta, anche perché viene evidenziato molto il legame che Emma ha con Harriet e tutto ciò che ne deriva, però nella seconda metà si va spediti verso un finale comunque sorprendente, vi consiglio inoltre la visione dello splendido adattamento cinematografico uscito quest’anno. La regia di Autumn de Wilde insieme alla fotografia eccezionale di Christopher Blauvelt rende profonda giustizia a questo meraviglioso romanzo, tutto è rispettato, ci sono anzi delle battute riprese dalle parole della Austen e tutta la prima parte che vi dicevo essere più lenta è molto velocizzata. Emma è come la immaginavo, interpretata dalla bravissima Anya Taylor-Joy, sono rimasta molto colpita positivamente in realtà dalla scelta degli attori (ho amato Callum Turner nel ruolo di Frank Churchill, conosciuto grazie alla sua performance come Anatole in Guerra e Pace), unico neo la scelta di Mr. Knightley, che mi sono immaginata molto diverso dall’attore che lo interpretava, ma vabbè non si può avere tutto.

Dopo aver detto questo possiamo pure litigare, tra quello che ho detto su Emma e poi su Mr. Knightley sono pronta a difendere le mie posizioni.

Faith, A. Bochicchio – M. Bianchi

“1 di 4, sono la prima del quarto sbarco,
tra poco tocca a me, ho paura di essere
arrestata di nuovo.”

Faith ha una speranza, ha passato il suo compleanno a desiderare qualcosa: migliorare la sua vita, per farlo deve lasciare la sua famiglia, andare lontano. La speranza si trasforma in paura, Faith da ragazzina pronta a nuove avventure deve affrontare il viaggio della speranza, che la porterà a Lampedusa, dove ad attenderla ci sarà la vita che proprio non si meritava di vivere.
La storia che descrivono Andreina Bochicchio con i suoi testi e Marta Bianchi con i disegni riesce a trasmettere tutta la crudeltà che Faith deve subire. Grazie allo sfondo nero, alle pennellate che sembrano quasi coltellate che trafiggono l’animo di Faith, emerge tutta la paura, l’ansia, che deve affrontare questa ragazzina a cui è stato strappato tutto.

“Conosco Marta Bianchi da diverso tempo – ci dice Rossella Calbi, curatrice del volime- è una delle protagoniste del progetto itinerante dedicato all’illustrazione al femminile, Graphiste, che curo e seguo da diversi anni. Ho voluto approfondire questa collaborazione cercando un tema da approfondire, sapevo che Marta era anche una psicologa, ma non sapevo nello specifico di cosa si occupasse. Marta lavora a Roma con le vittime di tratta sessuale, per me era il tema perfetto da analizzare e su cui costruire un progetto. A quel punto l’idea della mostra si è evoluta in un progetto editoriale: ed è stata Marta a presentarmi Andreina. Andreina lavora a Palermo, temevo per la distanza, ma è filato tutto liscio perché le intenzioni sono state chiarissime da subito: raccontare una storia che si basava su verità ma che fosse rappresentativa. Non esiste una sola Faith, ma migliaia di donne, anzi di ragazzine, la cui vicenda è similare. Andreina ha elaborato un racconto poetico sulle sensazioni basate sulle migliaia di storie che ha sentito e dovuto affrontare, abbiamo lavorato assieme sul testo e Marta ha costruito delle immagini che descrivono tutta l’angoscia di una realtà che può finire bene. Io sono onorata di aver costruito un progetto con due donne che lavorano perché le migliaia di Faith possano scrivere la loro nuova storia.”

Per approfondire la storia di questo volume e più in generale del lavoro su cui si sono concentrate le autrici, abbiamo fatto qualche domanda ad Andreina Bochicchio, che ci ha chiarito la genesi di Faith e anche il procedimento della scrittura, che racconta in modo nebuloso e sognante quanto successo alla protagonista.

  • Ciao Andreina, sicuramente attraverso il lavoro importantissimo e necessario che svolgi, sei entrata in contatto con molteplici storie, con i racconti tragici delle persone che hanno rinunciato a molto, troppo, per raggiungere un luogo che non li ha accolti nel modo in cui speravano, come mai, tra le tante esperienze con cui sei entrata in contatto hai voluto soffermarti sul racconto di Faith?

La protagonista del racconto, Faith, è un personaggio di fantasia, non è una specifica persona che ho incontrato, non avrei mai potuto raccontare una storia realmente accaduta a una donna e ancor di più a una ragazzina incontrata da me. Questo racconto ripercorre in maniera non esplicita, ma nella forma di un sogno onirico, il viaggio che molte donne hanno realmente compiuto. Si tratta di una rappresentazione di elementi reali ma non riferibili ad una persona in particolare.

  • Una caratteristica molto particolare di questo lavoro è il fatto che venga indagata la mente di Faith, la protagonista, che parla in prima persona, delle sue paure e delle sue esperienze, ma non di tutte, anzi non ricorda o non esprime i momenti più drammatici e duri che ha vissuto, come mai avete deciso di non essere espliciti in relazione agli abusi e alle violenze subite da Faith?

L’obiettivo che ha spinto sia me che Marta a realizzare questo progetto non era quello di descrivere un vissuto che conoscendo profondamente rispettiamo al punto di non voler raccontare, ma volevamo dare spazio ai pensieri e alle emozioni di chi ingannato si trova a compiere un viaggio verso l’ignoto. Da questo punto di vista non vi era la presunzione di indagare una mente che non è la nostra, ma il desiderio di tradurre su carta le emozioni che solo riuscendo a immedesimarsi una volta tanto con l’altro, si riesce a provare, oltrepassando l’assuefazione che scaturisce da un certo tipo di narrazione.

  • Il sentimento maggioritario che viene sottolineato di Faith è senz’altro la paura, paura di venire meno alle promesse, di essere presa, di essere rispedita a casa, ma alla fine riesce a liberarsi da questa paura, almeno per chiedere aiuto. Qui si interrompe la narrazione della vostra storia, ci piacerebbe che ci parlassi di cosa succede a questo punto alle vittime della tratta che riescono a chiedere aiuto. Qual è l’iter da seguire, le procedure adottate per liberarle.

Le misure predisposte per la protezione delle vittime di tratta sono regolate da un articolo di legge del testo Unico dell’immigrazione. L’articolo 18 prevede un doppio binario di protezione, uno giudiziario e l’altro sociale. La differenza che intercorre tra i due attiene alla possibilità o meno di sporgere denuncia nei riguardi dei propri trafficanti, che non è vincolante o obbligatoria, dal momento che in sua assenza si attiva il binario della protezione sociale. Entrambi tramite consenso della vittima, prevedono il suo inserimento all’interno di un programma di protezione per un minimo di sei mesi, ma può essere anche prorogato in presenza di specifiche esigenze e che si conclude con il rilascio di un titolo di soggiorno, fondamentale per determinare maggior forza nel sottrarsi ai condizionamenti della rete criminale.

  • Com’è stato lavorare a questo volume, rapportarsi con i disegni molto cupi e angoscianti, come la storia che avete deciso di raccontare, com’è avvenuto il sodalizio che ha poi portato a Faith?

Sia Marta che io conoscevamo sin da prima di questo progetto il nostro modo di esprimerci attraverso la scrittura e il disegno e sapevamo che tra i due esiste una connessione tale da determinare una fusione armonica. Abbiamo deciso che avrei prima realizzato io i testi e poi lei le illustrazioni che hanno rappresentato esattamente il cupo universo onirico in cui si sono mossi i pensieri e le parole del viaggio della protagonista.

  • In questo periodo in cui stiamo sopravvivendo ad una pandemia e tutti i settori e le vite stanno subendo delle grandissime trasformazioni, com’è cambiato il tuo lavoro e quali sono i principali cambiamenti avvenuti in questi mesi in merito all’immigrazione e alla tutela degli immigrati?

L’insorgenza dell’emergenza sanitaria ha senza dubbio sottolineato le criticità preesistenti relative ai diversi aspetti che compongono la migrazione. Dare una risposta sintetica ma esaustiva non è semplice, tuttavia posso dire che in merito ai richiedenti asilo, le misure restrittive relative alla prevenzione della trasmissione del Covid19, hanno determinato un’ulteriore restrizione di libertà di movimento sia per le persone in transito sia per quelle che hanno vissuto un isolamento all’interno di luoghi non idonei alla prevenzione del contagio. A questo si aggiungano inoltre una serie di difficoltà relative alla sospensione di procedure amministrative dalle quali dipende la loro condizione giuridica e che hanno comportato anche un’interruzione del mio lavoro. Infine per quanto invece riguarda i migranti sprovvisti di permesso di soggiorno, sebbene durante l’emergenza sanitaria si sia resa ancor più evidente l’imprescindibilità del loro ruolo nella filiera alimentare o in altri settori produttivi, non è ancora seguita una loro regolarizzazione che a mio parere è una misura assolutamente dovuta e necessaria al riconoscimento dei loro diritti fondamentali. 

Io ringrazio moltissimo Rossella e Andreina per averci dedicato il loro tempo, per aver presentato qui il loro lavoro ed aver risposto alle nostre domande, grazie anche ovviamente a Marta Bianchi, per aver creato questo intenso lavoro su un tema delicatissimo, che viene troppo poco spesso reso manifesto.
Se siete interessati ad approfondire la conoscenza su questo volume a questo link, troverete la presentazione online, fatta da Andreina e Marta in occasione del Fruit Exibition.

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