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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

aprile 2020

Il genio non esiste, Barbascura X.

“Ormai diamo del ʽgenioʼ a qualsiasi essere umano, animale o ideale che abbia fatto qualcosa di figo. […] D’altronde ogni volta in cui chiedo a qualcuno di dirmi cosa sia per lui un ʽgenioʼ, ricevo una definizione diversa.”  

Siete pronti a ridere di alcuni personaggi che sono stati considerati come i più grandi dalla storia, i cosiddetti geni che hanno rivoluzionato la scienza dalla notte dei tempi?

Lo spero perché è proprio di questo che parla Il genio non esiste (e a volte è un idiota) (Tlon Edizioni), una raccolta di storie semiserie (per non dire immensamente comiche) di Barbascura X, tra le tantissime cose chimico e divulgatore scientifico grazie al suo format su Youtube Scienza brutta (e non dimentichiamoci dei suoi meravigliosi riassuntazzi!). Il libro è un contenitore dello spettacolo omonimo che Barbascura ha portato in Italia per tutto il 2019 ed è utile anche per chi, come la sottoscritta, ha potuto assistere personalmente alla conferenza-stand up comedy, perché si possono ritrovare dettagli persi oppure tagliati. 

Così inizia un viaggio sulla storia della scienza a partire da Democrito, che per primo riconobbe l’esistenza dell’atomo, passando dalle leggi di gravitazione di Newton alle origini della specie di Darwin, gli esperimenti di Marconi fino alle rivoluzioni di Einstein. Fin qui non sembra esserci niente di male. Ma siamo sicuri di averli davvero studiati a fondo? 

Secondo Barbascura no e completa i profili di quegli intellettuali mostrandoli nel modo più umano e, a volte, più idiota possibile: Democrito dopo aver fatto un lunghissimo viaggio (il primo Erasmus ante litteram) si ritrova a parlare nelle piazze per bisogno di soldi e per questo spara un’idea non dimostrabile (come tutte le altre di quel periodo, del resto) ma che, per qualche motivo, viene creduta estremamente valida; Newton era così ossessionato dalla scienza che per essere certo delle sue ipotesi arrivò a sperimentare su sé stesso, avvalendosi del titolo, tra gli altri, di “assaggiatore di metalli pesanti”; Darwin si è ritrovato la strada lastricata non da mattoni gialli ma dalla fortuna più sfacciata che si fosse mai vista, con una buona occasione dopo l’altra per brillare e, ammettiamolo, anche qualcuna con fare l’infame; Einstein ha vissuto la sua vita come il peggior universitario fuorisede a pochissimi giorni dall’esame, senza curarsi minimamente della sua persona o delle sue relazioni, con la testa abbassata costantemente alle sue idee, con il rischio di arrivare persino secondo; Marconi invece era, a detta dell’autore, “un piccolo stronzetto viziato, presuntuoso, cocco di mamma, spocchioso e arrogante, cresciuto con la convinzione di avere sempre ragione, sicurissimo di sé tanto imbottito d’ego e megalomania che se sbaglia non è lui ad aver sbagliato, ma è la natura a essere sbagliata.”  E questa è la parte in cui ci va leggeri. 

Non voglio svelare troppo per non rovinare la lettura, ma è sicuramente sorprendente vedere come la mente umana, anche la più brillante e razionale, si facesse condizionare, oggi come allora, dai trend della sua era: come è successo durante l’epoca vittoriana per lo spirituralismo, un fenomeno che nel XIX secolo ha visto tra i suoi credenti anche personalità del calibro dei coniugi Curie! 

“Era purtroppo una questione che riguardava il periodo storico, e vi racconto questo semplicemente per ricordare che, in fondo, sono tutti degli idioti. TUTTI.”

Con degli esempi mirati a rendere i concetti il più comprensibili anche per i profani che non sono molto avvezzi al linguaggio della scienza, (l’universo piadina rimarrà nel mio cuore) Barbascura X ci fa strada tra prove, fallimenti e riconoscimenti ma anche un sacco di bufale, come quella che avrebbe visto Einstein come un asino in matematica o della famosa mela di Newton. 

Il tutto accompagnato da una serie lunghissima di immagini modificate e commentate dall’autore, che mostrano come l’ironia e l’irriverenza non si accompagnano così male alla conoscenza e alla curiosità.


Maria Chiara Paone

Robbe grosse sull’erotismo – Eugenio Montale.

Quando la poesia di Montale esplose, lo si avvicinò alla produzione di Saba e Ungaretti, a voler formare una nuova triade, moderna e innovativa, in sostituzione alla precedente, che aveva dato enorme lustro alla poesia italiana: Carducci – Pascoli – D’Annunzio. L’opera di Montale però si andò via via caratterizzando in forme e modi tali da non poter essere accostato a nessun altro poeta del suo tempo (ma neanche di altri tempi eh!). Lui stesso affermava che le sue intuizioni fossero originali, non condizionate da nessun avvenimento: personale, politico, sociale. In realtà alcuni componimenti si legano fin troppo alla storia che Montale viveva, come ad esempio La primavera hitleriana, contenuta in La bufera e altro (1956), ma non solo, il nostro Eugenio è riconosciuto come il cantore della solitudine dell’uomo moderno, quindi testimone del suo tempo; oltre che della frammentazione dell’animo, del Meriggiare pallido e assorto (Ossi di seppia, 1925).

La vita di Montale è stata però ricchissima e passionale, non era proprio un uomo solitario che rimuginava solo sul male di vivere. Anche se viene studiato e conosciuto soprattutto per il suo pessimismo e per la visione tendenzialmente malinconica e dolorosa della vita, il ruolo della donna e dell’amore è assolutamente centrale nella poesia montaliana. Egli stesso infatti dice che uno dei temi portanti della sua poesia sia: «l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le solite intermittenze del cuore […] e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico».

La donna ha uno spazio immenso nell’opera del poeta, fino a diventare dominante. Lei è la portatrice di salvezza, descritta con attributi eccezionali: dal biancore di una luce intensissima, alla fissità di uno sguardo sovrumano, fino al freddo glaciale, è qualcosa di estraneo alla normalità e alla consuetudine, ed è in coppia con la verità, cosa che non si può scorgere nel quotidiano, che in Montale appare sempre come limitato, chiuso (descritto con mura, orti, recinti, cocci di bottiglia).
Il tu, l’interlocutore principale nelle poesie di Montale, sarebbe dovuto essere secondo il poeta: «Un tu istituzionale, l’antagonista che bisognerebbe inventare, se non esistesse».
La realtà è un po’ diversa. I critici non si sono accontentati della fredda descrizione di Eugenio, avevano scorto qualcosa in più, nascosto sotto il riserbo del poeta. Infatti quel tu non è altro che l’interlocutore preferito dell’io lirico, il femminino, incarnato da molte donne diverse che hanno attraversato la vita del poeta, tutte trasfigurate da altri nomi, simboleggiate da animali o da parole che ne esprimessero le caratteristiche. Allora abbiamo tra le tante: Anna degli Uberti –Arletta/Annetta, Paola Bonacina Nicoli – Crisalide, Drusilla Tanzi Marangoni – Mosca, Maria Rosa Solari – la peruviana, Irma Brandeis – Clizia, Maria Luisa Spaziani – Volpe.
C’è molto materiale tra cui scegliere, ma io come al solito mi soffermo su due componimenti, entrambi contenuti ne La bufera e altro (1956), il secondo fa parte della sesta sezione: Madrigali privati.

L’anguilla ha un ritmo avvolgente, perturbante, quasi ad imitare i sinuosi movimenti del pesce. Innanzitutto, siamo in acqua (avete già abbondantemente imparato quanto l’acqua sia importante in contesti erotici, se non ve lo ricordate, date un’occhiata qui, qui o qui.) Subito al primo verso abbiamo un termine importantissimo, che richiama mitologicamente misteri ed erotismo: sirena. L’anguilla, un animale che, diciamoci la verità non ha una grande presenza letteraria e non è che sia poi tutta questa poesia, viene nobilitato e accostato ad una delle figure più sensuali dell’immaginario, cioè la sirena: donna metà umana e metà pesce, o metà uccello metà umana, dipende a quale mito fate riferimento, ma comunque in grado di ammaliare e attirare ogni uomo.
L’anguilla non si accosta solamente alla figura della sirena, evoca molto altro.
Diventa una torcia, per illuminare, figura che porta la verità, diventa frusta oggetto che da sempre è collegato ai giochi erotici e all’atto sessuale, freccia d’Amore ossia lo strumento di Eros per eccellenza, quello che colpisce il cuore per far esplodere l’amore.
Ci sono altri due termini molto importanti: guizzo e scintilla entrambi sottolineano qualcosa di subitaneo, esplosivo, dirompente, l’anguilla attraverso il guizzo accende l’acquamorta, è scintilla che riporta la vita dove tutto si è incarbonito; è ciò che porta ai paradisi di fecondazione. Al completamento dell’atto sessuale, dopo una serie infinita di avversità, dimostrando coraggio e dedizione. Sono gli ultimi cinque versi in cui si compie però la perfetta associazione di anguilla e donna. L‘iride breve denota ancora una volta la luce, attributo concreto in cui si rivela la salvezza ed è una caratteristica tanto dell’animale quanto della donna. Anche in mezzo alla più completa bassezza, la melma e il fango, l’anguilla e la donna riescono ad emergere e a brillare e a compiere l’atto sessuale che li porterà al paradiso: procreeranno.

Fun fact. La lirica è basata sul paragone tra donna e anguilla, entrambe votate a perseguire un destino di fecondazione (sappiate perdonare e contestualizzare, purtroppo, siamo nel 1956), ma Montale è moooooolto impreciso sul piano ittiologico. I cigli migratori dell’anguilla la portano a discendere i fiumi di tutta Europa per raggiungere l’Atlantico. Lì le femmine muoiono dopo aver deposto le uova, da esse nascono i leptocefali che, in circa tre anni, fanno tutto il percorso inverso per arrivare ai nostri mari, ma non fanno come i salmoni a cui forse sta pensando il nostro Eugenio. Per fecondare le anguille usano delle pozze stagnanti molto vicine al mare, quindi in realtà i paradisi di fecondazione oltre a non essere dei veri e propri paradisi, non sono neanche conquistati attraverso lotte, risalite ed atti eroici.

I Madrigali Privati, sono dedicati alla donna contraddistinta dal senhal animale di volpe: Maria Luisa Spaziani, che Montale conobbe nel ’49. La Volpe è una protagonista più carnale, non ha le altezze siderali e cosmiche di Clizia contraddistinta come la donna assente, lontana. Volpe non è solo un angelo, né solo salvatrice è anche corruttrice.

Tutta al passato la prima strofa, un ricordo, indelebile nella mente del poeta. Poeta assassinato come Apollinaire, o meglio la sua opera Le Poète Assassiné (1916) a cui ruba l’idea dell’acrostico, nel racconto infatti un fattorino d’albergo scrive un acrostico che compone in nome MARIA. In realtà Guilleme Apollinaire, nel 1899 aveva scritto lo stesso acrostico, poi revisionato ed inserito nel racconto, per Maria Doubois. Lo vede da voi, l’acrostico che invece costituisce Montale in questa poesia.
Grotta: gli antri, le tane, le grotte, i luoghi in cui ci si nasconde, sono sempre stati utilizzati nella letteratura erotica come i luoghi in cui si consuma l’atto sessuale. In questo caso, c’è anche la tana, quella della volpe, dove lei aspetta e attira il poeta, dove raggiungono l’orgasmo, quella fine, invocata, illuminata da un falò, non da un semplice fuoco, ma da un’enorme bruciante passione, che rende il noccioleto raso. La grotta è un chiaro riferimento anche all’opera di Anatole France, la Taide, pubblicata nel 1890, tratta del monaco Pafnuzio che si deve recare ad Alessandria, per convertire la cortigiana Thais, sorprendentemente ci riesce, ma il ricordo di una donna così meravigliosa, conturbante e affascinante non lo lascerà mai e sarà costretto a rinunciare alla santa vita condotta fino ad allora.

«Di fronte alla “volpe” mi sono paragonato a Pafnuzio, il frate che va per convertire Thais ma ne è conquistato. Vicino a lei mi sono sentito un uomo astratto vicino a una donna concreta: lei viveva con tutti i pori della pelle. Ma anch’io ne ricevevo un senso di freschezza, il senso soprattutto d’essere ancora vivo.»

Il primo incontro di Pafnuzio e Thais avviene in una grotta.
Il fuoco, è presente anche nella seconda strofa. Il falò, quindi fuoco enorme seppure contenuto, divampa, non si trattiene, diventa incendio, facendo scappare un’anatra, facendosi spazio tra tutto e tutti, per entrare ancora una volta nel solco pulsante, di eccitazione ovviamente, nella pista arroventata segnalata dalle tracce dell’amata. Il ricordo dell’amplesso diventa nuovo e presente amplesso, ancora piombo dice Montale, e quell’ancora perpetra nel tempo l’atto sessuale.

Forse questa è fino ad ora la poesia più erotica che abbiamo analizzato. Con immagine vive e reali dell’atto sessuale, non più solamente allusioni. Quella fine che viene attesa per esplodere e soprattutto il solco, evidentissimo riferimento alla vagina, non sono termini che abbiamo incontrato fino ad ora e non sono così facilmente rintracciabili nella letteratura. Ovviamente il nostro caro Eugenio questo lo sa bene, infatti descrivendo Da un lago svizzero alla stessa Maria Luisa dirà che è:

«La poesia più erotica che conosca (in senso lato). […] Non credo esista (in Italia) una poesia erotica così sublimata, coi simboli altrettanto spontanei e puri, ma carnali, non stilnovistici».

Speriamo di trovare adesso un autore che riesca a fronteggiare il caro Montale.

Bibliografia:

Mauro Bersani, Maria Braschi, Viaggio nel ‘900, Come leggere i testi della letteratura contemporanea, a cura di Maria Corti, Arnoldo Mondadori Editore, 1984.
Anna Bordoni, Il femminino nel mondo poetico di Montale, in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Numero 121, aprile 2013.
Francesco Giusti, I Madrigali privati, la Volpe e una narrazione diffusa, in Otto/Novecento: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria. Anno XXXI – N. 3 -settembre/dicembre, 2007.
Mario Santoro, Disegno storico della civiltà letteraria italiana, Le Monnier, 1983.

Siamo spiacenti, G. C. Ferretti

  • Giuseppe Cerone – 113
  • Antonio Pennacchi – 55
  • Susanna Tamaro – 53
  • Antonio Moresco – 32
  • Guido Morselli – 20
  • Lucio Klobas – 18
  • Giulio Badeschi – 15
  • Roberto Pazzi – 13
  • Carlo Cassola – 10

La top nine dei rifiuti editoriali italiani è questa, e la trovate in Siamo spiacenti, Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti, un saggio di Gian Carlo Ferretti (Bruno Mondadori). In questo volume viene affrontata la storia italiana dei rifiuti editoriali, dal 1925 fino ai primi anni Duemila.
Il saggio è diviso in periodi storici: 1925-1945, 1945-1956, 1956 – 1973, 1973 – oggi e percorre in modo veloce ed esaustivo la parte più importante dei rifiuti italiani, fatti per vari motivi in relazione anche al momento storico attraversato.
I rifiuti più massicci si collocano principalmente nella prima parte del libro, che porta il titolo di “Autocensure, rinunce e sequestri” e fa riferimento ovviamente al periodo fascista e alla conseguente scelta degli editori di evitare o censurare tutti quei libri che avrebbero infastidito il regime, anche perché ne andava della salute e della vita delle case editrici stesse, che sì va bene rischiare, ma fino ad un certo punto.
Si fa molto riferimento al lavoro di Mondadori ed Einaudi che aveva come direttore editoriale Cesare Pavese, che ad esempio rifiuta una raccolta di poesie di Lalla Romano. Particolarmente colpito dalle politiche del Min. Cul. Pop. il Ministero per la cultura popolare che tra il 1934 e il 1937 si diede molto da fare nell’attività censoria, è senza dubbio Moravia che ebbe non poche difficoltà per pubblicare Gli Indifferenti e continuò ad averle anche per le sue successive uscite, come Le ambizioni sbagliate, libro tacciato di immoralità e disfattismo, venne pubblicato ma senza permettere alla stampa di parlarne.

Dopo questo periodo di limitazioni e censure, arriva un momento di maggiore libertà in cui le case editrici riescono a creare e perseguire una linea editoriale ben precisa, che diviene la base per i rifiuti dei testi, insieme ovviamente al gusto degli editori. In questa parte del libro, Ferretti si concentra infatti sulle singole case editrici, sulle loro idee di catalogo e ovviamente i loro rifiuti, concentrandosi principalmente sulle scelte di Einaudi, Mondadori e Bompiani a cui poi col tempo si aggiungeranno Feltrinelli, Saggiatore, Adelphi, Garzanti. Tra i rifiutati di eccellenza del secondo periodo raccontato, c’è Beppe Fenoglio a cui viene rifiutato per Einaudi, da Elio Vittorini, La Malora. In realtà anche Il partigiano Johnny subisce un rifiuto anche se postumo, da Garzanti, che una volta ricevuto il manoscritto lo tralascia perché pare essere incompleto e verrà pubblicato da Einaudi nel 1968.

Di tutta questa storia dei rifiuti, ci ha colpito principalmente la caparbietà degli autori. Fieri e sicuri dei loro lavori, continuavano imperterriti a proporre i loro manoscritti, a editori su editori, talvolta allo stesso editore a distanza di tempo, senza mai darsi per vinti, continuando a perpetrare il loro intento e la loro passione, fino a diventare in alcuni casi i pilastri della nostra letteratura. È pur vero che in alcuni casi il rifiuto di un testo era accompagnato da lettere di miglioramenti, che quindi sicuramente serviva all’autore o che effettivamente c’era una incompatibilità nel catalogo delle case editrici a cui si proponevano i lavori che avrebbero finito per penalizzare l’opera stessa e allora sono bastati dei miglioramenti oppure una casa editrice con una linea più adatta al materiale proposto per venire pubblicati, ma in alcuni casi c’erano dei motivi più profondi alla base dei rifiuti. Potevano essere motivi politici, che quindi portavano gli editori a non immischiarsi con persone o con testi che potevano portare l’opinione pubblica a pensare male di loro, oppure si trattava di testi troppo all’avanguardia per l’epoca in cui si parlava di erotismo, omosessualità, violenza in modo troppo diretto che quindi portava scabrosità nella casa editrice e nelle librerie dei benpensanti, come ad esempio l’Eros e Priapo di Gadda.

Insomma i motivi dei rifiuti sono variegatissimi, molte volte vengono riportati rifiuti di libri che sono poi diventati famosissimi, come Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rifiutato più e più volte e poi pubblicato postumo. Talvolta un rifiuto ha significato l’allontanarsi di un autore poi diventato celeberrimo in altre case editrici e ciò comporta anche una notevole perdita economica, si pensi ad esempio a Camilleri.

Ma se c’è uno degli autori rifiutati che ci ha particolarmente colpiti, quello è senza dubbio Guido Morselli. Tutto ciò che Morselli ha scritto è stato pubblicato postumo. Sono moltissimi gli editori che hanno rifiutato le opere di Morselli arrecando le più disparate scuse. Pare che il suo pregio enorme, di essere precursore dei tempi e dei gusti letterari andando a commistionare vari generi gli sia stato fatale e anche la sua vita ritirata in una villa nei dintorni di Varese e quindi la sua immagine poco conosciuta nei salotti intellettuali italiani, non gli abbia giovato molto. Dagli anni ’50 agli ’70 continuerà infaticabilmente a scrivere e a proporre le sue opere, che verranno sempre rifiutate. Avrà carteggi con Calvino, con Sereni che lo apprezzeranno moltissimo come uomo, pensatore, filosofo, ma mai abbastanza come scrittore. Il 1° agosto del 1973 Morselli si suicida, sparandosi a 61 anni. Alcuni dei romanzi che Morselli ha scritto, sono ora pubblicati da Adelphi e noi vogliamo leggere qualsiasi cosa.

Si parla sempre molto poco dei rifiuti editoriali, essendo anche un’onta per gli scrittori che li hanno “subiti”, ma sono interessantissimi per scoprire come una casa editrice porta avanti le sue scelte, in relazione al catalogo oppure no, quali sono gli ingredienti che poi l’ha portata a crescere o a scomparire, ma testimonia anche la crescita degli autori, la loro evoluzione, in parte grazie ai rifiuti e ai suggerimenti degli editori. Dimostrandoci anche enorme tenacia, dando sempre il massimo fino a vedere o in alcuni casi purtroppo a non riuscire a vedere di aver gettato delle basi solidissime per la letteratura e aver creato dei veri e propri casi letterari, magari partendo da un rifiuto.

W. O. W. Woman Of Weird

“Un viaggio nell’ignoto e nel perturbante sotto la guida di dodici autrici italiane” è così che viene descritta questa raccolta di racconti, sul sito della casa editrice Moscabianca Edizioni.
Con una copertina estremamente accattivante con i suoi occhioni liquidi e dorati, questo libro vi accalappierà per farvi vivere storie stranissime, facendovi conoscere personaggi strambi, mostriciattoli, creature viscide, semidei, mummie, il tutto grazie alle guide, cioè: Scilla Bonfiglioli, Diletta Crudeli, Noemi De Lisi, Linda De Santi, Elisa Emiliani, Alexandra Fischer, Federica Leonardi, Lucrezia Pei e Ornella Soncini, Mala Spina, Claudia Petrucci, Claudia Salvatori, Laura Silvestri.

Shintaro Kago

Il punto forte di questa raccolta di racconti è la varietà, nonostante siano tutte appartenenti allo stesso genere, ci sono storie con personaggi fantastici, storie dove è la situazione ad essere paradossale, storie in cui ci sono creature zoomorfe, società distopiche, insomma c’è di tutto. Tutti i racconti sono legati da un genere, quello del weird. Il weird pare pescare da molti altri generi, come il fantasy, l’horror, il fantastico amalgamando bene tutto senza mai finire nel grottesco o bizzarro, anzi allontanandosi quanto più possibile dall’ironia, ma mantenendo toni cupi e pessimisti. Le storie sono serie, verosimili, sono plasmati più che altro i personaggi o alcune creature, ma si rimane ancorati alla realtà e al mondo per come lo conosciamo, ed è questo forse, l’ingrediente che rende tutto così perturbante e magnetico. Il new weird, quello che sembra cogliere tutte le caratteristiche dello stile, ma innovandolo, soprattutto legandolo alla nuova realtà dei nostri anni, è stato teorizzato da Jeff Vandermeer nel suo manuale dal titolo The New Weird. Vandermeer pone come modelli dello stile weird tra i tanti Lovercraft e Clark Ashton Smith, il nuovo weird inizia a farsi largo negli anni ’60 grazie alla corrente New Wave e ai primi esperimenti di mescolanza tra generi, peculiarità anche del nuovo genere. Una grande differenza tra weird e new weird pare essere, sempre secondo il critico, una mancanza dell’ignoto o una più marcata volontà di rimanere ancorati ad una realtà ben precisa: nei maestri del weird le mutazioni, le stranezze, le situazioni paradossali che si creavano erano senza spiegazioni logiche, tutto inglobato nel mistero. Il new weird cerca di dare una maggiore attenzione alla spiegazione di ciò che avviene, oppure immerge completamente il bizzarro nella realtà che si sta delineando, senza velare tutto da cose ignote. Tra gli autori più importanti di questo nuovo genere si segnalano China Mielville e ovviamente Vandermeer stesso.

Shintaro Kago

Il fatto che sia una raccolta di scrittrici donne è indubbiamente bellissimo, ma non vedo perché gridare e soffermarsi più di tanto sulla coraggiosità di questa decisione. Le raccolte di racconti di soli uomini esistono e nessuno dice che siano coraggiose o meno, ma ci si concentra sulla qualità dei testi, quindi non sminuiamo questo volume pensando che sia una raccolta di scrittrici, mettendo in secondo piano il contenuto, perché non ce n’è bisogno. Si tratta di un libro accattivante, con racconti ben scritti che riescono ad entusiasmare i lettori, alcuni racconti mi hanno davvero stregata e alla fine della fiera non m’importa assolutamente il sesso di chi l’ha scritto e guai se interessa a voi.

I racconti che mi sono piaciuti davvero moltissimo sono:

Progetto Bersekir di Scilla Bonfiglioli, un bellissimo racconto che ha per protagonista la Lince della Madonna Nera, ma in cui c’è anche il Vaticano e le sperimentazioni naziste, un racconto veramente spettacolare.
Caccia nuda di Lucrezia Pei e Ornella Soncini, che racconta di come un’unicorna potrebbe essere accalappiata da un’agenzia e di come quindi un unicorno può vivere ai nostri giorni, con social, tv etc. etc.
La Punizione Madre di Noemi De Lisi e di come due sorelle riescono, chi più e chi meno a liberarsi da una vita opprimente, piena di violenza e fatica, sfidando le leggi della comunità.
L’angolo vuoto è una brutta cosa di Diletta Crudeli, a cui ho fatto qualche domandina sul genere weird, su questo racconto in particolare e sul periodo che stiamo vivendo tutti.

Innanzitutto cos’è per te il genere weird?

Al di là delle definizioni per me il genere weird è l’inadeguatezza. Del reale che non è mai tale, delle nostre percezioni e delle nostre sensazioni . È l’incontro definitivo con l’esterno, che a mio parere riesce a smuovere chiunque.
Per me tantissime cose, che vedo o che sento, sono weird: le soffitte, il parco divertimenti che sogno sempre uguale, gli insetti (quasi tutti), le comete, i negozi di antiquariato, le foto di vecchissimi scavi archeologici, imbattersi nelle pagine di diario altrui, gli incendi e molto altro.

Shintaro Kago

Perché hai “scelto” di scrivere in questo genere?

Ho provato a scrivere di cose “normali” ma mi rendevo conto che alla fine venivano comunque contaminate da aspetti più o meno strambi. Io credo a tutto il possibile, alle cose nascoste, sono pessimista e credo che molto ci verrà nascosto, sempre perché siamo fatti così e come dice il mio adorato Thomas Ligotti la coscienza è un ostacolo esistenziale. Però adoro raccontare tutte le possibilità e le sfumature del fantastico. Per spiegarlo bene, almeno per me, c’è una citazione di un romanzo bellissimo, che di fantastico, per assurdo, non ha niente, ovvero Il lungo addio di Raymond Chandler: Sono romantico, Bernie. Odo voci gridare nella notte e vado a vedere che cosa succede. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi invece avete buon senso; chiudete le finestre e aumentate il volume del televisore. Oppure, se state guidando, premete l’acceleratore e vi allontanate il più rapidamente possibile. State alla larga dai guai altrui. Il meglio che possa capitare è uno smacco. L’ultima volta che vidi Terry Lennox bevemmo insieme una tazza di caffè che preparai io stesso in questa casa e fumammo una sigaretta. E così, quando seppi che era morto, andai in cucina, e preparai il caffè e riempii una tazza per lui e accesi per lui una sigaretta, e quando il caffè si fu raffreddato e la sigaretta fu consumata, gli augurai la buonanotte. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi non lo fareste. Ecco perché siete un abile poliziotto e io sono un investigatore privato.”

Nel tuo racconto tutto sembra ruotare intorno all’introduzione in casa di un gioco, il Go, gioco popolarissimo in Oriente, che mi sembra innocuo, guardandolo da lontano, tu ci hai mai giocato?

No, non ci ho mai giocato anche se è da tempo, da prima del racconto, che voglio prenderlo per provare. Il Go mi è tornato in mente un giorno perché dal nulla mi è esplosa in testa questa scena di un film dove due persone ci giocavano. Non riuscivo a ricordare che film fosse, mi ero imputata e non volevo cercarlo (odio quando non mi ricordo qualcosa perché nella mia mente di solito è tutto perfettamente catalogato).
Poi mi è venuto in mente: era π – Il teorema del delirio, non era neanche così difficile arrivarci.

Da cosa prendi ispirazione per scrivere, ci sono delle situazioni che ti danno modo di costruire i tuoi racconti, ad esempio L’angolo vuoto è una brutta cosa com’è scaturito?

Per giorni ho pensato a quella scena del Go che non riuscivo a collegare a nessuna pellicola! Ci ripensavo a momenti alterni, un tormento. Così mi è venuto in mente di crearci intorno il racconto weird che Federico mi aveva proposto di scrivere per la raccolta di Moscabianca. È partito tutto dalla scacchiera; infatti il titolo è un modo di dire legato al Go: lasciare un angolo vuoto è strategicamente errato visto che espone il giocatore all’attacco delle pedine avversarie.
Il protagonista doveva sentirsi sempre più a disagio intorno agli oggetti del suo appartamento. Così l’ho fatto piombare un poco alla volta nel caos fino a che dalla spirale non è uscito il suo doppio. Tutto si è allineato davvero bene nella mia testa e le corrispondenze con il Go sono praticamente arrivate da sole.
In generale parto comunque dai momenti drammatici, quei momenti in cui i personaggi si rendono conto che c’è qualcosa, il fuori posto, la legge fisica che vacilla, il crollo, ogni tanto anche dal finale.

Stai scrivendo in questa quarantena? Anche se sempre chiusa in casa riesci a trovare l’ispirazione?

Stranamente sì. Mi piacerebbe poter finire due cose grossine che sto scrivendo ma il mio senso di strega mi dice che comunque non le proporrò adesso anche se una di queste è praticamente finita (ma, editori all’ascolto, sono un Ariete, se volete spronarmi a mandare lo farò con impulsività immediata).

Questa situazione che fino a qualche mese fa non ci saremmo mai lontanamente aspettati, potrebbe essere un buono scenario per un racconto weird?

In parte sì, in parte no. Purtroppo la situazione attuale è legata a fattori che avremmo dovuto riconosce sbagliati prima e durante il caos: tagli alla sanità, industrie che pur di non chiudere mettono a rischio la vita di migliaia di persone, cattiva comunicazione. Sono dettagli reali troppo reali che allontanano l’emergenza in atto da un qualsiasi scenario immaginario.
Ma in parte quello che stiamo vivendo è comunque assurdo e, almeno io, vivo momenti della giornata in una sorta di tempo sospeso. Mi sembra che le cose siano pronte a cambiare o a crollare (non è un pensiero molto rassicurante, lo so). Due cose: mesi fa ho scritto un racconto per una rivista sulle città che collassano su loro stesse facendo più o meno rumore. Era ottobre. Nello stesso periodo abbiamo ricevuto per Spore un racconto in cui un cittadino milanese camminando per la città torna indietro nel tempo e si ritrova ai tempi della peste.
Sarebbero stati scritti ugualmente in questo periodo ma davvero weird è il fatto che rileggerli ora fa tutto un altro effetto.

Dopo questo viaggio nel weird, non potete far altro che mettervi comodi e gustarvi questi splendidi racconti, quindi ordinate (dal vostro libraio indipendente di fiducia o da una delle librerie indipendenti italiane che sta spedendo) questo splendido libro e godetene!

Boy Erased – G. Conley

“A quanto pareva, se ti mostravi entusiasta eri già sulla buona strada per smettere di essere gay. Dovevi voler cambiare. Dovevi volerlo così tanto da preferire la morte al fallimento, altrimenti non saresti mai andato oltre il Primo Passo, “Ammettere di avere torto”. I futuri ex-gay come T si sentivano incapaci di cambiare, spiegò Smid, a causa di problemi famigliari radicati in profondità che li tenevano lontani da Dio. “Il suicidio non è la risposta” disse. “La risposta è Dio. Semplice.”

Garrard Conley autore e protagonista di Boy Erased (pubblicato in Italia nel 2018 da Edizioni BlackCoffee), memoir e poi anche film, nel 2004 entra in uno dei programmi di Love In Action. Love In Action (“LIA”) è un’organizzazione fondamentalista cristiana. Fondata nel 1973 da Frank Worthen, John Evans, and Kent Philpott, a Marin County, in California. Nel 1976 c’è la prima conferenza ex-gay e i 62 intervenuti fondano Exodus International, che nel tempo riunisce circa 300 sacerdoti e pastori dedicati alla “conversione” degli omosessuali. LIA è il suo fiore all’occhiello. Nel 1990 John Smid, lo Smid di cui sopra, diventa presidente di LIA. Nel marzo 2012, Love In Action diventa Restoration Path. 

Il libro raccoglie la storia di Garrard e della sua famiglia, della sua scoperta di essere omosessuale e dell’ansia, dell’ingentissima pressione a cui è sottoposto come tale, in una comunità in cui l’omosessualità è il male più assoluto. Siamo a Sud degli Stati Uniti, in una comunità Battista in cui la Bibbia si prende alla lettera e quindi la vita deve essere morigeratissima e integerrima. Sono vari i passi della Bibbia in cui si vieta l’amore omosessuale e che quindi sono pedissequamente seguiti dai Battisti, tra cui:

  • Genesi 19,5, dopo che Dio ha mandato tre angeli a Sodoma, gli abitanti vogliono compiere un delitto sessuale contro di essi: “Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!
  • Levitico 18,22, questi brani fanno parte del “Codice di Santità” ed elencano tutte le forme vietate di rapporti sessuali: «Non devi giacere con un maschio come fai con una donna: è un abominio
  • Levitico 20,13: «Se un uomo giace con un maschio come fa con una donna, hanno commesso tutti e due un abominio: saranno messi a morte entrambi. Il loro sangue ricadrà su di loro
  • Giudici 19,22-24: «Mentre stavano rallegrandosi, ecco gli uomini della città, gente perversa, circondarono la casa, picchiarono alla porta e dissero al vecchio, al padrone di casa: «Fa’ uscire quell’uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui!» Ma il padrone di casa, uscito fuori, disse loro: «No, fratelli miei, vi prego, non fate una cattiva azione; dal momento che quest’uomo è venuto in casa mia, non commettete quest’infamia! Ecco qua mia figlia che è vergine, e la concubina di quell’uomo; io ve le condurrò fuori e voi abusatene e fatene quel che vi piacerà; ma non commettete contro quell’uomo una simile infamia!»

Garrard deve quindi affrontare la sua sessualità vedendola come qualcosa di profondamente sbagliato, assolutamente da condannare, impossibile quindi da vivere. Cerca di reprimersi in ogni modo, starà anche con una ragazza, per nascondere tutto, ma il problema sarà l’arrivo all’università. La conoscenza con David, la violenza che proverà a causa sua e una enorme spifferata ai genitori, metteranno Garrard alle strette: ormai la sua famiglia conosce il suo lato oscuro, non c’è nient’altro da fare deve “guarire”.

Viene quindi inserito nel programma di LIA. In cosa consiste? In un lavaggio del cervello impostato su una serie di Passi, che consistevano nel debellare ogni traccia di omosessualità o di peccato che ti avesse allontanato dalla via del Signore. Questi percorsi terminano nella maggior parte dei casi con ex-gay che poi venivano impiegati in LIA stessa per portare altri gay sulla retta via. Ma non sempre andava così.

“Secondo Family & Friends, un giornale di Memphis, Smid aveva suggerito a quel ragazzo di uccidersi piuttosto che vivere come omosessuale. Da allora si è stimato che il numero dei suicidi causati dalla terapia di LIA si aggiri intorno a una cifra compresa fra i venti e i trenta, per quanto sia impossibile essere precisi.”

Quindi non c’è via di scampo tra tortura psicologica, passata anche attraverso la pratica del finto funerale una messa in scena della morte di uno dei soggetti in terapia, sdraiato in una bara e con intorno candele accese, mentre i compagni leggono il suo epitaffio raccontando la sua caduta nell’Hiv e poi nell’Aids. Il ragazzo in questione si era sentito così coinvolto e in colpa per l’eventuale comportamento vergognoso che l’avrebbe portato a una morte da infedele, senza resurrezione, che ha subito ripreso la terapia, fortunatamente allontanandosene dopo, non senza conseguenze psicologiche.

“Era la paura della vergogna, oltre a quella dell’inferno, ciò che in realtà ci tratteneva dal toglierci la vita.”

Tra i passi che mi hanno colpito di più di questo libro, oltre all’atroce storia in sé ci sono quelli in cui Conley parla della letteratura, del suo rapporto con esse, con queste vite espresse in potenza e messe per iscritto che catturano e vengono amate da tutta l’umanità. Il suo rapporto con le lettere, il confronto che deriva dalla conoscenza di autori, tematiche, dallo studio in generale è stata una delle chiavi di volta per superare il momento dentro LIA. Emotivamente ci troviamo tra le mani un libro molto pesante, la storia di Garrad non è facile da leggere, immagino solo quanto sia potuto essere terribile viverla. In realtà non è una semplice autobiografia, ma un puntale e particolareggiato reportage su quello che succede all’interno di queste vere e proprie sette, in cui si manipola il cervello e le paure di persone, soprattutto giovani, che hanno dubbi non solo sulla loro sessualità, ma anche sulla loro identità e che vengono mandati in queste cliniche psicologiche per gay, dai genitori, per cambiarli e per averli come vorrebbe Dio. Sono persone estremamente fragili, già colpevolizzate in partenza da una religione e da famiglie che non li accettano. Garrard è stato fortunato. In un’intervista dice infatti:
“Per me il punto di rottura è stato quando mi hanno detto che avrei dovuto odiare mio padre. Il fatto che l’odio fosse la risposta per me era inconcepibile. A diciannove anni avevo poche certezze, ma due di quelle erano che bisognasse amare il prossimo, o almeno provarci, e che i miei genitori mi amavano. Perché avrei dovuto odiarli? Ci sono momenti in cui, anche se hai subìto il lavaggio del cervello, il tuo istinto prevale. Quando le cose che vedi e senti sono così profondamente sbagliate, è allora che ti risvegli e inizi a mettere in discussione tutto ciò che ti è stato detto. È come un allarme che scatta: il tuo intuito diventa l’ultima risorsa che hai. Forse se i miei genitori non mi avessero amato non avrebbe funzionato. Penso davvero che a salvarmi sia stata la relazione con la mia famiglia, il che è ironico visto che sono stati loro a mandarmi lì.”

Oggi Garrard Conley è un letterato oltre che un grande attivista per i diritti LGBT e vive a New York con il marito.

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