Friki è il termine spagnolo per geek, google traduttore lo trasporta in italiano con un amabile “disadattato”. I Frikis sono i protagonisti dell’omonima nuova serie di Ehm, che potete leggere qui. La serie è firmata da: Dario Custagliola, Antonello Cosentino, Elisa Bisignano e Francesco Montalbano che fanno parte di Ehm e alcuni fumettisti esterni al collettivo: Fabio Baldolini, Fabrizio Castano e Jacopo Vanni.

Insomma chi sono questi Frikis? Brutti, sporchi, cattivi e ingabbiati vengono definiti e si autodefiniscono nel primo numero. Sono ribelli, controrivoluzionari e si muovono (almeno quelli del nostro fumetto) nella Cuba degli anni ’90, cercando una sola cosa: la libertà. Tra i vari protagonisti l’idea di libertà non è univoca. È il poter avere la possibilità di vivere dove si vuole, come si vuole. È il poter fare ciò che ci si sente senza essere giudicati. È il liberarsi dalle voci, dai pregiudizi, dalle gabbie che ci vengono imposte. È il manifestare i sentimenti e le emozioni con le persone che abbiamo intorno. Condividere momenti.

La libertà può essere tante cose, ma è estremamente difficile da esprimere in qualsiasi sua forma ed è questo ciò che comunica maggiormente Frikis. Come si può raggiungere la libertà, a quale prezzo? E quanto vale la pena lottare, morire, insomma: la libertà può davvero esistere?

Senza farvi spoiler significativi, vi diciamo che Frikis finisce sia bene che male. L’unità dei personaggi, il ritrovarsi, il vivere insieme in un posto in cui vengono giudicati dall’esterno, ma che gli permette comunque di poter essere uniti potrebbe essere un bene, ma c’è comunque isolamento, solitudine e soprattutto malattia che logora e divora quel poco di bene che rimane nelle vite dei protagonisti.

Frikis è un lento degradare, un deterioramento delle storie di Pablo, Miguelito, Adoracion e tutti gli altri. È un vorticoso viaggio verso il basso. Perché per raggiungere la tanto agognata libertà si deve rinunciare a tutto, alla propria esteriorità, ai propri rapporti, si rimane solo fedeli a se stessi e all’idea di poter un giorno essere capaci di poter manifestare tutto il proprio essere senza conseguenze… ma “Yal final, valiò la pena?”.