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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

maggio 2019

Frikis – Ehm Autoproduzioni

Friki è il termine spagnolo per geek, google traduttore lo trasporta in italiano con un amabile “disadattato”. I Frikis sono i protagonisti dell’omonima nuova serie di Ehm, che potete leggere qui. La serie è firmata da: Dario Custagliola, Antonello Cosentino, Elisa Bisignano e Francesco Montalbano che fanno parte di Ehm e alcuni fumettisti esterni al collettivo: Fabio Baldolini, Fabrizio Castano e Jacopo Vanni.

Insomma chi sono questi Frikis? Brutti, sporchi, cattivi e ingabbiati vengono definiti e si autodefiniscono nel primo numero. Sono ribelli, controrivoluzionari e si muovono (almeno quelli del nostro fumetto) nella Cuba degli anni ’90, cercando una sola cosa: la libertà. Tra i vari protagonisti l’idea di libertà non è univoca. È il poter avere la possibilità di vivere dove si vuole, come si vuole. È il poter fare ciò che ci si sente senza essere giudicati. È il liberarsi dalle voci, dai pregiudizi, dalle gabbie che ci vengono imposte. È il manifestare i sentimenti e le emozioni con le persone che abbiamo intorno. Condividere momenti.

La libertà può essere tante cose, ma è estremamente difficile da esprimere in qualsiasi sua forma ed è questo ciò che comunica maggiormente Frikis. Come si può raggiungere la libertà, a quale prezzo? E quanto vale la pena lottare, morire, insomma: la libertà può davvero esistere?

Senza farvi spoiler significativi, vi diciamo che Frikis finisce sia bene che male. L’unità dei personaggi, il ritrovarsi, il vivere insieme in un posto in cui vengono giudicati dall’esterno, ma che gli permette comunque di poter essere uniti potrebbe essere un bene, ma c’è comunque isolamento, solitudine e soprattutto malattia che logora e divora quel poco di bene che rimane nelle vite dei protagonisti.

Frikis è un lento degradare, un deterioramento delle storie di Pablo, Miguelito, Adoracion e tutti gli altri. È un vorticoso viaggio verso il basso. Perché per raggiungere la tanto agognata libertà si deve rinunciare a tutto, alla propria esteriorità, ai propri rapporti, si rimane solo fedeli a se stessi e all’idea di poter un giorno essere capaci di poter manifestare tutto il proprio essere senza conseguenze… ma “Yal final, valiò la pena?”.

Il pene del Senpai, Yoichi Abe.

Prima o poi tutti ci ritroviamo alle prese con una cotta. Una cotta magari passeggera, con tranquillità svanisce subito, ma ci sono quelle che sono alimentate da una serie di ambiguità e dolcezze che per chi le fa sono semplici gentilezze… ma per chi le riceve: incontrastabili conferme di un interesse profondissimo. Allora ci fissiamo, stiamo male, ma soprattutto desideriamo ardentemente proprio quella persona. Una persona a cui noi pensiamo intensamente, che oscura ogni altra possibilità, insomma quella persona che vogliamo a tutti i costi e che magari anche noi stessi depistiamo per non esporci troppo, parlandole di altri, arretrando quando si avvicina, insomma… tira e molla a parte, la cotta rimane e sarebbe così bello poter avere quella persona anche per poco, ma se ci fosse la possibilità di avere almeno una sua parte?

È più o meno così che inizia Il pene del Senpai di Yoichi Abe, un brillantissimo manga che descrive un mondo in cui si può tranquillamente tagliare il pene dagli uomini, senza che loro provino particolare dolore, ma soprattutto senza che l’appendice stessa ne risenta particolarmente. Insomma questa ragazza perdutamente cotta di un bellissimo ragazzo è proprio risoluta ad avere con sé almeno una parte di lui… quindi perché non il pene, visto che tagliarlo non ha grandi ripercussioni?

Il concetto base del manga è assolutamente geniale, i disegni sono kawaii, infatti pur parlando di peni l’erotismo è quasi del tutto assente. Non è sull’aspetto sessuale che Yoichi Abe si sofferma, ma più che altro va a delineare i rapporti che le ragazze hanno con i peni e con l’altro sesso in generale. Si parla di questo in 7 piccole storie che hanno come protagoniste ragazze diverse che si rapportano a questo “potere eviratore senza sforzo“. Si parla di coppie, della difficoltà di trovare una persona che piaccia completamente, della difficoltà di rimanere in una relazione, dei tradimenti, insomma di quello che capita tutti i giorni in ogni coppia: non sarebbe quindi meglio fare a meno del pacchetto relazione e usufruire solo del pene? Che tra l’altro non dà grossi disturbi, è relativamente docile, mangia anguria, deve essere un minimo controllato visto che tende a volersi riunire con la restante parte del corpo, ma tutto sommato meglio di fare la conoscenza con tutti gli amici, delle gelosie etc. etc.

Non essendo pratica della nomenclatura giapponese ero fermamente convinta che a scrivere questo originalissimo manga fosse stata una donna. A parte alcune scene creepy: tipo un pene che viene frullato e che quindi per una sensibilità verso il proprio corpo, pensavo non potesse uscire fuori da un uomo, in questo fumetto i personaggi maschili escono veramente a pezzi. Questo mi aveva fatto propendere su un’autrice donna, che va a riequilibrare una situazione in cui generalmente è la donna ad essere sessualizzata, utilizzata e soprattutto è sempre il corpo della donna ad essere particolarmente esposto. Qui abbiamo il contrario, l’uomo viene pensato non solo in quanto uomo ma soprattutto come portatore di pene. La personalità dei personaggi maschili non esiste a parte in una storia, tutto si muove solamente in relazione alla loro appendice. Questa spersonalizzazione degli uomini va a tutto vantaggio di una personificazione del pene. La cosa più bella è che comunque, come abbiamo riferito prima, non ci sono delle forti componenti sessuali quindi in realtà il pene non è solo soggetto del desiderio sessuale femminile, ma diventa il soggetto di una relazione a discapito dell’uomo stesso. Questo capovolgimento degli infelici standard e stereotipi a cui siamo sottoposte è molto intrigante e lo è ancora di più se a farlo è un uomo. Spazio ha ovviamente il piacere femminile, anche se non è manifestato molto a livello visivo, si parla molto del sesso per piacere e non come manifestazione più alta del sentimento amoroso, come viene dipinto sempre l’atto sessuale per le donne. Le donne provano piacere e non ci deve essere per forza un sentimento dietro e come dimostra questo fumetto, non ci deve essere dietro neanche necessariamente una persona. Ho trovato intelligentissima la linea narrativa di questo fumetto anche perché si lega alla masturbazione femminile che è sempre e comunque un tabù. Non solo appaiono peni recisi che saltellano dai corpi da cui sono stati tagliati, ma ci sono anche vibratori e altri strumenti di piacere, ma soprattutto il piacere femminile è al centro della narrazione. Il pene sostituisce l’uomo perché dà il piacere che serve senza tutto il resto e aiuta la donna a raggiungere un piacere disinteressato: quello che succede con la masturbazione, no? [Ora io non vorrei dilungarmi tanto su questo argomento, ma posso rimandarvi a chi di queste cose ne tratta sempre e soprattutto molto molto meglio di me, quindi se volete conoscere qualche opinione in più QUESTA è la cosa giusta da leggere! (E direi che potete anche seguire sessolopotessi su ig!)]

Posso dire che ho riso tantissimo mentre leggevo questo fumetto, alcune scelte grafiche e narrative sono così originali e surreali che veramente sono divertentissime. Nonostante questo lascia spazio alla riflessione perché anche se si parla in fondo di qualcosa di impossibile, riesce a far trasparire una vivida visione della quotidianità femminile che altri prodotti più realistici non trasmettono.

Concludo con un ringraziamento al signor Yoichi Abe che oltre a farci crepare dal ridere è anche riuscito a descrivere le donne non solo come amanti dell’amore, pulitine, senza il minimo briciolo di desiderio, ma come persone che hanno pulsioni, che fanno delle battute grevi, insomma, come siamo davvero.

Tararabundidee feat. Tra Le Righe – Ep. 16: Parigi in fiamme.

Nel mese appena passato ci sono stati tantissimi avvenimenti, ma più di tutti ci ha colpito l’incendio alla cattedrale di Notre Dame. Abbiamo allora pensato di dedicare il tema da proporre alle nostre libraie proprio qualcosa che avesse a che fare con incendi, fuochi e Parigi. All’appello ha risposto Claudia, la new entry del sodalizio che ci lega alla libreria Tra le righe.

Lei ci parla di un autore classico francese, Zola, con L’Assommoir.

“Parigi, tutt’intorno, dispiegava il suo fosco manto, immenso, azzurrastro all’orizzonte, e i suoi profondi avvallamenti, dove ondeggiava una marea di tetti; un’atmosfera d’angoscia, dense nuvole color dame adombravano tutta la Rive Droite; e dal bordo di queste nuvole, dalle loro frange d’oro, balenava un raggio di sole, che rischiarava le mille finestre della Rive Gauche in un’esplosione di scintille…”

Quando pochi giorni fa gli schermi dei nostri televisori e le prime pagine dei giornali hanno riportato le immagini della cattedrale di Notre-Dame in fiamme, siamo rimasti tutti sconvolti; il simbolo di una delle più importanti capitali europee, Parigi, divorato dal fuoco, sembra quasi voler dire che nella nostra società l’arte e la cultura non sono più considerate un bene prezioso per l’umanità.

Parigi è stata per anni, nei secoli passati, patria e rifugio di innumerevoli letterati, pittori e pensatori: lì hanno visto la luce opere straordinarie  come Guernica, i romanzi di Hemingway e i versi dei poeti maledetti. Ma non è di questa Parigi che voglio parlare oggi: lontano dagli Champs élysées e dai Grands Boulevards, alla periferia nord della città, c’è un piccolo quartiere, la Goutte d’Or, che ha ispirato uno dei più bei romanzi della letteratura francese: L’assommoir, di Emile Zola. Qui, tra i marciapiedi fangosi di boulevard Poissonière e le grida delle lavandaie in boulevard de la Chapelle, vive Gervaise, una ragazza di ventidue anni appena, con già due figli da accudire e un marito fannullone. Si trova a Parigi da poco tempo ma il suo sogno di lasciarsi alle spalle la miseria della provincia si è già infranto, ben presto il marito la abbandona per un’altra donna e lei è costretta a spaccarsi la schiena facendo la lavandaia, le mani rosse e gonfie per l’acqua gelata. Gervaise non si dà per vinta, finalmente incontra Coupeau, un uomo onesto, perbene, così diverso dal padre dei suoi figli e dagli altri uomini che vanno a bersi lo stipendio all’Assommoir, la bettola della Goutte. Dopo il matrimonio con Coupeau finalmente la vita va per il verso giusto e Gervaise corona il suo sogno: avere la sicurezza di un tetto sopra la testa e un piatto caldo che la aspetti la sera; dopo anni di stenti apre una lavanderia tutta sua, non ha più padroni e si gode la vita.  Ma la vera natura dell’uomo, animale corruttibile e vizioso fa prepotentemente capolino quando Coupeau s’infortuna e dopo aver perso il lavoro inizia a passare le giornate all’assommoir, inebetito dall’alcol.

“Lo scannatoio si era riempito. Sbraitavano, cacciando certe urla che squarciavano il gracchio catarroso delle voci rauche. Ogni tanto qualche pugno sul bancone faceva tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi, con le mani incrociate sulla pancia o serrate dietro la schiena, i bevitori facevano drappello, ammassati gli uni sugli altri; diversi gruppi, vicino alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d’ora prima di farsi servire da Colombe.”

Da qui in poi la famiglia di Gervaise scivola sempre più nel degrado e nella disperazione, nessuno viene risparmiato, neanche Nana la piccina della famiglia (protagonista di un successivo romanzo di Zola), che vediamo battere i marciapiedi e tornare a casa solo per rubare i pochi spiccioli della madre. Non c’è mai stata speranza di salvezza per questa famiglia, chi nasce nel fango, muore nel fango. Il libro è un affresco dettagliato della miseria dei sobborghi parigini della metà del 19esimo secolo, all’occhio osservatore di Zola non sfugge niente e cosi come lo vede ce lo racconta in ogni terribile dettaglio.

Comparso per la prima volta come romanzo a puntate nel 1876 , l’Assommoir viene accolto negativamente dalla critica e dal pubblico per il modo dissacrante in cui viene trattato il problema dell’alcolismo nella classe operaia francese e per l’uso dell’argot, il dialetto parigino, nei dialoghi. La risposta di Zola alle critiche è lapidaria ed attuale : Chiudete le bettole, aprite le scuole. L’alcool divora il popolo. L’uomo che saprà eliminare la piaga dell’alcolismo, farà per la Francia più di Carlo Magno o di Napoleone

Un romanzo tremendamente meraviglioso che entra dritto nel cuore di chi lo legge, a mio parere è uno dei più grandi capolavori della letteratura francese.

Questo è il consiglio di Claudia Fanelli estremamente azzeccato, noi vi proponiamo la lettura di Eroi e Meraviglie del Medioevo di LeGoff. Che c’entra direte voi: c’è un bellissimo spazio dedicato alle cattedrali, ovviamente a Notre Dame e in molti casi è citata Parigi… tanto le fiamme ce le hanno messe gli altri.

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