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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

febbraio 2019

Nel primo cerchio – A. Solzenicyn

Anche le giornate meno impegnative possono essere raccontate e anche quando pare non concludiamo nulla potrebbero essere versati fiumi di parole per descrivere tutto.

Sono tre i giorni presi in considerazione da Solzenicyn nel suo enorme romanzo corale (più di 900 pagine), Nel primo cerchio, edito da Voland. Dettagli su dettagli, dialoghi, scenette, pranzi, cene, lettere, comunicazioni, descrizioni, tutto viene raccontato. Siamo in una saraska, un laboratorio segreto di ricerca, con precisione a Marfino, vicino Mosca. Qui venivano messe insieme le menti brillantissime dei prigionieri, sono delle prigioni scientifiche in cui le menti dei dissidenti, traditori o innocenti, venivano messe al servizio dello Stato che pubblicava gli studi con nomi falsi, facendo dimenticare così i veri autori delle scoperte.

Linguisti, ingegneri, filologi, scienziati, fisici: sono loro i protagonisti del romanzo del premio Nobel (1970). In realtà il loro Natale non sembra poi così male per essere dei detenuti del regime Stalinista. Loro sono trattati bene in fondo, hanno cibo in abbondanza, hanno dei libri da leggere, lavorano ma a quello che sanno fare meglio. Insomma rispetto a tutti gli altri detenuti dei gulag sono praticamente estremamente fortunati. Il problema è che proprio questa sorta di benessere, sembra essere un’ulteriore condanna per i detenuti, oltre ovviamente a quella di essere segregati, ma soprattutto di aiutare con le loro capacità un regime di cui non condividevano le idee e che stava portando la Russia ad una sofferenza estrema.

I detenuti si raccontano, si perdono in dialoghi, leggono le lettere e si confrontano sulle loro idee, alcuni sono d’accordo altri sono nemici giurati quasi, ma in tutti la grande intelligenza e preparazione li rende infelici: schiavi delle loro stesse capacità a servizio del nemico che hanno sempre combattuto. Per alcuni questa situazione è davvero troppo. Sentirsi così “privilegiati” ed essere un aiuto così grande allo Stato, dà un senso di colpa troppo grande, alcuni infatti abbandonano questa lussuosa detenzione per andare ai lavori forzati.

Nel primo cerchio è un libro davvero impegnativo: i personaggi sono moltissime, le loro storie complesse, la cornice narrativa e l’ambientazione sono davvero particolari, almeno per me, che non sapevo esistessero le prigioni scientifiche di lusso. È sicuramente un quadro intenso quello che Solzenicyn fa del periodo della prigionia e della Russia post – bellica, anche se sono presi in esame sono tre giorni, non mancano nei dialoghi dei detenuti, nelle riflessioni dell’io narrante una narrazione storico – politica della contemporaneità dell’autore, ad esempio sono mirabili le pagine su Stalin e sulla sua politica. La lettura è stata illuminante, anche se in alcuni casi è molto facile perdere il filo dei discorsi, capire bene i personaggi, sono comunque novecento pagine e tenere l’attenzione sempre al massimo può risultare complesso, ma se siete appassionati sia della Russia che della Seconda Guerra Mondiale, questo enorme volume è assolutamente da leggere!


Questo articolo fa parte dell’Indie BBB Cafè di Febbraio 2019, dedicato alla casa editrice Voland!

La notte non vuole venire – A. Arena.

“Nonna nonna e nonnarella

o’ lupo s’è mangiato a pecorella…”

È una ninna nanna o meglio è la ninna nanna che ho sempre ascoltato cantare dalle donne della mia famiglia e che io stessa propongo e ripropongo a qualsiasi bambino che ha gli occhi pieni di sonno che mi trovo in braccio. Si tratta di una ninna nanna un po’ atipica e anche inquietante. Insomma far calmare e dormire un bambino raccontando di un animale indifeso che viene sbranato, forse non è il massimo, ma sarà forse questa la potenza di questa canzone? Si chiudono gli occhi forse per non sapere bene tutti i dettagli? Fatto sta che è infallibile, parola mia e pure delle due grandi protagoniste dell’ultimo libro di Alessio Arena: La notte non vuole venire, Fandango.

Il libro è un romanzo liberamente ispirato alla vita di Griselda Andreatini, più nota con il nome di Gilda Mignonette (1886 – 1953), la più grande cantante italiana d’America, colei che riempie tutti i luoghi in cui canta. La sua voce incanta il pubblico e riesce a dare materia e tono alle sofferenze di tutti gli italiani che negli anni ’20 e ’30 soffrivano terribilmente nell’America Corta, vittime di soprusi, discriminazioni che sognavano ed agognavano di rimettere piede nella loro terra natia, da cui erano scappati per avere qualche possibilità in più, per vedersela bene.

A Gilda serve un’interprete e assistente perché non comprende bene l’inglese e comunque diventando una donna di grande successo ha bisogno di aiuto. Tutti i suoi desideri vengono soddisfatti da Esterina Malacarne che da quando diventa l’assistente della cantante viene spogliata anche del suo nome. In fondo senza Gilda chi è Esterina? È davvero un’entità a parte o vive solo nell’ombra della grande artista e per la grande artista? Questo è quello che vorrebbe Gilda, che la prende come assistente perché guardandola in faccia la percepisce come innocua, anonima, che male poteva fare una così? Non avrebbe potuto commettere errore più grande. La Mignonette pur pervasa di saggezza popolare ha dimenticato di tenere a mente un detto: mittiti paura e l’acqua cheta.

A’ guagliona, così e solo così verrà chiamata Esterina, proprio in casa della sua padrona, commetterà un abitudinario delitto, non da sola questo è certo, ma nulla riesce a giustificarla, almeno agli occhi di Gilda. È ovvio che in questo gioco delle parti il lettore si schiererà per l’una o per l’altra, ma non capirà mai chi subisce il torto più grande: Esterina che viene spersonificata, umiliata e che è costretta a competere 24/7 con la star più importante dell’epoca o Gilda che viene tradita dalla persona a cui in fondo, aveva affidato vita e carriera?

Per quanto ci riguarda in questa storia abbiamo sempre tifato per la Mignonette. Nonostante il successo, la bellezza, la fama e i soldi, una vita senza affetti sinceri, amicizie disinteressante, amori reali non vale la pena di essere vissuta e Gilda sotto tutti quei lustrini, quegli eccessi, quell’estro e quel talento era una donna estremamente fragile e tormentata, per questo meritava, almeno una volta, di essere felice nel profondo e non solo in facciata.

Alessio Arena con una scrittura molto fluida tratteggia due protagoniste eccellenti. Il lettore vive le loro storie, la loro amicizia e le loro ansie, riesce a partecipare quasi attivamente a quello che fanno e pian piano Gilda ed Esterina sembrano materializzarsi da quanto Arena riesce a renderle vive. La storia si svolge principalmente negli USA a New York in particolare, ma mai si smette di sentire l’odore e il calore di Napoli. Gli atteggiamenti, le espressioni, le scelte lessicali, riportano in modo esatto la napoletanità. Alcune frasi hanno il bisogno di essere lette ad alta voce, perché il suono di Napoli ha bisogno di essere manifesto.

Nonostante questo sia un libro ambientato negli anni ’20 in un tempo ormai lontano, l’autore riesce a creare un quadro politico e sociale esatto e realistico: parlando delle politiche razziali americane, della mafia, lanciando qualche spunto senza mai distogliere l’attenzione da Esterina e Gilda. La vicenda politica s’intreccia anzi con quella della sciantosa, specie quando entra in scena anche Musullino.

Siamo di fronte ad una biografia, un romanzo, un racconto storico, una storia d’amore e d’amicizia, popolato da personaggi meravigliosi. Gilda, Esterina, Frank, Federico, O’ Mamozzio, O’ Merecano non li saluterete completamente a fine libro. Arena mette pulci nell’orecchio e appena chiudete il libro cercherete le canzoni della Mignonette per esempio, e attraverso le sue parole farete rinascere e rivivere tutti i personaggi, Vi chiederete… ma questa canzone c’entra qualcosa con o’ suricillo? E quando invece sarete davanti alle poesie di Federico, vi chiederete se fossero state scritte per Rodolfo, per i suoi amici, prima o dopo la disavventura del Luna Park? E anche se voi lo sapete che questo libro in fondo è fatto anche di finzione, queste domande vi verranno in mente comunque, questi personaggi ve li porterete appresso e inizieranno a prendere vita ogni volta che si appiccia a lampadina di Gilda Mignonette o di F.G.L.

“Pecorè commo facistj?”

Come se mangiassi pietre – W. L. Tochman

Dal 1° marzo 1992 al 14 dicembre 1995 c’è stata la Guerra in Bosnia ed Erzegovina. È quel tipo di storia così recente che non entra nei programmi scolastici, ma è anche quel tipo di storia che pur essendo recente non entra nella mente della gente. I conflitti sono terminati nel 2001, praticamente l’altro ieri, in un luogo così vicino a noi che se ci sporgessimo lo vedremo a occhio nudo. E proprio qui, così vicino, nel luglio del 1995 avvenne il massacro di Sbrebrenica: più di 8000 musulmani furono torturati, uccisi e gettati in fosse, grotte. È di questo o meglio, della memoria che ha lasciato nella popolazione che parla il reportage, edito da Keller nel 2010, Come se mangiassi pietre, dell’autore polacco Tochman.

È stata una lettura molto complessa, faticosa da accettare: in quegli anni sono nata io ed è davvero poco tempo fa… com’è stato possibile che sia accaduto questo? Che è stato permesso un simile scempio?

A parlare nel libro, che è un mosaico di esperienze e di voci diverse, sono soprattutto donne. Sì perché in quel massacro erano le uniche, in alcuni casi, ad essere risparmiate. Gli uomini erano presi, scambiati, illusi poi uccisi e le donne rimanevano vagando e avendo come unico scopo della vita, ritrovare i corpi dei propri cari. Eva Klonowsky è l’antropologa forense che si occupa di identificare i resti delle vittime e di riportarli alle loro famiglie. Percorriamo nel libro i suoi viaggi e le sue esperienze, le sue scoperte e quelli delle altre donne che in lungo e il largo percorrono il territorio serbo per “ricongiungersi” ai propri cari. Vengono scoperte nuove fosse comuni, perché ogni tanto, qualcuno si fa avanti dicendo di aver visto, di essersi ricordato di punto in bianco (come se fossero cose banali, che possono essere facilmente cancellate dalla memoria) che proprio in quel luogo, tempo prima aveva assistito (visto da lontano però, mai in prima persona, perché le responsabilità è comunque meglio lasciarle agli altri), a omicidi di musulmani. La cosa che sconvolge è che nelle storie raccontate, a parte in rarissimi casi, non c’è alcuna forma di solidarietà verso le vittime. Più che per una forma di autotutela o per paura, sembrerebbe quasi per strafottenza. Ognuno si fa i fatti propri e continua così la sua esistenza, senza curarsi minimamente neppure del più caro amico. E anche alla fine di tutto è così. Non ci sono pentiti, non ci sono confessioni. Si ritorna a vivere come se nulla fosse successo. Crudelissimi uomini che hanno trucidato altri uomini innocenti ed indifesi vivono tranquilli nelle loro abitazioni, terribili stupratori fanno la vita di padri amorevoli e mariti dolcissimi. Nessuno dice niente, possibile che non ci sia alcun tipo di rimorso?

“Se mi lasciassi prendere dalle emozioni, non chiuderei occhio per tutta la notte. Questo posto mi toglie il sonno. Mi sveglio alle tre del mattino e vedo i crani forati. I pensieri mi si affollano nella testa. Sparano e uccidono un tizio. Poi un secondo, un cinquantesimo. Questo lo posso ancora capire. Ma com’è possibile che mezzo centinaio di uomini si lasci condurre docilmente alla morte? Perché non reagiscono? Perché non cercano di salvare la pelle? Un pugno di assassini ordina loro di scendere dal pullman: e quelli scendono ubbidienti. E poi si allineano buoni buoni contro il muro.” Eva preferirebbe non porsi tutte queste domande: “Mi fanno andare in frantumi, mi distolgono dal lavoro. Sono qui per assemblare ossa. Solo in questo modo posso rendermi utile. La guerra non fa per me.”

Tararabundidee feat. Tra le righe, ep. 13: Libro STELLATO.

Gennaio, il mese più lungo dell’anno è appena terminato. Ci aspettano ancora tantissimi giorni prima della fine di questo 2019 e di solito al principio si iniziano a stilare i buoni propositi, gli obbiettivi, insomma tutto ciò che ci aspettiamo e che vorremmo raggiungere nei successivi 365 giorni; c’è chi poi guarda in alto e scrutando il cielo si affida alle stelle e agli oroscopi e alla fine anche chi non ci crede, cade vittima di predizioni alternative. Noi abbiamo chiesto alle nostre libraie un libro che parli di stelle e che forse leggendolo vi ispirerà e vi farà capire qualcosa del vostro futuro!


La simmetria dei desideri, Eshkol Nevo, Beat (trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi).

Gennaio, tempo di progetti e fantasie. Cosa ci aspettiamo dall’anno nuovo, dagli anni a venire, da noi stessi e dalle persone che ci stanno accanto? Il romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo mi è sembrato illuminante, perché racconta dei desideri e delle strane traiettorie che questi compiono nelle nostre teste, e poi fuori, nel mondo, prima di arrivare (forse) a destinazione e trasformarsi in realtà. Quattro amici dei tempi del liceo, seguendo un rito che si ripete ogni quattro anni, si incontrano per vedere insieme i Mondiali di calcio: corre l’anno 1998, sono scanzonati, ancora molto uniti e si portano bene i loro 28 anni. In questa occasione, partendo da un’idea di Amichai, il più tenace, vitale e ottimista, decidono di “mettersi in gioco”. Ognuno di loro scriverà su tre biglietti tre desideri che riguardano se stessi, la sfera personale e professionale. Avranno quattro anni di tempo, fino ai prossimi Mondiali, per vedere se e quando questi sogni si saranno avverati. Un tempo non lunghissimo, ma abbastanza perché accadano bellissime esperienze, grandi drammi, tragedie, insomma tutti i rivolgimenti della vita in un periodo cruciale di cambiamento, nel passaggio dei quattro dalla gioventù all’essere adulti. Con tanta ironia Nevo riesce a entrare nell’intimità di questi personaggi, a farceli conoscere con le loro manie, le luci e le ombre. La profondità ci tocca con leggerezza, l’amicizia è un sottofondo che si salva sempre, anche dopo burrascosi litigi e separazioni, nonostante modi assai diversi di sentire, di agire e reagire ai rovesci della fortuna. Senza dimenticare mai lo sfondo su cui si svolgono i fatti – la terra di Israele, con tutte le sue contraddizioni – la storia personale di Yuval, Churchill, Ofir e Amichai diventa anche la nostra. Fragilità, risate, periodi bui, tradimenti, solitudine, ma anche amore, e tanta amicizia, forte e sincera.
È il timido Yuval, eterno studente di filosofia e traduttore dall’inglese a tempo perso, a narrarci tutta la vicenda con uno stile inconfondibile, tagliente e disarmante, a cui ci affezioniamo subito. E fin dalle prime righe la storia si legge con il dubbio che il narratore non sia più su questa terra, eppure una forza vitale si insinua e ci trasporta con curiosità fino alla sua inaspettata conclusione. A volte, come in questa storia, gli esiti dei desideri sono diversissimi dalle aspettative, dal punto di partenza, eppure restano realizzazioni di sogni. Quasi a dirci che, comunque vadano le cose, resta la bellezza di aver vissuto e desiderato, e di essere vivi.

Paola Mastrobuoni

Guardate anche voi il cielo stellato, esprimete desideri e fate in modo che si realizzano, che tanto almeno un giorno all’anno le stelle saranno dalla vostra parte!

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