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tararabundidee

"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

gennaio 2019

Trouble in Paradise. No: Trouble in the Cloud.

“Più libri più liberi
Grande successo per la 17° edizione
File record agli ingressi, tutto esaurito negli incontri culturali,
Boom di vendite per gli editori.”

«Anche quest’anno Più libri più liberi è stata una straordinaria occasione culturale: code dalla mattina alla sera, migliaia di ragazzi, incontri affollatissimi, editori contenti. Si conferma una volta di più la casa di tutta l’editoria italiana, la casa dei piccoli e medi editori».

Abbiamo fatto una chiacchierata in fiera che ha coinvolto una manciata dei tantissimi (più di 500) espositori presenti e che trovate su Radiosonar.net. Gli abbiamo chiesto com’era la Nuvola, la fiera, la disposizione dei libri nelle librerie, cosa significa essere ehm no, sto spoilerando. Leggete tutto qui, poi ritornate su questi lidi perché ho un’altra cosa da dire. Diciamo che lì c’è la professional, le domande sono ben strutturate, le voci sono di più, insomma questo è un commento. Una riflessione. Un racconto. Una delle solite cose che potete leggere qua sopra.

Quando gli editori sono contenti, come dice la citazione in alto, che non v’interessa sapere di chi è, ma basta che esista, è sempre una cosa bella e buona. Ma gli editori a questa fiera, sono davvero davvero contenti? Perché si parla di boom delle vendite, boom degli ingressi (che poi io ci sono stata 4 giorni su 5 e non ho visto tutta questa folla, ma sicuramente perché nell’unico giorno in cui non ci sono stata si è riversato tutto il pianeta), ma non si parla da nessuna parte di una cosa che è cambiata dall’edizione del 2017 a quella del 2018.

Il costo degli stand.

“Ti devono spremere fino all’ultima goccia di sangue – dicono da Neo Edizioni – è rimasto tutto identico alla scorsa edizione, ma paghiamo di più. Il prezzo in fondo viene fatto da chi sta ai vertici e sono vetrine importanti: Roma, Milano, Torino. Come si fa a mancare? Anche se i costi sono elevati e non si rientra con le spese, bisogna esserci. Soprattutto a Roma non si viene per fare cassa, ma per i rapporti, per farti vedere, conoscere i lettori.”

Il tema del rapporto da creare con lettori e con il pubblico viene sottolineato anche da Tsunami Edizioni, che quando è a Roma si trova in contatto con lettori differenti. Alcuni dei libri che normalmente la casa editrice vende di più, a Roma attirano poco: la piazza romana muove prog, new ave e punk principalmente. È ovvio che se si tratta di luoghi che riescono a muovere un pubblico insolito è il caso di starci, ma “è la fiera più onerosa per gli editori: a parità di spazio è più costosa perfino di Torino. Bisognerebbe prendere in considerazione il fatto che molti editori del nostro taglio, quello a cui cioè questa fiera dovrebbe essere rivolta, sono stati danneggiati da questo aumento di costo.”

La dimensione di questa fiera non è favorevole al piccolo editore, abbiamo notato molta più attenzione mediatica in ogni parte d’Italia sugli eventi di PLPL, ma da questo traggono giovamento soprattutto gli editori medi, che avendo un nome conosciuto, coadiuvati da grande pubblicità hanno vendite assicurate.” Dicono da Logos Edizioni aggiungendo che in realtà la Nuvola ha servizi molto buoni, dimensioni adeguate e forse l’aumento dei prezzi è stato assorbito da maggiori lavoratori, dal lavoro pubblicitario che però non attenziona il piccolo editore. Ci sono differenze troppo grandi nell’editoria ed è giusto creare degli spazi che siano a misura solamente di piccola editoria, per permettergli di partecipare e di poter crescere. Una visione positiva (l’unica tra quelle che ho avuto il piacere di interpellare) arriva da Lindau. Ci dicono infatti che forse questo aumento di prezzo è dovuto a miglioramenti sotterranei che non hanno avuto ripercussioni manifeste, cose di cui gli editori non hanno percezione e in fondo c’è da dire che non c’è stata una retromarcia.

Insomma, pare che l’aumento di prezzo non abbia portato a nessun epocale cambiamento e in questo modo come può una fiera che dovrebbe tutelare e favorire gli interessi della piccola e media editoria (a cui la manifestazione è dedicata) farlo davvero? “Il rischio è che in questo modo la piccola editoria non venga attenzionata – ci dice Liberaria – uno stand a un prezzo accessibile comporta una spesa minore facilmente affrontabile anche da case editrici che non hanno un grande fatturato. Molti editori a causa dell’aumento dell’affitto non sono potuti essere presenti, altri hanno invece dovuto accontentarsi di stand collettivi in cui magari possono essere esposti solo i libri, senza l’editore che li presenta e questo penalizza le vendite: alle fiere si vende perché si conoscono i lettori, si vende grazie al contatto diretto ed è un modo per farsi conoscere. La nostra editoria viene valorizzata più da Bookpride dove non ci sono editori a pagamento (o almeno quelli che sono sicuramente a pagamento, sono molti i marchi editoriali che chiedono contributi almeno in parte, ma questi sono altri discorsi su cui non ha la minima competenza e che quindi non mi sento di affrontare), questo comporta un minor numero di espositori ma un guadagno maggiore per chi c’è e soprattutto costi affrontabili. Pare che Più Libri Più Liberi punti a diventare una grande kermesse con una altrettanto grande sperequazione di costi e benefici per le stesse persone a cui dovrebbe essere rivolta.” Una simile riflessione viene fatta anche da Edizioni Spartaco che dice di come pare che la fiera stia puntando più alla quantità che alla qualità, facendo così un danno a tutti gli editori. Se un lettore passeggiando per gli stand s’imbatte nel libro sbagliato, non dà più fiducia agli altri piccoli editori pensando che la qualità dei libri sia bassa rispetto ai grandi/medi editori e questo comporta un grave danno. La soluzione sarebbe quella di fare una selezione, che si basi sulla qualità dei prodotti e magari evitare di far rientrare in questi ambiti gli editori che sono manifestatamente a pagamento. Sia Liberaria che Spartaco sono case editrici del Sud Italia, queste manifestazioni come Roma, Torino, Milano sono di vitale importanza. La condizione della lettura al Sud è praticamente inaccettabile. Le pochissime librerie che ci sono faticano a stare a galla ed essere lettori al Sud è qualcosa di estremamente coraggioso. Parlo per esperienza personale: la libreria più vicina a casa mia si trova a 25 km, è una libreria di catena molto piccola. Non c’è un libraio che mi consiglia, non c’è qualcuno che ha cura di quello che scelgo, ma soprattutto non c’è scelta. Bestsellers, classici, thriller e cartoleria. Pochi, pochissimi indipendenti. Sì c’è amazon, ma tante cose su amazon non ci sono e poi… una volta c’è la neve, una volta la via è ghiacciata, abbiamo tutti lo stesso cognome, la strada è chiusa, stanno rifacendo il ponte e il corriere non arriva mai. Se noi lettori del Sud siamo coraggiosi che dire degli editori? Sono proprio in momenti come Più Libri Più Liberi che questi editori possono relazionarsi con persone, realtà che riescono a vedere 1 – 2 volte all’anno e per chi viene da molto lontano, non c’è solo il disagio dell’aumento dell’affitto, ma anche del trasporto e di tantissime altre cose e qui non c’entra Nord e Sud.

È Effequ a chiarire questo punto: “ci sono prezzi altissimi su qualsiasi servizio. Visto che lo stand ha assorbito tutte le spese abbiamo portato tutti i libri in macchina e si doveva pagare anche per scaricare i libri! Non volevamo parcheggiare all’interno dell’area della fiera, solo scaricare velocemente l’auto carica di libri per portarli dentro più facilmente. Impossibile, anche questo è un servizio a pagamento. Abbiamo dovuto trasportare i libri in due fino al montacarichi, da dove avevamo parcheggiato fuori dalla fiera. Non siamo in tempi d’oro per l’editoria, trasmettere una visione d’opulenza a che serve? Le case editrici sono piccole realtà imprenditoriali, ma non può ricadere direttamente sulla casa editrice la mancanza di lettori e invece chi la paga (e qui si parla sia in senso figurato che in senso strettamente letterale) sono i produttori di questo bene con cui in fondo non si fa grande prestigio, ma nei migliori casi si riesce a vivere.”

Ora forse capite meglio i dubbi che mi attanagliavano all’inizio. Allora ho voluto indagare e approfondire meglio. Ora forse con 545 editori presenti, non si è fatto troppo caso agli assenti. Pare che le vendite e gli ingressi abbiano fatto boom comunque anche senza di loro, ma quando in una fiera che si rivolge alla piccola e media editoria e che è l’unica in Italia a farlo in modo manifesto e che è anche l’unica grande manifestazione libraria a svolgersi nella capitale; mancano certi nomi che erano soliti esserci, che sono conosciuti ai lettori, che pur essendo piccoli fanno libri di grande qualità e che fanno parte della categoria che PLPL dovrebbe rappresentare nella fiera, io due domande me le farei. E infatti qualche domanda alla fine me la sono fatta e l’ho pure fatta e ho deciso di interpellare anche due case editrici che hanno scelto o sono state costrette dalle variazioni di costo a non essere all’edizione del 2018, chiedendogli il perché della loro assenza, cosa pensassero della fiera e ovviamente dei suoi costi.

Eris Edizioni: noi non facciamo fiere per vendere e basta. Per quello ci sono le librerie e le fumetterie che lavorano 365 giorni l’anno come veri e propri presidi sul territorio.
Per noi andare in fiera significa soprattutto incontrare i nostri lettori e scoprirne di nuovi. Significa scatenare empatie, offrire quel qualcosa in più che può essere dato solo dalla presenza nostra e dei nostri autori in fiera.
Tutto questo PlPl, per come è organizzato, non ci dà la possibilità di farlo. Perché? 
Perché i costi elevati (quelli di plpl sono tra i più alti di tutto il settore editoriale, più del Salone del Libro di Torino) possono non essere un problema se in cambio una fiera ti dà qualcosa a livello di organizzazione, afflusso di pubblico, ma soprattutto a livello di promozione e attenzione per il lavoro di ogni realtà editoriale – nel senso più orizzontale possibile. Tutte cose che ad oggi PlPl non fornisce e che altre fiere – Bookpride, Lucca Comics – attraverso le loro capacità organizzative, si impegnano a fornire ai grandi editori come ai microeditori.

Nella nostra visione le fiere sono uno strumento per l’editore, non degli eventi fine a se stessi, in cui è importante esserci perché sì. 
Per questo, per ora,  – con il rammarico di non poter incontrare i nostri lettori che frequentano la fiera – noi non troviamo l’utilità di utilizzare lo strumento plpl, il modo giusto per continuare a parteciparvi. Magari in futuro torneremo a farlo, ma per il momento non ci sono le condizioni, per quanto ci riguarda.

Se la questione è solo “vendere” preferiamo allora che a farlo siano le librerie (che non si parla e riflette mai su quanto e come le fiere tolgano vendite alle librerie che durante tutto l’anno si fanno un mazzo tanto e spingono libri e case editrici), quelle con cui lavoriamo direttamente e quelle che scommettono su di noi ogni giorno dandoci una visibilità impagabile. 

Gorilla Sapiens: La scelta di non partecipare a Più libri più liberi 2018 è stata meno sofferta di quanto si possa pensare. A metà giugno abbiamo ricevuto la mail ufficiale che comunicava l’apertura della campagna commerciale e l’aumento dei costi del 10%. Questo aumento era già previsto: l’anno precedente, il primo alla Nuvola, gli organizzatori avevano detto a chiare lettere che solo per quell’anno si sarebbe mantenuto il solito prezzo, mentre dal successivo il prezzo sarebbe aumentato, a causa dei maggiori costi ecc ecc…

Non è stata quindi una sorpresa. Tuttavia una frase di quella mail ci ha colpito: “confidando che sia uno sforzo affrontabile in ragione dei maggiori incassi che la nuova sede consente.”

Ci sarebbero molti commenti possibili per questa frase (“chi mi ha fatto i conti in tasca e sa che lo sforzo è affrontabile per me?”; “si tratta di un aumento reale basato su incassi ipotizzati”; “se anche avessi maggiori incassi, non avrei il diritto di tenermeli, e magari reinvestirli?”). Ma il punto, per quanto ci riguarda, è un altro: Più libri più liberi NON era uno sforzo affrontabile neanche prima dell’aumento. Lo abbiamo sempre affrontato contro tutti i principi della logica e dell’economia.

In questo settore è diffusa l’idea che certe cose vadano fatte solo per la visibilità; c’è una forma mentis per cui se a una fiera riesci a coprire le spese, allora è andata bene; e soprattutto non bisogna mai ammettere la sconfitta, ma sempre gridare al successo, altrimenti “lo sfigato sei tu”.

Più libri più liberi, fiera della piccola e media editoria, costa semplicemente troppo per la piccola editoria. Con i soldi risparmiati abbiamo fatto due ristampe e partecipato a diversi mercatini natalizi. Ai mercatini ogni tanto qualche cliente ci ha chiesto “Ma c’eravate alla Nuvola?”, “Quest’anno no, e lei?”. La risposta era sempre: “No, no”. “E allora che caz’ chiedi?” (ma quest’ultima frase l’abbiamo solo pensata e non detta, perché siamo pur sempre un gorilla educato).

La mia sete di curiosità sulla questione è in parte stata soddisfatta. Ci sono una serie di dubbi e di perplessità che mi sono venuti rielaborando questa materia e queste informazioni, ma una la chiarisce più di tutti: perché? Perché gridare al boom, agli editori super contenti, alla meravigliosa rassegna di libri in un paese in cui non si legge e non parlare dell’aumento dei costi? Perché chiamarla fiera della piccola e media editoria se molti appartenenti a questa categoria, a causa dei costi proibitivi non possono esserci? Potrei continuare con un’infinita serie di perché, ma mi fermo.

Ringrazio invece tutti gli editori che nonostante la gente, il fatto che stessero lavorando, gli impegni, le presentazioni etc. etc. etc. abbiano trovato il tempo per parlare con me, spiegarmi quello che volevo sapere, scrivermi le loro opinioni e aiutarmi a fare chiarezza su questo argomento. Per il resto se qualcuno di voi ha la soluzione a questo problema e a tutti i miei perché mi scriva… forse capiamo qualcosa alla fine della fiera.

Le lettere dei poeti

Per un lettore non è facile, nella sua carriera, leggere tutte le opere di un autore e scoprire così la sua vera essenza. Ci affidiamo ai lavori maggiori, alle opinioni altrui e si va così sedimentando un’opinione su quell’autore che magari non è veritiera al 100%. In fondo un romanzo, una poesia, una canzone, è solo una piccola espansione, un breve momento della vita di chi scrive e non può contenere tutte le sfaccettature di un essere umano. Così siamo abituati a pensare che Leopardi vivesse soggiogato dalla tristezza e che Emily Dickinson fosse prigioniera della sua casa senza riuscire a catturare nemmeno una piccola emozione: sbagliamo.

L’Orma editore ha creato una collana, I Pacchetti, che oltre ad avere una veste grafica accattivante ed originale (si tratta infatti di libri da chiudere, affrancare e spedire); contiene lettere quasi totalmente sconosciute dei più grandi autori, pensatori e poeti. Visto che ci mancava un po’ di lirismo nella vita, noi abbiamo preso la Cassetta Verde, contenente le lettere di Giacomo Leopardi, Emily Dickinson, Arthur Rimbaud e Rainer Maria Rilke. Siamo rimasti folgorati.

Nei secoli l’immagine che evoca il nome di Leopardi è quella di un uomo malaticcio, che con una tosse perpetua è consumato da una tristezza incommensurabile, magari lo immaginiamo anche un po’ burbero: la vita lo ha messo a dura prova, come potrebbe gioire in qualche modo? E invece nella lettera all’amico ed editore Pietro Brighenti del 1821 dice:

“Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria. […]

Amami, caro Brighenti, e ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni che possiedono l’orbe terraqueo. Il mondo è fatto al rovescio come quei dannati di Dante che avevano il culo dinanzi ed il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo.”

Ora tralasciando il fatto che anche gli insulti nella penna di Leopardi si trasformino in pura poesia, in questa lettera è Leopardi che consola Pietro e lo fa con allegria ed ironia, due cose che non assoceremmo mai al suo genio. Opere ed autori in realtà sono cose diverse, ovvio non proprio estranee, ma sicuramente non possiamo conoscere la totalità di un uomo dalle opere che sono rivolte a un pubblico. L’intimità, l’essenza, non venivano gettate in pasto così. Bisogna quindi rivalutare, scavare, ricercare per restituire il vero essere di questi autori. In fondo erano geni enormi, sarebbe riduttivo ricondurre le loro personalità a una manciata di sentimenti e di pensieri. Che poi nelle loro carriere abbiano approfondito determinati aspetti piuttosto che altri è un’altra storia. Lo stesso trattamento di Leopardi l’ha avuto anche Emily Dickinson, tramandata come una poetessa molto sensibile ed estremamente solitaria, chiusa nei suoi abiti bianchi e ritirata, viene vista come una sacerdotessa della Natura, di cui coglie e descrive tutte le sfaccettature, ma che rimane estranea alle pulsioni e ai sentimenti “reali”. Una donna sola che parrebbe fare vita quasi monacale. No. Molte sono le sue lettere d’amore, alcune rivolte al giudice Otis Philipps Lord a cui ad esempio scrive:

“Non lo sai che <<No>> è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio? Lo sai perché tu sai tutto. Giacere così vicina al tuo desiderio – toccarlo mentre gli passavo accanto, perché ho il sonno inquieto e recalcitrante e spesso dovrei partire in viaggio dalle tue braccia attraverso la notte felice, ma tu poi mi riprenderai sollevandomi a te, non è vero? Perché è unicamente tra le tue braccia che chiedo di stare – e ti dico che se mai sentissi il tuo desiderio ancora più vicino di quanto lo sia stato nel nostro dolce passato, forse non resisterei e lo benedirei, perché devo e sarebbe giusto.”

Ma non è solo al giudice che scrive parole d’amore, alcune lettere sono infatti rivolte ad un misterioso Maestro di cui non si sa nulla di certo.

“Così caro mi diventò questo estraneo che se fosse stato – l’alternativa – al mio stesso respiro, avrei gettato via il mio fiato con un sorriso. Ah se Dio mi avesse concesso di poter respirare dove tu respiravi e di trovare – da sola – nella notte – il luogo in cui tu eri – Se non posso mai dimenticare che non sono con te – e che il dolore e il gelo ti sono più vicini di me. […]

Non so se tu possa farci qualcosa – Maestro – ma se l’avessi io la barba sulle guance – come te – e tu – avessi i petali di Margherita – e se a me tu ci tenessi – che ne sarebbe di te? Riusciresti a dimenticarmi in lotta, in rotta – o in terra ignota?

Anche l’animo che ci hanno tramandato essere mite e delicato, incline alla solitudine, della grandissima poetessa statunitense è solcato da un forte turbamento passionale. Niente è come sembra dunque, ma questo l’abbiamo già detto. Un’altra cosa che ci ha molto sorpreso di queste lettere, oltre ovviamente ad averci fatto cambiare le idee che avevamo su alcuni autori, è il lirismo. Insomma, qui si parla di lettere del quotidiano, di cose “normali”. Queste erano cose che scrivevano ai familiari, agli amici, ai fidanzatini e alle fidanzatine e le scrivevano così. Come se noi scrivessimo su whatsapp cose di un’altezza simile. È impensabile quanto ogni cellula di questi personaggi sia intinta di arte. E in questo senso la raccolta che più ci ha ammaliati è quella delle lettere di Rilke. Rilke è uno dei maggior poeti di lingua tedesca. La sua opera si lega molto ai simbolisti francesi e ai decadentisti. Una delle caratteristiche e dei temi più utilizzati dal poeta è senza dubbio la religione. Ma non è ovviamente di questo che parla la raccolta di lettere. Si spazia dalle fake news, alle lettere agli amici, alle vere e proprie dichiarazioni di poetica. Scegliere un solo passo è estremamente difficile: in ogni riga c’è poesia ed arte. Tutto in Rilke è poesia perché interiorizza con la bellezza delle parole, tutto ciò che percepisce.

“A differenza di lei, io non ho finestre che si affaccino sull’umanità e non le avrò mai. L’unico modo che conosco per accogliere gli altri è trasformarli in parole dentro di me, e negli ultimi anni mi interpellano solo attraverso due figure, partendo dalle quali giudico gli uomini nel loro complesso.”

Potremmo scrivere ancora tantissimo ma non sarebbe giusto. Dovete gustare anche voi la bellezza di questi testi, con sorpresa e ammirazione profonda come abbiamo fatto noi.

Ovunque sulla terra gli uomini – M. Marrucci.

Per Racconti Edizioni è uscito non da molto, Ovunque sulla terra gli uomini, una raccolta di racconti inediti di Marco Marrucci.

Ovunque: avv. indefinito, dappertutto, in ogni luogo. Dieci racconti portano il lettore nei luoghi più diversi: San Salvador, Mongolia, Tessaglia, Melbourne. I luoghi vengono sempre indicati e sappiamo sempre collocare i fatti nello spazio, mentre a livello temporale il discorso cambia. Alcuni racconti possiamo collocarli qui ed ora, altri sfumano in tempi passati, altri ancora sono fissati nel mito. Gli uomini, ovunque sulla terra… ma anche le donne, i bambini, gli animali. In dieci racconti il punto di vista e i protagonisti cambiano sempre. Tutti questi personaggi sono compressi in una cornice. Il primo e l’ultimo racconto sono legati e questo è sorprendente: dopo che il lettore ha vissuto nove storie completamente diverse non si aspetta un legame proprio all’ultimo. In realtà il lettore dopo i primi due – tre racconti non sa proprio cosa aspettarsi. Prima pensa di essere davanti a una raccolta di racconti realistici, verosimili ecco… poi gli piomba addosso la mitologia, poi s’imbatte in strane cose surreali, quindi è inutile prevedere di cosa possa parlare il racconto successivo. Si legge e basta. Ma allora, se è tutto così diverso, se le trame sono così lontane così come l’ambientazione che le contiene, così come i protagonisti che ne fanno parte; cos’è che lega le storie di questa raccolta?

“È un nettare amaro, un fiele che non posso rifiutarmi di bere perché è incorporato nelle traiettorie della discesa e del ricordo, è esso stesso la discesa ed il ricordo.”

Lo stile. Quello che colpisce di più il lettore è infatti come i racconti sono scritti, non la trama, non l’ambientazione. La scrittura di Marrucci è preziosa, riempie ogni vuoto della trama, ma non è pesante. Le scelte lessicali sono mirate, varie, estremamente pesate. Le parole rimangono nella mente del lettore, perché sono parole che non usa: parole belle, musicali, che durante la lettura vengono catturate ed interiorizzate perché suonano bene, meglio di quelle quattro parole che si usano sempre. Le frasi sono lunghe e corpose, evocative, ma non troppo: nonostante l’esattezza e la ricerca lessicale le immagini che Marrucci propone rimangono come sospese, avvolte dal fumo, irrisolte. Questa opulenza stilistica, ci hanno fatto pensare allo stile decadentista, una corsa verso la bellezza che più che far attenzione alla trama, alle ambientazioni e ad avvincere il lettore con colpi di scena, cerca di ammaliarlo con le parole, reduci da una ricerca che innalza autore e lettore.

“Ti dirò che a volte l’amore non è solo una corrente impetuosa che sommerge e ubriaca, ma anche bonaccia che si deve vincere a colpi di remi o disegnando astuti giochi di vela, con una fatica e un’applicazione che sono il prezzo da pagare per le gioie della complicità?

Insomma in un momento di povertà lessicale pensiamo sia importante proporre e leggere libri simili. Va bene essere sconvolti da colpi di scena eccezionali, viaggiare e perdersi in luoghi esotici, ma anche godere di una scrittura così intensa ha il suo perché. Nella infinita lotta tra atticismo e asianesimo, che si protrae dal III a. C., per noi vince l’asianesimo.

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