La curiosità verso le religioni e la religiosità ci hanno portati a questo libro. Abbiamo una profonda ammirazione verso chi nonostante i progressi e le conquiste fatte dall’uomo possiede una fede salda e incorruttibile verso qualcosa o qualcuno che non è visibile. La nostra posizione (che vi abbiamo spiegato qui) e le nostre opinioni hanno trovato fondamento nelle accattivanti pagine di Andrea Tarabbia. Nè il peso del legno attraverso affondi in opere letterarie filosofiche e artistiche che affrontano il tema della spiritualità e della passione della morte di Cristo, ci parla della percezione del simbolo della croce. Il libro fa parte della collana CroceVia di NN editore che si propone di spiegare e approfondire alcune delle parole fondamentali del nostro vocabolario come appunto la parola croce.

whatsapp-image-2018-08-17-at-13-50-23.jpegTarabbia manipola la narrazione evangelica, quella che tutti conosciamo e in particolare dalla passione alla resurrezione in modo originale ed interessante. Dà una vita e una dignità a personaggi che nei vangeli non hanno: immaginando per loro una storia ed anche un futuro. Fa questo con Simeone ad esempio, andando a completare, come lui stesso afferma il vangelo a livello narrativo; lo stesso trattamento viene riservato anche alla sorella di Lazzaro, a Ponzio Pilato e Giuda. Vecchi personaggi che hanno nuove storie, personaggi accomunati  dalla fortuna (o sfortuna?) di aver incontrato Cristo. Non è detto che questo incontro sia sempre una cosa positiva per non essere umano normale e mortale: incontrare Gesù non è come incontrare un amico. Lui si porta dietro la divinità, può e sa tutto, ma prima di ogni altra cosa è il simbolo del sacrificio, come la croce che si porta dietro e che fa pendere su uomini che forse non hanno la forza di portarla.

Attraverso questa serie di storie, mescolando la sua interpretazione con quella di grandi autori come Borges, Bulgakov, Camus, Weil e tanti altri; si delinea per il lettore una storia parallela a quella che conosce, una serie di ucronie che portano a finali alternativi, che hanno a centro il sacrificio del figlio di DIO. Tutti ci siamo chiesti il perché di un sacrificio così estremo: il tradimento, la profonda umiliazione per le strade di Gerusalemme e poi la sofferenza sulla croce, la morte più terribile riservata agli schiavi. Il vero Salvatore non poteva permettersi niente di meglio?

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Polittico di Matthias Grunewald

L’idea di un dio crocifisso doveva essere, agli occhi dei contemporanei di Cristo una bestemmia, una follia; il suo dolore, la sua vergogna sono inconcepibili, poiché contraddicono tutto ciò che gli uomini con il termine Dio si rappresentano, desiderano e da cui vorrebbero ricavare le proprie sicurezze. “ dice Tarabbia. La croce nella prima diffusione cristiana rappresenta sì il sacrificio, la redenzione e la nascita della chiesa, ma era anche un simbolo che i seguaci di altre religioni usavano per schernire i cristiani usando la croce per sottolineare non solo l’umiltà di Gesù, ma anche il fallimento di suo padre che non è riuscito a salvare il figlio. In alcune raffigurazioni del II-III secolo troviamo un uomo crocifisso con la testa d’asino simbolo dell’adorazione di una divinità umile.

Tra tutti gli episodi dal tradimento alla resurrezione sicuramente quello della passione è l’episodio di cui si è scritto maggiormente. Fin dalla prima diffusione del Cristo ci sono state correnti che ammettevano o meno la divinità di Cristo basandosi proprio sulla sofferenza della passione: Dio è davvero in grado di soffrire o chi ha sofferto sulla croce era solo un uomo? Fin dalla prima diffusione questa religione si muove in una marea di interpretazioni: modalismo, adozionismo, arianesimo e ancora oggi le interpretazioni sono tante e diverse. Il mistero di questa semi-divinità è estremamente affascinante e complesso. Tarabbia nel suo libro fa un excursus che mette insieme filosofia, teologia, narrativa, ed esperienza personale che ci fornisce una nuova lettura dei fatti. Oltre alla disamina di vari passi alla toccante esperienza di questo libro ci è rimasta la posizione dello scrittore rispetto alla fede; una posizione che abbracciamo completamente.

“Non riesco però ad accettare l’idea della fede perché, forse, essa implica una rinuncia: la rinuncia a capire, a sottomettere ogni cosa allo sforzo intellettuale della comprensione, della conoscenza e dell’esperienza. È un atto di umiltà, mentre l’idea stessa di voler comprendere ogni cosa è altezzosa. La conoscenza uccide la fede, il “Credo”, perché ne è la contraddizione: si crede in ciò che non si capisce, si ha fede in ciò che non si può arrivare a conoscere nella sua totalità. Altrimenti perché credere? Se si conosce si sa.”

L’umanità è complessa e il misterioso sentimento che è la fede lo è ancora di più. Per gli appassionati, per i credenti e non, questo libro è un ottimo agglomerato di approfondimenti, curiosità, ma anche di tantissimi spunti di lettura. Assolutamente consigliato.

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