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"Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro."

Mese

agosto 2018

Macerie Prime, sei mesi dopo – Zerocalcare

Ogni tanto il nostro magico blog, apre le porte e ospita le penne dei nostri fidati collaboratori. Vi abbiamo già fatto conoscere la prode Maria Chiara, che su Macerie Prime aveva già scritto l’anno scorso, presentandovi il primo volume di questa specie di miniserie a fumetti su Zerocalcare, i suoi amici, i cambiamenti o i non cambiamenti che tutti noi giovani esseri umani stiamo affrontando in questo periodo poco florido della vita. Se la prima parte l’abbiamo affidata a lei, anche per Macerie Prime sei mesi dopo, a parlare sarà Maria Chiara che fa il punto della situazione sull’attesissimo sequel del fumettista romano.

È la prima volta che ci troviamo di fronte a una “seconda parte” nelle opere di Zerocalcare. Siamo sempre stati abituati ad avere il finale a portata di mano, a una manciata di pagine di distanza. E adesso che finalmente questo finale è arrivato (in realtà Macerie Prime – 6 mesi dopo è in libreria dal 7 maggio) possiamo dirci soddisfatti? Intanto facciamo il punto della situazione.

WhatsApp Image 2018-08-31 at 09.58.40.jpegSono passati sei mesi dall’ultima volta cui Zerocalcare e il suo gruppo, la sua squadra, ormai non più così unita, si sono trovati insieme. Le loro vite sono andate avanti, alcune in attesa di qualcosa di positivo con cui poterla cambiare, come l’esito del sospirato bando, altre semplicemente spinte dall’inerzia e da una quotidianità a tratti lacerante e piena di conti in sospeso con il passato che non bloccano i nuovi progetti.

In quella dell’alterego del fumettista romano non vi è più l’Armadillo, con i suoi sensi di colpa, bensì Panda, lo spirito guida supremo dello Sticazzi e della misantropia, desideroso di insegnargli come vivere.

Un nuovo incontro tra i membri del gruppo – tutti riuniti per conoscere la figlia di Cinghiale, evento già di per sé straordinario – porterà ad esaminare nuove e vecchie dinamiche, arrivando alla “conclusione”. Un finale che non dà un senso di chiusura totale, soprattutto a quelle che Zero chiama “sottotrame”, ma che insegna e mostra tanto nel corso della storia: la differenza tra il vivere e il sopravvivere (considerati spesso intercambiabili), l’angoscia per la crisi che si riflette prepotentemente nelle vecchie e (purtroppo) nuove generazioni, l’abitudine ormai dilagante di lasciare indietro tutto ciò che non ci riguarda perché “ognuno deve impara’ a campa’ per conto suo”.

145326913-1408e700-5868-4451-9ccc-618ff1da2dfc.jpgNonostante la storia sia estremamente personale riesce a inquadrare una buona porzione di universalità, esponendo ancora una volta paure, ansie e speranze che tutti noi possiamo aver provato almeno una volta nella vita. Ovviamente Zerocalcare non vuole e non può pretendere di esprimere una soluzione univoca e sempre garantita – come fa notare anche nelle varie note e  interludi onesti che dissemina nel corso della narrazione – tuttavia cerca di suggerire alcuni accorgimenti nel vivere la propria vita che, seppur piccoli, a volte potrebbero fare la differenza per chi ci circonda.

La storia parallela e metaforica, che si snoda insieme a quella reale, in questa seconda parte risulta meno forte, specialmente nelle tavole della battaglia finale, nonostante l’introduzione degli ultimi emissari, sempre ben costruiti e tra cui si troverà qualche vecchia conoscenza. Tuttavia Zero la vera forza la riesce a trasmettere nelle pagine in cui esplora le situazioni più delicate ed esprime la sua opinione senza saccenza o manie di protagonismo, come nel capitolo “Rubik”, dove i pensieri si uniscono alle immagini con un retrogusto di amara bellezza e che rendono la lettura, che per alcuni potrebbe dire niente di nuovo, qualcosa di unico e irrinunciabile.


Maria Chiara

 

Storie d’altre storie, G. Arpino

Giovanni Arpino nasce a Pola, in Istria il 27 gennaio 1927. La sua infanzia sarà segnata dalla presenza severa e rigida del padre Tommaso (militare di carriera) che lo farà iscrivere si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino. Arpino però passa a Lettere concludendo la sua brillante carriera accademica con una tesi sulla poesia di Serghej Esenin. L’esordio letterario si ha nel 1952 con “Sei stato felice, Giovanni” per la collana di Einaudi “Gettoni” dedicata agli scrittori emergenti. Nel ’53 trova impiego nella casa editrice Einaudi ed inizia l’attività di collaboratore giornalistico con “Il Mondo”. Nel 1955, dopo la nascita del figlio Tommaso, si dedica alle fiabe e filastrocche, pubblicando nel 1957 la raccolta di poesie “Il prezzo dell’oro” (Mondadori). Dopo una serie di titoli, arriva al successo con “L’ombra delle colline” Premio Strega del 1964. Dopo altre collaborazioni giornalistiche, anche in redazioni sportive, altri romanzi e la creazione della rivista Il Racconto, muore a Torino il 10 dicembre 1987.

WhatsApp Image 2018-08-23 at 15.57.24Storie d’altre Storie è una raccolta di racconti di Giovanni Arpino, edita da Lindau nel 2015, faceva parte di “Racconti di Vent’anni” del 1974. In questa raccolta si nota la passione primaria di Arpino: la lettura. Quello che l’autore propone in un centinaio di pagine è esattamente quello che noi cocciutissimi e instancabili lettori vogliamo. Quando un libro finisce, quando un romanzo si chiude, i suoi personaggi non svaniscono nel nulla; rimangono intrappolati nella nostra mente, che si arrovella e si sovrappone a quella dello scrittore che ha alimentato la nostra fantasia. Dopo tocca a noi. Un romanzo non finisce mai, come continuano le vite dei protagonisti? Si trasferiscono? Quando muoiono? Si sposano?

La curiosità dei lettori è sempre enorme e Giovanni Arpino in questo libretto la sfama o almeno ci prova. Con intelligenza e originalità fa proseguire le storie che conosciamo bene e che anche noi abbiamo provato a far decollare. Si inizia da Cappuccetto Rosso, passando poi per Tarzan, Frankenstein, Lolita, Falstaff, c’è spazio per Alice e per Faust e si conclude con Pinocchio. I racconti sono brevissimi, giusto il tempo di far sapere al lettore come stanno i suoi amici libreschi, che lavoro fanno, se sono in buona salute. Arpino dà dei dettagli che subito inquadrano il personaggio di cui narra il futuro letterario, lancia dei piccoli ami al lettore, poi ancora una volta è la sua fantasia a dover decidere un finale per loro. La bellezza di quest’opera è senza dubbio la scrittura di Arpino: mutevole, diremmo quasi liquida che si adatta alla storia e ai protagonisti di cui narra. Se per Cappuccetto Rosso e Pinocchio il linguaggio è semplice, monotono e pulito abbinato alle storie più infantili, quello riservato a Casanova è più prezioso ed ironico, quello di Tarzan è crudo, diretto, secco.

Il tratto in comune di questi personaggi famosissimi è però una nota di malinconia. Tutti i grandi eroi che ci hanno accompagnato nella nostra vita di lettori hanno cambiato vita. Il mondo moderno che non si fregia più di personaggi sani, umili e coraggiosi ha fatto sì che i nostri beniamini cadessero in disgrazia. Il lieto fine delle favole era quindi solo momentaneo, almeno per Arpino, che dà un quadro quasi crudele del nostro mondo facendolo passare per le vite dei personaggi che abbiamo amato. I racconti di Arpino sono però dei non finiti, delle istantanee e insinuano nel lettore il dubbio che ci potrebbe essere un’altra via d’uscita, anche per gli eroi in decadenza.

Tra tutte le storie che Arpino riprende, sicuramente quella che più ci ha colpito è L’ultimo Tarzan, che ci è sembrato anche il finale più alternativo di tutti. Insomma, il consiglio è quello di leggerlo anche per vedere se le vostre teorie sono le stesse dell’autore e per ricordarvi di non smettere mai di lavorare di fantasia.

STORIE D'ALTRE STORIE, G. ARPINO, 2015, LINDAU

Il peso del legno, A. Tarabbia

La curiosità verso le religioni e la religiosità ci hanno portati a questo libro. Abbiamo una profonda ammirazione verso chi nonostante i progressi e le conquiste fatte dall’uomo possiede una fede salda e incorruttibile verso qualcosa o qualcuno che non è visibile. La nostra posizione (che vi abbiamo spiegato qui) e le nostre opinioni hanno trovato fondamento nelle accattivanti pagine di Andrea Tarabbia. Nè il peso del legno attraverso affondi in opere letterarie filosofiche e artistiche che affrontano il tema della spiritualità e della passione della morte di Cristo, ci parla della percezione del simbolo della croce. Il libro fa parte della collana CroceVia di NN editore che si propone di spiegare e approfondire alcune delle parole fondamentali del nostro vocabolario come appunto la parola croce.

whatsapp-image-2018-08-17-at-13-50-23.jpegTarabbia manipola la narrazione evangelica, quella che tutti conosciamo e in particolare dalla passione alla resurrezione in modo originale ed interessante. Dà una vita e una dignità a personaggi che nei vangeli non hanno: immaginando per loro una storia ed anche un futuro. Fa questo con Simeone ad esempio, andando a completare, come lui stesso afferma il vangelo a livello narrativo; lo stesso trattamento viene riservato anche alla sorella di Lazzaro, a Ponzio Pilato e Giuda. Vecchi personaggi che hanno nuove storie, personaggi accomunati  dalla fortuna (o sfortuna?) di aver incontrato Cristo. Non è detto che questo incontro sia sempre una cosa positiva per non essere umano normale e mortale: incontrare Gesù non è come incontrare un amico. Lui si porta dietro la divinità, può e sa tutto, ma prima di ogni altra cosa è il simbolo del sacrificio, come la croce che si porta dietro e che fa pendere su uomini che forse non hanno la forza di portarla.

Attraverso questa serie di storie, mescolando la sua interpretazione con quella di grandi autori come Borges, Bulgakov, Camus, Weil e tanti altri; si delinea per il lettore una storia parallela a quella che conosce, una serie di ucronie che portano a finali alternativi, che hanno a centro il sacrificio del figlio di DIO. Tutti ci siamo chiesti il perché di un sacrificio così estremo: il tradimento, la profonda umiliazione per le strade di Gerusalemme e poi la sofferenza sulla croce, la morte più terribile riservata agli schiavi. Il vero Salvatore non poteva permettersi niente di meglio?

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Polittico di Matthias Grunewald

L’idea di un dio crocifisso doveva essere, agli occhi dei contemporanei di Cristo una bestemmia, una follia; il suo dolore, la sua vergogna sono inconcepibili, poiché contraddicono tutto ciò che gli uomini con il termine Dio si rappresentano, desiderano e da cui vorrebbero ricavare le proprie sicurezze. “ dice Tarabbia. La croce nella prima diffusione cristiana rappresenta sì il sacrificio, la redenzione e la nascita della chiesa, ma era anche un simbolo che i seguaci di altre religioni usavano per schernire i cristiani usando la croce per sottolineare non solo l’umiltà di Gesù, ma anche il fallimento di suo padre che non è riuscito a salvare il figlio. In alcune raffigurazioni del II-III secolo troviamo un uomo crocifisso con la testa d’asino simbolo dell’adorazione di una divinità umile.

Tra tutti gli episodi dal tradimento alla resurrezione sicuramente quello della passione è l’episodio di cui si è scritto maggiormente. Fin dalla prima diffusione del Cristo ci sono state correnti che ammettevano o meno la divinità di Cristo basandosi proprio sulla sofferenza della passione: Dio è davvero in grado di soffrire o chi ha sofferto sulla croce era solo un uomo? Fin dalla prima diffusione questa religione si muove in una marea di interpretazioni: modalismo, adozionismo, arianesimo e ancora oggi le interpretazioni sono tante e diverse. Il mistero di questa semi-divinità è estremamente affascinante e complesso. Tarabbia nel suo libro fa un excursus che mette insieme filosofia, teologia, narrativa, ed esperienza personale che ci fornisce una nuova lettura dei fatti. Oltre alla disamina di vari passi alla toccante esperienza di questo libro ci è rimasta la posizione dello scrittore rispetto alla fede; una posizione che abbracciamo completamente.

“Non riesco però ad accettare l’idea della fede perché, forse, essa implica una rinuncia: la rinuncia a capire, a sottomettere ogni cosa allo sforzo intellettuale della comprensione, della conoscenza e dell’esperienza. È un atto di umiltà, mentre l’idea stessa di voler comprendere ogni cosa è altezzosa. La conoscenza uccide la fede, il “Credo”, perché ne è la contraddizione: si crede in ciò che non si capisce, si ha fede in ciò che non si può arrivare a conoscere nella sua totalità. Altrimenti perché credere? Se si conosce si sa.”

L’umanità è complessa e il misterioso sentimento che è la fede lo è ancora di più. Per gli appassionati, per i credenti e non, questo libro è un ottimo agglomerato di approfondimenti, curiosità, ma anche di tantissimi spunti di lettura. Assolutamente consigliato.

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Aggretsuko, Sanrio – Netflix

Con i termini Generazione Y, Millennial Generation, Generation Next o Net Generation si indica la generazione che, nel mondo occidentale o primo mondo, ha seguito la Generazione X. Coloro che vi fanno parte – detti Millennial o Echo Boomer – sono nati fra i primi anni Ottanta e Il 2000.”
Tutti i nati tra gli anni ’80 e il 2000 sono inseriti in un unico insieme, sono, anzi siamo tantissimi e dividiamo giorno dopo giorno la stessa sorte. Questo grande e complesso agglomerato può essere raccontato efficacemente da un cartone animato in sole 10 puntate?

SPOILER: SÌ.

Aggretsuko o Aggressive Retsuko è una serie animata, ultimamente approdata su Netflix. La protagonista è Retsuko ideata da “Yeti“ per la Sanrio (conosciuta principalmente per l’iconica Hello Kitty). Retsuko è una panda rossa di 25 anni, che lavora in un ufficio contabile e che in 15 minuti, per 10 episodi ci racconta il suo mondo, che è un po’ anche il nostro.

aggDietro una grafica tenera e graziosi personaggi animali, si raccontano i sogni della generazione Y, sogni che vengono puntualmente infranti, dopo duri scontri con la realtà. Il lavoro in ufficio che sembrava la soluzione a tutti i problemi diventa una trappola mortale: colleghi pessimi, soprusi, clima soffocante e opprimente. Si potrebbe cambiare lavoro allora, mettersi in proprio, gestire tutto dalla A alla Z, senza padroni, ma quanto è alto il rischio di perdere tutto?

Sono questi alcuni dei problemi che Retsuko affronta quotidianamente, problemi che forse ci sembrano familiari.

La scelta degli autori di parlare orizzontalmente di una intera generazione in un modo apparentemente carino e coccoloso, si scontra con le tematiche attuali e in alcuni casi anche pesanti che la serie affronta. Ho particolarmente apprezzato anche il fatto di scegliere come protagonisti degli animali. Animali diversissimi tra loro: panda, gatti, ippopotami, gorilla, maiali, elefanti che vivono e si muovono nello stesso contesto appianando completamente ogni tipo di differenza, almeno quelle di specie. In realtà con ironia e leggerezza, il cartone calca la mano sulla differenza di genere. La povera Retsuko in vari momenti viene osteggiata e umiliata dal capoufficio (che non a caso è rappresentato da un maiale, animale che da Orwell ai Pink Floyd è caratterizzato negativamente) in quanto femmina. La cara Retsuko sembra inizialmente accettare tutto di buon grado, è solo un piccolo elemento dell’azienda, una nullità, come può ribellarsi senza perdere il lavoro?

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I colori pop e pastello di tutta la scenografia iniziano a cambiare, uno sfondo dai toni caldissimi e carichi si proietterà sul vostro schermo, al centro una sola parola: RABBIA. La piccola, docile, adorabile Restuko ha gli occhi iniettati di sangue, si agita in uno scenario fiammeggiante, gridando, quasi ululando e scaricando tutta la tensione, tutto il rancore in una sala di karaoke. Il rifugio/scappatoia dalle pesanti giornate di angherie, routine e profonda insoddisfazione è l’heavy metal. Con una voce cavernosa e profondissima, Retsuko si sfoga, reagendo e scaricando tutto in una piccola stanza chiusa, dove nessuno può vederla.

 

Serie assolutamente consigliata, che con velocità e pur non avendo una trama originalissima riesce ad arrivare al punto e a fare una narrazione diretta e scanzonata della nostra amara condizione. L’originalità è tutta data dal contesto e dalla grafica che fa un po’ a pugni con la drammaticità di quello che viene raccontato, ma attira anche per questo. Le avventure della pora Retsuko non sono finite, è stata infatti da pochissimo annunciata anche una seconda stagione.

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