Era il 28 gennaio 1986, quando il razzo Space Shuttle Challenger, con un equipaggio di 7 persone, si disintegra dopo soli 73 secondi di volo. Il lancio dello Shuttle fu trasmesso in diretta tv ed ovviamente anche la sua distruzione. Erano le 11:38.

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Questo è il legante dei 73 racconti raccolti in Challenger da Guillem Lopez per Eris Edizioni in un’edizione spettacolare con tanto di mappa di Miami. Leggere questa raccolta di tanti e brevi racconti non è stato facile. La scrittura di Lopez è bellissima, abbiamo apprezzato soprattutto il modo in cui descrive personaggi ed ambienti con precisione, ma senza risultare piatto o pesante. Descrive non per il gusto prosaico di farlo, ma per proiettare nella mente del lettore esattamente quella precisa figura in quel determinato spazio.

“Ogni sua ruga è una trincea dietro cui si cela un rimprovero pronto ad assalirti.”

Forse è proprio l’esattezza dei racconti a rendere Challenger una lettura difficile: non puoi leggerlo tutto d’un fiato, non ci riesci perché la sua realtà ti risucchia, ci sono troppe informazioni, troppi personaggi da metabolizzare. Deve essere letto a piccole dosi per far sì che ogni personaggio si faccia spazio nella tua memoria. I momenti di apparizione dei personaggi di Challenger sono brevi, ma non unici. Spesso di sfuggita, impercettibilmente lo stesso personaggio compare in più storie grazie ad un legame o casualmente. Challenger descrive la vita, non la vita di qualcuno, ma tanti pezzi di vita casuali, che sono accomunati da un’unica presenza: il Challenger.

Questo libro e i suoi racconti di quotidianità, i suoi 73 frammenti di vita legati in qualche modo al Challenger mi ha fatto ricordare l’attentato alle Torri Gemelle. Due situazioni diversissime ovvio, due eventi che hanno una portata globale diversa, ma che nella vita dei singoli (non coinvolti) sono stati recepiti allo stesso modo. In Challenger c’è quell’attimo di sgomento, di paura, di sorpresa nel vedere le immagini della navicella che esplode, nel sapere delle vittime ed uguale è stato quell’11 settembre 2001. Io ero alla tv ed è stato lo stesso, tutti noi ricordiamo quel momento, ma poi mamma ha continuato ad innaffiare le piante, io a giocare e tutti gli altri a riprendere le proprie vite, siamo stati come i personaggi di Challenger: loro continuano a lavorare, a rubare, ad uccidere, ad inventare, a preoccuparsi delle proprie tragedie quotidiane che sembrano più grandi di tutto ciò che accade nel resto del mondo.

 

Forse la lettura di Challenger è così difficile perchè fa capire che non c’è un’umanità, non esiste davvero la tragedia collettiva. Alla fine sono solo momenti lontani che non lasciano il segno dentro di noi. Non c’interessa di queste cose, ognuno s’interessa delle cose vicine, tralasciando disastri, morti e forse leggere questa mancanza d’interesse/altruismo/condivisione del dolore non una ma 73 volte fa un po’ male.

 


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