Quanto è facile per noi, riconoscere le parole dei nostri cari autori, il proverbiale “Montalbano sono” di Camilleri, i versi di Leopardi, in qualsiasi zona d’Italia noi ci troviamo, le particolarità, le sfumature dei nostri dialetti vengono apprese, condivise, studiate, ma all’estero come vengono rese?

Di questo problema ci parla Ida Bozzi a pag. 19 de La Lettura, presentando il libro Echi da Babele in cui 23 studenti del Master di Editoria del collegio Santa Caterina di Pavia hanno studiato autori italiani e stranieri sottolineando la difficoltà di tradurre alcune parole, frasi etc.

In paesi stranieri, alcune parole, alcuni modi di dire vengono resi in maniera completamente diversa e questo crea non pochi problemi. L’autore nella lingua in cui scrive crea una certa musicalità, una particolare costruzione che molto spesso nella migrazione da una lingua all’altra viene meno. Una delle soluzioni che spesso si utilizza è quella di lasciare determinati termini nella lingua originale e corredare il testo di note in cui si spiega pedissequamente il significato, ma non si può riempire un libro di note. Ecco allora che prende vita la magia della traduzione: può infatti sembrare qualcosa di sterile, di meccanico, ma è un arte al pari della scrittura. I traduttori devono manipolare i testi, renderli comprensibili senza stravolgerli, senza togliere nulla per questo si può dire che “la traduzione è vivace come il mondo, inventa novità, conosce costumi, si tiene aggiornata e si adatta perfino alla cronaca di tutti i giorni.” Questo non è compito facile, ma pensiamo a tutti i libri, a tutti i linguaggi in essi contenuti che hanno stravolto e cambiato il nostro di linguaggio e questo è anche merito dei traduttori che hanno saputo rendere e riportare ciò che gli autori volevano mostrare, come dice Massimo Bocchiola (anglista e traduttore) “Le traduzioni arricchiscono la lingua d’arrivo e la trasformano in neolingua. Creano ciò che prima non c’era.” Questo meccanismo creativo quindi non è da attribuire solo agli autori, c’è tanto lavoro dietro ad un testo e non dobbiamo dimenticare di chi ci permette di leggere i libri stranieri.

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Prendendo spunto da un libro straniero Pierdomenico Baccalario fa una bellissima riflessione sul tè e su quale libro poteva vertere l’articolo se non Alice e il paese delle meraviglie? Dove l’ora del tè viene prolungata all’infinito, svoltasi sempre tra tre strani interlocutori: il Cappellaio Matto, il Leprotto Marzolino e il Ghiro. Sempre e solo loro, che hanno litigato con il tempo e che non possono accogliere nessun altro nella loro tavola, neanche la piccola Alice che invece sarebbe tanto desiderosa di farlo. In realtà Alice non potrebbe mai sedersi a bere il tè con loro perché lei viene da un mondo ordinato dal tempo, scandito, preciso, regolare come potrebbe mai star bene lì, dove tutto è l’ora del tè? Il tempo non esiste, nient’altro esiste a parte loro, la loro stupenda conversazione e quel liquido aromatico e amaro a tenere il tutto legato. La dilatazione del tempo qui rappresenta anche la dilatazione dello stare bene insieme a conversare e a sorseggiare tranquilli del buon tè, ma se il tutto dovesse essere trasportato al giorno d’oggi sarebbe così? Baccalario, come tutti noi penso, dice di no. Il tè è un’usanza che ha quasi il sapore d’antico, perché è impensabile lo stare a sedere e conversare tranquillamente senza pensare al tempo che incombe, e allora quale liquido potrebbe esprimere meglio la schizofrenia e l’eccitazione, la velocità del nostro mondo se non il caffè? Duemila tipi di caffè a sottolineare la complessità del mondo, mai sedersi, berlo di corsa al bancone, non ci sarebbe stata un’ora del caffè non si sarebbe potuto dilatare tutto lo spazio tempo oggi, davanti ad una piccola tazzina di caffè.

E voi, siete tè o caffè?

 

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