A pag. 13 de La Lettura questa settimana c’è un articolo veramente bellissimo: “Si dice rimpianto ma è libertà di scegliere” di Ilaria Gaspari, in questo articolo viene analizzato il rimpianto e la difficoltà di prendere decisioni portando come esempio Amleto di Shakespeare, Kierkegaard ed Eveline di Joyce. Tutti fanno scelte che sacrificano l’amore. E Amleto e Kierkegaard non solo sacrificano l’amore, ma portano le loro donne ad odiarli quasi per avere una giustificazione alle loro scelte. In quell’odio che pilotano c’è tutto il loro amore. Non basta lasciare le promesse spose, non basta fare questa scelta così sofferente, l’uomo per vendicare il padre, l’altro per amor di sapienza, no. Superare il distacco, la divisione, quella decisione sarebbe stato più facile per le loro donne se li avessero odiati ed allora la scelta non è solo quella di sacrificare il proprio amore, ma di sacrificare anche il ricordo dell’amore nell’altra persona, per tutelarla se così si può dire. Quanto hanno pesato queste scelte sulle spalle di questi personaggi? Quanto hanno pensato a quello che stavano facendo, al rimpianto che ne sarebbe causato? Almeno la loro scelta ha portato ad un qualcosa, era mossa dal desiderio di cambiamento, di azione, ma cosa dire di Eveline? Lei l’amore lo lascia andare, lo lascia partire solo, senza odio, senza rabbia, senza sentimento, ma per avere una vita migliore? Per affrontare qualcosa di diverso? No. Eveline rimane ancorata alla sua situazione familiare, situazione che aveva reso prigioniera la madre e poi anche lei. Il sacrificio di Eveline qui non è solo quello dell’amore, il suo sacrificio è totalizzante: Eveline non deve vendicarsi, non deve dedicarsi agli studi, Eveline sa già come andrà a finire, ha l’esempio di sua madre, che ha sempre cercato di non seguire, ma poi alla fine non riesce a reagire e la situazione stessa la fagocita.

Secondo il mio modesto parere, Eveline è quella che ha avuto più rimpianti proprio perché la sua vita e la sua scelta non hanno portato a cambiamenti ed il suo sacrificio è stato praticamente vano, fortunatamente non ho dovuto prendere decisioni così importanti e chissà: vincerà il cuore o la razionalità.

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Nella sezione Sguardi de La Lettura di questa settimana si parla di Hopper (1882 – 1967) pittore americano in mostra a Roma al Complesso del Vittoriano fino al 12 febbraio. Questo pittore si definisce “Impressionista, forse nella semplificazione: per me l’impressionismo era l’impressione immediata.” Impressione come attimo, come momento, i dipinti di Hopper sono infatti molto fotografici, vanno ad immortalare situazioni precise da cui prendono vita i personaggi. La pittura di Hopper non è solamente paesaggistica ma può essere definita quasi narrativa, si delineano infatti personaggi precisi: uomini raffinati e misteriosi e donne sensualissime e formose. Queste istantanee hanno condizionato anche il cinema, diventando ovviamente ispiratori di altri artisti e fotografi. Chi si dovesse trovare a Roma in questo periodo può farci un pensierino, in fondo è una zona turistica ed è facile capitarci, appena ci andrò vi farò comunque sapere.

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