A pag. 8 nella sezione Orizzonti de La Lettura di questa settimana si parla di Dolore. Il dolore come qualcosa di cui liberarsi e come farlo? La prima parte dell’articolo di Giuseppe Remuzzi fa una sintesi della “storia” del dolore e dei suoi sintomi, si parte con le popolazioni precolombiane per poi avvicinarci alle civiltà superiori mediterranee in cui il dolore era attribuito a demoni, divinità, spiriti tutto aveva però una sola cura: l’oppio. Solo con Ippocrate si giunge alla conclusione che il dolore non è causato da forze sovrannaturali e che può anche essere positivo: permette di localizzare il male, di curarlo, come? Con l’oppio è ovvio. Il corpo riesce a sintetizzare i nostri oppiacei per difendersi naturalmente dal dolore ed è per questo che l’oppio è così usato nella terapia, la morfina infatti è nata studiando le conseguenze che l’oppio ha sulla cura del dolore, non si parla però solo di storia nell’articolo, ma anche e soprattutto di futuro e progresso. La medicina sta cercando in tutti i modi di localizzare il dolore in modo preciso per poterlo curare al meglio, ci sono studi in corso sui suoi geni, sulle zone del cervello che lo recepiscono e lo controllano, ma si parla anche di effetto placebo: “Quando si inietta un placebo, il cervello si organizza per rilasciare oppiacei endogeni di cui fanno parte le endorfine, che si legano ai recettori nelle aree del cervello coinvolte per provare dolore.” Si parla quindi di terapie placebo prima delle terapie vere e proprie, dando ovviamente al paziente tutte le informazioni necessarie per capire cosa sta prendendo e perché, rendendolo così più consapevole del ruolo della propria mente in merito alla percezione ed al controllo del dolore. L’articolo termina con una nota di umanità e con l’appello a rendere l’alleviamento del dolore una parte dei diritti umani. Non è giusto che alcune persone, solo perché più povere o abitanti di territori svantaggiati debbano soffrire così, dovrebbe essere preoccupazione della società in toto curare il dolore.

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Rimanendo sul tema del dolore, mi scuso per la scelta dell’argomento particolarmente gioviale, voliamo a pag. 12 dove Ranieri Polese scrive di Walt Disney. I cartoni Disney hanno appassionato tanti bambini ed anche tanti adulti, tutte le storie con lieto fine hanno creato un mondo parallelo al nostro in cui il messaggio principale ed uno dei pensieri cardini del sig. Disney è quello che la felicità possa arrivare per tutti, l’importante è seguire i propri sogni con forza e allora che c’entra tutto questo col dolore? C’entra, perché l’articolo si focalizza sulla sofferenza di Walt Disney e sulla sua predilezione di portare sulle scene personaggi orfani. Biancaneve, Bambi, Cenerentola, Dumbo sono tutti orfani, tutti a loro modo rappresentano il grande turbamento di Walt Disney. Secondo alcune teorie Walt non era il figlio naturale di Flora ed Elias, secondo altre lo era, ma il suo trauma deriva dalla perdita prematura della madre, morta per una fuga di gas all’interno della casa che  le era stata regalata dal figlio. Questo senso di colpa, questa ferita sempre aperta viene sottolineata in alcuni capolavori dell’animazione, in Dumbo in cui la madre deve subire l’allontanamento del figlio, ma soprattutto in Bambi. La scena della morte della madre, così improvvisa e shoccante ha traumatizzato tantissimi bambini, io sono rimasta esente da questa cosa, ma non scorderò mai i pianti di mia sorella per quella scena: la disperazione fatta persona. Ed ecco che anche nelle fiabe bellissime e ricche di speranza irrompe la sofferenza e la tragicità della vita di un uomo che però ha saputo risollevarsi e portare gioia nei cuori di tantissime famiglie.

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