Nella sezione dedicata al festival Pordenonelegge a pag. 14 troviamo l’intervista di Cristina Taglietti a Jess Armstrong commediografo inglese che ha scritto il suo primo romanzo: Amore, sesso e altre questioni di politica estera edito da Fazi per 16 euro (ora in promozione del 25%).

Il libro parla della guerra a Sarajevo intorno al 1994. È una storia d’amore e anche di speranza, in cui i protagonisti Andrew e Penny con altri amici, vogliono salvare la città e portare la pace affidandosi all’arte, al messaggio che essa riesce a mandare attraverso uno spettacolo teatrale. L’autore parla di Andrew come un cliché, il giovane speranzoso nella bontà della terra, nel potere dell’amore che si trova sempre, in tempo di guerra e di rivoluzione, ma nonostante questo si tratta di qualcuno che è disposto a fare qualcosa, a lottare nel suo piccolo per portare benessere in un paese distrutto. Si parla di qualcuno che agisce e che non sta con le mani in mano “a compiacersi della propria sapienza senza alzare un dito”. Armstrong che prima di questo romanzo ha scritto commedie incentrate sulla satira politica, parla anche di come è difficile scrivere un romanzo e parlare degli avvenimenti attuali. Il segreto dice, è lasciar maturare le situazioni, commentarle dopo, con distacco, con oggettività perché a caldo si sente solo la tragedia, la rabbia e non si riesce a fare informazione reale, a scrivere davvero bene. Per questo ha scelto di riportare una storia su Sarajevo, una storia successa 22 anni fa. Per scrivere un romanzo bisogna controllare la materia che si plasma e anche se stessi, nella stesura di un romanzo si è da soli con le proprie idee e i propri pensieri, si deve scrivere con responsabilità perché ciò che viene scritto è solo dell’autore.

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Ci spostiamo invece a pag. 5 dove Carlo Bordoni illustra le teorie di Boorstin e Sloterdijk nell’articolo: La bolla ambientale. Prima abbiamo parlato di informazione e di fare informazione qui si parla invece di come difendersi da questo continuo bombardamento di informazioni, immagini, situazioni, in un mondo in cui c’è liquidità, globalizzazione conviene davvero scappare per difendersi? Sembra di no, il mondo è quasi tutto uguale, le problematiche sono sempre le stesse: l’individualità è minata, le sicurezze si dissolvono, le abitudini cambiano in continuazione allora l’unica soluzione è mettere radici. Ancorarsi, legarsi a territori, a tradizioni in cui: “le certezze, introvabili nella società, sono allora rintracciabili dentro il proprio spazio privato.” Ed ecco allora la teoria di Boorstin che prova la necessità di chi deve spostarsi, come un turista, di portarsi dietro una serie di oggetti che rappresentino la sua comfort zone per sentirsi sempre a casa, sempre nel suo luogo. Molto simile è l’ipotesi di Sloterdijk che utilizza il concetto di bolla ambientale, come uno spazio che può anche essere mutevole e malleabile, ma che rappresenti uno spazio di forte identità e appartenenza che si distingua dal resto. L’esempio più lampante è il nostro cellulare: rappresenta la nostra bolla di appartenenza, la nostra casa, ci lega ai nostri luoghi, alle persone che fanno parte della nostra vita per avere la certezza di avere un luogo in cui ripararci da una realtà inaffidabile.

Allora restare, ritagliarsi questi spazi, chiudersi nell’individualismo, può essere una valida alternativa alla fuga? Bordoni chiude l’articolo con una risposta positiva a questa domanda: “Un’umanità che gioca in difesa ha una sua dignità, poiché resistere – sia pure dentro una bolla – significa non avere ancora perduto la speranza.” E voi?

 

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